Fare memoria per avere criteri di verifica

Inserito in NPG annata 2014.

 

Suggerimenti per una rilettura educativa e pastorale delle «Linee guida» FMA 

Riccardo Tonelli

(NPG 7/2014, pp. 72-80)

 

In questa commemorazione-ricordo di d. Tonelli, vogliamo dare spazio e rilevanza a un tratto caratteristico della sua persona e a un ambito di azione "al di fuori" dell'insegnamento e della riflessione per la PG salesiana (intendiamo, dei Salesiani): e cioè la sua disponibilità costante e amichevole verso le Suore Salesiane, le Figlie di Maria Ausiliatrice, che sovente lo chiamavano perché accompagnasse la loro riflessione con i suoi apporti costruttivi e critici (ma anche con la sua amicizia). Tanti corsi di esercizi spirituali, ritiri, conferenze, corsi di aggiornamento, presenze a momenti istituzionali importanti...
Una parola di spiegazione su testo che segue.
L'Istituto FMA ha elaborato nel 2005 un documento a livello mondiale dal titolo "Perché abbiano la Vita e Vita in abbondanza. Linee orientative della missione educativa delle FMA" (vedi il qr-code qui sotto, consegnandolo alle Ispettorie e alle Regioni perché "traducessero" tale linee nei loro contesti.
Questo è stato fatto negli anni 2011 e 2012 anche dalla CII (Conferenza Interispettoriale Italiana), dove sempre ha partecipato (come "relatore" e consulente) il nostro d Riccardo.
L'articolo sotto riportato è la relazione (e alla fine la conclusione) dell'ultimo incontro di Torino 2012, diciamo pochi mesi prima della sua morte.
Lo possiamo prendere dunque quasi come un suo "testamento" pastorale e come un segno dell'affezione per le Suore Salesiane, con cui condividiamo passione e missione educativa. 

Siamo in una stagione di pluralismo. Dobbiamo scegliere con decisione e coraggio, elaborando seri e motivati processi formativi e riconoscendo che la differenza è ricchezza quando assicura stimolo al confronto.
Tutto questo mi porta a concludere che è urgente elaborare criteri che aiutino a verificare e a scegliere in modo maturo e motivato.
Un criterio l’abbiamo… che impegna senza sostituirsi alla nostra fatica decisionale: la fedeltà carismatica a don Bosco.
Non si tratta di imitare don Bosco: operazione difficile quanto inutile, perché i nostri tempi sono profondamente diversi dai suoi e i problemi da affrontare non meno differenti.
Si tratta di comprendere don Bosco, raccogliere l’anima permanente e le logiche che hanno illuminato le sue scelte, e poi ricostruire noi orientamenti e prassi per l’oggi.
Lo faccio con due passaggi complementari:
- il rilancio dei processi formativi che hanno abilitato don Bosco a diventare quel dono di Dio per noi e per i giovani che con gioia riconosciamo;
- l’individuazione di alcuni orientamenti fondamentali che possono diventare, nel nostro contesto culturale e sociale, nodi problematici da affrontare intensamente.

COME DON BOSCO SI È FORMATO?

Il confronto con i processi formativi vissuti da don Bosco può abilitare anche noi a maturare oggi secondo il suo stile.
Per questo credo sia importante studiare questa questione. Non è facile… perché don Bosco non ci ha consegnato delle teorizzazioni. Ma ha mostrato fatti che noi possiamo interpretare – con amore e con rispetto – facendoci aiutare soprattutto da quel documento prezioso che è costituito dalle “Memorie dell’Oratorio”.
Come si è formato don Bosco?

L’esperienza personale come fonte di formazione

Don Bosco ha trasformato il suo quotidiano vissuto in una fonte importante di formazione, ad integrazione e verifica dei processi formativi formali (seminario di Chieri: una formazione con capacità critica; convitto e contatto con i giovani carcerati):
- orfanità e bisogno di paternità
- stile dei suoi educatori (in positivo e in negativo)
- intensità delle relazioni
- contatto con i giovani per apprendere da essi (“i miei maestri”).

Il contesto culturale e sociale

In una stagione particolarissima com’è stato l’800, don Bosco non era né un conservatore né un rivoluzionario. Era un uomo pieno di realismo, capace di guardare avanti con prospettiva coraggiosa: uomo del suo tempo, capace di relazioni funzionali con i personaggi importanti e con la gente comune.

Tre caratteristiche importanti:
- non aveva nostalgie per i tempi passati: questo è il tempo da vivere e da gestire
- non ha vissuto un atteggiamento né rassegnato né entusiasta
- era spontanea la domanda: cosa posso fare per cambiarlo? E così cambia scelte pratiche, quando è sollecitato ad esprimere giudizi diversi sui modelli culturali dominanti.
Un esempio interessante ce lo offre il suo atteggiamento “politico” verso il regime dominante.
Il progetto di don Bosco ha subito uno sviluppo interessante, nel lungo arco della sua vita. L'hanno segnato notevolmente le profonde trasformazioni culturali e sociali del suo tempo e il loro impatto sul "divenire" dei giovani.

Alcuni momenti significativi:
- Nei primi anni: era forte in don Bosco l'impegno per recuperare i giovani più emarginati. Don Bosco considerava la società che conosceva, in cui era forte l'integrazione tra trono e altare, sostegno alla vita "buona".
- Di fronte ai cambi culturali e politici del Piemonte, scatenati dalla “rivoluzione” del '48, don Bosco spinge i giovani a prendere le distanze dalla società. Avverte con disagio il distacco crescente tra Chiesa e società (cultura e organizzazione del potere). Il suo contributo per l'educazione dei giovani si tinge di sospetto verso la società e si concentra nell'invito a "distaccarsi" dalle logiche dominanti.
- Verso la fine della sua vita, in don Bosco cresce la coscienza della necessità di una rigenerazione globale della società italiana (progressivamente allontanata dalla religione e dai suoi valori): per questa operazione considera i giovani "educati" la forza di rigenerazione.

La consapevolezza della presenza operosa di Dio

Le “Memorie dell’Oratorio” documentano ripetutamente come alla radice delle prime due dinamiche stia la consapevolezza della presenza continua di Dio nella sua vita.
Don Bosco è convinto dell’efficacia della grazia di Dio, che guida e sostiene, chiede corrispondenza e affidamento. Dichiara continuamente la sua fede nella “provvidenza” che guida la storia, personale e collettiva: quando i fatti sono positivi e quando sono negativi.
Un evento: la preghiera sul prato Filippi.

ORIENTAMENTI FONDAMENTALI DI DON BOSCO

Un secondo momento considero importante per riscrivere don Bosco nell’oggi: individuare alcuni orientamenti fondamentali della sua prassi, raccogliendo le sfide che essi ci lanciano nel nostro impegno per la nostra fedeltà a don Bosco nell’oggi.
Rappresentano una specie di criteriologia di fedeltà.

La formazione dei collaboratori

Il progetto educativo di Don Bosco esigeva una collaborazione larga tra tante persone… ed erano tanti i collaboratori… ma essi erano tutti “figli di Bosco” (legati affettivamente a lui, impegnati a riconoscere in lui l’ispiratore e il consigliere, di una stessa controllata cultura, con gli stessi intendimenti…). I collaboratori erano quindi un prolungamento ideale di Don Bosco. Se li era formati… a sua immagine, e continuamente li sollecitava a conservarsi fedeli e coerenti con questa figura ideale. Quando era lontano da Valdocco, per i moltissimi impegni che lo costringevano a viaggi e spostamenti frequenti, teneva un contatto quasi diretto, utilizzando gli strumenti comunicativi di cui poteva disporre e reagiva con decisione quando aveva sentore che le linee educative stavano prendendo altre pieghe (cfr. La Lettera da Roma).

La forza trasformatrice dell’educazione

L'interesse fondamentale di don Bosco era "religioso" (la salvezza dell'anima, come diceva lui). Interpretarlo sotto altre preoccupazioni, è tradire la sua esistenza. Ma di fronte ai giovani concreti di cui si occupa, il suo cuore di prete è pieno di sollecitudine per i loro bisogni quotidiani. Per questo "reagisce" con interventi nell'ambito sociale e politico.
Non fa teorizzazioni, ma fatti.
La sua scelta educativa e religiosa diventa concretamente una scelta "politica". "Se vuolsi, noi facciamo anche della politica. [...] L'opera dell'Oratorio in Italia, in Francia, in Spagna, nell'America, in tutti i paesi dove si è già stabilita, esercitandosi specialmente a sollievo della gioventù più bisognosa, tende a diminuire i discoli e i vagabondi; tende a scemare il numero dei piccoli malfattori e dei ladroncelli; tende a vuotare le prigioni; tende in una parola a formare dei buoni cittadini, che lungi dal recar fastidii alle pubbliche Autorità saranno loro di appoggio, per mantenere nella società l'ordine, la tranquillità e la pace" (D. Bosco, discorso ad exalunni in occasione della festa onomastica, 24 giugno 1883).

La fiducia verso i giovani

Don Bosco ha avuto una grande sconfinata fiducia verso i giovani. La nostra Congregazione è nata da giovani: i suoi ragazzi, scelti con attenzione e coraggio.
L’indicazione va compresa bene… per non confonderla con l’ottimismo pedagogico che andava di moda anche nei suoi tempi. Quello di don Bosco era un ottimismo educativo ed etico-religioso.
Don Bosco non ha idolatrato il “fanciullo”. Esso portava il peso dei limiti e delle conseguenze del peccato. Nella sua fede lo riconosceva creatura fatta ad immagine di Dio, capace di bene quando fosse sapientemente stimolato, aiutato a crescere e accolto amorevolmente da adulti impegnati e capaci.
Da una parte don Bosco aveva fiducia nell’azione divina e dall’altra chiedeva ai suoi educatori di scoprire “i punti accessibili al bene” di ogni ragazzo.

La passione per la “salvezza” da educatore

Dio era il centro e il riferimento decisivo di tutta l’esistenza di don Bosco. L’impegno educativo rappresentava per lui la ragione e il fondamento della sua santità. Oggi possiamo dire che la santità di Don Bosco era una santità professionale: fondata e concretizzata nella sua grande passione educativa. Per questo, vive la sua missione di educatore dei giovani con un profondo cuore apostolico e ritrova il coraggio di proporre “la santità come meta concreta della sua pedagogia” (Juvenum patris).
Di conseguenza, Valdocco è stato un ambiente di grande e profonda esperienza religiosa. Una affermazione è centrale in Don Bosco: l'educazione è “cosa di cuore", ma Dio è padrone del cuore (Da una Lettera di don Bosco ai Salesiani, pubblicata nell’Epistolario, Torino, 1959, 4, 202-209). Questa constatazione rappresenta una delle intuizioni più decisive di Don Bosco, fino al punto che ho l’impressione per perdiamo Don Bosco se la dimentichiamo e, nello stesso tempo, uno dei momenti in cui Don Bosco risulta molto legato alla teologia e alla antropologia del suo tempo.
A chi gli chiedeva per quale ragione dedicava tempo, energie, risorse a favore di tanti ragazzi, Don Bosco rispondeva, senza ombra di incertezze: “Voglio farli diventare buoni cristiani e onesti cittadini”. Alle parole facevano subito riscontro fatti, precisi e concreti. Attraverso questo modo di fare Don Bosco pretendeva ascolto, rispetto e, magari, qualche appoggio… proprio da tutti. Un buon cristiano e un onesto cittadino andava davvero bene a tutti, soprattutto se il soggetto, circondato di tante cure, era un ragazzo abbandonato, precipitato dalle montagne nel fervore della prima industrializzazione torinese.

E OGGI?

Il confronto con don Bosco non ci dice cosa fare oggi. Ma ci indica come realizzare la passione educativa di don Bosco e come abilitarci a vivere questa passione in una situazione culturale e sociale molto diversa da quella dei tempi di don Bosco.
I problemi non mancano e vanno accolti e riconosciuti con matura disponibilità.
Faccio qualche esempio.

La collaborazione come esigenza, la corresponsabilità come qualità

Lo stile classico dell’Oratorio di Valdocco ai tempi di don Bosco non è più né sognabile né realizzabile. Viviamo in una trama complessa di relazioni, difficilmente governabile; la dipendenza culturale non è nemmeno sognabile.
La pluralità di collaboratori non è solo esigenza pratica, motivata sulla crisi di personale, ma è una esigenza formativa.
I giovani sono sempre più soggetti corresponsabili e protagonisti dei processi formativi (e non destinatari influenzabili… spesso dipendenti da altre agenzie e non dalle nostre).
Il pluralismo culturale modifica inesorabilmente il soggetto dei processi formativi.
Questa constatazione mette in crisi due dei riferimenti decisivi dello stile salesiano: l’ambiente come prima proposta formativa, i giovani come fondamentali collaboratori e garanti di questa proposta.
E’ possibile oggi riaffermare operativamente questo? E a quali condizioni?

Il progetto come sofferto luogo di incontro e di convergenza

Per permettere una collaborazione seria e motivata (e non solo a carattere esecutivo) tra persone che hanno sensibilità, modelli ideali, riferimenti teologici e antropologici diversi, si richiede l’elaborazione di un progetto di fondo: il documento “linee guida” che stiamo esaminando. Esso propone il punto di confronto normativo, che fa la differenza e assicura la convergenza.
Alcune questioni pregiudiziali entrano in gioco:
chi lo elaborare: si può parlare solo di corresponsabilità “dal basso”, di livello solo operativo o è urgente assicurare una reale corresponsabilità valoriale… ma in questo caso il carisma istituzionale viene meno?
Come assicurare realisticamente il peso istituzionale? Siamo di fronte ad un contratto di lavoro o proprio la sua funzione educativa sollecita verso rapporti di corresponsabilità? La qualità salesiana del nostro progetto formativo sollecita a trasformare la collaborazione in corresponsabilità? Questo orientamento non potrebbe mettere in crisi la nostra responsabilità carismatica? Quali condizioni operative sul piano concreto possono assicurare collaborazione sincera, aperta verso la corresponsabilità?

La dimensione religiosa

Il riferimento carismatico pone la dimensione religiosa come orizzonte costitutivo pregiudiziale.
Nell’attuale contesto culturale risulta difficile assumere la dimensione religiosa come pregiudiziale. La ragioni sono molte e di facile constatazione:
- Può pesare nella decisione di appartenenza con lo stesso indice di competenza professionale o deve restare indipendente, come fattore privato?
- Gli utenti – destinatari che contratto fanno con l’ente gestore: di formazione professionalizzante o di maturazione anche religiosa?
- Anche la decisione di base verso una qualità religiosa di formazione e maturazione… a quale esperienza religiosa fa riferimento? Non c’è solo un pluralismo di fatto di confessioni religiose, ma esiste anche un pluralismo di qualità e esperienze all’interno della stessa confessione?
- L’utilizzazione di espressioni vaghe e generiche (impegno per la salvezza…) non risolve il conflitto delle interpretazioni e delle prassi.

UNA PROPOSTA COME PROSPETTIVA

Le prospettive di soluzione vanno maturate con realismo e responsabilità.
L’elaborazione del progetto formativo risponde sapientemente a queste esigenza.
Provo a suggerire alcune prospettive progettuali che dovrebbero caratterizzare le “linee di fondo” del progetto.
Vanno intese come orizzonte del progetto: non come punto di partenza condizionante, ma come piccolo seme che può crescere in albero grande, esprimendosi progressivamente nella ricchezza della differenza.

Adesione forte e non solo generica

La prima condizione riguarda l’atteggiamento personale nei confronti della proposta: si richiede una adesione forte e motivata e non generica o solo funzionale, al quadro valoriale di base (= non di fine percorso, ma di orientamento generale del processo).
Questa adesione che fonda e assicura l’appartenenza:
- assicura la possibilità di progressiva crescita e maturazione
- verso una appartenenza a cerchi concentrici (dal nucleo carismatico a quello funzionale, dal gruppo degli educatori a quello dei formandi…)
- la differenza di sensibilità e di adesione funziona come confronto e stimolo alla crescita reciproca
- attraverso il contributo prezioso di esperienze diverse.

Su alcuni nodi qualificanti fondamentali

Questi nodi vanno considerati come processi aperti e non criteri discriminanti, nello stile fondamentale del rapporto reciproco tra educazione e evangelizzazione.
Per esempio:
- fede come progressiva ricomprensione del senso
- salvezza come qualità di vita compresa nella proposta evangelica e progressivamente sperimentata nell’incontro con Gesù il Signore
- vita come evento globale, da ricomprendere nel confronto con progetti donati, capaci di restituire una sapiente ricomprensione anche del mistero del dolore, dell’amore, della morte
- solidarietà nel ritmo del tempo (passato e futuro per il presente) e dei soggetti concreti
- consapevolezza che attraverso la formazione e l’impegno professionale matura un progetto di trasformazione sociale e culturale, anche in chiave religiosa (cfr. citazione in 3.2. Don Bosco riconosce la dimensione “politica” del suo progetto educativo… nella doppia prospettiva: di fatto è “politico” e tutt’altro che neutrale; va pensato, costruito e verificato anche con la coscienza religiosa e politica).

LA DIMENSIONE SALESIANA COME CONDIZIONE DI BASE

Concludo la mia proposta con alcune annotazioni che ho intitolato – con un poco di presunzione – la dimensione salesiana.
Rappresentano quelle dimensioni fondamentali che permettono di qualificare come “salesiana” la qualità e la prassi concreta del progetto. Evidentemente vanno verificate e concretizzate. Potrebbe indicare una specie di condizione di base di collaborazione. Senza questa base comune non si può collaborare.
Funzionano evidentemente come un seme da coltivare con cura. Esso discrimina il frutto della pianta… anche se la pianta sorgerà originale e specifica… ma sempre della specie prevista.

NB. La mia è un’ipotesi, motivata dalla riflessioni precedenti, da studiare, approfondire, rilanciare… come conclusione di questo lavoro progettativo.
Si veda: NANNI C., Educare con don Bosco alla vita buona del Vangelo, Elle Di Ci, Leumann 2012.

Fare dell’educazione una scelta di vita

Lo stile salesiano ha bisogno di persone che facciano dell’educazione una scelta di vita, in modo di fare dell’educazione il centro unificatore della vita personale e il punto ispiratore dell’azione.
Questo comporta due orientamenti fondamentali:
- ripensare all’educazione per scommettere sulla sua forza trasformatrice
- qualificare tutti gli interventi secondo la logica dell’educazione.

Leggere educativamente l’attuale situazione

Una seconda indicazione è una rilettura in chiave educativa del contesto e della condizione giovanile attuale.
Ciò richiede di cogliere nei fatti vissuti il possibile, nel presente la prospettiva del futuro, nei processi la linea di tendenza.
Questo comporta la capacità di cogliere i bisogni storici, le esigenze, le aspirazioni e le attese deluse.

A misura del ragazzo concreto

Oggi è particolarmente urgente accogliere le persone per quello che sono e per ciò che di fatto, qui e ora, possono essere, abituandosi ad articolare e calibrare le proposte e gli interventi a misura del ragazzo concreto e delle situazioni particolari che sta vivendo.
Diventa urgente fare spazio all’arte della flessibilità nei confronti dei progetti e delle strategie educative e pastorali.

Realismo nel rapporto fini e mezzi

Ad ogni buon educatore si richiede il compito di congiungere lo spirito del fine da raggiungere con la volontà della ricerca dei mezzi, degli strumenti, delle vie, delle strategie, verso una crescita nella libertà e responsabilità personale.

La dimensione religiosa come qualità del senso

Nell’ambito della missione salesiana l’unico e radicale servizio ai giovani si manifesta attraverso processi e interventi educativi ispirati sempre da quella “carità pastorale” che sollecita a pensare e a realizzare tutte le attività educative in modo da rispettare l’autonomia che le deve caratterizzare e la profonda ispirazione evangelica che qualifica la portata autenticamente antropologica di ogni azione educativa.
Nello stesso tempo, la fiducia nella forza di autenticità e rigenerazione dell’educazione, come ci ha insegnato don Bosco nella sua prassi, ci spinge a ripensare il servizio dell’evangelizzazione – nei contenuti da privilegiare, nei modelli di realizzazione, nelle esperienze che lo caratterizzano – all’interno di corretti e maturi progetti educativi.

Testimoni di speranza

L’amore educativo con cui ci collochiamo dalla parte dei giovani e al loro servizio, ci sollecita a proporre una interpretazione delle attese più profonde dei giovani, per misurare con esse le nostre proposte.
Riconosciamo la presenza di una diffusa domanda di senso. Il grido che essi ci lanciano, anche nelle espressioni più disturbate, riguarda il senso della vita e la speranza, di vita e di futuro e la rassicurazione che conforta ogni piccola e quotidiana conquista.
Essa rappresenta, almeno in modo germinale, un’intensa domanda religiosa, su cui collocare la nostra proposta di Gesù e la responsabilità evangelizzatrice.

A conclusione dei lavori

Abbiamo vissuto un’esperienza bella e molto suggerente.
Dobbiamo esserne felici e ringraziarci reciprocamente. Io lo faccio con gioia e con tutti voi.
C’è però… un “ma”. Fa parte dell’esperienza cristiana e dunque salesiana: dopo le avventure affascinanti (pensiamo al Tabor) Gesù non lascia in pace i discepoli, ma subito ordina di tornare a Gerusalemme per trasformare la vita quotidiana dall’esperienza vissuta.
Anche noi siamo sollecitati a tornare a Gerusalemme, non quella poetica dei salmi ma quella dura della vita quotidiana.
Per fare cosa?
Vi dico il mio modesto, fraterno punto di prospettiva con 4 rapide battute. Ciascuna richiederebbe un convegno… ma sto dicendo cose che ci siamo già condivise tante volte. Hanno solo bisogno di essere ricordate e organizzate, per trasformarle in prassi.

1. La grande sfida: ricostruire speranza
Le cose che ci siamo detti in questi giorni, come qualcuno ha già riassunto, sono una grande sfida: ricostruire speranza attorno a noi.
Sfida significa lasciarci provocare dai problemi veri ed inquietanti e raccogliere i preziosi contributi che il vissuto quotidiano ci consegna.
Di problemi ne abbiamo tanti. Alcuni però sono solo falsi problemi e alcuni sono solo piccoli problemi, di gente che ha pochi problemi. Quello grande e vero è la diffusa crisi di speranza. I discepoli di Gesù e di don Bosco lo sperimentano come il più grave. E’ uno dei grandi doni che Papa Francesco ci consegna.
E’ un dono perché ci aiuta a fare verifiche serie. Ed è un’inquietudine forte… perché non ci riusciamo a metterci d’accordo su cosa sia speranza, su dove la si possa fondare veramente, sul livello di corresponsabilità totale da consolidare… invece di fondare speranza ci mettiamo a vendere palliativi.

2. La corresponsabilità: cosa urgente e seria
Abbiamo scoperto la corresponsabilità non perché ci sono troppi vuoti da riempire e risorse utilizzabili scarse.
La corresponsabilità è in rapporto diretto con la speranza e la sua ricostruzione.
Ci siamo accorti che è una faccenda seria e impegnativa: mette in crisi il carisma e la sua funzione di ricostruttore autentico di speranza.
La corresponsabilità ci chiede di riscoprire il carisma e quindi la fedeltà, superando troppe prospettive autoreferenziali ed eccessivamente deduttive e sicure. Però ci chiede un lavoro competente e qualificato, proprio come ci è stato ricordato con tanta raffinatezza. E’ interessante: siamo partiti da esigenze di sopravvivenza funzionale e abbiamo scoperto il mistero della nostra vocazione che ci avvolge; di qui torniamo a dirci le cose in modo concreto e verificabile.
Non vi sembra una delle scelte più belle della spiritualità salesiana?

3. L’unica strada praticabile: l’educazione
Per ricostruire la speranza di strade praticabili ce ne sono molte. Tutte innegabilmente preziose: per questo la corresponsabilità non è solo tra persone ma avvolge anche gli stili di presenza.
Don Bosco ce ne ha consegnata una, come la sua tipica e prediletta: l’educazione. Voi FMA l’avete come dono costitutivo fondamentale. Noi preti abbiamo il ministero ordinato e tutto quello che l’evento comporta… e qualche volta ci fidiamo persino troppo. Voi avete l’educazione come sacramento della presenza operosa del Dio di Gesù.
Io credo che debba essere rilanciato con forza, proprio dalla provocazione della crisi di speranza, contro ogni nostalgia.
In tempi di crisi abbondano profeti di nostalgie verso gli effetti sicuri, i rimedi infallibili, le promesse inverificabili. Ne ho tanta paura: servono a distruggere la speranza. Qualcuno tenta queste strade e così affoga più tragicamente o rinuncia a pensare… come quel bel tipo che pensava di salvarsi dalle sabbie mobili tirandosi in su dai propri capelli. 
Sono convinto che dobbiamo aiutarci tutti a riscoprire la forza trasformatrice dell’educazione.
Non è né alternativa all’evangelizzazione né tantomeno strumento per o di evangelizzazione: è una sua dimensione irrinunciabile ed una condizione per restituire al vangelo il dono di essere bella notizia per la vita e la speranza

4. Quale educazione?
La grossa questione è: educazione sì… ma quale educazione?
Oggi molti credono all’educazione… ma poi si dividono sulle prassi concrete… dunque fanno atti di fede molto diversi sull’educazione stessa. La corresponsabilità chiede la fatica di costruire un progetto comune.
Lo facciamo non copiando il carisma, ma riscoprendolo dalle provocazioni dell’oggi. Ci ha aiutato molto le riflessioni offerte. Qualche piccolo tentativo ha fatto anch’io nel mio modesto contributo.
Dobbiamo davvero pensarci. E le FMA hanno strumenti, persone, istituzioni che sono un dono per tutti noi.
Io la penso così e a conclusione di questo mio piccolo servizio vi consegno è il mio punto di vista: educare è istituire una relazione tra soggetti diversi (felici… di essere differenti), attraverso cui essi si scambiano frammenti riflessi e motivati di vissuto, per restituirsi reciprocamente quella gioia di vivere, quella libertà di sperare, quella capacità e responsabilità di essere protagonisti della propria e altrui storia, di cui purtroppo siamo continuamente deprivati.