Mi affretto

dunque sono

Fenomenologia della fretta

Diego Fusaro

«Il tempo è fuori dai cardini. O maledetto dispetto della sorte che io sia nato per rimetterlo in sesto!».
(W. Shakespeare, Amleto)

«Solo in quanto io posso considerare questo stato come mezzo per il raggiungimento di uno stato migliore, come punto di passaggio a uno stato più alto e più perfetto, esso acquista un valore per me; io lo posso sopportare, rispettare, e realizzare lietamente in esso ciò che mi spetta, non per questo stato stesso ma nella speranza di un meglio che esso prepara».
(J. G. Fichte, La destinazione dell'uomo)

«L'istante successivo arriva talmente in fretta che è difficile vivere il presente».
(T. Eriksen, Tempo tiranno)

Tra le molteplici definizioni che si possono attribuire al nostro specifico momento storico ve n'è una che forse, meglio delle altre, coglie il suo spirito: il nostro presente è l'epoca della fretta, un «tempo senza tempo» in cui tutto corre scompostamente e senza fermarsi mai, impedendoci non soltanto di vivere pienamente gli istanti presenti, che si succedono vorticosamente, ma anche di riflettere serenamente su quanto accade intorno a noi. Troppi eventi vanno accumulandosi in lassi di tempo sempre più ristretti, determinando, in noi che viviamo questa accelerazione di ogni settore dell'esperienza (dall'ambito della vita quotidiana a quello lavorativo, dai processi di apprendimento al mondo delle informazioni), una sensazione spaesante e, insieme, irritante: non abbiamo mai tempo sufficiente per tutto quello che dovremmo o vorremmo fare, ci sentiamo incalzati da una schiera di impegni e di eventi che, sempre più numerosi e più rapidi nel susseguirsi, finiscono per farci sentire costantemente in ritardo e per farci vivere, immancabilmente, di corsa e con il fiato corto. Ne deriva, appunto, quel sentimento soggettivo di costante fretta, che nasce da una situazione oggettiva, che non può essere altrimenti qualificata che come accelerazione di ogni settore della nostra esperienza esistenziale. Il nostro presente si configura allora come l'epoca in cui i «tempi del mondo» non solo non si conciliano con quelli delle nostre esistenze, ma addirittura li stravolgono senza tregua, imponendoci ininterrottamente lo sforzo di adeguare le nostre vite alla temporalità iper-accelerata di un mondo la cui essenza sembra «riposare», paradossalmente, nella fretta e nella velocità. Prova ne è, ad esempio, il fatto che oggi il tacito obbligo sociale di essere «all'avanguardia» e competitivi – il principale ingrediente per non essere emarginati – ingenera una vera e propria «fobia del perder tempo», che neutralizza in modo spietato tanto il godimento dell'attesa quanto la possibilità di rallentare i ritmi o, per lo meno, di gestirli liberamente. Siamo schiavi del tempo troppo rapido che il mondo ci impone. Del resto, questa fobia che non dà pace all'uomo contemporaneo si riverbera fatalmente anche sulla gestione del cosiddetto «tempo libero», ossia sugli intervalli di tempo che dovrebbero essere consacrati ad attività extralavorative e, per ciò stesso, sottratti per definizione alla fretta: perfino il relax viene oggi messo in agenda e in molti casi anche la vacanza, in modo del tutto inatteso, si trasforma in un calendario intenso e tutt'altro che rilassante, all'insegna dell'imperativo del divertirsi o del conoscere il più possibile, senza sprecare un attimo della agognata vacanza. La fretta è un fenomeno a tal punto ubiquitario e onnipervasivo che non vi è più alcun ambito che essa non abbia strategicamente colonizzato.
Si può dunque sostenere, con una certa plausibilità, che il nostro oggi è in preda a una patologia che, letteralmente, non gli dà pace: la si potrebbe etichettare la «sindrome della fretta», alludendo a un sentimento soggettivo (generante ansia, inquietudine, senso di precarietà e di impotenza) che si origina da una situazione oggettiva, l'accelerazione incondizionata della totalità dei settori della nostra esistenza e della nostra società. Si tratta, a ben vedere, di quello che è stato anche etichettato come lo «choc del futuro», e più precisamente di un futuro che, complici la fretta e l'accelerazione dei tempi, sopraggiunge così rapidamente da impedirci di vivere pienamente il presente, che ci viene strappato sempre più velocemente da sotto i piedi (tempus fugit!). La fretta che va sempre più a permeare, capillarmente, ogni nostra attività sta mettendo a dura prova la capacità dell'uomo contemporaneo di adattarsi ai rapidissimi e convulsi cambiamenti tecnologici, sociali e culturali, che si succedono a ritmo sempre più vertiginoso, costringendolo a vivere in una condizione di inquietudine, quando non di vero e proprio panico. Angoscia, depressione e senso di precarietà sono le forme patologiche che derivano dalla percezione dell'impossibilità di poter armonizzare i propri ritmi esistenziali con quelli imposti dal mondo. Un fattore di disagio che ne deriva è, indubbiamente, dato dalla velocità sempre crescente – l'accelerazione, appunto – con cui la società si muove e, di conseguenza, dalla fretta con cui le persone sono costrette a muoversi e ad agire, pena il «rimanere indietro» rispetto a un mondo che avanza sempre più rapidamente e che non accenna affatto a rallentare. I ritmi delle nostre esistenze – questo il corollario – non sono più a misura d'uomo, ma a misura di un elemento onnipresente e inafferrabile, la velocità sempre crescente, che ci impone come un destino i suoi ritmi compulsivi e disumanizzanti, funzionali a valori (il produttivismo, il profitto, la crescita sempre più rapida del capitale, ecc.) che non coincidono con il soddisfacimento di bisogni veramente umani, ma che anzi si configurano come la loro antitesi più riuscita. E così, travolti dai meccanismi spietati ed elettrizzanti della velocità e della fretta, ci agitiamo quotidianamente per non soccombere ai mille impegni che l'oggi ci impone, in preda ai miti alienanti dell'efficientismo e del produttivismo ad ogni costo, senza che ci resti il tempo per riflettere sul senso complessivo di questo processo di cui siamo ingranaggi sempre più passivi e meno coscienti. La fretta e l'accelerazione ci dominano come forze esterne e oggettive, nuove divinità olimpiche che chiedono di essere venerate ancor prima che capite.
L'obiettivo teorico che si propone il presente lavoro è quello di paralizzare momentaneamente l'odierno saettare della «freccia del tempo» per provare ad analizzare filosoficamente il fenomeno della fretta come accelerazione compulsiva dei tempi, nelle sue implicazioni storiche, filosofiche, politiche e sociologiche. Il fatto che oggi la società, nel suo complesso, sia sempre di fretta presenta, come risvolto del tutto paradossale, il fatto che essa non abbia mai tempo per «fermarsi» e riflettere sulla fretta, e dunque su se stessa. Secondo una logica completamente contraria a ogni senso comune, accade così che uno dei problemi maggiormente percepiti dall'uomo contemporaneo, costretto (peraltro al di là di tutte le tradizionali barriere di genere, di età e di classe) a vivere ogni giorno sulla propria pelle le antinomie dei tempi troppo rapidi del presente, sia anche uno dei meno studiati. Il paradosso – è bene sottolinearlo – sta tutto nel fatto che non c'è tempo per riflettere sulla mancanza di tempo: il «fare» frenetico, da cui tutto oggi sembra fatalmente calamitato, non lascia spazio – e, soprattutto, tempo – a una articolata e sistematica riflessione sul movimento generale della società odierna, sul senso – posto che ve ne sia uno – della sua corsa forsennata che la porta a sporgere senza tregua sull'istante successivo. In questo senso, alla fretta si attaglia perfettamente la definizione di «cattiva consigliera» di cui l'ha insignita, in termini certo non elogiativi, il celebre proverbio. Del resto, il paradosso di una filosofia della fretta – vera contradictio in adiecto – risiede proprio in questo, ossia nel fatto che la filosofia e la fretta sono determinazioni strutturalmente antagonistiche e antitetiche, che costituiscono una polarità difficilmente conciliabile: la filosofia è, per sua essenza, amore per un sapere che può essere raggiunto solo tramite una serena riflessione, al riparo appunto dai tempi incalzanti del mondo, in cui tutto scorre così rapidamente da non poter essere afferrato dal pensiero e cristallizzato in concetti. Secondo un detto latino di origine vagamente aristotelica, «sedendo et quiescendo anima efficitur sapiens»: per farsi saggia e per raggiungere una dimensione autenticamente filosofica, l'anima ha bisogno di tranquillità e di pace, determinazioni che, evidentemente, mal si coniugano con la fretta dilagante nel nostro tempo.
Il presente scritto, dal canto suo, ambisce appunto a esaminare filosoficamente questo fenomeno, nel duplice tentativo di esplorarlo nell'ampia gamma delle sue implicazioni e di far stare insieme, in qualche modo, queste due determinazioni antinomiche e in opposizione totale (la filosofia e la fretta, appunto), facendole convergere in un'inedita approssimazione filosofica alla fretta qua talis o, rovesciando il titolo del capolavoro di Martin Heidegger del 1927, all'odierno «essere-senza-tempo». Abbiamo così anche spiegato, per inciso, che il titolo del nostro libro – Essere senza tempo – allude non già, in senso parmenideo, all'atemporalità dell'essere, ma, piuttosto, in senso eracliteo, alla costante mancanza di tempo che caratterizza il nostro oggi e il suo perenne fluire (panta rei). La premessa metodologica che fa da stella polare a questo scritto è la seguente: l'origine del fenomeno della fretta – per lo meno della fretta per come la stiamo sperimentando nell'attuale fase storica –non deve essere cercata nella natura umana in quanto tale, come se si trattasse di una condizione naturale-eterna inscritta – heideggerianamente – nella struttura «ontocronica» dell'uomo, ma, piuttosto, occorre rinvenirla nell'«orizzonte mobile» della storia. Più precisamente, questo fenomeno che ci perseguita ossessivamente, costringendoci a vivere sempre sbilanciati in direzione dell'attimo successivo, ha origini storiche piuttosto recenti e deve essere posto in relazione con la dinamica della modernità quale si è venuta sviluppando a partire dalla seconda metà del XVIII secolo.
Ci troviamo così, inaspettatamente, al cospetto di un nuovo paradosso: la fretta, che in prima battuta potrebbe sembrare una patologia tipica solo dell'uomo contemporaneo e, per di più, un problema meramente sociologico legato alle vite dei singoli in una società complessa che deve fare continuamente i conti con il tempo, si rivela invece essere un problema storico e filosofico, le cui radici affondano nel terreno di esperienze storiche concrete (la Rivoluzione industriale e quella Francese, in primo luogo). Più precisamente, il fenomeno soggettivo della fretta nacque a un sol parto con quell'accelerazione della storia inaugurata dalle due Rivoluzioni e promossa dal pensiero illuministico e dalla sua passione per il futuro. La fretta e l'accelerazione resero evidente – in una forma che non sfuggi a chi visse quelle esperienze sulla propria pelle – che la sequenza degli accadimenti aveva improvvisamente subito una brusca velocizzazione, che non si lasciava codificare se non nei termini di un aumento esponenziale del numero degli eventi in lassi di tempo sempre più contratti. Si trattava, appunto, di un'inedita accelerazione della totalità delle esperienze umane, o della «storia» al singolare, come si cominciò a dire per la prima volta in quel periodo. Fu così che nacque appunto l'idea – mai tematizzata in forma chiara prima di allora – che tutto avesse preso a procedere più rapidamente, in ogni settore: dal progresso tecnico a quello scientifico, dai mutamenti politici a quelli sociali. La stessa moderna concezione di una storia lineare, singolarizzata e diretta a senso unico verso il futuro si originò, nel XVIII secolo, nel quadro dell'accelerazione della storia, per poi trasformarsi essa stessa, a livello teorico, nel più efficace fattore di accelerazione.
Una simile velocizzazione di ogni settore esperienziale non poteva che travolgere anche le vite dei singoli, costretti a sincronizzarsi con i ritmi di un mondo sempre più rapido, sempre più di corsa. Fu in quel contesto di generale accelerazione della storia che si originò quella sensazione di fretta, tenace e sfibrante, che non ha smesso di ossessionarci e che anzi, oggi, sembra tormentarci in modo decisamente più pervasivo di quanto non accadesse con i nostri antenati del XVIII e del XIX secolo. I ritmi esistenziali e «biologici» del singolo cominciarono a essere stravolti, si divaricò la forbice tra i «tempi del mondo» e i «tempi della vita», che fino ad allora avevano costituito un'armonica e coerente unità: l'individuo si trovò improvvisamente sradicato, rispetto ai propri tempi usuali, vivendo per la prima volta l'inquietante sensazione di non riuscire a tenere il passo con i ritmi serrati imposti dalla nuova epoca; sensazione che – come vedremo – è largamente attestata dalla letteratura, dalla filosofia, dalla poesia e dalla storiografia a partire dall'ultimo scorcio del XVIII secolo. In termini generali, la fretta come costante esistenziale dell'uomo moderno è strettamente connessa con una irriducibile «passione futuro-logica», a sua volta legata alla moderna aspirazione ad affrettare il più possibile il raggiungimento di un avvenire considerato come luogo di realizzazione di progetti di emancipazione e di perfezionamento. In ultima analisi, i perimetri del moderno coincisero con questa tensione – generatrice di fretta e di accelerazione –verso un futuro ottimisticamente inteso come diverso e migliore.
Coerentemente con le coordinate teoriche appena fissate, non è possibile studiare il fenomeno della fretta se non nella sua coimplicazione originaria con quello dell'accelerazione della storia. Tra le due sussiste un nesso indisgiungibile, che impedisce – lo chiariamo fin da ora – ogni trattazione che non consideri simbioticamente i due fenomeni. Il nostro lavoro, pertanto, si propone di ricostruire storicamente e, al tempo stesso, sub specie philosophiae la genesi della moderna accelerazione della storia, nelle sue implicazioni più eterogenee, nel tentativo di mostrare come da essa si originò la fretta. Quest'ultima altro non fu che una versione specifica dell'accelerazione della storia, e più precisamente l'accelerazione percepita dai singoli soggetti e dai loro tempi di vita. In altri termini, in prima approssimazione, si potrebbe sostenere che la fretta fu la versione soggettiva, quasi la «percezione esistenziale», del fenomeno oggettivo, storicamente determinato, di quell'accelerazione della storia che elettrizzò l'Europa a partire dalla seconda metà del Settecento, per poi estendersi progressivamente (con ritmi, nemmeno a dirlo, accelerati) al mondo intero, generando una vera e propria «globalizzazione dell'accelerazione». Sotto questo profilo, il fenomeno presentò da subito la forma di un triangolo, le cui tre punte devono essere individuate, rispettivamente, nell'accelerazione del «progresso tecnico-scientifico», in quella del «processo socio-politico» e in quella del «tempo della vita», coincidente, quest'ultima, con la sensazione della fretta propriamente detta.
Comune alle due determinazioni della fretta e dell'accelerazione – le due facce della stessa medaglia della velocizzazione totale del mondo – fu, da subito, l'eclissi del presente come dimensione temporale effettiva: tipico tanto della fretta quanto dell'accelerazione della storia fu (ed è ancora oggi) il non riuscire più a vivere il presente, liquidato come «ponte mobile» tra il passato e il futuro, inteso, quest'ultimo, come il vero approdo a cui tendere, come il luogo di un progresso sempre rimandato in avanti. Il presente cessava letteralmente di essere esperito per due ordini di ragioni: in primo luogo, perché costituiva semplicemente un «passaggio» per un futuro diverso e migliore rispetto all'oggi e allo ieri; in secondo luogo perché, in forza dell'accelerazione, finiva irresistibilmente per scorrere via troppo velocemente, subito sostituito da un «nuovo» futuro nel frattempo impostosi come «nuovo presente». Ne scaturiva un dispositivo temporale del tutto nuovo e spaesante: l'accelerazione e la fretta facevano sì che il futuro anelato sopraggiungesse così rapidamente da non fare più nemmeno in tempo a «presentificarsi», perché subito si trasformava in «futuro passato». Il presente aveva improvvisamente smesso di esistere, sostituito dalla coazione alla colonizzazione di un futuro fatto utopicamente coincidere con progetti di emancipazione e di trasformazioni migliorative della società. L'idea di progresso, naturalmente, giocò un ruolo tutt'altro che secondario nella genesi di quella tensione «futuro-centrica» – cifra comune tanto dell'accelerazione quanto della fretta – che caratterizzò la modernità in larga parte del suo tragitto: il presente veniva ridotto a «istante puntiforme» funzionale alla transizione a un futuro identificato con il progresso e, per ciò stesso, degno di essere raggiunto il più in fretta possibile, accelerando i ritmi e abbreviando i tempi di percorrenza. L'accelerazione che effettivamente si verificò, sul piano empirico, a partire dal XVIII secolo si capovolse quasi subito in un imperativo, quando non in una vera e propria religione immanente. In questo modo, essa andò a costituire una endiadi con il progresso nell'inedita forma di una accelerazione del progresso della storia: dal fatto che la storia avesse preso a scorrere più in fretta si ricavò l'imperativo dell'accelerazione a oltranza, in quella divinizzazione totale della velocità e della fretta in cui non abbiamo smesso di identificarci.
Già affiora, da queste considerazioni, la fisionomia della costellazione concettuale e storica in cui dovranno essere collocati i due fenomeni della fretta e dell'accelerazione: progresso, spinta verso un futuro migliore degno di essere raggiunto il prima possibile, svalutazione del presente come momento di transizione, concezione lineare e «infuturante» della storia. L'obiettivo di questo lavoro consisterà in un esame – necessariamente parziale e non esauriente, trattandosi di un problema ubiquitario, trasversale e, per molti versi, sfuggente – di questa costellazione e dei principali momenti storici in cui vennero maturando i due fenomeni dell'accelerazione della storia e della fretta dell'esistenza, nonché delle più significative teorizzazioni (filosofiche, poetiche, letterarie, storiografiche, ecc.) di tali fenomeni. Vero è che oggi la crisi irreversibile del dispositivo temporale di una storia unitaria, lineare, sporgente su un futuro diverso e migliore ha determinato l'eclissi del concetto stesso di una accelerazione della storia, come se il corso storico si fosse ad un tratto inspiegabilmente congelato, trasformando il paesaggio odierno in un «eterno presente» opaco e intrascendibile: e, non di meno, in questo desolante paesaggio postmoderno dominato dalla desertificazione dell'avvenire e dall'eternizzazione del presente è rimasta immutata, e si è anzi fatta più vertiginosa, la sensazione della fretta e la mancanza cronica di tempo nelle nostre vite. Figlia dell'esaurirsi del paradigma moderno e del tramonto della fede nei «grandi racconti», la nostra epoca, che pure ha smesso di credere nel futuro e nell'esigenza di accelerarne l'avvento, non ha per questo cessato di affrettarsi senza tregua, dando vita a una versione del tutto autoreferenziale della fretta: una versione nichilistica, appunto, perché svuotata dai progetti e dalle promesse di emancipazione universale e di colonizzazione dell'avvenire di cui l'avevano gravata i moderni. Se la modernità, nelle sue premesse e nelle sue promesse, si era configurata come un ambizioso tentativo di perseguire futuri diversi e migliori, con l'imperativo di accelerare il tragitto che avrebbe dovuto condurre ad essi, il nostro tempo ha smarrito questa «passione per il futuro», senza però congedarsi dalla fretta, ridotta così a scopo del tutto irrelato, sciolto dal riferimento a ogni valore e a ogni progettualità trasformativa. Il motto dell'uomo contemporaneo – mi affretto, dunque sono – sembra quindi accompagnarsi a una assoluta mancanza di consapevolezza dei fini e delle destinazioni verso cui accelerare il processo di trascendimento del presente. Solo la «pazienza del concetto» della filosofia, modulata nella forma di una strategia del rallentamento e della rioccupazione progettuale del futuro, può costituire un antidoto contro l'odierno dilagare della fretta nichilistica: variando la nota espressione di Heidegger (nur noch ein Gott kann uns retten), solo la filosofia ci può salvare, mostrandoci – come alla mosca di Wittgenstein – la via per uscire dalla bottiglia.

(da: Essere senza tempo. Accelerazione della storia e della vita, Bompiani 2010, pp. 21-28)