Joseph Ratzinger:

il Dio dal volto umano

Michael Paul Gallagher

Ratzinger-Rom88
Nell'aprile 2005, una settimana dopo l'elezione a papa come Benedetto XVI, le vendite delle opere di Joseph Ratzinger su amazon.com ebbero un'improvvisa impennata, tanto da togliere la prima posizione al Codice da Vinci, ma è lecito domandarsi quanti volumi furono letti fino all'ultima pagina da quei compratori entusiasti. Non diversamente da altri autori esaminati in queste pagine, Ratzinger è un pensatore complesso e dotto, come si vedrà dalla sintesi delle sue idee sulla fede che ci accingiamo a proporre. In una prima sezione ci occuperemo degli scritti precedenti all'elezione a papa, mentre in una seconda sezione delineeremo i principali punti di continuità con le riflessioni successive all'aprile 2005.

 

LA CRITICA DELLA CULTURA CONTEMPORANEA

Il 1° aprile 2005 è una data significativa da cui partire. Quella sera il cardinal Ratzinger si trovava a Subiaco, lo storico centro benedettino poco lontano da Roma, per ricevere un premio speciale. Era la notte prima della morte di Giovanni Paolo II e il cardinale pronunciò un discorso che toccava questioni profonde sul tema «L'Europa nella crisi delle culture», formulando una diagnosi decisamente negativa sull'attuale situazione del continente. A suo parere la cultura predominante in Europa costituiva «la contraddizione in assoluto più radicale non solo del cristianesimo, ma delle tradizioni religiose e morali dell'umanità» (EPB, p. 328). Nello stesso intervento, egli affermò che la nostra energia morale non aveva tenuto il passo del nostro progresso tecnico, che Dio era ormai tollerato solo negli ambiti privati dell'esistenza e che, dimenticando la sua storia cristiana, l'Europa rischiava di trasformarsi in un albero secco senza più radici. Pur avendo origini cristiane e rispettando aspetti importanti della razionalità, l'illuminismo era ormai decaduto a relativismo dogmatico, al punto che la sua concezione di una ragione autosufficiente appariva ormai una minaccia per l'umanità. Al contrario, il cristianesimo poteva essere considerato «la religione del logos, la religione secondo ragione», in cui la ragione creatrice si è finalmente rivelata come amore nel «Dio crocifisso» (EPB, pp. 333-334). Davanti a questo scontro tra due diverse visioni della vita, abbiamo bisogno di persone dalla fede «illuminata e viva» come quella di san Benedetto, che in un tempo di «dissipazione e decadenza» trovò le risorse spirituali per rendere la fede ancora credibile (EPB, p. 335).
Fu un discorso notevole da ogni punto di vista, ma che assume una speciale importanza per esser stato l'ultimo discorso del cardinal Ratzinger su questo argomento prima di essere eletto papa. Inoltre, compendia alcune delle idee principali della sua riflessione: la preoccupazione per un'Europa sempre più secolarizzata in cui la fede appare estromessa dalla vita pubblica e le tradizioni religiose sono sempre più fragili e in cui un razionalismo sempre più miope ha creato, come egli dichiarò un paio di settimane più tardi, una dittatura «del relativismo che non riconosce nulla come definitivo». Questa espressione proviene dalla sua omelia prima del conclave, in cui è menzionata la confusione di cui oggi soffrono i credenti, sballottati «da un estremo all'altro: dal marxismo al liberalismo, fino al libertinismo; dal collettivismo all'individualismo radicale; dall'ateismo a un vago misticismo religioso». Andando avanti nel discorso, troviamo un'osservazione sulla fede su cui è tornato sovente: «In Cristo, coincidono verità e carità. Nella misura in cui ci avviciniamo a Cristo, anche nella nostra vita, verità e carità si fondono». Un decennio prima, in Messico, aveva espresso una posizione analoga (su cui torneremo),cioè che la ragione non può salvarsi senza la fede né la fede può essere davvero umana senza la ragione (EPB, p. 239).
Questi due testi dell'aprile 2005 dipingono un quadro piuttosto cupo della situazione della fede. La teologia del cardinal Ratzinger è stata a volte definita 'dialettica', e con qualche giustificazione. Egli tende a vedere la fede più in opposizione al `mondo' che in dialogo con esso e, in particolare, considera l'eredità dell'età moderna una fonte di influenze intellettuali e sociali ostili alla religione. «Un cristianesimo che crede suo dovere di restare sempre all'altezza del tempo non ha niente da dire e da significare» (PCT, p. 57). Da questo punto di vista i teologi che ritengono facile mettere d'accordo la fede con l'eredità moderna rischiano di cadere in un progressismo ingenuo. Ratzinger preferisce criticare gli aspetti della cultura che minano la possibilità della fede: il pragmatismo che toglie spazio alla ricettività contemplativa; l'autonomismo individualista propenso a un'interpretazione a senso unico della libertà, che soffoca il bisogno di salvezza; il razionalismo angusto, che non ha tempo per il mistero; l'intelligenza rivolta solo alla realtà empirica, che non lascia spazio alla meraviglia e ci imprigiona nel qui e ora; l'abbandono della tradizione, che priva le persone di appigli nella loro ricerca di senso; il risalto eccessivo alle implicazioni sociopolitiche del cristianesimo, che può ridurre la religione a ideologia e attivismo; il relativismo postmoderno, che mette in discussione la possibilità stessa della verità.
Sotto il peso di così tante difficoltà, possiamo facilmente essere attratti da un atteggiamento di rassegnata indifferenza o da un agnosticismo camuffato da larghezza di vedute o tolleranza. E significativo che al momento della nomina ad arcivescovo di Monaco nel 1977, Ratzinger abbia scelto come motto cooperatores veritatis, un'espressione di san Paolo.

Un tono più positivo e pastorale

Il verdetto severo e perfino ostile sulla cultura contemporanea non rappresenta la totalità della teologia di Ratzinger sulla fede oggi. Egli ha riflettuto a lungo sul modo in cui la comprensione e l'espressione della fede dovrebbero rinnovarsi in vista delle esigenze attuali, e la visione positiva che emerge in questo ambito controbilancia i suoi giudizi critici sulla cultura. Alla base della sua visione c'è la nozione biblica dell'esodo: come Abramo, il credente è chiamato ad andare oltre se stesso in un movimento che ha origine in Dio. E come Dio in quanto Trinità non è una divinità solitaria ma un relazionarsi nell'amore, così il credente vive la sua «estasi», il movimento verso Dio e gli altri, nell'amore. Colpisce che il cardinal Ratzinger, per molti anni prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, non abbia prestato molta attenzione alla dottrina nelle sue riflessioni pastorali sulla fede oggi. Le dimensioni esistenziale ed ecclesiale erano per lui più centrali.
Meno di sei mesi prima di essere eletto papa, in una lunga intervista a un quotidiano progressista italiano, Ratzinger ha descritto la fede con parole che prefigurano ciò che avrebbe scritto nella sua prima enciclica. «La vera essenza del cristianesimo», spiegò, «è una storia d'amore tra Dio e gli uomini. Se si capisce questo nel linguaggio del nostro tempo, il resto seguirà» (La Repubblica, 19 novembre 2004). Più avanti, egli afferma che una presentazione intellettuale della fede, per quanto importante non è all'altezza delle sfide esistenziali di oggi. Le persone, infatti, hanno soprattutto bisogno di spazi vivi di comunità e crescita insieme. «Bisogna offrire spazi di vita, di comunione, di cammino. Solo attraverso esperienze concrete e l'esempio esistenziale è possibile verificare l'accessibilità e la realtà del messaggio cristiano». E prima aveva affermato: «La fede non è solo il risultato di una tradizione e di una specifica situazione sociale, ma anzitutto l'esito di un libero sì del cuore a Cristo». Questo tono più aperto ed esplorativo non corrisponde al Ratzinger presentato dai mezzi di informazione, sia prima dell'elezione a papa sia in più recenti controversie che possono facilmente mettere in secondo piano le sue esplorazioni spirituali sulla fede. Eppure, la ricerca di un linguaggio fresco, ripulito dal-l'opacità delle espressioni consumate dall'uso, è stata una tensione sottostante a tutta la sua opera: «Il mio intento di fondo, particolarmente durante il Concilio, è sempre stato quello di liberare dalle incrostazioni il vero nocciolo della fede, restituendogli energia e dinamismo. Questo impulso è la vera costante della mia vita» (SE, p. 79).

Una realtà ecclesiale

In questo capitolo vogliamo concentrarci sulla teologia della fede di Ratzinger e non affronteremo quindi altri importanti temi toccati nelle sue opere (dalla morale alla liturgia, dagli studi biblici all'escatologia e al Concilio Vaticano II). Qui ci domanderemo, come negli altri capitoli del libro, che cosa possiamo imparare da lui in vista di una 'mappa della fede' utile oggi. E a questo proposito, l'impostazione pastorale di Ratzinger può forse essere riassunta sotto tre definizioni. Egli tratta infatti la fede soprattutto in quanto: a) realtà ecclesiale e sacramentale; b) unità di amore e senso ultimo; c) sorgente sia di purificazione sia di gioia.
Una mozione centrale in Ratzinger, come teologo e ora come papa, è stata mostrare la credibilità della fede al mondo di oggi, spesso attingendo alle ricchezze del primo millennio della nostra era. Consapevole di vivere in un contesto che non dà più supporto alla religione, egli mette l'accento sulla fede sia come decisione personale sia come impegno in sviluppo. I credenti di oggi hanno bisogno del coraggio di andare contro la cultura dominante, e, dunque, diventa centrale alimentare la fede degli adulti. Dal momento che la fede comporta uno stile di vita alternativo, cioè diverso da quello promosso dalla cultura predominante, Ratzinger ha spesso elogiato le comunità e i movimenti di impegno cristiano in quanto forme emergenti di Chiesa per l'oggi.
Per Ratzinger la Chiesa dovrebbe essere non solo «un luogo di esperienza», ma anche «una fonte di nuova esperienza personale» (PCT, p. 351) in cui le persone imparano come essere seguaci di Cristo nell'attuale situazione culturale. Una sfida cruciale, a suo modo di vedere, è creare esperienze di vita che rendano di nuovo attuali i tesori della tradizione. All'origine della conversione del mondo antico ci fu «un invito da esperienza a esperienza» (LC, p. 36), in cui i primi cristiani invogliavano altri a condividere il loro incontro col Signore risorto. È ancora vero che «l'educazione nella fede è impensabile senza una comunità credente» (PCT, p. 128). Simili comunità possono aiutare le persone a schierarsi nella battaglia culturale di oggi: «Tutta la storia è segnata da questo singolare dilemma tra la pretesa calma non violenta della verità e la pressione dell'utilità» (LC, p. 28).
Una delle espressioni preferite di Ratzinger è «la struttura-noi della fede» (PCT, p. 15). Come il Dio cristiano si rivela un 'Noi' nella Trinità in quanto comunione di Persone, così la fede cristiana è incontrata tramite la relazione con la Chiesa. L' «io credo» della fede passa al «noi crediamo» tramite il comune culto di Dio nella Chiesa. Così, sebbene la fede sia «un atto supremamente personale», ogni persona è recettiva più che autrice e ha bisogno di una tradizione viva: «Il "noi" della Chiesa è la nuova comunione in cui Dio ci attira oltre i nostri angusti sé» (EPB, pp. 212-213). È qui che la fede nasce ed è alimentata dalla «memoria della Chiesa» (PCT, p. 23). Il carattere personale della relazione io-Tu con Dio è importante, ma ha bisogno di radicarsi in un'esperienza di memoria comunitaria come il grande 'noi' della tradizione. Alla fine, la fede non può essere «un elemento escogitato da me», ma piuttosto «un richiamo alla comunanza, la comunanza della Parola» (IC, pp. 58-59).
L'esperienza della nascita della fede è catturata nel modo migliore dal percorso dei catecumeni verso il battesimo adulto. Questo implica «un lungo processo di apprendimento» che culmina nel dialogo a domande e risposte del sacramento, espressione della struttura a «chiamata e accettazione» della fede (PCT, pp. 34-35). In questo modo i catecumeni imparano a morire a se stessi e a scoprire che la vita può essere un uscire da se stessi (ekstasis) con Cristo. Più di quelle di molti altri teologi, la riflessione di Ratzinger sulla fede fa attenzione agli aspetti liturgici della vita della Chiesa. È qui che la fede diventa paideia, scuola di vita e di amore. Ai catechisti arrivati a Roma per il Giubileo del 2000, egli disse che evangelizzare significa mostrare alle persone la fede come «arte di vivere». Aggiunse che le nostre celebrazioni liturgiche rischiano di essere troppo razionaliste, come se il loro scopo principale fosse essere comprensibili; ma la nostra religiosità ha bisogno di coltivare maggiormente il silenzio, la bellezza e un devoto senso del mistero.
L'accento posto da Ratzinger sulla dimensione ecclesiale della fede può e deve essere affiancato alla sua insistenza sulla Chiesa come ancella della fede. La Chiesa non dovrebbe mai essere fine a se stessa, perché uno specchio che riflette solo se stesso non è uno specchio. La Chiesa esiste invece per mediare e far conoscere Cristo e, poiché incontra momenti diversi della storia, le sue istituzioni hanno sempre bisogno di discernimento e autoesame.

Il logos diventa amore

Questa dimensione comunitaria è accompagnata e bilanciata dall'importanza data alla spiritualità personale e al dramma del dubbio nel mondo attuale. Il capitolo di apertura del libro più conosciuto di Joseph Ratzinger, Introduzione al cristianesimo, immerge il lettore in un'evocazione della moderna crisi della fede. In quelle pagine, pubblicate nell'emblematico 1968, la crisi è delineata non in termini di idee, ma come una lotta con il dubbio in un periodo in cui la fede può spesso sembrare impossibile. Chi predica il cristianesimo si sente uno straniero nella cultura presente o appare come una reliquia del passato. Ratzinger ricorda poi ai lettori la perenne vulnerabilità della fede: «Il credente è sempre minacciato dall'incertezza» (IC, p. 17).
Ancora più energicamente, scrive: «Tanto il credente quanto l'incredulo, ognuno a suo modo, condividono dubbio e fede» (IC, p. 21).
In un libro-intervista pubblicato nel 2000, Ratzinger ha affermato che, finché sarà pellegrina in questa vita, la fede farà esperienza di momenti di fragilità. Perfino un papa, ha osservato, soffre a causa delle difficoltà e dell'oscurità. «La fede rimane un cammino», mai una comoda ideologia, ma può maturare affrontando «la forza opprimente dell'incredulità» (GW, pp. 36-37). Ci siamo allora lasciati per sempre alle spalle le certezze di un'età di fede come il Medioevo? Ratzinger non esita a chiedersi quante persone nel passato siano davvero entrate «nell'autentico movimento della fede» (IC, p. 23) e afferma che la vera fede «è stata sempre una decisione» che implica una conversione (IC, p. 25).
Come possiamo descrivere l'esperienza della fede? Per Ratzinger è un modo di dipendere fiduciosamente dalla parola di Dio e «non può essere ridotta alla conoscenza» (IC, p. 42). La fede implica una disposizione all'apertura in cui riconosciamo il nostro bisogno di un dono. Conoscere Dio non è principalmente una questione di ragionamenti, ma l'incontro di una rivelazione. Ed egli vede la cosa in modo controcorrente: «Il primato dell'invisibile sul visibile e del ricevere sul fare contrasta in maniera stridente» con i presupposti del pensiero contemporaneo. L'incontro personale alla radice della fede è con «l'uomo-Gesù», ma è attraverso di Lui che facciamo esperienza del «senso del mondo come persona» (IC, p. 47).
Comunque, un'interpretazione esistenziale della fede come fiducia può restare unilaterale. In sintonia con san Bonaventura, che sosteneva il collegamento tra amore e verità, Ratzinger sottolinea fermamente la dimensione di verità della fede. Dal momento che verità e amore sono uniti in Cristo, Logos e Amore sono ora inseparabili: «Il senso del mondo si concede a noi in veste di amore: un amore che ama individualmente ciascuno di noi» (IC, p. 48). Non dovremmo quindi esasperare la distinzione tra il Dio dellafilosofia e il Dio della fede o la differenza tra razionalità e relazione. Ma la verità della fede è una verità che riceviamo più che una verità che creiamo o possediamo. Ratzinger considera un'esclusiva cristiana l'ampliamento della nozione greca di logos messo in atto nel Quarto Vangelo: «Il logos dell'intero mondo [...] è al tempo stesso amore» (IC, p. 103). Queste intuizioni di fondo torneranno centrali nella prima enciclica di papa Benedetto.
Su questa base, Ratzinger ha sempre resistito alle tendenze ad annacquare le rivendicazioni di verità del cristianesimo. Proprio come Newman combatté il liberalismo' del suo tempo, Ratzinger ha combattuto varie forme di relativismo, e resta oltremodo diffidente nei confronti di ogni separazione della fede in quanto amore dalla fede in quanto verità. Sotto l'egida dell'apertura intellettuale, perfino i credenti possono diventare agnostici di fatto, accettando l'idea che la verità è impossibile e adottando una confusa versione di cristianesimo come vaga religione dell'amore.

Difficoltà e bellezza

«È proprio la sua difficoltà a rendere bella quest'avventura» (1-T; p. 75). Da una parte, il cristiano percorre una strada purificatrice caratterizzata da una lotta lunga quanto la vita contro l'inganno e il peccato. Dall'altra, la fede è una fonte di lievità e gioia, perché il peso di dare senso a noi stessi ci viene tolto quando camminiamo alla presenza del Signore risorto.
In vari discorsi su fede e cultura il cardinal Ratzinger ha adattato un detto di san Basilio sul profeta Amos definito incisore di sicomori. Quell'albero, sembra, produce una linfa migliore se la sua corteccia viene incisa, la qual cosa può diventare un'immagine dell'effetto purificante della fede sulle culture umane. Lo stesso vale per gli individui: il «sale della profezia» ci brucia e ci cambia per renderci «più costanti nel Sì» (PCT, pp. 57, 64). La fede non è mai qualcosa di concluso che possa essere dato per scontato. Va «continuamente rinnovata», comportando «un perire del mero sé e una risurrezione del vero sé» (EPB, pp. 211-212). Ma questo processo di purificazione, che è parte del pellegrinaggio cristiano, non andrebbe ridotto a moralismo o ai `valori' del Vangelo: ogni 'no' autenticamente cristiano ha il suo posto solo nel 'Sì' più grande e ricco di grazia della fede come relazione.
«Credere è ottenere una partecipazione nella visione di Gesù» (EPB, p. 213), colui la cui «visione umana della realtà divina è la sorgente della luce per tutti» (LC, p. 32). Ha sostenuto Ratzinger, non senza controversie, che la 'fede' è un fenomeno esclusivamente cristiano: a causa dell'unicità della rivelazione di Dio in Gesù Cristo, credere in lui è la chiave della natura della 'fede' (LC, p. 10). Alla luce di ciò, Ratzinger è rimasto critico verso le spiritualità orientali in quanto ricerche impersonali, prive di un rapporto di devozione con il Dio che ci trasforma. La fede autentica esiste là dove Dio ci parla e ci chiama all'amore divino. Quando l'invito è accettato, la meditazione diventa non solo una forma di tranquilla attenzione, ma la risposta a un dono di nuova vita in Cristo. Così la fede vede il nostro viaggio umano come il teatro del continuo operare di Dio creatore e redentore.
La visione cristiana, secondo Ratzinger, può sostenere di essere «più ottimista e più radicale» della cultura oggi predominante (PCT, p. 338). Il credente ha il privilegio di una certa `lievità' del cuore che dà consolazione perfino in situazioni di confusione o vuoto e, infine, di fronte alla morte. Questi frutti dello Spirito non dipendono dai nostri sforzi, ma dall'iniziativa di Dio. Qui Ratzinger sembra ispirarsi a Balthasar: «Posso conoscere solamente perché sono conosciuto, posso amare solamente perché già prima sono stato amato»; dopo di che aggiunge la sua nota particolare: una simile «confidenza e fiducia» è «possibile in questo mondo perché è degno di fiducia il fondamento dell'essere» (PCT, p. 74).
Un'ultima prospettiva pastorale per chiudere questa sezione pre-papale. In varie occasioni il cardinal Ratzingerha commentato l'incontro di Gesù con la Samaritana nel Vangelo di Giovanni come un esempio di sviluppo verso una fede matura. Alla fine di questo episodio gli abitanti della città dicono di credere «non più a causa di quello che ci hai detto», ma per via di ciò che hanno udito e sanno per conto loro. Il futuro papa vedeva in questo il passaggio dalla fede «di seconda mano» alla fede «di prima mano», perché è ora implicato «un incontro personale con il Signore» (PCT, p. 351). Specialmente oggi, la fede ha bisogno di diventare un riconoscimento, o «sapere», di questo genere (LC, p. 34). Guidare le persone verso una simile soglia di scoperta rimane, dal suo punto di vista, lo scopo della formazione alla fede.


DOPO L'APRILE 2005

C'è una chiara continuità tra i primi scritti teologici del cardinal Ratzinger e le sue molte analisi sulla fede da papa. Parlando alla Catholic University of America a Washington nel 2008, papa Benedetto ha riconosciuto la «riluttanza che molte persone hanno oggi nell'affidare se stesse a Dio», aggiungendo che si tratta di «un fenomeno complesso sul quale rifletto continuamente» (17 aprile 2008). Questo commento personale rivela una delle preoccupazioni chiave del suo pontificato: dare realtà alla fede a vantaggio di un mondo secolarizzato.
In più di un'occasione egli ha anche citato le proprie opere di teologia. Parlando a un simposio di professori universitari nel giugno 2008, egli riprese una frase dall'Introduzione al cristianesimo: «La fede cristiana ha fatto la sua scelta netta: contro gli dèi della religione per il Dio dei filosofi», aggiungendo che si trattava di «una profonda convinzione, che più volte ho espresso». E continuò sostenendo che questo fondamentale nesso tra fede cristiana e riflessione filosofica non imprigionava la fede in un mondo di teorie, ma al contrario la salvava dall'esser tagliata fuori dal regno della verità (Discorso al VI Simposio europeo dei docenti universitari, sabato 7 giugno 2008). Alcuni mesi più tardi, durante la sua visita a Parigi, tornò su un altro dei temi a lui cari, commentando che «per molti, Dio è diventato veramente il grande Sconosciuto» e che quando una cultura positivistica rinchiude la ricerca di Dio nella sfera privata, il risultato è «un disastro per l'umanità» (Discorso ai rappresentanti del mondo della cultura, 12 settembre 2008).
Alla luce di tutto questo, riassumeremo ora alcuni temi ricorrenti nei discorsi di 'papa Ratzinger' (un appellativo comunemente e rispettosamente usato in Italia).

Ampliare il programma della razionalità

Una preoccupazione frequente è quella di riscattare la razionalità dalle raggrinzite forme di razionalismo del mondo post-illuminista. Questa situazione è considerata dal papa una crisi antropologica – una questione di come vediamo noi stessi – piuttosto che semplicemente un tema filosofico o teologico. Proprio come un essere umano è sempre più di ciò che può essere esaminato empiricamente, «verità significa di più che conoscenza». La verità religiosa, in particolare, è essenzialmente personale e parla alla nostra intera umanità, «invitandoci a rispondere con tutto il nostro essere» (Università Cattolica d'America, Washington, D.C., giovedì 17 aprile 2008).
Analogamente, l'essere umano è sempre più di quanto possa essere esaminato empiricamente: «La verità significa più della conoscenza». La verità religiosa, in particolare, è essenzialmente personale e parla a tutta quanta la nostra umanità «invitandoci a rispondere con l'intero nostro essere» (Università Cattolica d'America, 17 aprile 2008).
Sant'Agostino ha osservato una volta che in se stessa la conoscenza può generare soltanto tristezza. Perciò, «non basta [...] conoscere Dio; per poterlo realmente incontrare,lo si deve anche amare» (Pontificia Università Gregoriana, 3 novembre 2006). Allargare il dibattito su ragione e fede è una delle chiavi di quello che papa Benedetto chiama (ispirandosi a Rosmini) un ministero di carità intellettuale.

Fragilità e gradualità della fede

Come teologo, Joseph Ratzinger ha spesso riconosciuto i conflitti che fanno parte dell'esperienza umana della fede. Più recentemente, parlando a braccio ad alcuni seminaristi romani, il papa ha descritto così la gradualità del cammino della fede: «Era per me, soprattutto, affascinante la grande umanità di sant'Agostino, che non ha avuto la possibilità di identificarsi fin dall'inizio con la Chiesa come catecumeno, ma ha dovuto lottare spiritualmente per trovare man mano l'accesso alla Parola di Dio, alla vita con Dio» (17 febbraio 2007).
Nello stesso spirito, alla fine dell'incontro annuale con la Curia romana del dicembre 2009, papa Benedetto ricorse a un'immagine straordinaria per evocare la situazione di coloro che aspirano a dare alla loro vita un senso spirituale, ma non sentono la Chiesa come una loro possibile dimora. Riferendosi all'episodio in cui Gesù scacciò i mercanti dal Tempio perché tornasse a essere «un luogo di preghiera per tutte le nazioni», il papa commentò che Gesù volle restituire il cosiddetto «cortile dei gentili» al suo uso corretto di luogo di preghiera per coloro che, pur non potendo prender parte al mistero, «lì volevano pregare l'unico Dio». Gli agnostici e gli atei di oggi, aggiunse, possono «spaventarsi» sentendo parlare di «nuova evangelizzazione», non desiderando immaginarsi «oggetto di una missione»; e propose questa immagine: «Io penso che la Chiesa dovrebbe anche oggi aprire una sorta di "cortile dei gentili" dove gli uomini possano in una qualche maniera agganciarsi a Dio, senza conoscerlo e prima che abbiano trovato l'accesso al suo mistero, al cui servizio sta la vita interna della Chiesa» (Discorso alla Curia romana, 21 dicembre 2009).

I frutti sociali della fede

Quando nell'ottobre 1998 il cardinal Ratzinger partecipò a un simposio per il settantesimo compleanno di Johann Baptist Metz, uno dei principali esponenti della 'teologia politica', terminò il suo intervento con queste parole: «Il problema di Dio [...] non è un problema teoretico, ma un problema che tocca la prassi della vita» (ET, p. 25). Nonostante le sue riserve su un'eccessiva influenza marxista sulla teologia della liberazione, egli aveva sempre condannato lo scandalo della povertà e appoggiato la lotta dei credenti contro l'ingiustizia. E anche prima della forte visione sociale della sua terza enciclica Caritas in ventate, la sua seconda enciclica affermava già all'inizio: «Il messaggio cristiano non era solo "informativo", ma "performativo"». E subito dopo: «Il Vangelo non è soltanto una comunicazione di cose che si possono sapere, ma è una comunicazione che produce fatti e cambia la vita» (SS, § 2).

Il discernimento della cultura

L'idea della vita promossa dalla predominante «cultura dell'immagine» in cui siamo immersi comporta una «negazione pratica di Dio», una situazione in cui «non c'è più bisogno di Dio» (Discorso al Pontificio Consiglio per la Cultura, 8 marzo 2008). In un contesto consumistico, la fede ha bisogno di essere presentata «in maniera coinvolgente e con fantasia ad una società che fornisce ogni genere di ricette per l'autorealizzazione umana» (Incontro con i vescovi degli Stati Uniti d'America, 16 aprile 2008). Di conseguenza, i credenti hanno bisogno di nuove capacità di discernere la luce dalle tenebre nei tanti messaggi da cui oggi siamo bombardati.
La modernità è sorretta da due pilastri, un nuovo senso della libertà e un nuovo senso della ragione. Un po' per volta, però, queste due conquiste hanno mostrato i loro lati in ombra e la sfida è tuttora aperta: «Essa si pone nuovamente anche alla nostra generazione come sfida di fronte ai poli dell'arbitrio soggettivo, da una parte, e del fanatismo fondamentalista, dall'altra». Ma nel profondo di ogni persona c'è l'intuizione «che all'origine di tutte le cose deve esserci non l'irrazionalità, ma la Ragione creativa; non il cieco caso, ma la libertà» (Discorso ai rappresentanti del mondo della cultura, 12 settembre 2008).

La fede come risposta all'amore in quanto verità

La prima enciclica di papa Benedetto ha sorpreso molti col suo eloquente «inno all'amore» (come lo ha descritto «The Times»). L'apertura parlava della fede come radicata in una decisione che, a sua volta, risponde a un dono: «Non una decisione etica o una grande idea, bensì l'incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte» in cui «l'amore [...] non è più solo un "comandamento", ma è la risposta al dono dell'amore, col quale Dio ci viene incontro» (DCE, 1). Ogni interpretazione superficiale è smentita dalla terza enciclica del papa, che avverte: «Senza verità, la carità scivola nel sentimentalismo. L'amore diventa un guscio vuoto, da riempire arbitrariamente» ( CinV, 3).

L'unicità di Cristo: il Logos in quanto amore incarnato

Come si vede già dai primi scritti, papa Benedetto parla della novità del Vangelo come se si trattasse non di un'idea ma di una persona: «La vera novità del Nuovo Testamento non sta in nuove idee, ma nella figura stessa di Cristo, che dà carne e sangue ai concetti – un realismo inaudito» (DCE, 12). Come papa, egli ha continuato a riflettere sull'idea del Logos come chiave per accedere alla verità di Cristo. Nel 1998 egli ha collegato un'alta visione del Logos creatore con la presenza guaritrice di Cristo: quando le persone «non trovano da sole la via che le conduce a Dio», il Pastore che le riporta a casa è «il Logos stesso, il Verbo eterno, il senso del tutto abitante nel Figlio di Dio» (ET, p. 21). La stessa intuizione si trova nella sua prima enciclica, in cui ragione e amore si fondono: «Dio è in assoluto la sorgente originaria di ogni essere; ma questo principio creativo di tutte le cose – il Logos, la ragione primordiale – è al contempo un amante con tutta la passione di un vero amore» (DCE, § 10).

Fede e ragione: una vicendevole purificazione

«Ma al contempo [la fede] è una forza purificatrice per la ragione stessa. Partendo dalla prospettiva di Dio, la libera dai suoi accecamenti e perciò l'aiuta ad essere meglio se stessa» (DCE, § 28). A distanza di meno di un anno da quella prima enciclica, questo tema fu di nuovo centrale nel discorso di papa Benedetto all'Università di Ratisbona, con la sua proposta di un allargamento del nostro concetto di ragione. La controversia sorta dopo quel discorso suona ancora più assurda se si nota che uno dei temi centrali era proprio la necessità di proteggere sia la fede sia la ragione dall'estremismo, conciliandole in modo nuovo. La lezione riconosceva che la malattia può infettare sia la ragione sia la relazione: «È questa una condizione pericolosa per l'umanità: lo costatiamo nelle patologie minacciose della religione e della ragione – patologie che necessariamente devono scoppiare, quando la ragione viene ridotta a tal punto che le questioni della religione e dell'ethos non la riguardano più» (Discorso all'Università di Ratisbona, 12 settembre 2006).
Anche se il discorso all'Università di Ratisbona attirò molti commenti, pochi notarono che quello stesso giorno il papa aveva affrontato il medesimo tema in un'omelia. Lì, dopo aver evocato le sfide moderne alla fede, tornò a mettere in risalto il Logos: «Crediamo che all'origine c'è il Verbo eterno, la Ragione, non l'irrazionalità». Toccò anche un altro dei suoi temi ricorrenti sulla rivelazione cristiana, il trasformarsi del Logos in amore incarnato: «Questa Ragione creativa è Bontà. E Amore. Essa possiede un volto. Dio non ci lascia brancolare nel buio». Un po' più avanti c'è un passo che merita di essere citato più ampiamente, perché coglie così tanto della visione del papa: «Oggi, che conosciamo le patologie e le malattie mortali della religione e della ragione, le distruzioni dell'immagine di Dio a causa dell'odio e del fanatismo, è importante dire con chiarezza in quale Dio noi crediamo e professare convinti questo volto umano di Dio. Solo questo ci libera dalla paura di Dio – un sentimento dal quale, in definitiva, nacque l'ateismo moderno» (Omelia della S. Messa di Ratisbona, 12 settembre 2006). Colpisce in modo particolare l'idea che l'ateismo abbia origine dalla falsa paura di un falso dio e che nell'Incarnazione di Dio si trova il nostro modo cristiano di salvare religione e ragione dalle loro potenziali deformazioni.

Conclusione

Quali contributi di papa Benedetto possiamo inserire nella nostra composita 'mappa della fede'? Molto più di altri pensatori egli cerca di difendere la fede come religione del Logos basata sulla ragione. Non l'angusta ragione ereditata dall'illuminismo o dallo scientismo o da antiche apologetiche, ma la razionalità umana in tutti i suoi aspetti, dal pensiero astratto all'affettività e dalle opzioni esistenziali alla devozione. La fede che il papa vorrebbe è una fede riflessiva, attuale, radicata nella consapevolezza della ragione creatrice che è Dio e che si è mostrata a noi in Gesù Cristo.
Se tutto ciò può sembrare piuttosto intellettuale, in realtà Ratzinger si è dedicato a tradurre questa alta visione in un linguaggio più spirituale e pastorale. Pressappoco come Newman, da lui molto ammirato, egli desidera rendere più profonda la nostra percezione della persona umana pronta per la Parola di Dio. Spesso egli ha parlato del viaggio della fede, simile a quello di Abramo, come un esodo dall'io e perfino come un'estasi oltre i limiti del nostro piccolo sé. Come si è visto, Ratzinger collega quest'avventura della fede alla liturgia, e in particolare all'iniziazione dei catecumeni al battesimo. A suo modo di vedere, la miglior 'mappa della fede', per così dire, viene dall'assistere alla viva esperienza cristiana di altre persone. Scorgendo una pienezza di vita come quella di cui i santi – canonizzati o sconosciuti – sono stati l'esempio, una decisione di fede è più facile per la mente e il cuore.
Le pressioni e la confusione della cultura attuale comportano che la fede debba essere attivamente critica, non tanto smascherando idee e modi di vita riduttivi, quanto creando comunità e modi di vita alternativi. La fede non dovrebbe permettersi di apparire negativa, essendo radicata in un grande Sì a Dio e alla vita, che ha origine nel grande Sì di Dio a noi. Il credente è benedetto dalla consolazione sul significato ultimo in quanto amore. A dispetto dell'oscurità che può incontrare, la fede si appoggia sulla promessa di fedeltà di Dio e questa rimane, in ogni epoca, la sua forza peculiare.
Un'ultima, emblematica citazione può esser presa da uno dei messaggi natalizi urbi et orbi di papa Benedetto: «L'età moderna è spesso presentata come risveglio dal sonno della ragione, come il venire alla luce dell'umanità che emergerebbe da un periodo buio. Senza Cristo, però, la luce della ragione non basta a illuminare l'uomo e il mondo» (Messaggio urbi et orbi, Natale 2005).


RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI ALLE OPERE DI JOSEPH RATZINGER

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GW = God and the World (colloquio con Peter Seewald), San Francisco 2002 [trad. it. Dio e il mondo. Essere cristiani nel nuovo millennio, Cinisello Balsamo (MI) 2001].
IC = Introduction to Christianity, London 1969 [trad. it. Introduzione al cristianesimo, Brescia 1969].
LC = To Look on Christ: Exercises in Faith, Hope and Love, Slough 1991 [trad. it. Guardare Cristo. Esercizi di fede, speranza e carità, Milano 1989].
SE = The Salt of the Earth (colloquio con Peter Seewald), San Francisco 1997 [trad. it. Il sale della terra. Cristianesimo e Chiesa Cattolica nella svolta del millennio, Cinisello Balsamo (MI) 1997]. PCT = Principles of Catholic Theology: Building Stones for a Fundamental Theology, San Francisco 1987 [trad. it. Elementi di teologia fondamentale, Brescia 1986].
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DCE = Deus caritas est, lettera enciclica, 2005.
SS = Spe salvi, lettera enciclica, 2007.
CinV= Caritas in Ventate, lettera enciclica, 2009.