Una testimone:

Etty Hillesum

Monica Dal Maso

Perché dedicare alcune pagine di questa ricerca ad Etty Hillesum? La giovane donna olandese che condivise la tragica sorte di molti suoi connazionali ebrei, non era una filosofa, né tanto meno una teologa, anzi, non aveva alcun tipo di formazione specifica, non conosceva il Talmud o la letteratura rabbinica, non si interessava di sionismo, non si poteva neppure definire religiosa in senso letterale. Allora perché parlare di lei, ascoltare la sua voce?
Etty Hillesum ci ha lasciato un'eredità importante, racchiusa in alcuni quaderni trasformati in diario [1], fittamente scritti con una calligrafia di difficile decifrazione, ed una manciata di lettere [2] conservate dagli amici e diffuse dopo la fine della II Guerra Mondiale con alterne fortune [3]. Poca cosa, se paragonati alla sterminata mole di libri e racconti sulla Shoah, eppure, leggendo le sue parole, si ha quasi il sospetto che esse contengano una soluzione ai molti interrogativi suscitati da Auschwitz, interrogativi ai quali, anche alla fine del nostro «cammino», non siamo sicuri di saper rispondere.
Le riflessioni di Etty, maturate mentre lo sterminio era in pieno svolgimento, sembrano quindi il modo migliore per concludere la nostra indagine; anche se sono solamente il frutto di una ricerca personale, che non pretende di giungere a verità universali né utilizza i mezzi classici dell'analisi scientifica [4], esse possono tuttavia aiutarci a capire, o per lo meno, offrono qualche goccia di speranza e consolazione. E, dopo sessant'anni, non cessano di affascinare il lettore, dimostrandosi ancora straordinariamente attuali.

Etty (Esther) Hillesum nacque a Middelburg, nella Zelanda olandese, il 15 gennaio 1914. La sua, era una famiglia molto particolare [5]; il padre, Louis Hillesum, detto Levie, ebreo assimilato non praticante, appassionato di libri e di lingue antiche, per un certo periodo insegnò in un liceo classico [6]. Era un uomo piuttosto debole di salute e di carattere, molto chiuso e riservato, tanto che dovette abbandonare l'insegnamento a causa delle difficoltà di relazione con gli studenti. Fino all'occupazione nazista, fu preside del liceo di Deventer. La madre, invece, Rebecca (Riva) Bernstein, era un'ebrea russa giunta in Olanda nel 1907 in seguito ad un pogrom. Al contrario del marito, possedeva un carattere piuttosto difficile, una personalità impositiva ed invadente, che tendeva al dominio. Etty ebbe con lei un rapporto complicato, che solamente nella comune esperienza della persecuzione si chiarì, diventando più affettuoso e solidale. La coppia aveva, oltre ad Etty, altri due figli più giovani: Jacob (Jaap), brillante studente di medicina, e Michael (Mischa), dotato di uno straordinario talento musicale; entrambi ebbero problemi comportamentali e dovettero sottoporsi a cure psichiatriche. Anche Etty, portata per le lingue ed affascinata dalla letteratura, particolarmente quella russa cui si sentiva vicina per indole, passò attraverso periodi di depressione e difficoltà psicologiche, ed ebbe spesso problemi di salute, probabilmente di natura psicosomatica. Forse, la fragilità dei figli rifletteva i rapporti conflittuali tra i genitori, due personalità molto diverse e poco equilibrate.
Nessuno degli Hillesum sopravvisse allo sterminio nazista.
Il 10 maggio 1940, Hitler invase l'Olanda, cogliendo tutti di sorpresa [7]. La comunità ebraica locale era piuttosto numerosa e contava non solo un nutrito gruppo di ebrei olandesi, ma anche molti tedeschi che si erano rifugiati nei Paesi Bassi per sfuggire alle leggi razziali [8]. Etty, che nel frattempo si era laureata in giurisprudenza con risultati mediocri, viveva allora ad Amsterdam, dove si era trasferita per studiare meglio le lingue, particolarmente il russo; alloggiava nella casa di un commerciante olandese non ebreo, Han Wegerif, un uomo già avanti con l'età, con il quale Etty strinse una relazione amorosa.
Nella capitale, la giovane cominciò ben presto a fare i conti con le restrizioni progressivamente imposte agli ebrei, anche se la sua situazione poteva dirsi ancora privilegiata: viveva in un ambiente accogliente ed abbastanza tranquillo, aveva una stanza tutta per sé, poteva leggere e studiare. Nel 1941, su consiglio di un'amica, incontrò Julius Spier, un ebreo tedesco fuggito da Berlino nel '39 [9]. Allievo di Jung, Spier era specializzato in psicochirologia, ossia la scienza che studia la psiche umana a partire dall'analisi delle mani. Giunto in Olanda, egli continuò il suo lavoro, circondandosi ben presto di un folto gruppo di clienti affezionati, soprattutto donne. Anche Etty rimase profondamente affascinata da Spier, che frequentò sempre più assiduamente, passando dal ruolo di paziente a quello di assistente. Tra i due nacque una relazione piuttosto complessa, nella quale attrazione fisica e comunione spirituale si intrecciavano in modo indissolubile, creando un groviglio di sentimenti difficile da sbrogliare [10]. Spier, tuttavia, svolse un ruolo fondamentale nella vita di Etty [11]: grazie a quest'uomo colto, profondo, comprensivo e dotato di una ricca interiorità, la giovane intraprese infatti un coinvolgente cammino di crescita e maturazione personale, che le trasformò l'esistenza, facendole scoprire la fede e permettendole infine di compiere scelte radicali.
Mentre la morsa della persecuzione nazista si stringeva attorno agli ebrei olandesi, Etty accettò seppure a malincuore di entrare nel Consiglio Ebraico, convinta di potere fare attraverso di esso del bene alla sua gente (1942) [12]. Il suo compito, prestare assistenza agli ebrei in partenza, le consentì di entrare in contatto con la terribile realtà del campo di transito di Westerbork, dove gli ebrei venivano radunati prima del trasporto verso i luoghi di sterminio. Qui Etty ebbe modo di incontrare molte persone, tra cui anche le sorelle Edith e Rosa Stein, di passaggio prima della deportazione [13]. Dopo la morte di Spier per malattia (15 settembre 1942), Etty si dedicò al lavoro nel campo, alternandovi periodi di soggiorno ad Amsterdam per motivi di salute [14], durante i quali rifiutò sistematicamente di accettare l'aiuto degli amici che le proponevano di fuggire. Nel 1943, fu raggiunta a Westerbork anche dai genitori e dal fratello Mischa, per stare accanto ai quali non abbandonò più il campo. Nonostante alcuni tentativi messi in atto dagli amici per salvarli [15], il 7 settembre 1943 Etty e la sua famiglia salirono sul treno che li condusse fino ad Auschwitz. Secondo la Croce Rossa, Etty Hillesum sarebbe morta nel campo di sterminio il 30 novembre dello stesso anno [16].

Prima di affrontare, brevemente, l'analisi di alcuni dei messaggi più significativi del Diario e delle Lettere, è necessario fare una premessa. Etty Hillesum è stata una «giovane donna come tante altre» [17]. Anzi, la sua vita è stata caratterizzata da una serie di azioni e comportamenti che potrebbe suscitare qualche perplessità. Come si è già visto, per molto tempo è stata una donna piuttosto inquieta, insoddisfatta, spesso soggetta a depressione. Oggi diremo che era una giovane incapace di trovare se stessa, smaniosa di dare un senso alla propria irrequieta esistenza. Ebbe rapporti conflittuali con la madre e con il fratello Jaap. Dotata di una prorompente sensualità, cercò a lungo nelle relazioni con l'altro sesso una sorta di risposta alle proprie inquietudini interiori, pur essendo consapevole che quei rapporti non potevano offrirle molto [18]. Divenne l'amante di un uomo molto più grande di lei, già padre di un ragazzo che aveva più o meno la sua stessa età, forse cercando in lui quella protezione paterna che le era sempre mancata. Continuò a restargli legata nonostante l'incontro con Spier, che, a sua volta, era reduce da un divorzio ed era fidanzato con una donna ebrea rifugiatasi a Londra, con la quale aspettava la fine della Guerra per convolare a nuove nozze. Sorvolando appena sul fatto che Etty interruppe volontariamente una gravidanza indesiderata ricorrendo a metodi «naturali», poiché non voleva «mettere al mondo un infelice». Preoccupazione giustificata probabilmente dalla difficile condizione in cui vivevano gli ebrei, ma soprattutto dalle difficoltà psichiatriche vissute in famiglia [19].
Etty è stata una ragazza normale, sicuramente non perfetta, che tuttavia ha compiuto un lungo ed affascinante cammino di ricerca, un percorso di approfondimento spirituale che l'ha condotta fino alle radici della sua interiorità, le ha permesso di avere accesso ad una fede autentica e di scoprire la presenza di Dio dentro e fuori di sé. Un Dio forte e vivo al di là di ogni possibile definizione religiosa. Un cammino tanto più stupefacente, se si considera che viene compiuto in poco più di due anni e soprattutto in circostanze drammatiche: Etty ha scoperto se stessa e la propria incancellabile dignità personale, in un periodo in cui i nazisti facevano di tutto per disumanizzare le persone e privare gli ebrei anche del più piccolo barlume di rispetto [20]. Se già non fossero bastate le circostanze esterne, neppure l'ambiente familiare da cui Etty veniva poteva essere definito sereno, e lei stessa era una ragazza per certi versi inquieta [21].
Ancora: proprio quando molti deportati cominciavano a chiedersi che fine avesse fatto Dio e perché si ostinava a restare in silenzio, Etty ha incominciato a cercarlo e parlargli, manifestando il profondo desiderio di trovargli un posto dentro di sé ed instaurando con Lui un dialogo franco ed aperto, quasi «a tu per Tu», nel quale la preghiera diventa inno di lode ed assume talora i tratti della poesia. Rassicurata da un tale alleato, è riuscita a guardare in faccia la realtà con onestà e coraggio, senza smettere mai di amare l'esistenza. Nel momento in cui molti tentavano comprensibilmente e giustamente di salvarsi la vita, fuggendo o cercandosi nascondigli sicuri, Etty ha scelto di restare, per condividere il destino del suo popolo ed aiutare chi le stava accanto a sopportarlo, scoprendo che non solamente gli ebrei di Westerbork avevano bisogno del suo aiuto, ma anche lo stesso Dio.
Ma andiamo con ordine, nella piena consapevolezza che è impossibile esaurire in poche pagine la ricchezza del pensiero di Etty Hillesum, in parte ancora inesplorato; ci limiteremo quindi a proporre solo alcuni spunti di riflessione.

Come si diceva, l'avvicinamento alla fede di Etty, ebrea non praticante e quasi completamente sprovvista di formazione religiosa [22], avviene attraverso la relazione con Julius Spier, che la giovane definisce «intermediario» tra se stessa e Dio [23]. Prima di quell'incontro, nella vita di Etty non c'è posto per la religione. Ma anche dopo, la giovane si colloca in una posizione del tutto originale: pur riscoprendo la propria identità ebraica «grazie» alle persecuzioni naziste, non possiamo ascriverla ad alcuna comunità o fede religiosa specifica. Non è ebrea nel senso stretto del termine; non si può definire cristiana, anche se nel Diario si respira una certa atmosfera evangelica né mancano espliciti riferimenti ad alcuni passi del Nuovo Testamento; alcune sue concezioni potrebbero trovare posto nei testi fondamentali di molte religioni [24]. Ciò che Etty desidera, è incontrare Dio nella sua vita, avvertire la sua presenza in ogni respiro, scorgerlo negli occhi delle persone, sperimentarlo nella propria esistenza senza dover ricorrere alle mediazioni dei libri sacri o degli apparati istituzionali. È un Dio che scopre, prima di tutto, dentro di sé, nella parte più profonda ed autentica del suo essere, che sente il bisogno di pregare trovando la forza di inginocchiarsi di fronte a Lui e di dire ad alta voce il suo nome [25].

Dentro di me c'è una sorgente molto profonda. E in quella sorgente c'è Dio. A volte riesco a raggiungerla, più sovente è coperta da pietre e sabbia: allora Dio è sepolto. Allora bisogna dissotterrarlo di nuovo. M'immagino che certe persone preghino con gli occhi rivolti al cielo: esse cercano Dio fuori di sé. Ce ne sono altre che chinano il capo nascondendolo fra le mani: credo che cerchino Dio dentro di sé [26].

Il percorso è chiaro: per la giovane olandese, prima è stato necessario scendere in contatto con la propria «fonte interiore», analizzata e sondata con lucidità e realismo, senza trascurarne neppure gli aspetti meno positivi; dopo, ha capito-scoperto che quella sua interiorità così ricca e bisognosa di espandersi, di aprirsi agli altri (e dunque anche all'Altro), era abitata da una presenza, da una forza più grande: Dio [27]. Senza prima aver tolto di mezzo i «calcinacci» e le «pietre», ossia le inquietudini, i dubbi, le miserie esistenziali da cui era ricoperto, Etty non avrebbe potuto «dissotterrare» Dio nel suo cuore.
Quello che Etty incontra, è quindi un Dio intimo e vicino, con il quale può dialogare apertamente. Un interlocutore, un amico cui rivolgersi per capire meglio se stessa, l'unico cui può confidare le difficoltà e le difficoltà delle dure giornate passate a Westerbork, e al quale può chiedere la forza per affrontarle serenamente [28]. È una presenza che a volte si rivela ancora fragile, che, come abbiamo visto, ogni tanto occorre «disseppellire» dalle macerie e dai calcinacci dell'esistere quotidiano, ma che mai cessa di essere fonte di vita e di coraggio.
Non si può non restare affascinati dal tono intimo e colloquiale con cui Etty si rivolge a Dio nel suo diario, e che la dice lunga sulle sue origini ebraiche. Per Etty, la preghiera è un rifugio irrinunciabile, un modo per recuperare energia, per scacciare lo sconforto:

M'innalzo intorno la preghiera come un muro oscuro che offra riparo, mi ritiro nella preghiera come nella cella di un convento, ne esco fuori "raccolta", concentrata e forte. (...) E poi potrei immaginarmi un tempo in cui starò inginocchiata per giorni e giorni - sin quando non sentirò di avere intorno questi muri, che mi impediranno di sfasciarmi, perdermi e rovinarmi [29].

Utilizzando le parole del filosofo ebreo A. J. Heschel († 1972), il trasporto profondo e coinvolgente che Etty sente per Dio è dominato dal pathos. Secondo Heschel, il pathos rappresenta un'importante categoria ermeneutica attraverso la quale si definiscono la logica ed il linguaggio dell'approccio al divino, e che permette all'uomo di giungere ad una comprensione più autentica e definita di Dio. L'incontro tra l'uomo e Dio, infatti, è caratterizzato dal coinvolgimento, dalla reciproca partecipazione, dalla relazione, dalla simpatia [30]. Dio si interessa della vita umana, né è profondamente coinvolto, anche se la sua sollecitudine non è sempre evidente, anzi talora può apparire misteriosa [31]. L'interessamento divino, manifestato in modo inequivocabile nell'Alleanza sinaitica, non è tuttavia univoco, chiama in causo l'uomo, lo invita alla responsabilità, a percorrere insieme il cammino [32].
Etty ha accolto in pieno questo invito, rovesciandone in modo radicale la prospettiva: secondo Heschel, Dio si preoccupa per l'uomo: Etty ritiene invece che, in tempi dominati dall'odio e dalla crudeltà, tocchi all'uomo preoccuparsi per Dio. La giovane olandese ha vissuto in anni drammatici, durante e dopo i quali, come abbiamo visto, molti ebrei si sono chiesti se era ancora possibile credere in Dio. Le promesse fatte ai patriarchi in anni ormai lontanissimi sembravano essersi definitivamente infrante, il Messia tanto atteso tardava a giungere... Ebbene, proprio in quel periodo, Etty capisce che il rapporto tra Dio e l'uomo non si è interrotto, anzi, è più vivo che mai, solamente si basa su presupposti diversi. Etty non si chiede perché gli ebrei vengono perseguitati, perché Dio non fa qualcosa per aiutarli, perché non interviene con il suo braccio potente. Accetta il mistero [33]', nella consapevolezza che non è ancora arrivato il momento di porsi domande e cercare delle risposte. Ci sarà un tempo per capire, ora l'uomo può soltanto decidere in quale modo affrontare l'oscurità dilagante. Si può scegliere la disperazione, angosciarsi chiedendosi perché Dio non fa nulla, oppure domandarsi che cosa l'uomo può fare per Dio. Etty ha scelto questa seconda via. Ritiene infatti che la responsabilità prima di quanto sta avvenendo non possa essere attribuita a Dio [34]'. Soltanto l'uomo è colpevole; è stata la malvagità umana ad allontanare Dio [35]. Se Dio tace, accade perché l'uomo non è più in grado di ascoltare la sua voce. Etty è convinta anzi che anche Dio stia soffrendo insieme agli ebrei [36].
Ma se l'uomo è responsabile, tocca sempre all'uomo prendere l'iniziativa per risolvere la situazione. Dio non può fare nulla senza l'uomo, deve essere aiutato.

E se Dio non mi aiuterà più, allora sarò io ad aiutare Dio (...) [37]. Non mi faccio molte illusioni su come le cose siano veramente e rinuncio persino alla pretesa di aiutare gli altri, partirò sempre dal principio di aiutare Dio il più possibile e se questo mi riuscirà, bene, allora vuol dire che saprò esserci anche per gli altri [38].

Per Etty, avere cura di Dio significa dunque avere cura degli altri, o meglio, della presenza di Dio negli altri. Più avanti, parlando direttamente con Lui, aggiunge:

Cercherò di aiutarti affinché tu non venga distrutto dentro di me, ma a priori non posso promettere nulla. (...) tu non puoi aiutare noi, (...) siamo noi a dover aiutare te, e in questo aiutiamo noi stessi. L'unica cosa che possiamo salvare di questi tempi, e anche l'unica che veramente conti, è un piccolo pezzo di te in noi stessi, mio Dio. E forse posso anche contribuire a disseppellirti dai cuori devastati degli altri uomini. Sì, mio Dio, sembra che tu non possa far molto per modificare le circostanze attuali ma anch'esse fanno parte di questa vita. Io non chiamo in causa la tua responsabilità, più tardi sarai tu a dichiarare responsabili noi [39]. (...) tu non puoi aiutarci, ma tocca a noi aiutare te, difendere fino all'ultimo la tua casa in noi. Esistono persone che all'ultimo momento si preoccupano di mettere in salvo aspirapolveri, forchette e cucchiai d'argento – invece di salvare te, mio Dio. E altre persone, che sono ormai ridotte a semplici ricettacoli di innumerevoli paure e amarezze, vogliono a tutti i costi salvare il proprio corpo [40]. Dicono: me non mi prenderanno. Dimenticano che non si può essere nelle grinfie di nessuno se si è nelle tue braccia. Comincio a sentirmi un po' più tranquilla, mio Dio, dopo questa conversazione con te [41].

Questo lungo passo contiene molto del pensiero di Etty, ed anche della sua acuta sensibilità. Si noti, per esempio, la bellissima espressione «difendere fino all'ultimo la tua casa in noi»: l'immagine dell'uomo come «casa di Dio» riecheggia immediatamente nel cristiano la parabola di Mt 7, 24-27 (l'uomo saggio è colui che costruisce la propria casa sulla roccia), con rovesciamento della prospettiva. Nel passo evangelico, Cristo paragona metaforicamente il suo insegnamento ad una casa innalzata sulla roccia; per coloro che l'ascoltano e la mettono in pratica, la Parola di Dio è quindi una casa solida ed indistruttibile, che non può essere abbattuta dal vento o dai rovesci meteorologici. Etty paragona invece se stessa, e gli uomini in generale, ad una casa [42]: il cuore umano diventa allora una casa costruita sulla roccia, dove Dio può trovare ospitalità e rifugio. Ma è necessario che l'uomo difenda quella casa dalle intemperie, ossia conservi dentro di sé un posto per Dio anche nella tragica esperienza della persecuzione, anzi, ancor di più in un contesto dominato dalla «paura» e dalle «amarezze».

Alcuni commentatori, ritengono che la giovane ebrea abbia in un certo senso anticipato alcuni degli interrogativi e dei tentativi di risposta affrontati dalla teologia dopo Auschwitz. In particolare, suggeriscono una vicinanza tematica con la proposta di Jonas. Anche Etty, dunque, penserebbe ad un Dio debole ed impotente [43].
M.G. Noccelli suggerisce un accostamento tra il pensiero di Etty Hillesum, quello successivo di Jonas e quello contemporaneo di D. Bonhoeffer [44]. In particolare, ritiene che si possano individuare delle analogie tra le riflessioni della giovane ebrea olandese e la «teologia senza Dio» del pensatore tedesco. Dal momento che è impossibile sintetizzare in poche righe la complessa ed articolata teologia di Bonhoeffer, ci limiteremo ad analizzare brevemente solo gli spunti utili per l'argomento affrontato.
Nelle lettere composte durante la detenzione nel campo di Flossemburg [45], Bonhoeffer scrive che in tempi tanto oscuri, bisogna abbandonare il Dio della religione per abbracciare il Dio della fede. Il cristianesimo annunciato secondo modalità tradizionali, ossia come religione di redenzione, si trova ad attraversare una crisi epocale, determinata dall'incapacità di rispondere in modo adeguato al male imperante. Bonhoeffer crede pertanto che si debba annunciare Cristo in modo «non religioso», ovvero rinunciando ad alcune categorie teologiche classiche, in primis l'onnipotenza di Dio. Occorre parlare di fede come se «Dio non fosse». L'unico volto di Dio comprensibile è quello del Cristo sofferente sulla croce, il Dio debole che ha accettato di condividere la sorte umana fino alla morte.

Davanti e con Dio viviamo senza Dio. Dio si lascia cacciare fuori dal mondo sulla croce. Dio è impotente e debole nel mondo e appunto solo così egli ci sta al fianco e ci aiuta. È assolutamente evidente, in Mt 8, 17, che Cristo non aiuta in forza della sua onnipotenza, ma in forza della sua debolezza, della sua sofferenza' [46].

La tirannia nazista e le sue conseguenze hanno dunque dimostrato che è necessario pensare Dio in modo diverso dal passato e che il testimone, in un certo senso, passa nelle mani dell'uomo «chiamato, paradossalmente, a partecipare alla passione di Dio di fronte a un mondo senza Dio» [47].
Per quanto si possano individuare delle somiglianze, la complessità del pensiero teologico di Bonhoeffer è del tutto assente negli scritti di Etty e anche il punto di vista sembrerebbe diverso. La giovane non discute l'onnipotenza di Dio, non valuta le Sue effettive capacità di intervento (o non-intervento) negli accadimenti umani, non pare alludere ad un Dio che ha vestito la debolezza dell'uomo fino alla morte in croce, in verità, quando si rivolge a Dio, non sembra neppure avere in mente Cristo; di sicuro quella di Dio è una presenza forte e viva nella sua esistenza, una «persona» in cui mai smette di avere fede, se persino nell'ultimo biglietto, lanciato dal treno che la conduceva ad Auschwitz, ha avuto la forza di citare un salmo biblico di fiducia: «Tu sei il mio alto ricetto», la mia casa, il mio rifugio [48]. La riflessione di Etty parte da una realtà diversa, forse più semplice e quotidiana, ovvero il rapporto intimo e familiare con Dio. E proprio come accade in una famiglia (ci sia concesso il paragone forse un po' azzardato), quando uno dei componenti si trova in difficoltà, tocca agli altri attivarsi per aiutarlo a superare l'empasse. È quello che Etty desidera fare: aiutare Dio perché Lui l'ha aiutata a ritrovare se stessa e, aiutando Dio, aiutare gli altri «membri» della sua famiglia, gli ebrei di Westerbork. In un'epoca storica in cui gli uomini si sono allontanati da Dio lasciandosi dominare dall'odio, cacciandolo fuori dal proprio cuore, come vedremo più avanti, tocca ancora all'uomo aiutare Dio, facendogli di nuovo spazio dentro di sé. Leggendo il diario, si ha dunque l'impressione che il senso ultimo delle riflessioni di Etty vada cercato altrove.
Non bisogna poi dimenticare che le meditazioni di Etty non appaiono mai nella forma del pensiero sistematico, della ricerca condotta con metodo e strutturata secondo precise categorie logiche. Si tratta pur sempre di pensieri sparsi, per certi versi frammentari, a volte persino singole frasi collocate in contesti assai diversi per stile e contenuto, di considerazioni scaturite dal fondo stesso di un'interiorità in ebollizione, gettate su fogli bianchi con l'urgenza dettata dallo scorrere veloce del tempo, quasi senza alcuna mediazione razionale. Un balbettio, per usare l'espressione di Jonas. Etty non ha avuto la possibilità materiale di sistemare i suoi appunti, di ordinarli in modo coerente e consequenziale, anche se si augurava di poterlo fare. Non sappiamo come questo suo pensiero in nuce si sarebbe evoluto se avesse fatto ritorno da Auschwitz, dopo aver sperimentato di persona la crudele realtà dei campi di sterminio. Di conseguenza, ora, non siamo autorizzati a spingerci troppo oltre nell'interpretazione. Quello di Etty, rimane soprattutto un invito alla responsabilità ed all'accettazione della realtà così com'è, senza false illusioni. Soltanto in questo modo, infatti, è possibile mantenere intatta la propria dignità umana, anche in mezzo a gente che fa di tutto per cancellarla. La fede in Dio l'ha aiutata a dare scopo ad un'esistenza che sembrava aver perduto ogni senso. Etty infatti, si prefigge alcuni traguardi: non perdere mai la fede e la speranza, diventare «casa», rifugio per Dio [49], disseppellirlo nel cuore delle altre persone, donare loro ancora una ragione per vivere e non abbandonarsi alla disperazione. Vuole essere «il cuore pensante della baracca» [50]. Riconoscere che anche Dio ha bisogno d'aiuto la fa sentire più forte, soprattutto le permette di scoprirsi utile per chi le sta attorno. E aiuta lei ad accettare il suo destino con serenità, a sopportare la sofferenza, anzi ad integrarla nella vita.

Ho provato a guardare in faccia il "dolore" dell'umanità, coraggiosamente e onestamente, ho affrontato questo dolore o piuttosto lo ha fatto qualcosa in me stessa, molti interrogativi disperati hanno trovato una risposta, l'assurdità completa ha ceduto il posto a un po' più d'ordine e di coerenza: ora posso andare avanti di nuovo [51].
La sofferenza non è al di sotto della dignità umana. Cioè: si può soffrire in modo degno o indegno dell'uomo. Voglio dire: la maggior parte degli occidentali non capisce l'arte del dolore, e così vive ossessionata da mille paure. (...) Il dolore ha sempre preteso il suo posto e i suoi diritti, in una forma o nell'altra. Quel che conta è il modo con cui lo si sopporta, e se si è in grado si integrarlo nella propria vita e, insieme, di accettare ugualmente la vita [52].

Frank suggerisce un termine molto significativo per descrivere l'atteggiamento di Etty: resilienza. Si tratta di un'espressione oggi utilizzata anche in campo psicologico, ma attinente di per sé ad una proprietà dei metalli, ossia la capacità di sopportare gli urti senza spezzarsi [53]. Anche Etty ha saputo resistere a molti "urti" della vita, pur essendo una donna insicura e per certi aspetti fragile: l'ambiente familiare poco sereno, la malattia mentale del fratello prediletto Mischa, i suoi stessi dubbi esistenziali, la morte di Spier, la persecuzione nazista, Westerbork, la deportazione. E c'è riuscita grazie alla fede.
Quello di Etty può forse sembrarci un pensiero ingenuo, il tentativo di trovare un senso a quanto stava vivendo aggrappandosi alla fiducia in "qualcosa" di più grande. Senza soffermarsi sul fatto che i pensieri di Etty potrebbero sollevare le obiezioni che spesso vengono rivolte ai cristiani, ossia di tollerare il dolore con eccessiva passività e rassegnazione, senza fare nulla per combatterlo. La stessa Etty temeva di essere fraintesa. I suoi amici non la capivano e dovette quasi litigare con loro per convincerli che il suo desiderio di restare a Westerbork non nasceva dalla rassegnazione [54] e, né era il risultato di un recondito desiderio di eroismo.

Molte persone mi rimproverano per la mia indifferenza e passività e dicono che mi arrendo così, senza combattere. Dicono che chiunque possa fuggire alle loro grinfie [dei tedeschi NdR] deve provare a farlo, che questo è un dovere, che devo far qualcosa per me.(...)
Il buffo è che io non mi sento nelle loro grinfie, sia che io rimanga qui, sia che io venga deportata. (...) mi sento soltanto nelle braccia di Dio, per dirla con enfasi. (...) Mi rendo conto di tutto fin nei minimi dettagli, credo che nel mio "confrontarmi" interiore con le cose io stia saldamente piantata sulla terra più dura della realtà più dura. (...) Non è neppure che io voglia correre in braccio alla mia morte con un sorriso rassegnato. È il senso dell'ineluttabile e la sua accettazione, la coscienza che in ultima istanza non ci possono togliere nulla. (...) quel poco o molto che ho da dare lo posso dare comunque, che sia qui in una piccola cerchia di amici o altrove, in un campo di concentramento. E mi sembra una curiosa sopravvalutazione di se stessi, quella di ritenersi troppo preziosi per condividere con gli altri un "destino di massa" [55].

L'atteggiamento assunto da Etty non è il frutto di passiva rassegnazione, ma una scelta ponderata con attenzione, che nasce dalla lucida consapevolezza della realtà, dalla volontà di vivere fino in fondo il «destino di massa» che accomuna tutti gli ebrei, dal desiderio di non doversi sentire in colpa, un domani, per aver anteposto la propria salvezza personale alla condivisione di una sofferenza comune. Sostanzialmente, Etty ritiene che i nazisti possono privare gli ebrei di tutto, persino della loro dignità, ma non della libertà di decidere come comportarsi di fronte al nemico. Ci sono situazioni in cui il singolo, da solo, non può fare molto, anzi, si ritrova del tutto impotente e disarmato, eppure, anche in simili situazioni, continua a possedere "un'arma" che nessuno potrà togliergli: scegliere come reagire.
Etty ha deciso di non cedere all'odio generalizzato che sta avvelenando l'anima delle persone [56]. Certo, bisogna reagire con indignazione [57] di fronte ai soprusi ed alle ingiustizie, ma mai cedere all'odio.
Scrive infatti nelle Lettere:

Laggiù [a Westerbork NdR] ho potuto toccare con mano come ogni atomo di odio che si aggiunge al mondo lo rende ancora più inospitale. E credo anche, forse ingenuamente ma ostinatamente, che questa terra potrebbe ridiventare un po' più abitabile solo grazie a quell'amore di cui l'ebreo Paolo scrisse agli abitanti di Corinto nel tredicesimo capitolo della sua prima lettera [58].

Il pensiero di Etty sull'odio e sul male presente nel mondo è contemporaneamente spontaneo e complesso. Spontaneo, perché nasce dalle sue riflessioni più intime, scaturisce dall'essenza del suo essere; complesso, perché, come si diceva poco sopra, non si tratta di un pensiero sistematico ma piuttosto frammentario, intrecciato con altri concetti, dunque non semplice da sbrogliare ed interpretare.
Anzitutto, Etty rifiuta l'odio come "risposta", seppure comprensibile, alle malvagità compiute dai nazisti. Paradossalmente, l'odio per i tedeschi è la soluzione "più comoda", perché induce a identificare in modo inequivocabile bene e male, vittime e carnefici, innocenti ed assassini, accecando le vittime, impedendo loro di analizzare in modo più lucido se stesse. Etty sembra essere convinta che il male sia una realtà troppo grande per essere addossata ai soli nazisti.

Una volta è Hitler; un'altra è Ivan il Terribile, per quanto mi riguarda; in un caso è la rassegnazione, in un altro sono le guerre, o la peste e i terremoti e la carestia. Quel che conta in definitiva è come si porta, sopporta e risolve il dolore e si riesce a mantenere intatto un pezzetto della propria anima [59].

Anche le vittime, nota la giovane, potrebbero trasformarsi in carnefici, soprattutto nell'inferno dei campi [60]. È necessario capire bene il senso di queste riflessioni: Etty condanna in modo netto le persecuzioni e i soprusi di cui lei stessa era stata testimone a Westerbork, tuttavia ritiene che non si possa giudicare il male presente negli "altri", i nemici, se prima non si è disposti a riconoscere quello che cova dentro ciascuno di noi [61]. Ricordando una conversazione avuta nel mattino con un compagno di studi, annota:

Jan chiedeva con amarezza: cosa spinge l'uomo a distruggere gli altri? E io: gli uomini, dici – ma ricordati che sei un uomo anche tu. (...) Il marciume che c'è negli altri c'è anche in noi, continuavo a predicare; e non vedo nessun'altra soluzione, veramente non ne vedo nessun'altra, che quella di raccogliersi in noi stessi e di strappare via il nostro marciume. Non credo più che si possa migliorare qualcosa nel mondo esterno senza aver prima fatto la nostra parte dentro di noi. È l'unica lezione di questa guerra: dobbiamo cercare in noi stessi, non altrove [62].

Etty conclude dicendo che queste semplici considerazioni, a cui è giunta proprio quando gli ebrei vengono imprigionati e picchiati solo perché ebrei, hanno contribuito ad illuminare il buio di quella giornata.
«Cercare in se stessi» significa infatti osservare la realtà secondo una diversa prospettiva, capire che, in fondo, vittime e carnefici condividono la stessa imperfetta umanità. Ancora occorre precisare: tutto ciò non implica giustificare i nazisti e le loro azioni; piuttosto, vuol dire essere consapevoli che, se le vittime riescono a dominare i propri istinti negativi e a non cedere all'odio, i carnefici, invece, dell'odio e del male sono diventati gli «agenti». Le vittime mantengono intatta la propria interiorità (o almeno, dovrebbero tentare di farlo), i carnefici, invece, si sono smarriti, hanno perso il contatto con la propria anima. Le vittime hanno ancora un'alternativa, una possibilità di scelta (non cedere all'odio, restare liberi interiormente), i carnefici vi hanno rinunciato da tempo [63]. Ritorna anche qui l'importanza di assumere un atteggiamento assertivo di fronte alle tragedie ed alle malvagità umane [64].
Etty, tuttavia, lascia aperta una problematica pesante: se il male è una "realtà" più grande dell'uomo, se gli esseri umani sono strumenti attraverso cui si realizzano sia il bene che il male, allora da dove ha origine la malvagità? Una altro aspetto problematico è rappresentato dal fatto che la giovane continua a credere all'uomo fatto «ad immagine e somiglianza di Dio». Ma se ciò è vero, allora anche gli aguzzini conservano tracce di quella somiglianza. Etty stessa è cosciente del problema, ma non va oltre la constatazione della difficoltà, non si chiede a quale Dio assomigli l'uomo [65]. La giovane olandese non affronta simili questioni, si limita a constatare che il male esiste, che può colpire chiunque, anche chi lo subisce, e che si può solo decidere di allontanarlo da sé mantenendo intatto «un pezzetto della propria anima», liberandosi del «marciume» interiore e dell'odio, facendo spazio dentro se stessi ad una forza più grande, ad un'energia più potente e positiva: Dio.
Quello di Etty non è solo un invito alla fede, ma anche e soprattutto una sollecitazione alla responsabilità individuale [66], ovvero ai doveri di ciascun individuo, di fronte alla società ed agli avvenimenti storici in corso. Abbandonare l'odio ed il rancore, equivale a scoprirsi solidali con chi ne è vittima e sentirsi spinti ad agire per alleviare le sofferenze altrui. Etty non vuole ergersi a giudice degli uomini, neppure dei tedeschi e, in fondo, l'assenza di giudizio è una forma di reazione non-violenta che mette ancor più in evidenza le differenze esistenti tra carnefice e vittima. Vuole anche mantenere intatte, contemporaneamente, la fede in Dio e la fiducia negli uomini. Parafrasando la mistica ebraica, così come il maestro mistico ricerca le scintille divine disperse nella realtà dopo la «rottura dei vasi», Etty Hillesum ha cercato le scintille di umanità presenti nel mondo dopo la deflagrazione provocata dalla Shoah.

Dio: continuo a guardare le cose in faccia e non voglio fuggire dinnanzi a nulla, cerco di comprendere i delitti più gravi, cerco ogni volta di rintracciare il nudo, piccolo essere umano che spesso è diventato irriconoscibile. In mezzo alle rovine delle sue azioni insensate[67].

Di nuovo ci chiediamo: siamo di fronte ad un pensiero ingenuo? Ad un tentativo di farsi forza in circostanze drammatiche? Forse. Di fatto, tuttavia, molti altri tentativi di risposta, più sistematici e razionali, hanno fallito. Mentre il pensiero di Etty Hillesum sembra aprire la strada a prospettive di senso almeno più consolanti. E comunque, leggendo il Diario e le Lettere, non si ha affatto l'impressione di trovarsi di fronte ad una ragazza ingenua, ma anzi ad una donna perfettamente consapevole di quello che stava accadendo e delle sue implicazioni. Etty non si considerava un'eroina, né pensava di avere doti speciali, anzi, era perfettamente conscia dei suoi molti limiti, soprattutto di carattere fisico, e talvolta dubitava persino sulle sue capacità di resistere a lungo in un lager [68].
Semplicemente, sente che non può fare altro. L'unico modo per opporsi alla crudeltà ed alla disperazione, per continuare a conservare intatta la dignità umana [69], è riaffermare testardamente il proprio amore per la vita e la fede in Dio.

Sì, mio Dio, ti sono molto fedele, in ogni circostanza, non andrò a fondo e continuo a credere nel senso profondo di questa vita; (...) ti sembrerà incomprensibile, ma trovo la vita così bella e mi sento felice [70].
Non voglio essere il cronista di orrori. E neanche di fatti sensazionali. (...) la vita è bella e credo in Dio. E voglio stare proprio in mezzo ai cosiddetti "orrori" e dire ugualmente che la vita è bella. (...) Poco fa mi sono svegliata con la gola secca, ho afferrato il mio bicchiere ed ero così riconoscente per quel sorso d'acqua, ho pensato: se solo potessi andare in giro fra quelle migliaia di uomini ammassati laggiù e potessi offrire un sorso d'acqua ad alcuni di loro. (...) Non credo di avere nervi d'acciaio, credo anzi di avere dei nervi piuttosto sensibili, però sono in grado di "resistere". Ho il coraggio di guardare in faccia ogni dolore [71].
Si vorrebbe essere un balsamo per molte ferite [72].

Quella di Etty è, in ultima analisi, una forma di resistenza morale che non può lasciare indifferenti. Al di là delle opinioni personali che, legittimamente, ciascuno può avere sul suo pensiero, l'invito ad aver coscienza di sé, a lavorare su se stessi per accettare la realtà ed essere liberi dai condizionamenti esteriori, è una bella lezione [73].
In conclusione, che ci resta da dire?
Questo rapido sguardo tra gli scritti di Etty Hillesum può aiutarci a trovare una risposta agli interrogativi che abbiamo incontrato nel corso della nostra ricerca? Non è facile rispondere. Quella di Etty rimane una vicenda strettamente personale e come tale va considerata. Certamente, suscita nel lettore una profonda ammirazione e lascia l'impressione che l'ultima parola spetti alla speranza. A distanza di anni, Etty sembra volerci dire che l'unico modo per opporsi alla barbarie è non cedere alla disumanizzazione che essa produce, continuando contemporaneamente ad avere fiducia in se stessi, nell'umanità e, per chi crede, in Dio.
Oppure, come direbbe Jonas, anche questo non è altro che un balbettio, l'ennesimo tentativo di trovare una risposta a qualcosa che forse risposta non ha...

 

NOTE

1 E. HILLESUM, Diario. 1941-1943, Adelphi, Milano 2003. Il diario si chiude con l'annotazione del 13 ottobre 1942. Etty affidò gli 11 quaderni ad un'amica di Amsterdam perché li conservasse, chiedendole anche di provvedere alla pubblicazione nell'eventualità che non fosse tornata viva dalla Polonia. Sappiamo che la giovane continuò a tenere un diario ancora per dieci mesi, durante il periodo di permanenza nel campo di transito di Westerbork, fino alla sua partenza per Auschwitz. Ma tale diario, purtroppo, è andato perduto, poiché probabilmente Etty lo portò con sé in Polonia, dove fu distrutto insieme con i suoi effetti personali.
2 E. HILLESUM, Lettere. 1941-1943, Adelphi, Milano 2003. Le lettere, inviate a vari amici, sono un prezioso documento per conoscere le condizioni di vita nel campo di Westerbork. Una di esse, scritta nel dicembre 1942 ed indirizzata a «due sorelle dell'Aia», fu pubblicata l'anno successivo dalla Resistenza olandese, come documento di denuncia e testimonianza; ciò conferma il fatto che, almeno in Europa settentrionale, la situazione degli ebrei era nota.
3 I testi, fatti circolare una prima volta alla fine del conflitto, non suscitarono inizialmente l'interesse degli editori olandesi. Soltanto negli anni Ottanta essi furono infine pubblicati grazie alla perseveranza di alcuni cari amici di Etty, ottenendo immediatamente un enorme successo. L'attuale edizione italiana del Diario, è in realtà una versione ridotta dell'originale olandese, che consta di circa quattrocento pagine. Negli anni Novanta ebbero inizio gli studi sugli scritti della Hillesum, a partire dal testo di T. Todorov, Di fronte all'estremo, di cui si parlerà in seguito.
4 «Siamo in presenza di un essere umano che in tutta onestà cerca la sua strada. Certo, noi la vediamo nei suoi progressi e nei suoi affanni. Non abbiamo davanti agli occhi soltanto l'esito vittorioso del lavoro su di sé. Siamo testimoni dei momenti di stasi, addirittura di regresso, ma anche delle conquiste; vediamo i moti d'impazienza, ma anche gli slanci gloriosi. Per il lettore tutto questo è assai incoraggiante ed istruttivo». Cfr. E. FRANK, Con Etty Hillesum. Alla ricerca della felicità, un cammino inatteso, Gribaudi, Milano 2005, p. 9.
5 Per una panoramica esauriente e dettagliata sulla vita di Etty, cfr. P. DREYER, Etty Hillesum. Una testimone del Novecento, Ed. Lavoro, Roma 2000, pp. 9-30; I. GRANSTEDT, Ritratto di Etty Hillesum, Paoline, Milano 2003, pp. 17-54; P. LEBEAU, Etty Hillesum. Un itinerario spirituale, Amsterdam 1941-Auschwitz 1943, Paoline, Milano 2000, pp. 13-22.
7 Il padre di Etty era un intellettuale molto erudito, più adatto agli studi che ai rapporti sociali. Conosceva molte lingue, tra cui, oltre a latino e a greco, anche francese e russo, e pur non essendo praticante, era affascinato dallo studio della Bibbia, che confrontava con i grandi classici, soprattutto Omero.
' Cfr. sull'argomento gli approfondimenti di DREYER, Etty Hillesum, 17-30 e GRANSTEDT, Ritratto, pp. 47-54.
8 Tra di essi, anche la famiglia di Anne Frank. I nazisti avevano stimato che nei Paesi Bassi vivessero circa 161.000 ebrei.
9 Notizie approfondire su Spier e sul suo lavoro si possono trovare in N. NERI, Un'estrema compassione. Etty Hillesum testimone e vittima del Lager, B. Mondadori, Milano 1999 e in LEBEAU, Etty Hillesum, pp. 23-61.
10 Cfr. W. TOMMASI, Etty Hillesum. L'intelligenza del cuore, Edizioni Messaggero, Padova 2002, pp. 19-44.
11 Come vedremo più avanti, Spier svolse un'importante opera di «mediazione tra Etty e lo studio della Bibbia, tanto che nell'immaginario della giovane donna, la Spier e la Bibbia resteranno sempre uniti». Julius Spier, seppure fosse ebreo praticante, introdusse la Hillesum allo studio dell'Antico, e del Nuovo Testamento, oltre che di alcuni autori cristiani. Per approfondire l'argomento, si veda la sezione Le scritture: bellezza, forza, consolazione, in Frank, Con Etty Hillesum, pp. 13-29 (la citazione riportata poco sopra si trova a p. 14).

12 HILLESUM, Diario, pp. 171-173: «Quella lettera in cui faccio domanda al Consiglio Ebraico (...) per un po' mi ha fatto perdere l'equilibrio. Quasi fosse un'azione indegna – questo star tutti addosso a quell'unico pezzetto di legno che va alla deriva sull'oceano infinito dopo il naufragio, questo salvare il salvabile, spingersi a forza di gomiti, provocare l'annegamento altrui, tutto così indegno (...). Io appartengo piuttosto al genere di persone che preferiscono galleggiare ancora un po' sull'oceano, stesa sul dorso con gli occhi rivolti al cielo (...)».
13 HILLESUM, Lettere, pp. 42-44.
14 Etty, in quanto membro del Consiglio ebraico, godeva di una relativa libertà di movimento.
15 Cfr. LEBEAU, Etty Hillesum, p. 238, nota n° 158 ; GRANSTEDT, Ritratto, p. 30. La deportazione di Etty ad Auschwitz fu probabilmente frutto di un fraintendimento. Gli amici olandesi, infatti, avevano più volte avanzato presso le autorità tedesche richieste per salvare il fratello minore Mischa, apprezzato pianista dall'equilibrio psicologico precario, ma i tentativi erano andati a vuoto poiché Mischa esigeva che anche i genitori godessero dello stesso privilegio. Nel settembre del 1943, Riva Hillesum, la madre, scrisse personalmente al comandante in capo delle SS, Rauter, che, irritato dalle continue richieste, ordinò che Mischa fosse deportato immediatamente con tutta la famiglia. Il comandante di Westerbork, Gemmeker, prese l'ordine alla lettera e incluse Etty nella lista dei detenuti in partenza, anche se il suo nome non compariva nel provvedimento e, in quanto membro del Consiglio ebraico, sarebbe probabilmente rimasta al campo fino all'ultimo convoglio.
16 Sempre secondo informazioni della Croce Rossa internazionale, i genitori di Etty morirono probabilmente durante il trasporto da Amsterdam, o comunque nelle camere a gas appena giunti al campo. Mischa Hillesum sopravvisse alla sorella solo pochi mesi, fino a marzo 1944. Jaap Hillesum, che si era allontanato dalla famiglia, fu dapprima internato a Westerbork, dove rimase fino a febbraio 1944, quando fu deportato a Bergen Belsen; mori il 17 aprile 1945 nel treno che trasportava i detenuti verso altre destinazioni e che fu liberato dall'esercito russo qualche giorno dopo.
17 GRANSTEDT, Ritratto, p. 34.
18 Sull'argomento, cfr. NERI, Un'estrema compassione, pp. 3-15.
19 Sull'argomento, cfr. LEBEAU, Etty Hillesum, pp. 50-51; HILLESUM, Diario, pp. 81-85: «Per cinque minuti ho vissuto l'angoscia di tutte quelle ragazze che s'accorgono con terrore di aspettare un figlio non desiderato. (...) trovo che la vita è sostanzialmente un gran calvario e che tutti gli esseri umani sono infelici, quindi non voglio prendermi la responsabilità di aumentare il numero di quegli sventurati. (...) Ho assistito poco tempo fa alla scena di Mischa, che in uno stato di totale confusione, era stato portato a forza in una casa di cura, ho giurato allora che dal mio grembo non nascerà mai un essere altrettanto infelice».
20 Etty è stata una testimone diretta della persecuzione contro di ebrei, la sua voce ci racconta la Shoah mentre era in corso, e ciò rende i suoi scritti ancora più significativi. Senza nulla togliere alle testimonianze dei sopravvissuti, la cui importanza è indiscutibile, le parole di Etty suscitano una forte impressione nel lettore, perché sono il frutto di un'esperienza vissuta e descritta senza i filtri e le mediazioni che la razionalità ed il «distacco» temporale possono avere introdotto nella rielaborazione successiva degli eventi. Lo stile utilizzato, inoltre, è quello sobrio e privo di fronzoli dell'osservatore che, pur evitando senzionalismi o frasi ad effetto, partecipa empaticamente alla realtà e, proprio per questo, riesce ad interpretarla in modo lucido. Etty era pienamente consapevole del suo ruolo di "testimone"; la sua scrittura, nata come urgenza interiore, desiderio di esplorare se stessa per comprendersi meglio, con il passare dei mesi diviene uno strumento consapevole per lasciare traccia di quanto sta accadendo.
21 Frank sintetizza osservando: «Tanto più notevole è il fatto che Etty Hillesum abbia come punto di partenza della sua esistenza un contesto familiare difficile, una psiche ferita e degli orientamenti derivanti da scelte personali spesso limitanti. A ciò si aggiunge che la sua formazione avvenne in piena persecuzione nazista». Cfr. FRANK, Con Etty Hillesum, p. 7.
22 Etty possedeva comunque una cultura vasta e multiforme, che spaziava in vari settori: i grandi della letteratura (su tutti i romanzieri russi, particolarmente Dostoevskij, e l'amato poeta tedesco R.M. Rilke), filosofia, psicologia (soprattutto C.G. Jung), gli scritti di S. Agostino, S. Francesco, Tommaso da Kempis. In seguito meditò a lungo sulla Bibbia, sia l'Antico che il Nuovo Testamento. Molti studiosi ritengono che Rilke e Dostoevskij, oltre a Spier, hanno in qualche modo aperto la strada alla lettura della Bibbia. Frank, nel volume citato, pp. 16-17, crede che possano essere ritenuti due autori «profani», nel senso etimologico del termine: pro, davanti, fanum, tempio; i due scrittori, dunque, «stanno davanti al tempio», introducono Etty allo studio del testo sacro. Di certo Etty amava molto Dostoevskij, con la cui esperienza esistenziale si identificava (il romanziere russo fu detenuto per alcuni anni in una campo di lavoro in Siberia ), e con il poeta tedesco, tanto da portare con sé a Westerbork Lettere ad un giovane poeta, oltre, naturalmente, alla Bibbia.
23 HILLESUM, Diario, pp. 196-199: nell'annotazione dedicata alla morte di Spier, Etty scrive «Sei tu che hai liberato le mie forze, tu che mi hai insegnato a pronunciare con naturalezza il nome di Dio. Sei stato l'intermediario tra Dio e me, e ora che te ne sei andato la mia strada porta direttamente a Dio (...). Ora sarò io l'intermediaria per tutti quelli che potrò raggiungere».
24 «Il suo esempio di vita va al di là della tolleranza, per esprimere il bisogno di vivere Dio ben oltre le pareti costrittive di una singola confessione, in uno spazio ideale dal quale ci si può rivolgere alle persone (...) aperte profondamente alla spiritualità (...) [che] vivono il bisogno di esprimere anche visibilmente la propria fede». NERI, Un'estrema compassione, p. 19.
25 Cfr. TOMMASI, Etty Hillesum, pp. 87-107; LEBEAU, Etty Hillesum, pp. 102-119 e la sezione "Strana storia (...) della ragazza che ha imparato a pregare", in FRANK, Con Etty Hillesum, pp. 30-51. Etty aveva scoperto con emozione dentro di sé il bisogno di pregare inginocchiandosi di fronte a Dio. Si può dire che proprio da tale bisogno è incominciato il suo cammino di fede. Lebeau riporta in proposito un passo tratto dall'edizione integrale del diario: «Questo pomeriggio mi sono ritrovata tinto a un tratto inginocchiata sul tappetino marrone della stanza da bagno (...). Non sono capace di inginocchiarmi bene, provo una specie di vergogna. Perché? Senz'altro perché in me c'è anche una propensione critica, razionalista, per non dire atea. Eppure ogni tanto sento un profondo desiderio di inginocchiarmi, con le mani sul volto, e di trovare così una pace profonda, rimettendomi all'ascolto di una sorgente nascosta nel più profondo di me stessa» (p. 102). Si noti il tono quasi «distaccato» con cui la giovane donna descrive se stessa, come se si stesse osservando dall'esterno. Eppure, emerge in modo netto lo stupore provato quando ha avvertito dentro di sé il desiderio di inginocchiarsi e pregare. Etty aveva anche scritto un racconto, La ragazza che non sapeva inginocchiarsi, che purtroppo è andato perduto.
26 HILLESUM, Diario, p. 60.
27 «L'esperienza di Dio in Etty si fa strada come conoscenza di se stessa, come ritrovamento di quell'equilibrio dinamico che nasce dall'aderire e dall'essere in sintonia con la propria realtà interna. Tutto riconduce ad un'idea guida del suo pensiero, che ogni cambiamento sia possibile solo partendo dal lavoro di ogni uomo su se stesso. Un lavoro che diventa pure lavoro in favore di Dio». Cfr. M.G. NOCCELLI, Oltre la ragione. Risonanze filosofiche dal pensiero e dall'itinerario esistenziale di Etty Hillesum, Apeiron, Roma 2004, p. 81.
28 Facendo un paragone, così come Anne Frank nel suo diario si rivolge all'amica immaginaria Kitty, Etty ha scelto come "destinatario" delle sue riflessioni Dio, al quale "parla" con assoluta confidenza, senza nascondere nulla. Non c'è neppure bisogno di intestazioni specifiche: bastano gli intercalare per farci comprendere che Dio è il principale interlocutore delle lettere di Etty (un esempio soltanto: «Parlerò con te, mio Dio, posso?», lettera del 15 settembre 1942, HILLESUM, Diario, p. 194)
29 Ivi, p. 111.
30 «Il pathos non denota un'idea di bontà, ma una viva preoccupazione; non è un esempio immutabile, ma una sfida suprema, un rapporto dinamico tra Dio e l'uomo, non un semplice sentimento o uno stato d'animo, ma un atto o un atteggiamento composto di vari elementi spirituali, non un semplice sguardo contemplativo sul mondo, ma un appassionato invito... Egli [Dio] è personalmente coinvolto, perfino influenzato dalla condotta e dal destino dell'uomo». HESCHEL, Il messaggio, p. 9.
31 «Sollecitudine divina significa l'interesse che Dio rivolge al destino dell'uomo; significa che la condizione morale e spirituale dell'uomo impegna la sua attenzione. Se è vero che la sua sollecitudine rimane per la maggior parte di noi uno dei misteri più impenetrabili, è altrettanto vero che per coloro la cui vita è aperta a Dio, la sua attenzione e il suo amore costituiscono un'esperienza costante". A. HESCHEL, L'uomo non è solo, Rusconi, Milano 1970, p. 150.
32 «Dio e l'uomo hanno un compito comune e anche una reciproca responsabilità (...). La religione non concerne l'uomo soltanto: al contrario, essa è un'istanza di Dio e una rivendicazione dell'uomo, per il primo un'attesa, per il secondo un'aspirazione. (...) La religione esprime un compito da svolgere nell'ambito del mondo dell'uomo, ma i suoi fini vanno molto più in là. Perciò la Bibbia ha proclamato la legge non solo per l'uomo, ma, nello stesso tempo, per l'uomo e per Dio». A. HESCHEL, Dio alla ricerca dell'uomo, Einaudi, Torino 1969, p. 309.
33 «Mi metto davanti ai tuoi massimi enigmi, mio Dio. Ti sono riconoscente per questo, ho anche la forza di affrontarli, di sapere che non c'è risposta. Bisogna saper sopportare i tuoi misteri». HILLESUM, Diario, p. 195.
34 Ivi, p. 134: «Dio non è responsabile verso di noi, siamo noi a esserlo verso di lui».
35 Cfr. DREYER, Etty Hillesum, pp. 133-137. «La prova che l'umanità sta attraversando, una prova non umana nel suo odioso radicalismo, ha allontanato Dio dal mondo. Non è stato lui a prendere le distanze. Siamo stati noi ad averlo allontanato non proteggendolo più dagli odi, dalle inquietudini e dalle angosce che l'hanno corroso come acido» (p. 135).
36 Cfr. sull'argomento TOMMASI, Etty Hillesum, pp. 100-107.
37 Secondo M.G. Noccelli, questo passo del Diario richiamerebbe un versetto del «Cantico di Debora» contenuto in Gdc 5, 23: «Maledite Meroz – dice l'angelo del Signore – maledite, maledite i suoi abitanti, perché non vennero in aiuto al Signore, in aiuto al Signore tra gli eroi». Cfr. Oltre la ragione, pp. 104-105. Citando J. SIEVERS (Aiutare Dio: vita e pensiero di Etty Hillesum, in «Nuova Umanità», XVII, maggio-agosto 1995/3-4, 99-100, pp. 113-127), la studiosa ricorda che nella letteratura rabbinica, cabalistica e chassidica è presente «l'idea di Dio che soffre e piange, (...) si avvale dell'aiuto dell'uomo» (Ivi). Non ci sono tuttavia elementi sicuri per affermare che Etty conoscesse tali letterature.
38 HILLESUM, Diario, pp. 163-164.
39 Si tratta di un pensiero di chiara atmosfera biblica. Etty sembra essere convinta che arriverà il momento in cui gli uomini dovranno rendere conto a Dio dell'aiuto prestato o non prestato agli altri. Si vedano per esempio Is 58, 6-8 (sul vero digiuno) e Mt 25, 32-40 (discorso di Gesù sul giudizio finale).
40 Il passo ricorda molto da vicino Mt 6, 25-34.
41 HILLESUM, Diario, pp. 169-170.
42 Anche in altri passi riportati in precedenza, la terminologia utilizzata rimanda all'ambito edile: Etty vuole dissotterrare Dio dai «calcinacci», dalle «pietre» e dalle «macerie»; vorrebbe innalzare attorno a sé un «muro» per potersi dedicare totalmente alla preghiera, ecc..
43 Cfr. soprattutto LEBEAU, Etty Hillesum, pp. 120-133. Non è dato sapere, tuttavia, se Etty conoscesse la mistica ebraica, da cui Jonas attingerà per sviluppare la sua concezione di Dio dopo Auschwitz, anche se in alcuni passi del Diario si respira una certa atmosfera permeata di misticismo e contemplazione e, per certi versi, la personalità di Etty sembra essere vicina a quella dei chassidim.
44 NOCCELLI, Oltre la ragione, pp. 107-110.
45 D. BONHOEFFER, Resistenza e resa, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 1988.
46 Ivi, p. 440. Ribadiamo che la concezione di Bonhoeffer è assai più articolata e complessa di quanto possa qui apparire.
47 Cfr. MANTEGAZZA - SALVARANI, Le strisce dei lager, pp. 109-110.
48 HILLESUM, Lettere, ed. cit., p. 149. In realtà, non è del tutto chiaro a quale salmo Etty si riferisca, poiché ne riporta solo una brevissima citazione, affermando di averla trovata dopo aver aperto «a caso» la Bibbia che aveva con sé anche nel treno. Frank suggerisce che potrebbe trattarsi di uno tra i Sal 11(10), 1 [fiducia del giusto]; 91(90), 9 [protezione divina]; 94(93), 22 [il Dio giusto]. Cfr. FRANK, Con Etty Hillesum, p. 27.
49 «Non basta predicarti, mio Dio, non basta disseppellirti dai cuori altrui. Bisogna aprirti la via, mio Dio (...). Ti prometto, ti prometto che cercherò sempre di trovarti una casa e un ricovero. In fondo è una buffa immagine: io mi metto in cammino e cerco un tetto per te. Ci sono sempre così tante case vuote, te le offro come all'ospite più importante. Perdonami questa metafora non troppo sottile». HILLESUM, Diario, ed. cit., p. 202.
50 Ivi, p. 196. La «baracca» si riferisce al campo di Westerbork. Sul significato dell'espressione, si veda GRANSTEDT, Ritratto, pp. 163-174.
51 HILLESUM, Diario, ed. cit., p. 48.
52 Ivi, pp. 136-137.
53 Con Etty Hillesum, p. 7.
54 È il «rimprovero» che lo studioso T. Todorov rivolge ad Etty, pur ammirandone molto la personalità. Cfr. T. TODOROV, Di fronte all'estremo, Garzanti, Milano 1992, pp. 211-222 e 226-230.
55 HILLESUM, Diario, pp. 167-168. L'ultima parte del passo ricorda un racconto chassidico. Il rebbe di Belz, in Galizia, perse il figlio maggiore durante un incendio appiccato alla sinagoga dai soldati nazisti e da una folla di ucraini. Il giovane si era gettato tra le fiamme per salvare il padre, pensando erroneamente che fosse imprigionato nell'edificio. Quando gli fu riferita la notizia, lo tzaddiq rimase composto, limitandosi a dire: «Dio è pietoso; anch'io ho offerto un sacrificio». In seguito, il rebbe «non osservò mai lo Yahrzeit, l'anniversario della morte del figlio, né pianse pubblicamente per la morte di trentatré membri della sua famiglia, tutti consumati dalle fiamme dell'Olocausto». Lo tzaddiq, noto per le sue qualità umane e per l'amore nei confronti del popolo ebraico, era solito dire: «Come si può piangere per la morte di un individuo, sia pure del proprio amato figlio, quando si è sopraffatti dal dolore collettivo di una nazione che piange i suoi sei milioni di morti?». Cfr. ELIACH, Non ricordare... non dimenticare, pp. 198-199.
56 Etty rifiuta, per esempio, di odiare i tedeschi, anzi osserva, con un linguaggio molto «biblico»: «se anche non rimanesse che un solo tedesco decente, quest'unico tedesco meriterebbe di essere difeso contro quella banda di barbari e grazie a lui non si avrebbe il diritto di riversare il proprio odio su un popolo intero». HILLESUM, Diario, p. 29. Significativo anche un altro episodio: Etty accompagnò Spier nella sede locale della Gestapo dove era stato convocato per un interrogatorio; di fronte alla scortesia ed alla cattiveria di un giovane ufficiale nazista, Etty reagì, paradossalmente, con la compassione: «sono cosciente del fatto che ho sempre a che fare con degli esseri umani (...). Avrei voluto cominciare subito a curarlo, ben sapendo che questi ragazzi sono da compiangere (...). È solo il sistema che usa questo tipo di persone a essere criminale». Il fatto, anziché irritarla o deprimerla, le fa comprendere una cosa importante: «la mia consapevolezza di non essere capace di odiare gli uomini malgrado il dolore e l'ingiustizia che ci sono al mondo (...)». Ivi, pp. 101-102.
57 Sul tema, cfr. NERI, Un'estrema compassione, pp. 18-28.
58 HILLESUM, Lettere, p. 51. Etty si riferisce qui a l Cor 13, 1-13, il noto «Inno alla carità».
59 Diario, p. 161.
60 Ivi, pp. 210-212. Etty descrive qui alcuni conoscenti che, a suo parere, potrebbero essere «capi perfetti di un campo di concentramento». E conclude affermando: «abbiamo ancora così tanto da fare con noi stessi, che non dovremmo neppure arrivare al punto di odiare i nostri cosiddetti nemici. Siamo ancora abbastanza nemici fra noi» (p. 211). Sull'argomento, cfr. S. GERMAIN, Etty Hillesum, una coscienza ispirata, Ed. Lavoro, Roma 2000, pp. 175-176.
61 Ancora una volta, è immediato l'accostamento con un passo evangelico, Mt 7, 3: «Perché osservi la pagliuzza nell'occhio del tuo fratello, mentre non ti accorgi della trave che hai nel tuo occhio?». Certamente nel pensiero di Etty ha agito anche la lettura assidua di Dostoevskij, nei cui romanzi (si pensi a Delitto e castigo) bene e male non sono mai nettamente distinti e spesso convivono nello stesso individuo.
62 HILLESUM, Diario, pp. 99-100.
63 «(... ) la sola strada è non perdere se stessi. Non confondere la giustizia con la vendetta, non identificare il male con i singoli uomini, né con una razza, una religione né con un popolo, anche se del male gli uomini possono diventare gli agenti, proprio nella misura in cui non sono padroni in casa propria, cioè perdono il contatto con la verità del proprio essere». Cfr. NOCCELLI, Oltre la ragione, p. 75.
64 Secondo T. Todorov, anche altri sopravvissuti di situazioni estreme, tra cui Levi e Solzenicyn, giunsero a concezioni simili, ma a distanza di molti anni, non mentre le stavano vivendo, come la Hillesum. Cfr. TODOROV, Di fronte, pp. 153-155.
65 Cfr. HILLESUM, Lettere, pp. 128-129. Parlando della scorta armata presente a Westerbork, Etty scrive: «mio Dio quelle facce! Le ho osservate una per una, dalla mia postazione nascosta dietro una finestra, non mi sono mai spaventata tanto come per quelle facce. Mi sono trovata nei guai con la Parola che è il tema fondamentale della mia vita: 'E Dio creò l'uomo a sua immagine'. Questa Parola ha vissuto con me una mattina difficile».
66 Etty fu probabilmente influenzata in questo senso dal pensiero di C.G. Jung.
67 HILLESUM, Diario, p. 113.
68 ivi, pp. 117-118 e 146: «In un campo di lavoro so che morirei in tre giorni. Mi coricherei, morirei, eppure non troverei ingiusta la vita».
69 Ivi, pp. 126-127. Etty ritiene che spesso l'atteggiamento degli ebrei nei confronti dei nazisti non sia corretto: «Per umiliare qualcuno si dev'essere in due: colui che umilia, e colui che è umiliato e soprattutto: che si lascia umiliare. (...) siamo noi stessi a privarci delle nostre forze migliori con il nostro atteggiamento sbagliato: col nostro sentirci perseguitati, umiliati ed oppressi, col nostro odio e con la millanteria che maschera la paura. (...) siamo soprattutto noi stessi a derubarci da soli».
70 Ivi, p. 179.
71 Ivi, p. 233.
72 Ivi, p. 238.
73 Scrive nelle Lettere, pp. 39-40: «Il filo spinato è una pura questione di opinioni. 'Noi dietro il filo spinato!!' diceva un vecchio signore indistruttibile accennando malinconicamente con la mano 'sono piuttosto loro a vivere dietro il filo spinato' – e intanto indicava le alte ville, che stanno come guardiani dall'altra parte della recinzioni». E ancora, parlando dei detenuti che si ammassavano sui binari nei giorni di partenza per Auschwitz: «non tutti sono come quell'uomo che aveva riempito il suo zaino ed era partito spontaneamente con un convoglio, e alla domanda 'Perché?', aveva risposto di volere essere libero di partire quando piaceva a lui». Secondo Etty, in ciò consiste la vera libertà.

(Da: Pensare Dio dopo Auschwitz? Il pensiero ebraico di fronte alla Shoah, Messaggero 2007, pp. 211-242)