La scrittura

in Etty Hillesum

tra ricerca artistica

ed ansia di memoria

Nadia Neri


Che senso ha parlare oggi di Etty Hillesum? Perché questa giovane donna olandese è ancora troppo poco conosciuta rispetto ai suoi meriti? Quali sono le domande inquietanti che ha voluto lasciare a noi e che faceva con la stessa forza piena di angoscia e di ostinata fermezza ai suoi contemporanei? È necessario innanzitutto delineare a grandi linee la sua biografia.
Etty Hillesum vive ad Amsterdam e scrive dal 1941 al 1943 un diario e delle lettere, dall'età di 27 anni fino ai 29, quando il 7 settembre '43 viene deportata dal campo di transito di Westerbork ad Auschwitz con i genitori ed il fratello Míscha, celebre pianista; morirà lì il 3o novembre dello stesso anno. Mi piace sottolineare la "normalità" di Etty, la sua ricerca di un'identità femminile più salda e le sue riflessioni così moderne sulla donna nella relazione d'amore con un uomo, i suoi disturbi psicosomatici ed i difficili rapporti con i genitori, soprattutto con la madre, Reva Bernstein. Di origine russa, emigrata in giovanissima età in Olanda per fuggire a un pogrom, Reva aveva dovuto affrontare molte difficoltà per ambientarsi nel nuovo paese anche perché era sola: il resto della sua famiglia, infatti, aveva preferito emigrare negli Stati Uniti. Molto sensibile ed intuitiva, aveva tuttavia una forte instabilità emotiva che pesò enormemente sulla vita psichica dei suoi tre figli. Fu proprio per uscire da una forma depressiva che Etty intraprese una psicoterapia con Julius Spier, un uomo che ha segnato profondamente la sua vita e di cui divenne anche segretaria e amante. Spier, psicochirologo di origine tedesca, emigrato ad Amsterdam per fuggire al nazismo, era dotato di un grosso carisma, aiutava molte persone, soprattutto donne; il suo insegnamento può essere racchiuso emblematicamente nel titolo di una sua opera: Diventa ciò che sei; si recò a Zurigo da Jung che lo incoraggiò molto a proseguire nella psicochirologia, l'arte di leggere la mano, arte per la quale sembrava molto dotato. Spier ebbe una forte influenza sulla Hillesum, sia sul piano psicologico che sul suo sviluppo culturale e spirituale. Se infatti ci soffermiamo sulle letture di Etty, siamo colpiti dalla vastità dei suoi interessi e dalla sua capacità di coniugare nella lettura interesse culturale e adesione emotiva: si spazia dalla letteratura russa a sant'Agostino passando per il Decamerone di Boccaccio o Casanova.
Proprio dall'esame delle sue letture si possono cogliere in presa diretta quegli aspetti della sua personalità che più mi hanno colpito e affascinato fin dall'inizio: riuscire a vivere contemporaneamente e con pari intensità la dimensione spirituale e quella erotico-sentimentale. Infatti Etty scrive, ad esempio, il 1° giugno 1942 di essere in compagnia un po' di Casanova, un po' di sant'Agostino [1].
Gli autori che Etty cita più frequentemente sono Tolstoj, soprattutto per Guerra e pace, Lermontov, Gogol', Dostoevskij per I fratelli Karamazov, L'idiota e Delitto e castigo; poi l'Evgenij Onegin di Puškin, Čechov. Legge e cita anche Morte a Venezia di Thomas Mann e si possono trovare anche citazioni dalle Memorie di un rivoluzionario di Kropotkin e da Bakunin, letture quest'ultime stimolate da Klaas Smelik senior (che era trotzkista) [2]. Ma sappiamo anche da altre pagine del Diario come sulla sua scrivania vi fossero a volte alcune opere di Jung [3] o il Corano, molto spesso le poesie di Rilke, il poeta più amato e sempre la Bibbia. Il 18 maggio 1942 Etty annota: «Michelangelo e Leonardo. Anche loro sono nella mia vita, e la riempiono. Dostoevskij e Rilke e sant'Agostino. E gli Evangelisti. Frequento un'ottima società!» [4].
Un posto particolare spetta sicuramente al poeta Rilke perché egli occupa un ruolo fondamentale in tutti i quaderni del Diario e nelle lettere di Etty. Lei sente una profonda consonanza tra sé ed il poeta, soprattutto è colpita, quasi folgorata, dalla sua capacità di trovare le parole giuste, proprio quelle e non altre, per esprimere complessi stati d'animo. La lettura appassionata del poeta si accompagna alla ricerca spesso affannosa delle «parole giuste» e all'accettazione del fatto che la maturazione linguistica non sia ancora avvenuta in lei e debba perciò ricorrere a «Rainer Maria». Etty era consapevole della sua vera e propria identificazione con Rilke e lo considerava perciò, dopo Spier, il suo più grande maestro. Molto spesso leggendo l'edizione integrale dei suoi scritti troviamo brani o versi del poeta riportati nel quaderno e alcune frasi più volte ripetute. Faccio pochi esempi, ma significativi: il primo, il 24 marzo 1941, per esprimere la sua piccola ferita nei confronti di Spier che si è mostrato nel loro incontro come uomo, abbandonando i panni dello psicologo, ricorre agli ultimi versi della poesia Die Entführung (Il rapimento): «e udì estranea un estraneo che diceva: / Iosonoaccantoate» [5]. Secondo esempio: Etty esprime spesso il suo desiderio di diventare dopo la guerra un'artista, e questo è un altro filo rosso, quasi invisibile, ma altrettanto autentico, da seguire nella sua formazione; la Hillesum, ricordiamolo, inizia a scrivere il suo diario su consiglio di Spier, come aiuto ad uscire dal suo stato di "costipazione intellettuale", come forma quindi di introspezione, ma ben presto esso diventa tra l'altro anche un'esercitazione letteraria. Così il 16 febbraio 1942, Etty nota: «Di nuovo devo arrivare a me stessa attraverso Rainer Maria» e ricopia il seguente passo dalle Lettere a un giovane poeta, un passo che mi sembra esprimere in modo mirabile i suoi travagli interiori riguardo alla scrittura, alla creazione artistica e all'aspirazione a diventare una scrittrice:

Tutto è portare a termine e poi generare. Lasciar compiersi ogni impressione e ogni germe d'un sentimento dentro di sé, nel buio, nell'indicibile, nell'inconscio irraggiungibile alla propria ragione, e attendere con profonda umiltà e pazienza l'ora del parto d'una nuova chiarezza: questo solo si chiama vivere da artista: nel comprendere come nel creare.
Qui non si misura il tempo, qui non vale alcun termine e dieci anni son nulla. Essere artisti vuol dire: non calcolare e contare; maturare come l'albero, che non incalza i suoi succhi e sta sereno nelle tempeste di primavera senz'apprensione che l'estate non possa venire. Ché l'estate viene. Ma viene solo ai pazienti, che attendono e stanno come se l'eternità giacesse avanti a loro, tanto sono tranquilli e vasti e sgombri d'ogni ansia. Io l'imparo ogni giorno, l'imparo tra dolori, cui sono riconoscente: pazienza è tutto! [6]

«Geduld ist alles, pazienza è tutto, questo dovrebbe essere il mio motto», commenta Etty e ripete molte volte queste parole del poeta. È essenziale ricordare come la Hillesum scriva queste parole in un contesto storico, il 1942, contrassegnato dalla guerra e dalle misure prese dai nazisti contro gli ebrei olandesi fino ad arrivare alla deportazione nel campo di transito di Westerbork, da cui partivano ogni settimana treni verso Auschwitz. "Pazienza è tutto" è quindi un esempio della molteplicità di risonanze che tante sue parole hanno, nasce come riferimento alla vita dell'artista, ma ha anche una forte valenza psicologica e spirituale, è infine un'espressione emblematica insieme a tante altre che lei ci ha lasciato del suo atteggiamento di vita in una situazione tragica, una testimonianza alta di resistenza esistenziale al nazismo. Il primo luglio 1942 scrive: «Se quest'anno mi ha portato qualcosa, è questa semplicità interna. Credo che anche dopo riuscirò a dire le cose difficili della vita in parole molto semplici. Più tardi?» [7].
Nel mio libro Un'estrema compassione sostengo che Etty sia portatrice di tre virtù quotidiane, seguendo T. Todorov nel saggio Di fronte all'estremo: esse sono l'indignazione, la semplicità, la compassione. Analizzarle aiuta a cogliere tutti gli aspetti della personalità della Hillesum che per la sua feconda molteplicità rischia spesso di essere penalizzata da letture parziali o troppo soggettive.
Il 20 settembre 1942 Etty scrive (ed è già a Westerbork),

Dopo avrò un quaderno nel quale cercherò di scrivere. A volte sarà disperante e in questo quaderno tutto sembrerà un campo di battaglia di parole che lottano tra loro e forse da questo campo di battaglia si innalzerà pura come la luna una piccola storia che qua e là starà come un sorriso calmante su una vita irrequieta [8].

Il diario è, come abbiamo visto, innanzitutto un processo d'introspezione, via molto femminile, ma rappresenta anche l'inizio di una ricerca sulla potenzialità espressiva delle parole. Ben presto, però, Etty è costretta a misurarsi con la terribile realtà che la circonda e inizia così, piano piano, a delinearsi quella sua posizione che definirei "profetica": la consapevolezza cioè della necessità della testimonianza («Voglio diventare il cronista di tanti fatti di questo tempo»). Il compito sarà quello di saper trovare le parole non più soltanto nel senso della creazione artistica e della ricerca letteraria, ma in un senso più profondo e pieno d'angoscia: praticare la possibilità di trovare parole che riescano a esprimere l'orrore sempre crescente davanti a lei. Spesso è stato sottolineato come la realtà dei campi sia indicibile, Etty, invece, sente l'urgenza di cercare le parole indispensabili a creare una memoria che lasci germinare idee nuove proprio a partire dall'orrore dei campi. Balenano notevoli lampi di intuizione che ricorrono anche nelle memorie dei sopravvissuti ai campi di sterminio, in coloro che hanno avuto, a differenza della Hillesum, lo spazio e il tempo per riflettere sull'incurabilità delle proprie ferite. Prende forma il desiderio di raffigurare la degradazione, quello stesso desiderio che mosse Primo Levi a scrivere non per «formulare nuovi capi d'accusa», ma per «fornire documenti per uno studio pacato di alcuni aspetti dell'animo umano» [9].
Etty avverte il bisogno di ricorrere ad una narrazione ispirata alla struttura della fiaba, in cui l'irreale si versa nel reale. «Qui si potrebbero scrivere delle favole. Sembra strano, ma se si volesse dare un'idea della vita a Westerbork, quella sarebbe la forma migliore. La miseria che c'è qui ha passato a tal punto i limiti della realtà da diventare irreale» (luglio 1943). Dopo un mese, il 24 agosto 1943 annota come i contorni di un'intollerabile visione: «Devo buttare giù ogni cosa come viene, più tardi non ne sarò capace perché crederò che non sia stato vero, già ora è come una visione che si allontana sempre più».
L'urgenza di lasciare una testimonianza scritta non diminuisce quando Etty è estenuata dal peggiorare delle misure contro gli ebrei, né quando sopraggiunge la deportazione. Nel campo di Westerbork Etty vive sia l'esigenza di soccorrere immediatamente chi non ce la fa, chi rischia di soccombere, ma anche quella, non meno essenziale, di scrivere per documentare. Di sera stremata, o in altri momenti tra mille affanni e malanni fisici, c'è costante l'ansia di trovare un angolo nascosto del campo dove possa scrivere per lasciare memoria. Ansia che conosciamo bene nelle tante testimonianze dei sopravvissuti, ma che è un dono ancora più prezioso se ci perviene in contemporanea agli orrori che si vivono. Questo elemento in Etty mi ha sempre commosso profondamente; il 10 luglio 1942 scrive: «Più tardi, se sarò sopravvissuta a tutto quanto, scriverò delle piccole storie su questo tempo, e saranno come rade pennellate su un ampio, muto sfondo fatto di Dío, Vita, Morte, Dolore, Eternità». E con una crescente, comprensibile angoscia annota più avanti:

Dovrei impugnare questa sottile penna stilografica come se fosse un martello e le mie parole dovrebbero essere come tante martellate, per raccontare il nostro destino e un pezzo di storia come è ora e non è mai stata in passato – non in questa forma totalitaria, organizzata per grandi masse, estesa all'Europa intera. Dovrà pur sopravvivere qualcuno che lo possa fare. Anch'io vorrei essere in futuro una piccola cronista [10].

Come prova estrema della sua ansia di documentare non si può non citare il bigliettino che lancia dal treno nel momento in cui parte con i suoi genitori e con il fratello Mischa per Auschwitz: brevi parole, le ultime che abbiamo, che riescono a tenere insieme i due livelli che più le stanno a cuore, la descrizione esterna, la partenza, la famiglia, ma anche la dimensione spirituale e psicologica:

Christien, apro a caso la Bibbia e trovo questo: «Il Signore è il mio alto ricetto». Sono seduta sul mio zaino nel mezzo di un affollato vagone merci. Papà, la mamma e Mischa sono alcuni vagoni più avanti. La partenza è giunta piuttosto inaspettata, malgrado tutto. Un ordine improvviso mandato appositamente per noi dall'Aia. Abbiamo lasciato il campo cantando, papà e mamma molto forti e calmi, e così Mischa. Viaggeremo per tre giorni. Grazie per tutte le vostre buone cure. Alcuni amici rimasti a Westerbork scriveranno ancora ad Amsterdam, forse avrai notizie? Anche della mia ultima lunga lettera? Arrivederci da noi quattro [11].

Era il 7 settembre 1943: vorrei notare soltanto come la parola olandese vertrek significhi sia "rifugio" che "partenza" e forse Etty la usa consapevole di questo doppio significato.
Vorrei terminare soffermandomi su due parole tedesche che Etty usa spesso nel diario, sostenendo la difficoltà di trovare l'equivalente in olandese; queste due parole hanno la capacità evocativa di trasmetterci i cardini del suo pensiero, esse sono hineinhorchen e vorwegnehmen, la prima si può tradurre con "ascoltare dentro", l'altra con "anticipare". Ascoltarsi, guardarsi dentro, impegnarsi in un lavoro introspettivo è la sua testimonianza esemplare, è un invito pressante che fa ai suoi contemporanei e a noi, suoi lettori. Guardarsi dentro è l'unica via vitale per non proiettare il male solo sull'altro che così diventa un nemico, ma riconoscerlo anche in noi, è la base psicologica per superare l'odio e vivere soltanto, in modo alternativo, l'indignazione. E, il suo, un atteggiamento di vita, un quotidiano esercizio che riesce a vivere fin nelle condizioni di vita più estreme. Ma è in lei anche il primo necessario passo per un cammino spirituale intenso, profondo, un originale cammino verso Dio che però, va sottolineato, non l'allontana mai dall'uomo. Il guardarsi dentro è anche il processo che può alimentare quel senso di responsabilità individuale che ha in Etty prima un fondamento soltanto etico e psicologico ed è sicuramente ispirato dalle letture di alcune opere di Jung, poi col progredire del suo cammino spirituale esso si radica in modo chiaro in Dio. L'invito alla responsabilità individuale è sempre pressante e non si attenua nemmeno nella situazione estrema del campo, diventando un monito per noi oggi.
Il vorwegnehmen, "l'anticipare", mi ricorda per una straordinaria consonanza un passo di un mistico ebreo del Settecento, Mosè Chajim Luzzatto, tratto da Il Sentiero dei Giusti [12]: a proposito della virtù della dedizione afferma che «tutte le opere dei giusti sono sempre eseguite con alacrità [...] I giusti infatti non perdono tempo né quando iniziano una mizvà né quando la portano a compimento» e ancora «Un uomo dovrebbe essere sempre in anticipo nei riguardi dei comandamenti». Etty con l'anticipare, va notato con amarezza, si riferisce alla buona azione, ma soprattutto al dolore: «Oggi sarà una giornata molto pesante. Rimarrò a letto, con calma, e "anticiperò" una piccola parte dei duri giorni che verranno» [13].
L'anticipare" significa vivere l'espressione felice che Etty usa spesso nel diario, «voglio essere il cuore pensante della baracca»; qui Etty riesce ancora una volta con straordinaria capacità evocativa ad esprimere il suo atteggiamento di vita, una compassione che è sia nel fare, nel "sentire con" come l'etimologia della parola ci suggerisce, ma anche nello scrivere per fare memoria; in un mondo nel quale fuggire dal dolore e da sé stessi è la legge dominante dei più, la sua testimonianza ci lascia una speranza fondata sulla forza storica ed etica della scrittura e della compassione.

NOTE

i. Per l'edizione integrale in olandese si rimanda a E. Hillesum, De nagelaten geschriften van Etty Hillesum 1941-1943, Uitgeverij Balans, Amsterda
1984, p. 406.
2. Ivi, p. 338.
3. Per i rapporti tra Etty e Jung cfr. il cap. del mio libro, Un'estrema compassione. Etty Hillesum testimone e vittima del Lager, Bruno Mondadori, Milano 1999.
4. E. Hillesum, Diario, ed. it. Adelphi, Milano 1985, p. 112.
5. Le poesie di R. M. Rilke sono citate sempre da Rilke, Poesie, a cura di G. Baioni, Einaudi-Gallimard, Torino 1994, 2 voll., qui vol. p. 683.
6. R. M. Rilke, Lettere a un giovane poeta, Adelphi, Milano 1980, pp. 25-6, citazione in Hillesum, De nagelaten geschrzften, cit., p. 252.
7. Hillesum, De nagelaten geschriften, cit., p. 481.
8. Ivi, p. 553.
9. P. Levi, Se questo è un uomo, Einaudi, Torino 1958, p. 7.
10. Hillesum, Diario, cit., pp. 161-3.

11. E. Hillesum, Lettere, ed. it. Adelphi, Milano 199o, p. 149.
12. Cfr. Il Sentiero dei Giusti, a cura di M. Giuliani, Ed. San Paolo, Roma 2000.
13. Hillesum, Diario, cit., p. 238.

(da: Oltre la persecuzione. Donne, ebraismo, memoria (a cura di Roberta Ascarelli), Carocci 2004, pp. 75-81)