Etty Hillesum

1914 - 1943

Laura Boella

 

È imperdonabile che si rida di questi tempi.
Lettera a Osias Kormann, 24 marzo 1943

Sabato 14 giugno 1941
Ieri, per un momento, ho pensato che non avrei potuto continuare a vivere, che avevo bisogno d'aiuto. La vita e il dolore avevano perso il loro significato, avevo la sensazione di 'sfasciarmi' sotto un peso enorme, ma anche questa volta ho combattuto una battaglia che poi all'improvviso mi ha permesso di andare avanti, con maggiore forza. Ho provato a guardare in faccia il `dolore' dell'umanità, coraggiosamente e onestamente, ho affrontato questo dolore o piuttosto lo ha fatto qualcosa in me stessa, molti interrogativi disperati hanno trovato risposta, l'assurdità completa ha ceduto il posto a un po' più di ordine e di coerenza: ora posso andare avanti di nuovo. È stata un'altra breve, ma violenta battaglia, ne sono uscita con un pezzo di maturità in più.
Ho scritto che mi sono confrontata col 'dolore dell'Umanità' (questi paroloni mi fanno ancora paura), ma non è del tutto esatto. Mi sento piuttosto come un piccolo campo di battaglia su cui si combattono i problemi del nostro tempo. L'unica cosa che si può fare è offrirsi umilmente come campo di battaglia. Quei problemi devono pur trovare ospitalità da qualche parte, trovare un luogo in cui possano combattere e placarsi, e noi, poveri piccoli uomini, noi dobbiamo aprir loro il nostro spazio interiore, senza sfuzire. Forse, su questo punto, io sono davvero molto ospitale, a volte sono davvero come un campo di battaglia insanguinato e poi lo pago con un gran sfinimento e un forte mal di capo. Ma ora sono semplicemente me stessa: Etty Hillesum, una laboriosa studentessa in una camera ospitale con dei libri e un vaso di margherite. Scorro di nuovo nel mio stretto alveo e il contatto con 'Umanità', 'Storia Universale' e 'Dolore' si è interrotto un'altra volta. Così deve essere, del resto, altrimenti una persona impazzirebbe. Non ci si può sempre perdere nei grandi problemi, non si può essere sempre come un campo di battaglia; dobbiamo poter recuperare i nostri stretti confini e continuare dentro di essi – scrupolosamente e coscienziosamente – la nostra vita limitata, mentre quei momenti di contatto quasi `impersonale' con tutta l'umanità ci rendono ogni volta più maturi e più profondi. Forse, in futuro, saprò esprimermi meglio, o farò dire queste cose a un personaggio di una novella o di un romanzo, ma sarà solo tra molto tempo. [1]

Settembre-ottobre 1942
Certo, è il nostro totale annientamento! Ma sopportiamolo con grazia.
In me non c'è un poeta, in me c'è un pezzetto di Dio che potrebbe farsi poesia.
In un campo deve pur esserci un poeta, che da poeta viva anche quella vita e la sappia cantare.
Di notte, mentre ero coricata nella mia cuccetta, circondata da donne e ragazze che russavano piano, o sognavano ad alta voce, o piangevano silenziosamente, o si giravano e rigiravano –donne e ragazze che dicevano così spesso durante il giorno: `non vogliamo pensare', 'non vogliamo sentire, altrimenti diventiamo pazze' –, a volte provavo un'infinita tenerezza, me ne stavo sveglia e lasciavo che mi passassero davanti gli avvenimenti, le fin troppe impressioni di un giorno fin troppo lungo, e pensavo: 'Su, lasciatemi essere il cuore pensante di questa baracca'. Ora voglio esserlo un'altra volta. Vorrei essere il cuore pensante di un intero campo di concentramento. Sono coricata qui con tanta pazienza e di nuovo calma e già mi sento assai meglio; leggo le lettere di Rilke Ueber Gott e ogni sua parola è carica di significato per me, avrei potuto scriverle io stessa, se le avessi scritte io le avrei scritte così e non diversamente. Mi sento anche la forza di partire, non penso più a far progetti e a correre rischi, andrà come andrà e sarà per il meglio. [2]

Etty Hillesum volle farsi "campo di battaglia", ospitare dentro di sé i problemi del tempo. Non voleva rendere ancora più inospitale il mondo aggiungendogli anche solo un atomo di odio. Era una donna giovane, alla ricerca del suo equilibrio, nel mezzo della persecuzione antiebraica in Olanda. Tutto accade molto velocemente: a ventisette anni incontra un uomo, Julius Spier, carismatico terapeuta, si innamora di lui e, come ogni donna, identifica nell'amore per lui il suo assoluto, ma vive anche la paura della perdita e la dipendenza. Spier la libera presto dalla "costipazione spirituale", dall'aridità, dall'imbozzolamento in se stessa. Nel marzo 1941 Etty Hillesum inizia a scrivere un diario e insieme a esso un lavoro su di sé che è un vero e proprio modello di autoformazione.
La guerra è in corso, il destino del lager incombe sugli ebrei anche nella tollerante Olanda, l'autoformazione avviene in condizioni estreme, il quaderno è campo di battaglia delle parole [3], scrivere si pone sulla stessa lunghezza d'onda del soccorrere gli altri. Il diario non ha nulla di introspettivo, né è la scena di un conflitto tra essere e dover essere. È un'educazione al sentire, una vigilanza sui propri sentimenti mossa interamente dagli avvenimenti esterni.
Etty Hillesum si "ascolta dentro", intende l'attività interiore, il formare se stessa, come esercizio di un organo di senso – l'udito – per vocazione rivolto all'esterno, all'altro, all'aperto. Esprime questo esercizio con un verbo tedesco – Hineinhorschen – che le pare molto difficile tradurre in olandese. Dice lo stesso per Vorwegnehmen (anticipare):

Vorwegnehmen: non conosco una buona traduzione olandese di questa parola. Sono distesa qui da ieri sera, e intanto comincio ad assorbire una piccola parte del gran dolore che dev'essere assorbito sulla terra. Comincio a mettere al coperto un po' del dolore che patiremo quest'inverno. [4]

Il tedesco è la lingua di Rilke, il suo poeta preferito, è la lingua delle cose importanti, della maturazione spirituale, della comprensione della realtà, del futuro, quando le cose potranno essere dette compiutamente. Il tedesco dà le parole per esprimere un'attività interiore molto ampia, che annulla i confini tra interno e esterno. Uno dei tanti brani tratti da poesie e lettere di Rilke, riportati nel diario come se fossero le parole, le frasi infine trovate per esprimere ciò che urge dentro, parla di "spazio interiore del mondo" [5]. Farsi "spazio interiore del mondo" vuol dire per Etty Hillesum molte cose: raccogliersi su di sé nella scrittura del diario, tenere una corrispondenza, stare con gli altri – come farà nel campo di Westerbork, andando di qua e di là, spesso senza fare niente di speciale, ascoltando, sedendosi accanto, scambiando una parola – anticipare con l'immaginazione i dolori altrui, infine dialogare direttamente con Dio e pregare. L'io che compie la meditazione interiore si rivolge sempre ad altro: l'altra se stessa, ciò che altri provano e sentono, il futuro, un tu che è Dio.

Hineinhorchen, vorrei trovare una buona traduzione olandese per questa parola. In fondo, la mia vita è un ininterrotto ascoltare dentro me stessa, gli altri, Dio. E quando dico che ascolto dentro, in realtà è Dio che ascolta dentro di me. La parte più essenziale e profonda di me che ascolta la parte più essenziale e profonda dell'altro. Dio a Dio. [6]

"Vivere interiormente" è per Etty Hillesum sinonimo di "vivere tutto" [7]: un'educazione interiore in condizioni estreme non ha soluzione di continuità con il leggere le emozioni altrui, leggere la storia, scrivere, testimoniare. Ecco perché la tenacia di amare nonostante tutto – il segno più sconvolgente lasciatoci in eredità da Etty Hillesum – l'accettazione paziente della sofferenza assumono un valore di conoscenza della realtà e di trasformazione del sentire e del pensare che va molto oltre un edificante esempio di altruismo.
In Etty Hillesum, che arriva a chiamare Dio la parte più profonda e ricca di sé, non c'è schema di conversione, di inversione di rotta. Certo, parte dall'aridità, da qualcosa che è coperto di pietre e di sabbia, da qualcosa che bisogna dissotterrare. Come per molte donne, è il mito dell'amore per l'uomo che smuove la sabbia. Come per molte e per molti ebrei, è però anche il cartello "vietato agli ebrei" che compare improvvisamente su un albero, sono le restrizioni sempre più pesanti della libertà di movimento, fino alla chiusura nel campo.
Vita privata, amori, inquietudini di una giovane donna molto libera, certo non preoccupata della morale convenzionale; storia e politica, la guerra e lo sterminio degli ebrei: tutto si somma nella sua esistenza e lei lo vive nella forma di una strenua ricerca di ampliamento dell'esperienza, di affinamento della capacità di sentire – dall'apparato percettivo (gesti, cose, movimenti, odori, colori) alle emozioni (aver paura, sperare, gioire, amare, odiare). È così che, nell'ospitare tutto ciò che lei stessa e la storia fanno accadere e che accade agli altri, Etty Hillesum si prende cura delle anime, pensa al tragico futuro del suo popolo e insieme al futuro dell'Europa.
Ogni brano del diario, ogni lettera contiene tutto ciò che lei ha vissuto, sentito, pensato, fatto. Ecco perché gli scritti di Etty Hillesum, inclassificabili rispetto ai generi della poesia, del racconto, della cronaca o della meditazione spirituale, sono tutti da citare o non si dovrebbero citare affatto – solo leggerli e ispirarsi.

Passività

Per parlare di lei cerco allora di partire da ciò che riassume la sua esperienza di imperdonabile – l'atteggiamento di passività assunto di fronte alla persecuzione. Alcuni non glielo perdonano, appunto denunciandolo come rassegnazione, altri vi hanno colto una forma di "resistenza esistenziale" [8].
Fu Etty Hillesum a scegliere di lavorare presso il Consiglio ebraico di Amsterdam, di cui – come farà in
seguito Hannah Arendt, suscitando scandalo e accuse [9] – denunciò gli intrighi e le complicità con i nazisti. Fu lei a decidere di andare nel campo di Westerbork, che serviva da tappa di smistamento prima di Auschwitz. Fu lei a rifiutare le opportunità di nascondersi e di fuggire che erano a portata di mano di molti ebrei con buone relazioni sociali.
Passività in Etty Hillesum, è chiaro, non fu rinuncia a resistere, a indignarsi, a giudicare. Fu rifiuto di combattere la persecuzione nella forma della rivolta, dell'odio, del disprezzo, della scelta di campo, ideologica o combattente. Fu non prendere iniziative contro il destino della deportazione, stare nel lager e di lì guardare alla persecuzione antiebraica e allo sterminio mettendo al centro le questioni fondamentali dell'esistenza: l'umanità, il dolore, la morte, la vita, il futuro. Qui sta il paradosso di Etty Hillesum, facile da santificare, ma altrettanto difficile da comprendere.
Le lettere che scrive da Westerbork non parlano di un'esperienza di perdita dell'umanità, del cadersi addosso gli uni sugli altri fino a perdere la propria unicità di esseri umani [10]. Le lettere di Etty Hillesum forse sono reticenti per non turbare gli amici e i parenti. Storia e politica sembrano lontane, distanti. Le lettere parlano di relazioni, pensieri, lavoro sui sentimenti di odio, rancore, paura, di persistente fiducia nell'umano, di bellezza, di verità, di amicizia.

14 luglio 1942
Ognuno deve vivere con lo stile suo. Io non so farmi avanti per garantirmi quella che può sembrare la mia salvezza, mi pare una cosa assurda e divento irrequieta e infelice. Quella lettera in cui faccio domanda al Consiglio Ebraico, scritta su insistenza di Jaap, per un po' mi ha fatto perdere l'equilibrio – lieto e insieme serissimo che avevo oggi. Quasi fosse un'azione indegna – questo star tutti addosso a quell'unico pezzetto di legno che va alla deriva sull'oceano infinito dopo il naufragio, questo salvare il salvabile, spingersi a forza di gomiti, provocare l'annegamento altrui, tutto così indegno: e poi, questo spingere non mi piace. Io appartengo piuttosto al genere di persone che preferiscono galleggiare ancora un po' sull'oceano, stese sul dorso con gli occhi rivolti al cielo, finchè – con un gesto rassegnato e devoto – vanno a fondo per sempre. Io non posso fare diversamente. Le mie battaglie le combatto dentro di me, contro i miei demoni; ma combattere in mezzo a migliaia di persone impaurite, contro fanatici furiosi e gelidi che vogliono la nostra fine, no, questo non è proprio il mio genere. Non ho neppure paura, non so, mi sento così tranquilla, talvolta mi sembra di trovarmi in alto sui merli del palazzo della storia e di far correre lo sguardo su territori lontani. Mi sento in grado di sopportare il pezzo di storia che stiamo vivendo, senza soccombere. So tutto quel che capita e la mia testa rimane lucida. Talvolta è come se sul mio cuore venisse sparso uno strato di cenere. O come se sotto i miei occhi il mio viso appassisse e si dissolvesse, e nei suoi lineamenti grigi i secoli si inabissassero uno dopo l'altro, e tutto si disfacesse, e il mio cuore lasciasse andare tutto. Sono solo brevi momenti, dopo di che ritrovo ogni cosa e la mia testa ridiventa lucida, e sono di nuovo in grado di sopportare benissimo questo pezzo di storia. Una volta che si comincia a camminare con Dio, si continua semplicemente a camminare, e la vita diventa un'unica, lunga passeggiata. Com'è singolare tutto ciò.
Riesco a capire un pezzetto di storia e di umanità, ma per ora preferisco non scrivere, avrei l'impressione che ogni parola sbiadirebbe e invecchierebbe all'istante, come se la parola nuova capace di sostituire quella vecchia abbia ancora da nascere.
Se io fossi in grado di registrare molte cose che penso e che sento e che talvolta mi si chiariscono in un baleno – cose che riguardano questa vita, gli uomini, e Dio – sono sicura che ne potrebbe venir fuori qualcosa di molto bello. Continuerò ad avere pazienza e lascerò maturare ogni cosa dentro di me.
Mi sembra che si esageri nel temere per il nostro povero corpo. Lo spirito viene dimenticato, s'accartoccia e avvizzisce in qualche angolino. Viviamo in modo sbagliato, senza dignità e anche senza coscienza storica. Con un vero senso della storia si può anche soccombere. Io non odio nessuno, non sono amareggiata. Una volta che l'amore per tutti gli uomini comincia a svilupparsi in noi, diventa infinito.
Se sapessero come sento e come penso, molte persone mi considererebbero una pazza che vive fuori dalla realtà. Invece vivo proprio nella realtà che ogni giorno porta con sé. L'uomo occidentale non accetta il 'dolore' come parte di questa vita: per questo non riesce mai a cavarne fuori delle forze positive. Bisogna che cerchi quelle due o tre frasi che avevo già trascritto da una lettera di Rathenau. Ecco cosa mi mancherà: qui basta che allunghi una mano, e subito ritrovo le parole e i frammenti di cui il mio spirito ha bisogno in un determinato momento. Bisogna invece che abbia tutto in me stessa. Si deve anche essere capaci di vivere senza libri e senza niente. Esisterà pur sempre un pezzetto di cielo da poter guardare, e abbastanza spazio dentro di me per congiungere le mani in una preghiera. [11]

Come è stato possibile? La passività di Etty Hillesum non può essere letta nei termini dell'antitesi di interiorità e storia, morale e politica. Certo, è passività in senso letterale, perché è sprofondamento dentro di sé, attenzione ai propri garbugli interiori, è essere colpita, contro la propria volontà, dagli avvenimenti del mondo. Com'è stato possibile trasformarla in energia di vita, di autoformazione, di scrittura, di relazione, di interpretazione della realtà? La passività di Etty Hillesum ha la capacità di contenere l'interezza della condizione umana. È un sentire provocato da avvenimenti gravissimi e insieme è il sentirsi di una giovane donna. È il fondo immobile eppure ardente, la crosta dura che può essere temprata, ma non deve essere ammorbidita, pena la sua distruzione.
Passività vuol dire anche essere a contatto con la storia in forma strettamente singolare – lo sconvolgimento esistenziale, la difficoltà e la necessità di capire, l'accelerazione della propria maturazione – e insieme metafisica, attraverso l'amore e il dolore, che fanno incontrare a Etty Hillesum l'essenza di sé, degli altri, del proprio tempo e Dio.
Dall'una e dall'altra parte, quelle che vengono messe fuori gioco sono le forme dell'impegno politico o ideologico. Etty Hillesum sta nel centro della storia del suo tempo con la semplicità di chi compie un cammino di educazione allo studio, all'amore, all'amicizia, in una parola, preparandosi a vivere la vita, come qualsiasi giovane donna della sua età. È così che arriva al punto di origine – dove tutto è possibile, tutto può avere inizio: la scrittura, la fede, la vita quotidiana. Lì, in quel punto, non fa però più uso di una conoscenza di sé che le consentirebbe opere, azioni, realizzazioni: vuole semplicemente essere "balsamo per le ferite", si preoccupa di ospitare quanti e quanto più è possibile in quel luogo che non coincide più con il suo io, si è spalancato.
Etty Hillesum voleva diventare una scrittrice, più precisamente, una "cronista di tanti fatti di questo tempo" [12]. All'inizio, scrivere è un compito personale, che deve aiutarla a sciogliere i garbugli interiori. Rapidamente si trasforma nel bisogno di trovare le parole per descrivere ciò che accade. Scrivere per rendere testimonianza implica scavare all'interno della propria vita uno spazio di concentrazione, evitando che tutte le energie vengano consumate nel fare [13]. È il raccoglimento, il ritorno presso di sé nel tranquillo interno nordico – il tavolo, la luce della lampada, il cielo fuori con le veloci nubi, l'albero di fronte – piazzato al centro della battaglia. È difficile trovare le parole, forse è un problema di immaturità personale. In realtà, c'è una novità talmente radicale in ciò che accade che quanto è scritto sui libri si rivela inutilizzabile: i discorsi circolanti sono solo confusione e equivoco. È necessario tacere, aspettare che le parole vengano, che ciò che adesso sembra incomprensibile diventi più chiaro, più semplice. L'attesa non è quiete, ma esercizio, ricerca [14].
Torna il paradosso della passività: da un lato, Etty Hillesum si sente blocco di granito modellato dalle intemperie, dall'altro, officina in cui ci si affatica senza sosta [15]. Spesso nel diario ricorre un'altra parola tedesca: Bedeutungsschwere o semplicemente Schwere. Essa designa l'importanza, la pienezza di significato, ma anche la pesantezza, la difficoltà [16]. Ospitare tutto è ricerca del senso di tutto, ma ha tratti di peso. Sembra quasi che Etty Hillesum, nella sua ricerca della poesia – la forma espressiva che le è negata nel lager e le sarà per sempre interdetta dal destino – voglia alleggerire il peso della relazione empatica con gli altri, dell'addossarsi il dolore di chi la circonda. Etty Hillesum cerca infatti la semplicità, l'assenza di peso nella forma di una purificazione, che dia lievità alla pur necessaria e, per lei, inevitabile, immedesimazione [17].
Inizia così a disegnarsi un ritmo di passività e attività nell'ambito del quale si profilano i caratteri della parola necessaria per descrivere ciò che accade. La lettera del 24 agosto 1943, che può essere letta come un compiuto reportage da Westerbork, è scandita dal "non ci sono parole" – "eppure devo" [18]. Una parola essenziale, semplice come la poesia – radi tocchi di pennello su uno sfondo ampio, che rappresenta quanto resta di indicibile e incomprensibile e che la parola deve rendere percepibile proprio attraverso il suo carattere di mistero [19]. Occorre però anche la "spietatezza" delle parole che sanno entrare nella carne e la penna stilografica deve essere usata come un "martello" [20].
La parola trovata dovrà essere usata solo nel momento in cui assume significato vitale per l'uomo, quando diventerà "di sua competenza", ossia intessuta di esperienza [21]. sarà inoltre importante scrivere non solo del crollo e della distruzione, ma anche del nuovo inizio, della preparazione di ciò che verrà. Occorrerà mettere a confronto diverse voci e diverse esperienze.
Lo spazio che Etty Hillesum voleva lasciare intorno alle parole, il silenzio che le parole non devono coprire o velare, ma accentuare, non è un vuoto, è piuttosto quanto lei sta pensando e vivendo, guardando sempre più a fondo, con occhi e orecchi ben aperti. Scrivere è addossarsi il peso, non sgravarsi di esso, ma purificarlo, essenzializzarlo, renderlo importante. È quindi un compito che va di pari passo con l'affinamento della sensibilità, con l'educazione del sentire.
È ormai chiaro che la "passività" di Etty Hillesum non è sprofondamento, inerzia, blocco, ma espressione viva e integrale del suo essere. È raccoglimento su di sé, concentrazione e silenzio, nutrimento spirituale attinto dai libri, dallo studio, dalle persone, da sentimenti di riconoscenza e di gratitudine – "la vita bella e ricca di significato" – e da un lucido senso di realtà – "stare saldamente piantata sulla terra più dura della realtà più dura" [22].
Una delle sue prime reazioni, quando è ancora una giovane donna libera di andare in bicicletta e di frequentare il suo amante, di fronte alle notizie sulla guerra e sulle privazioni che le erano ancora risparmiate, è il complesso di colpa: dovrà sacrificare la stanza grande tutta per sé, rinunciare allo studio, alla propria coltivazione spirituale? La risposta non è la scelta di vita, l'inversione di rotta: è la fedeltà a se stessa, alla propria vita interiore vista sotto il profilo di ciò che sta germogliando. Da questo punto, che non si maschera dietro imperativi sovraindividuali e non sentiti (la lotta politica, il sacrificio), diventa possibile ospitare i duri fatti nella propria testa e nel proprio cuore. Inizia così il lavoro sui sentimenti, teso a eliminare ogni sentimento di odio, amarezza, paura, disperazione perché troppo legato all'io singolo, sproporzionato rispetto alla "fatalità" degli avvenimenti [23]. Il grande odio per i tedeschi avvelena l'animo, è anch'esso una forma di generalizzazione, di linguaggio stereotipato che oltretutto rivendica una falsa purezza e innocenza per sé. Etty Hillesum si sforza di guardare all'individualità dei singoli uomini e donne, proprio ciò che la guerra impedisce di vedere, e legge nel comportamento dell'aguzzino e del kapo un tratto che può comparire anche sul volto della vittima. La paura per sé, l'odio devono essere rimpiazzati dall'esperienza del dolore che, come l'amore, fa parte della vita [24]. Il dolore diventa allora pietas, lucida constatazione del male, rifiuto di erigersi a giudice dei cattivi, perché le malattie dell'anima riguardano tutti.
L'educazione al sentire è un passaggio dai sentimenti centrati sull'io – ribellione, avversione, conflitto, speranza, paura – al sentire inteso come amore, passione che non si misura sul possesso, ma sul rispetto per ciò che esiste in sé, indipendentemente dall'intervento del soggetto. È questa la "fatalità" degli avvenimenti, che in Etty Hillesum non ha nulla a che vedere con un destino accettato passivamente, ma ha la grandezza tragica di ciò che sovrasta l'iniziativa individuale. Il sentire che non è effusione o ingombro del sé, ma spazio purificato, lasciato aperto per altro, consente anche di essere buoni senza preoccuparsi del Bene, ossia, nel caso concreto, della vittoria sulla persecuzione antiebraica.

Ma stanotte aiuterò a vestire tutti i bambini piccoli e tenterò di calmare le madri e chiamo questo 'aiutare'. Potrei quasi maledirmi da sola: sappiamo bene che abbandoneremo le persone indifese e malate del campo alla fame, al caldo e al freddo, alla vulnerabilità e alla distruzione, eppure le vestiamo noi stessi e le accompagniamo ai nudi carri di bestiame, e se non sono in grado di camminare le portiamo sulle barelle. Che avviene qui, che misteri sono questi, in quale meccanismo funesto siamo impigliati? Non possiamo liquidare il problema dicendo che siamo tutti dei vili. E poi, non siamo così cattivi. Ci troviamo di fronte a interrogativi più profondi. [25]

È ancora passività o irenismo o presa di posizione puramente morale questa convinzione della necessità di mutare innanzitutto se stessi come premessa di un mondo diverso? Si tratta certo di una proposta non politica, ma essa ha il valore di un'interpretazione generale del mondo e dell'esistenza umana. È vero che pensarla in questo modo vuol dire sentirsi come "un palo in mezzo a un mare infuriato, contro cui da ogni parte sbattono le onde" [26]. Vuol anche dire non fidare eroicamente sulle proprie forze, ma combattere in forza di qualcosa dentro di sé, facendosi semmai attraversare dall'infecondità della violenza e della sofferenza che gli uomini infliggono a sé e agli altri. Vuol dire infine esercitare una vigilanza severa sui propri sentimenti e insieme umanizzare la sofferenza, toglierle l'aspetto puramente fisico, che disumanizza, appunto, e reintegrarla nella condizione umana. Etty Hillesum, in una parola, ha la forza di sopportare tutto quanto e la deriva innanzitutto dal ruolo fondamentale attribuito alla sensibilità:

... la vita e la morte, il dolore e la gioia, le vesciche ai piedi estenuati dal camminare e il gelsomino dietro casa, le persecuzioni, le innumerevoli atrocità, tutto, tutto è in me come un unico, potente insieme, e come tale lo accetto e comincio a capirlo sempre meglio. [27]

L'accostamento di tanti aspetti del reale dà vita a un universo molteplice: i campi di concentramento e le poesie di Rilke, il tramonto nel cielo di Westerbork, il pianto di un bambino e la carezza di sua madre. Invece di ottundere i propri sensi — non voler pensare e non voler sentire, illudendosi di espellere la sofferenza fuori di sé — il dolore e la morte accettati come parte della vita accrescono l'ampiezza della realtà, mostrano che essa non ha un'unica dimensione, ma è molteplice e contraddittoria. Ciò crea dolore e stridore e probabilmente qui si consuma la vicenda di Etty Hillesum. Il suo altruismo, la sua capacità di assumersi il dolore degli altri rivela la durezza di un'esperienza concretamente vissuta nel momento in cui il suo desiderio di essere poeta, scrittrice, di tenere qualcosa per sé, di avere, molto semplicemente, un futuro, viene completamente travolto dall'urgenza di vivere tutto, ospitare tutto, sopportare tutto. Non volle fuggire, non volle nascondersi a ogni costo perché non voleva essere strappata al fondamento della sua esistenza: aveva capito che la sofferenza era già dentro di lei, faceva parte di lei, era già da sempre lì. Il problema diventava allora soffrire in profondità, non in superficie, allargare l'orizzonte della propria anima, non inaridirsi, non avvizzire.
Etty Hillesum giunge a Dio, come lei stessa riconosce, attraverso l'esperienza dell'amore per Julius Spier: è lui che fa da trampolino, che libera le sue forze per l'incontro con Dio. Dio è certo il nome per tutto ciò che Etty Hillesum leggeva nell'universo: Dio è il nome che lei dà all'anima degli altri, anche quando è avvizzita o nascosta, Dio è il nome che dà a se stessa, quando si ascolta dentro, Dio è sopportare tutto e trovare la vita bella e piena di significato [28].
L'incontro con Dio dà alla passività\attività di Etty Hillesum il suo autentico sfondo, senza togliere a nessuno dei suoi gesti e umori quotidiani il suo valore e la sua importanza.
Dio diventa l'interlocutore quasi esclusivo solo nelle parti finali del diario. Lo diventa nella forma di un tu a cui lei si rivolge nel suo dialogo interiore. Preghiera e raccoglimento sono le forme del rapporto con Dio. La "ragazza che non sapeva inginocchiarsi" ha infatti imparato a pregare:

Ora conosco la mia cura: accoccolarmi in un angolino e ascoltare quel che ho dentro, ben raccolta in me stessa. Tanto, con il pensiero non ci arriverò mai. Pensare è una bella, una superba occupazione quando studi, ma non puoi 'pensarti fuori' da uno stato d'animo penoso. Allora devi fare altro, farti passiva e ascoltare, riprendere contatto con un frammento di eternità. [29]

Il lavoro per liberarsi dall'ingombro del sé, da tutto ciò che ristagna interiormente non è altro che fare in modo di non soffocare quell'altro da sé che parla al fondo dell'anima. La formazione interiore, la riflessione su di sé si compie in un gesto del corpo – due mani giunte e un ginocchio piegato – che rappresenta la volontà di non cacciare Dio dal proprio territorio, di ospitarlo e farlo sentire a casa, di trattarlo bene [30]. Dio è la spaziosa pianura, la vastità che Etty Hillesum sente di avere dentro di sé. La preghiera, la ricerca, l'inginocchiarsi – un gesto in cui il corpo accompagna con semplicità lo spirito – riassumono l'istante in cui ogni distrazione e dissipazione di sé hanno fine. Dio per molto tempo è per Etty Hillesum questa richiesta, di raggiungere unità e pienezza interiore, salda energia spirituale, di trovare il proprio centro. È un Dio "costruito" nel senso che Rilke dava a questa espressione, creato da uno spirito che ne patisce l'assenza [31]. In seguito, Etty Hillesum chiede aiuto a Dio e mostra che nel suo rapporto con Dio è essenziale la fiducia nella sua bontà, l'abbandono alla sua volontà, accettare tutto come se venisse dalle sue mani. Si sente tra le braccia della vita e tra le braccia di Dio [32]. Questa dimensione di tenerezza, di protezione e di rifugio diventa anche desiderio di aiutare Dio al cospetto dei terribili avvenimenti che portavano e porteranno molti a dubitare del suo amore per gli uomini e a interrogarsi sul perché. Dio per Etty Hillesum non è responsabile del male commesso dagli uomini, anzi è stato impotente verso di esso. Ecco perché bisogna "aiutarlo" [33], "salvarne" l'esistenza nel mondo.
Dio dunque non è soccorso, consolazione o semplicemente messa in relazione con il mistero, il paradosso. In Dio si compie piuttosto l'aspetto più sconvolgente dell'esperienza di Etty Hillesum. Dio è il culmine di un cammino spirituale e di vita in cui la capacità empatica di sentire gli altri, il loro dolore, di mettere al primo posto la relazione con gli altri, si nutre e si completa – e ne riceve leggerezza – con l'immaginazione, l'attesa e la prefigurazione del futuro, delle esperienze altrui, fino al senso ultimo del tutto. "Aiutare Dio" è un ultimo, sublime modo per Etty Hillesum di essere ospite, amica. Vuol dire andare contro ogni forma di assolutismo – della fede come della politica o dell'ideologia – e insieme mettersi fuori dal nichilismo. "Aiutare Dio" è l'estrema possibilità di pensare diversamente la catastrofe, di pensare oltre ciò che è stato distrutto.


NOTE

1. E. HILLESUM, Diario 1941-1943, Adelphi, Milano 1985, pp. 48-49.
2. Ib., pp. 230-231.
3. Ib., p. 77.
4. Ib., p. 238.
5. Cfr. R.M. RILKE, Poesie sparse, in Poesie, Einaudi-Gallimard, Torino 1994, vol. II, p. 237: "Un solo spazio compenetra ogni essere: \ spazio interiore del mondo. Uccelli taciti \ ci attraversano. Oh, io che voglio crescere, \ guardo fuori ed in me ecco cresce l'albero". Si tratta di una strofa della poesia Quasi ogni cosa al contatto si tende. Cfr. N. NERI, Un'estrema compassione. Etty Hillesum testimone e vittima del lager, Bruno Mondatori, Milano 1999, p.74, che cita il passo dell'edizione integrale del diario di Etty Hillesum in cui è riportata la citazione di Rilke. Cfr. anche E. HILLESUM, Diario, cit., pp. 132-33, p. 193.
6. E. HILLESUM, Diario, cit., pp. 201-202 (17 settembre 1942).
7. Ib., p. 104. Cfr. ancora N. NERI, Un'estrema compassione, cit., p. 73, che cita la pagina delll'edizione integrale del diario in cui è riportato un altro brano di Rilke in cui compare l'espressione "vivere tutto".
8. Cfr. T. TODOROV, Di fronte all'estremo. Quale etica per il secolo dei gulag e dei campi di sterminio? Garzanti, Milano 1992. Cfr. anche La resistenza esistenziale di Etty Hillesum, numero monografico della rivista "Alfazeta" 60, VI, 10-11, 1996.
9. Cfr. H. ARENDT, La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme, Feltrinelli, Milano 1964, 1992.
10. Cfr. H. ARENDT, Le origini del totalitarismo, Edizioni di Comunità, • Milano 1967.
11. E. HILLESUM, Diario, cit., pp. 171-3.
12. Cfr. ib., p. 57, p. 112, p. 190.
13. Ib., pp. 204-5.
14. Cfr. ib., p. 162.
15. Ib., p. 120.
16. Cfr. il passo del diario (10 giugno 1941), citato dall'edizione integrale in N. NERI, Un'estrema compassione, cit., p. 53, in cui la Bedeutungsschwere viene riferita a Spier e definita "un senso di pienezza, come se lui vivesse troppo empaticamente".
17. Cfr. E. HILLESUM, Diario, cit., pp. 75-6. 42
18. Cfr. E. HILLESUM, Lettere 1942-1943, Adelphi, Milano 1990, pp. 128-144.
19. Cfr. E. HILLESUM, Diario, cit., p. 116, p. 161, p. 208.
20. Cfr. ib., pp. 24-5, pp. 162-3.
21. Cfr. ib., p. 115.
22. Ib., p. 167.
23. Ibidem.
24. Ib., pp. 101-2.
25. E. HILLESUM, Lettere, cit., pp. 130-1.
26. E. HILLESUM, Diario, cit., p. 57.
27. Ib., pp. 138-9.
28. Sull'atteggiamento religioso di Etty Hillesum, cfr. il capitolo "Aiutare Dio" in N. Neri, Un'estrema compassione, cit., pp. 133-164, in cui vengono discusse le diverse interpretazioni e i diversi influssi rintracciati dagli studiosi nello sviluppo spirituale di Etty Hillesum.
29. E. HILLESUM, Diario, cit., p. 61; cfr. anche ib., pp. 235-6.
30. Cfr. ib., p. 170.
31. Cfr. N. NERI, Un'estrema compassione, cit., p. 139, che attesta questo riferimento sulla base dell'edizione integrale del diario.
32. Cfr. E. HILLESUM, Diario, cit., p. 200, p. 90.
33. Cfr. ib., p. 163, p. 169.

(Da. Le imperdonabili. Etty Hillesum, Cristina Campo, Ingeborg Bachmann, Marina Cvetaeva, Tre Lune edizioni 2000, pp. 21-43)