La vita eterna,

qui e ora

Per chi vuole incontrare Gesù e credergli

Claudio Magris

Il giorno 10 marzo 2011, nella Sala Stampa vaticana, è stato presentato dal cardinale Marc Ouellet e da Claudio Magris, coordinati da padre Federico Lombardi, il libro di Joseph Ratzinger - Benedetto XVI, Gesù di Nazaret, vol. II. 

Sono grato e onorato di essere qui a presentare questo libro e non solo perché il suo autore ha un ruolo diciamo alquanto importante nel mondo, ma per la forza di questo libro, che mi ha colpito profondamente e che va a fondo non solo di questioni essenziali che riguardano la figura di Gesù, ma, attraverso quest'ultima, ad alcune questioni essenziali della vita e dell'umanità in generale. È un bene oggettivo che esista questo libro e vanno ringraziati anche i traduttori, che ne rendono possibile la conoscenza a lettori di tanti Paesi diversi.
Sono anche imbarazzato e non si tratta di sciocca e falsa modestia; credo fermamente nella competenza e io non ne ho ovviamente alcuna per quel che concerne un libro che tocca problemi essenziali di esegesi biblica, che entra in merito - con grande decisione e grande coraggio - a certe discordanze o incongruenze (almeno apparenti) dei testi evangelici, campo in cui ovviamente non ho alcuna autorità per esprimere un giudizio. Quando mi è stato chiesto di presentare questo libro ero incerto; ho chiesto anche consiglio al mio amico cardinale Silvestrini, a don Achille, in una delle nostre telefonate quasi notturne, e gli ho esposto le mie perplessità; lui mi ha esortato a liberarmi da un eccessivo pudore, insomma da una coscienza troppo scrupolosa, e dunque sono ben lieto di essere qui.
L'unico titolo che ho per parlare di questo libro è la mia assidua, appassionata lettura delle Scritture e anche di saggi di teologia; questo non è né il primo né il secondo libro di Joseph Ratzinger che ho letto e con grande profitto; penso ad esempio alla sua Introduzione al Cristianesimo, a quel saggio estremamente interessante sulla tolleranza, a un altro sulla legge (saggio sul quale avevo qualche perplessità, nonostante il grande fascino della lettura) e ad altri ancora.
Questo Gesù di Nazaret - in particolare il secondo volume -tocca alcune cose fondamentali per chiunque, anche a prescindere dalla sua posizione religiosa. Vorrei sottolineare alcuni punti, che mi sembrano particolarmente forti e toccanti, e porre alcune domande, anche in contumacia dell'autore - ogni autore è sempre un po' anche un imputato, quando si presenta e discute un suo libro. Un'altra piccola giustificazione della mia presenza è la mia familiarità con la grande cultura tedesca e soprattutto con due suoi filoni, particolarmente importanti per l'autore di questo libro: il metodo storico e l'ermeneutica.
Nel primo volume, presentandosi all'inizio, in quanto autore, come Joseph Ratzinger piuttosto che come Benedetto XVI - e cioè sottolineando, con grande signorilità, come il libro non sia un atto magisteriale bensì un testo che si offre liberamente alla libera critica - c'è una frase che apparentemente sembra solo simpatica e garbata e che è invece molto profonda, quando l'autore chiede al lettore quell'anticipo di simpatia senza il quale, dice, non v'è alcuna comprensione. Non si tratta soltanto di una frase di cortesia. La simpatia, il sentire insieme, è alla base dell'ermeneutica, ovvero dell'interpretazione dei testi. Simpatia non vuol dire consentire su ogni punto, bensì trovarsi in una analoga lunghezza d'onda col testo, in un rapporto in cui si va dal testo alla lettura e da quest'ultima all'autore e nuovamente al lettore, il quale proietta fatalmente su quel testo la sua umanità, la sua passione, i suoi problemi. La simpatia è una forma di consonanza spirituale, anche a prescindere dall'accordo o disaccordo su qualche singolo elemento; è un comprendere che coinvolge l'intera persona e il dialogo vivo col testo, il quale in tale dialogo assume sempre una nuova vita. Sotto questo profilo, l'ermeneutica riguarda i grandi testi religiosi, ma anche l'interpretazione letteraria; è nella grande cultura tedesca che è fiorita questa ermeneutica, fondamentale per la comprensione della Parola come pure del mondo e dell'uomo che stanno dietro la Parola.
C'è poi il metodo storico, che Joseph Ratzinger - non è una civetteria se lo chiamo così anziché Benedetto XVI, bensì un modo che mi sembra corretto, dato che egli stesso si presenta in questo libro non quale Papa bensì quale autore - definisce irrinunciabile. Pure il metodo storico caratterizza fortemente la cultura tedesca; esso inoltre è particolarmente legato al cristianesimo, la religione che fa entrare Dio, l'Eterno, nella Storia, cioè nella temporalità, nel mutamento. In questo libro, il metodo storico non è solo un pensiero scientifico - benché sia anche in primo luogo questo, con grande rigore - ma ha pure un approccio che corrisponde alla visione cristiana del rapporto tra il tempo e l'Eterno, al senso della presenza dell'Eterno nella temporalità. Anche la Resurrezione - sto parafrasando parole dell'autore - sfonda il tempo e sembra andare alla rovescia, venendo così ad appartenere anch'essa alla Storia. Metodo storico significa collocarsi nel tempo ma collocare una parola non solo nel passato, bensì pure nel significato che essa assume uscendo da questo passato, senza ovviamente dimenticare quest'ultimo, perché altrimenti si cadrebbe in una lettura generica e dilettantesca. Naturalmente - e questa è una tra le tante bellissime osservazioni di questo libro -ci sono anche i limiti del metodo storico, limiti in sé e limiti per quel che riguarda l'argomento, il tema, il soggetto di questo libro, ovvero Gesù di Nazaret. Il metodo storico, scrive Joseph Ratzinger, non può dimostrare che Gesù è il figlio di Dio; tuttavia - egli aggiunge - il metodo storico è fondamentale, perché è necessario che ci sia storicamente la possibilità di toccare con mano la possibilità della fede. Se la ricerca storica - egli dice esplicitamente - dimostrasse che è impossibile quello che afferma la fede, quest'ultima entrerebbe in una gravissima crisi. Il metodo storico non può dimostrare una certa verità, ma è fondamentale per avvicinarsi ad essa.
Un altro elemento essenziale è l'affermazione secondo la quale la critica razionalista, e dunque pure la ragione, è anch'essa storicamente condizionata. Si tratta di un'osservazione capitale. "Storicamente condizionata" significa che quando noi applichiamo la nostra ragione - e non possiamo non farlo, perché ci è stata data la ragione proprio per questo - dobbiamo sapere che neppure essa è un assoluto, proprio perché viviamo nel tempo e quindi siamo storicamente condizionati, almeno fino a un certo punto, nel nostro modo di essere e di pensare. Tutto ciò peraltro non svaluta affatto la nostra ragione; non vuol dire affatto che essa - e quindi il metodo razionalista - siano una mera contingenza che, passato il suo momento, non ha più valore. Si tratta di collocare una verità e la ricerca di questa verità all'interno di una dimensione umana, che è naturalmente temporale e relativa, senza che ciò distrugga l'assolutezza della verità.
Affiora qui il problema del relativismo o meglio della differenza fra due modi ben diversi di intenderlo. Sul relativismo ha scritto delle pagine molto belle Tito Perlini, un filosofo che non si riconosce nella fede cattolica ma è estremamente interessato al cristianesimo e al cattolicesimo ed è fra l'altro autore di splendidi saggi su Augusto Del Noce. Pedini distingue un relativismo per così dire "buono", quale correttivo necessario alla ricerca della verità e soprattutto alla pretesa di possedere la verità, da un relativismo infame, che pone tutto sullo stesso piano e finisce per autorizzare tutto sotto la maschera del tollerante rispetto per ogni opinione altrui. In questo modo, uno pensa che sia lecito linciare uno zingaro, un altro è di opinione contraria ma tutti e due rispettano l'opinione dell'altro e tutto è ipocritamente a posto - niente, invece, in questo caso è a posto, perché la liceità di linciare uno zingaro non è un'opinione da rispettare bensì da combattere, per non cadere in un mondo orribile in cui, secondo la grande parola di Dostoevskji, tutto è permesso.
Il tema centrale del libro - lo dice l'autore stesso - è lo strappo crescente tra il Gesù storico e il Gesù della fede. È questo strappo che credo abbia mosso l'autore a scrivere il libro, perché esso - come egli dice - è letale in quanto impedisce un rapporto reale, concreto con Gesù - l'autore usa la parola "amicizia". Se queste due realtà, quella della storia e quella della fede, restano in qualche modo lontane e scollegate, non è possibile un rapporto reale con Gesù. Questa ricerca di un rapporto reale con Gesù e la verifica di tutti gli ostacoli, anche difficili, da superare in tale ricerca danno al libro un particolare rigore e fanno di esso un libro ancor più forte e incalzante del volume precedente. Questa maggiore intensità - almeno per la mia lettura - deriva forse dal fatto che il secondo volume si occupa di momenti centrali quali la Passione, la morte e la Resurrezione, ma c'è anche in sé un di più di forza. Se dovessi paragonare il capitolo - almeno per la mia lettura - più forte e appassionante del primo volume, ossia quello sul Sermone della Montagna, alle pagine di questo secondo volume sul Getsemani, direi che in questa seconda parte c'è una intensità decisamente superiore.
Joseph Ratzinger analizza con estremo rigore e con una scrittura che non ha nulla di professorale gli strati di tradizione e tradizioni che si sono accumulati nel corso del tempo sulla figura di Gesù. Queste analisi danno occasione a interessantissime discussioni che fanno toccare con mano la continuità degli studi, in un dialogo che è crescita fraterna insieme ad altri studiosi. In questo libro, l'autore ha un atteggiamento più da fratello maggiore che da padre cui spetti il ruolo dell'autorità.
In tal modo, il libro mostra come la Verità essenziale, la Verità dei Vangeli, si rinsaldi e rafforzi nel mutare storico che la perfeziona, che la modifica in certi dettagli e la potenzia proprio grazie a questo suo divenire restando fedele a se stessa. Ci sono dei punti interessantissimi: ad esempio quando si parla di certe discordanze fra i testi evangelici, quando si correggono alcune datazioni, come quella della cena pasquale; oppure quando si corregge la frase del popolo ebraico che grida «il suo sangue ricada su noi e sui nostri figli», sostenendo che essa sia stata probabilmente scritta da Matteo più tardi, sotto il grave shock della distruzione del Tempio e della catastrofe abbattutasi su Israele. È estremamente rilevante che Joseph Ratzinger dica che, in quella piazza in cui si chiede la morte di Gesù, non c'è "il popolo" bensì un gruppo di partigiani di una certa politica, probabilmente della politica interessata alla rivoluzione nazionale, per cui la responsabilità di ciò che accade in quella piazza in quel momento non può minimamente coinvolgere "il popolo" ebraico. Inoltre c'è nel libro una bellissima espressione, quando si dice che il sangue di Gesù non è mai sparso "contro", bensì sempre "per" qualcuno.
Altri passi estremamente interessanti, sui quali ovviamente non ho alcuna competenza per esprimere un giudizio tecnico, sono quelli in cui l'autore si chiede perché Luca ometta certe cose nel suo Vangelo, suggerendo che probabilmente lo fa in quanto scrive non per gli ebrei bensì per i greci; vorrei anche ricordare le osservazioni sui diversi modi in cui vengono riportate le parole di Gesù, oppure la messa in discussione del terzo giorno in cui sarebbe avvenuta la Resurrezione. In questo caso, il libro mostra come il nucleo essenziale della parola di Gesù cresca, fedele a se stesso e immutato nel suo nucleo, proprio nel mutare di tradizioni nel tempo. È un po' come una pianta, un albero che non è identico, quando è cresciuto, a com'era quando aveva cominciato a germogliare, ma che non perciò non è se stesso, né smentisce la sua essenza. Questa compresenza di perennità e trasformazione mi sembra un punto cardinale del libro.
In quest'ultimo, fondamentale è il radicamento di Gesù nell'Antico Testamento. Gesù appare - sto parafrasando l'autore - come la Torah realizzata, ed è affascinante vedere come Gesù parli molto spesso con parole dell'Antico Testamento, come diventi I'orante, il "servo sofferente" di Isaia, come dica verità nuove con parole che sono già, molto spesso, quelle dell'Antico Testamento. Non si tratta, come osserva Joseph Ratzinger stesso, di una vita di Gesù, bensì di una cristologia dal basso, di un avvicinamento al Gesù reale.
Altro tema che mi ha colpito a fondo è quello dell'amore che supera la dolorosa impenetrabilità tra gli esseri umani, l'agape. Leggo solo poche righe, per far capire come questo libro, parlando di Gesù, parli di problemi radicali della vita che riguardano non soltanto i cattolici o i fedeli, ma gli uomini tutti nei loro sentimenti elementari, gioiosi o dolorosi. «L'amore stesso è il processo del passaggio, della trasformazione, dell'uscire dai limiti della condizione umana votata alla morte, nella quale siamo tutti separati gli uni dagli altri e in fondo impenetrabili gli uni agli altri, in una alterità che non possiamo oltrepassare [...1.
l'amore sino alla fine che opera la metabasis, l'uscire dalle barriere dell'individualità chiusa che è appunto l'agape, l'irruzione nella sfera divina». Parla di Gesù, ma non solo di Gesù, bensì dell'amore più profondo e della profonda sofferenza per non poterlo realizzare appieno, amore e sofferenza che fanno parte della vita di ogni uomo.
Questo Dio che si fa uomo, sottolinea l'autore, non è l'assoluto che, come in Plotino, decade scendendo nel mondo, degradandosi. Questo Dio è l'assoluto che abbraccia tutto, senza alcuna degradazione. Si può parlare di una "discesa" dell'Assoluto nel mondo, sulla terra, ma si tratta soltanto di metafore, come l'alto e il basso; anche l'ascesa di Gesù al cielo non è certo un andare "in alto", come se Dio fosse piuttosto sopra la nostra testa che da qualche altra parte. Il fine della discesa di Gesù, si dice, era accettare e accogliere l'umanità intera, e ritornare insieme ad essa; con tutti gli uomini e con "ogni carne:. Una redenzione concreta, con un senso forte del corpo, della persona intera.
Il cristianesimo, si dice ancora, non è la richiesta di prestazioni superomistiche e la lavanda dei piedi diventa l'esempio di un'esortazione a lasciarsi lavare da Dio, a lasciarsi aiutare, a non voler fare troppo gli eroi, come voleva fare Pietro, che aveva - scrive il suo attuale successore - coraggio ma non voleva la Croce, non voleva la sconfitta. Un altro momento affascinante è quando l'autore parla del nome di Dio, osservando che noi diciamo "Dio" perché questo è il nome con cui il Signore ha deciso di presentarsi all'uomo. Ma dobbiamo sapere che questo non è il suo nome. Mi viene in mente a questo proposito quanto ha scritto un altro autore che leggo molto, Karl Rahner (che è stato molto vicino, soprattutto all'inizio del Concilio Vaticano II, a Joseph Ratzinger) il quale parla dell'assoluta incomprensibilità e indefinibilità di Dio. Noi diciamo naturalmente questo nome, Dio, ma dobbiamo sapere che non è come pronunciare un altro nome che ci indichi qualcuno o qualcosa. Mi domando a questo punto se ci può essere, a questo proposito, un richiamo a quanto dice la religione islamica sull'assoluta ineffabilità del nome di Dio, i cui 99 nomi sono - si dice - tutti nomi per noi, mentre il centesimo, sottolinea il Corano, non lo sa nessuno e anche se lo si sapesse si sarebbe ugualmente lontanissimi dal conoscere il vero nome di Dio. C'è in tutto questo una forte componente anti-idolatrica, proprio perché dà il senso di qualcosa che per noi non è concretamente immaginabile.
Un punto che forse non è stato approfondito a fondo è quello del processo, in cui l'autore analizza l'obiezione fatta da alcuni, ovvero l'accusa rivolta ai cristiani di aver imputato agli ebrei la condanna di Gesù per non imputarla ai romani, autorità ben più pericolosa. Un tema molto dibattuto, sul quale sono usciti molti libri. L'autore parla del sinedrio, osservando che non si tratta tanto di un processo quanto di un interrogatorio, ma in qualche modo lasciando la questione in sospeso.
Un altro elemento fondamentale, che mi ha sempre turbato -ne ho parlato anche spesso con don Achille, con il cardinale Silvestrini - è l'espressione del sangue versato «per molti o per tutti». Quando io ero ragazzo, si diceva, nella Messa, che quel sangue era stato versato «per voi e per molti»; oggi invece si dice «per voi e per tutti». Questa parola "molti" può turbare, perché può turbare l'idea che quel sangue, potenzialmente, abbia escluso, nel suo sacrificio, qualcuno. La risposta dell'autore è che espressioni come "molti" indicano la totalità, ossia che i "molti" vengono intesi come i tutti, così come noi oggi possiamo dire "migliaia" o "milioni" per indicare una totalità umana, anche se essa oggi consta di miliardi. Ma confesso che questo rimane, per me, un interrogativo lievemente inquietante.
Altro capitolo di grande intensità è quello dedicato alla Resurrezione; a questo proposito l'autore osserva che Gesù risorto, curiosamente, viene riconosciuto quando si sottrae, nel momento in cui si sottrae. «Vado e vengo a voi», dice agli Apostoli. In qualche modo, la sua presenza è cambiata. C'è qualcosa di grande, di misterioso e forse, almeno per la nostra limitata capacità di comprendere, di inquietante in tale cambiamento.
Nel capitolo dedicato al Getsèmani, all'agonia spirituale di Gesù sul Monte degli Ulivi - il momento centrale della storia della salvezza, uno dei momenti eterni della storia dell'uomo - Joseph Ratzinger si sofferma sulla sconvolgente angoscia di Gesù che, in un primo momento, chiede gli siarisparmiato il calice di dolore che lo attende, per poi dire «sia fatta non la mia, ma la tua volontà».
«Cosa vuol dire questo - si chiede l'autore - che cosa significa "mia" volontà contrapposta a "tua" volontà, chi sono coloro che si confrontano?». Per il cristianesimo Gesù è il Figlio di Dio, ossia è il Dio trinitario, è Dio; sorge dunque spontanea la domanda su come la volontà di Gesù possa essere diversa, o addirittura in quell'istante opposta, alla volontà di Dio. Con serrato rigore logico e storico e con una chiarezza pronta
a guardare in faccia l'abisso e pure le incongruenze e discordanze fra i testi evangelici - qualità che caratterizzano quasi tutto il libro e Io rendono una forte lettura per credenti e non credenti - l'autore risponde che nella persona di Cristo le sue due nature, affermate dalla fede, quella umana e quella divina, conservano ognuna il proprio carattere e la propria pienezza. Non si fondono in un'unica natura indistinta né tantomeno la natura umana viene assorbita in quella divina. Hanno entrambe pari realtà e consistenza. La natura umana di Gesù rilutta, come ogni natura umana, dinanzi alla sofferenza, alla morte; si turba davanti alla potenza del negativo, ne ha una paura "abissale" che rende l'anima, come Gesù dice esplicitamente, "triste fino alla morte". Gesù prova "tutta la resistenza della natura umana contro Dio". In ciò consiste l'essenza della Passione, che altrimenti non sarebbe tale e non potrebbe assumere su di sé l'angoscia - e dunque la redenzione - di tutti.
Come sappiamo, questa paura, giustamente recalcitrante al dolore e all'umiliazione, viene vinta; la volontà umana di sottrarsi alla pena, supera, lottando, se stessa e accetta di inverarsi in quella volontà di redimere il dolore degli altri. Non è Dio che, con un aiuto miracoloso, tira fuori la volontà umana da quel no iniziale; è la volontà umana, il Gesù uomo, che lottando si innalza alla propria verità, alla superiore realizzazione di se stesso, che è sacrificarsi per la salvezza degli altri.
Ma, potremmo chiedere, non è proprio questo che avviene pure in ogni uomo, dotato di sola natura umana e senza pretesa di averne pure una divina in senso specifico, quando riesce a vincere la propria angoscia, l'ansia per la sua sorte particolare, e a realizzare un valore che trascende la sua individualità accidentale, psicologica? Un valore che è sempre per tutti, perché ogni gesto d'amore e di vero coraggio (che è vittoria sulla paura e non ostentazione muscolosa di eroismo) è sempre per tutti. Quando don Edoardo Marzari, il sacerdote triestino che fu l'anima cristiana della Resistenza a Trieste, fu torturato dall'efferata banda nazifascista Collotti, probabilmente avrà anch'egli avuto la tentazione di allontanare da sé quel calice e anch'egli ha saputo superare quella paura, realizzando così la pienezza della propria umanità. Bonhoeffer, il grande teologo protestante impiccato dai nazisti per la sua ferma e attiva opposizione al regime, non aveva alcuna voglia di morire, voleva sposare la sua fidanzata, ma è salendo al patibolo che è divenuto più fortemente se stesso.
Questo vale per tutti, credenti e non credenti; non solo per Gesù o per grandi personalità come quelle citate, ma per chiunque riesca a vincere l'angoscia dinanzi all'abisso delle difficoltà e paure
- un abisso anche piccolo di difficoltà e paure quotidiane magari di per sé modeste, ma pur sempre schiaccianti per le spalle di persone piccole e deboli come siamo quasi tutti. È per questo che quella notte nell'orto degli Ulivi è universale ed è promessa di salvezza per tutti, credenti e non credenti. Conversando col suo grande amico monsignor Santin, vescovo di Trieste, Biagio Marin - che non si riconosceva nella fede cattolica -diceva che, quando preghiamo Dio, ci rivolgiamo alla parte più vera e reale di noi stessi, liberando il nostro lo dalle contingenze psicologiche, egoistiche, meramente private.
Se non erro, Joseph Ratzinger non cita una grandissima pagina di Péguy, straordinario scrittore cattolico. Commentando quel momento di angoscia di Gesù che vorrebbe allontanare da sé il calice, Péguy sottolinea il tremendo potere del negativo in quell'istante; per un attimo, il disegno divino di redenzione stabilito dall'eternità
- la spiga di grano e il grappolo d'uva destinati a diventare il pane e il vino dell'Eucarestia, il legno destinato a crescere per la croce - sta per essere cancellato da un'umanissima paura. Questa viene vinta e la redenzione avviene. Ma la terribile negatività di quel momento, che racchiude in sé tutto il dolore umano, non é "superata" una volta per tutte, non è una tremenda crisi passata cui guardare con tranquillità. È sempre presente, è un dolore bruciante che continua ad avvenire, non solo nelle sofferenze degli uomini, che continuano, ma in Cristo stesso. Non ci si può illudere di aver superato l'immane potenza del negativo e del male, forche caudine sotto le quali si deve sempre passare. Forse solo la fede può attraversarle, ma non certo una paciosa e compunta religiosità soddisfatta di sé.
Gesù - scrive Joseph Ratzinger - non annuncia la fine del mondo, bensì il continuo crollare del nostro mondo, dentro noi stessi, e la nostra necessità di affrontarlo. È molto interessante questa lettura antiapocalittica di Gesù, che non annuncia la fine del mondo. Un mio amico, Eugenio Corsini, allievo prediletto di monsignor Pellegrino (che, prima di diventare cardinale di Torino, era stato mio professore e, si fa per dire, mio collega, perché divenne cardinale e lasciò la cattedra quando io ero già ordinario nella stessa facoltà) ha scritto anni fa un libro di grande impatto, Apocalisse e dopo, in cui cerca, con successo, di dimostrare (il libro è uscito con ('imprimatur) che l'Apocalisse non è la profezia di eventi futuri, bensì il racconto simbolico di cose già avvenute fondamentali, cioè della Passione, Morte e Resurrezione di Cristo.
L'Eterno - scrive Joseph Ratzinger, in una di quelle che a mio avviso sono le più belle pagine del libro - è la vita vera; l'espressione"Vita Eterna" non significa la vita che viene dopo la morte, mentre la vita attuale è appunto passeggera e non una vita eterna. La vita eterna non è - come scrive il grande teologo gesuita Karl Rahner, a suo tempo come Ratzinger uno dei creativi padri conciliari del Vaticano Il - "la vita ultraterrena", un illimitato continuare del tempo da qualche altra parte, come per un pensionato che si trasferisca in un piacevole e riposante paese. L'eterno non è il tempo che continua senza fine, cancellando in ogni istante quello precedente. Troppe volte la stessa Chiesa presenta goffamente questo significato della vita eterna. Ricordo che, al tempo della mia adolescenza, durante il mese mariano venivano alla chiesa del Sacro Cuore, a Trieste - chiesa che ha avuto una grande importanza nella mia formazione - dei predicatori. Un giorno uno di questi - siccome i padri gesuiti della chiesa avevano acquistato alcune sedie e invitavano i fedeli a contribuire acquistando una sedia - disse: «Comprate una sedia e la Madonna vi assicurerà un posto in Paradiso». Al che un mio carissimo amico, molto credente e molto impegnato nel movimento cattolico, anche in politica, e che molti molti anni dopo sarebbe diventato mio cognato, disse: «Beh, vai la pena di rischiare, per quel che costa una sedia...».
L'eterno è la vita nelle sue epifanie essenziali - dolore, felicità, amore, conoscenza della verità - sempre presenti; è il kairós dei greci, il momento in cui l'eternità e la rivelazione dell'assoluto irrompono nel tempo e nell'esistenza; è l'attimo di Michelstaedter, sempre vissuto come se fosse l'ultimo. La vita eterna dice il Vangelo, è la conoscenza di Dio. Vita eterna -scrive Joseph Ratzinger - significa la vita stessa, «la vita vera che può essere vissuta anche nel tempo e che poi non viene più contestata dalla morte fisica. È ciò che interessa, abbracciare già fin d'ora la vita, la vita vera, che non può più essere distrutta da niente e da nessuno».