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Contesti (educativi)

Paola Bignardi


Punto di partenza di questa riflessione è l'idea che solo dove vi è un'esplicita intenzionalità educativa si può parlare di educazione. Essa non è mai casuale, ma si muove dentro una relazione, caratterizzata da reciprocità e da asimmetria. È vera educazione quella che è ispirata da una scelta, che è dentro un progetto, che è orientata da valori e da obiettivi e che tende al raggiungimento di un fine.
Vi è una forma di educazione diffusa: è quella che costruisce la persona agendo su di essa con gli stili e il sistema di valori socialmente approvati; è una forma di "educazione" che agisce sulla persona senza che essa ne sia consapevole, che contribuisce a plasmarla in maniera indiretta, spesso più efficace e penetrante di quanto non faccia l'educazione vera e propria. È il contributo che il contesto di vita dà alla crescita della persona, trasmettendole i suoi valori, i suoi punti di riferimento, le sue acquisizioni, i suoi stili di vita. Nel contesto pluralista di oggi, tanto più numerosi e intensi sono gli stimoli che vengono dall'esterno, tanto maggiore deve essere la forza dell'educazione intenzionale, per impedire che sia il contesto a modellare la persona, al di là delle intenzioni e al di là della sua stessa libertà.
Compito dell'educazione infatti è quello di custodire e coltivare con cura la libertà delle persone che crescono, perché possano maturare secondo un progetto che esse a poco a poco definiscono, nell'ascolto e nel discernimento. Ogni contesto contribuisce in modo diverso alla crescita della persona; tra i più decisivi, vi sono certamente la famiglia, la scuola, la comunità cristiana, le organizzazioni del tempo libero. Ciascuno di essi ha uno specifico ruolo educativo, in relazione alla propria identità e alla propria funzione sociale.

Famiglia

La famiglia è il primo e più naturale luogo in cui avviene l'educazione; i genitori, i primi e principali educatori.
Il padre e la madre sono le prime persone che un bambino incontra e con cui entra in relazione all'inizio della sua esistenza; l'educazione che essi gli danno è immersa nell'affetto e intessuta di tenerezza: «Il diritto-dovere educativo dei genitori si qualifica come essenziale, connesso com'è con la trasmissione della vita umana; come originale e primario, rispetto al compito educativo di altri, per l'unicità del rapporto d'amore che sussiste tra genitori e figli; come insostituibile ed inalienabile, e che pertanto non può essere totalmente delegato ad altri, né da altri usurpato» (Familiaris consortio, n. 36).
In famiglia, il legame tra la generazione e la crescita – non solo in senso fisico – appare immediato e diretto; e così l'educazione che avviene in famiglia è percepita come un processo spontaneo: naturale come la crescita fisica, o come l'affetto. Proprio per questo, oggi i genitori sono sorpresi dal fatto che quella cura che nasce dalla generazione e dall'affetto non basti più, e si sentono spiazzati. Questo accade in particolare quando l'età dei figli cresce, quando diventano adolescenti e l'educazione richiede comportamenti non scontati, che domandano discernimento e scelte; che talvolta portano con sé preoccupazione, sofferenza, distacchi, prese di posizione impegnative.
Anche l'educazione familiare attraversa oggi un momento difficile, che dipende in primo luogo dalla crisi dell'istituzione familiare: il modo di vivere il rapporto di coppia, la solitudine che pesa soprattutto nei momenti di prova e di particolare difficoltà, il mutare stesso dell'idea di famiglia e dell'atteggiamento di fronte alla generazione. La paternità e la maternità oggi sono l'esito di un processo in cui vi sono più matura consapevolezza, ma anche individualismo, chiusura su di sé e paura del futuro [1].
[educazione familiare è messa alla prova dai cambiamenti sociali e familiari in atto: il mutare del ruolo paterno e materno; la condizione della donna; le trasformazioni che riguardano il senso dell'autorità e il modo di concepire la libertà; il rapporto tra affetti e regole. Il 61% delle famiglie considera l'educazione addirittura come la prima emergenza nazionale.
Non si può non valutare positivamente una presenza più disponibile dei padri accanto ai figli che crescono, e al tempo stesso notare come tale presenza rischi di essere spesso troppo affettiva, troppo simile a quella della madre, rendendo più debole quell'elemento normativo e oggettivo necessario ad una crescita equilibrata della persona.
Per la donna è divenuto normale il lavoro fuori casa, che costituisce un elemento importante di promozione e di realizzazione personale. Tuttavia, soprattutto nel contesto attuale in cui le politiche familiari sono troppo deboli, la donna si trova spesso a vivere il conflitto tra lavoro e maternità, costretta a sacrificare la relazione con i figli o il tempo dedicato alla loro cura.
L'autoritarismo di un tempo ha ceduto il passo all'esigenza di un maggiore rispetto della persona dei figli e alla loro crescita nella libertà; tuttavia, spesso questo processo si è trasformato in una forma di libertarismo senza regole, che non aiuta né la crescita né il benessere dei più giovani, ma anzi ne complica il processo di sviluppo.
È sempre pericoloso procedere per generalizzazioni, eppure mi pare che si possa dire che il rapporto tra i genitori e figli sia all'insegna di una certa ambiguità.
I genitori fanno sempre più fatica a dare ai figli delle regole chiare, per quanto riguarda la condivisione della vita all'interno della famiglia e soprattutto fuori: amici, orari, impegni... A questa debolezza delle richieste e delle responsabilità, corrisponde però la rigidità del controllo: leggere di nascosto il diario delle figlie, regalare il cellulare quando sono solo preadolescenti, in modo da poterli controllare: "Con chi sei? Dove sei? A che ora torni?". Nei momenti in cui la paura per i figli alimenta l'ansia, i genitori manifestano l'inconscia percezione di non aver dato ai figli risorse sufficienti per affrontare da soli un contesto carico di insidie. Risorse intese come regole, come qualità di una proposta di vita, come capacità di valutazione critica dell'ambiente circostante.
Vi sono in molti genitori atteggiamenti contraddittori o inadeguati al compito educativo: ad esempio gli atteggiamenti di possesso, così contrastanti con quel distacco di cui ha bisogno l'educazione; oppure il dare ai figli una grande quantità di cose o di esperienze (danza, strumento musicale, attività sportiva...) senza valutare adeguatamente il tempo che si passa con loro o la qualità della relazione che si stabilisce; o non considerare il messaggio indiretto che si dà ai ragazzi, quando i genitori non si presentano alle udienze a scuola, o "abbandonano" i loro figli davanti alla tv, o davanti al computer...
L'esercizio dell'autorità, quando essa non è dispotica ma un autorevole aiutare a crescere, è faticoso e difficile. Oggi sono tante le mamme che affermano di essere "amiche" dei propri figli, rivendicando in tal modo una vicinanza affettiva e comunicativa che ha rinunciato all'asimmetria, necessaria ad un costruttivo dialogo tra le generazioni. Padri che sembrano fratelli dei loro figli e che nella modalità della relazione con loro si avvicinano più all'atteggiamento affettivo della madre che a quello normativo di chi ha il compito di orientare nel mondo.
Nella fatica di "fare gli adulti" da parte dei genitori si generano gli aspetti più rilevanti della difficoltà di educare in famiglia. Non si uscirà dall'attuale situazione di crisi se non attraverso l'impegno da parte degli adulti ad affrontare le responsabilità della loro vita adulta, nel rifiuto di ogni giovanilismo, imparando a portare la fragilità come condizione ordinaria della vita e la solitudine che l'età adulta, con le sue caratteristiche e i suoi impegni, spesso porta con sé.
In questo contesto è necessario recuperare, nella famiglia in primo luogo, il senso dell'educare, passando dalla fragilità di un'educazione per intuizione naturale ad un'educazione riflessiva, frutto di responsabilità e di intenzionalità e ricca di capacità critica. In questo passaggio, l'esperienza educativa diviene cura della persona in tutte le sue dimensioni e conosce il sostegno di un accompagnamento forte e autorevole. L'educazione assunta in questa prospettiva mostra a poco a poco ai genitori stessi il suo volto di esperienza umana appassionante, in cui si sperimenta la bellezza di crescere da adulti insieme fìgli.
Il rapporto tra educazione e generazione in famiglia è particolarmente stretto ed evidente: mettere al mondo un figlio non è un'esperienza tra le altre, ma è un fatto che cambia la vita di una famiglia e quella dei genitori, come persone e come coppia.
Si genera perché si dà la propria vita; generare un figlio è avere davanti a sé un altro se stesso, ma generato alla libertà, a diventare altro dai genitori che lo hanno messo al mondo. Quel figlio porterà dentro l'impronta vitale di chi lo ha generato e al tempo stesso potrà vivere solo staccandosi, imparando a respirare da solo, a camminare da solo, a stare in piedi sulle sue gambe. Il distacco è dolore, ma è l'unica condizione per cominciare a vivere.
Ci si prende cura di una creatura totalmente dipendente: accudire, lavare, nutrire...
E poi un giorno quel figlio comincerà a chiedere perché. Perché questo? Perché quello? Perché la vita? Che senso ha vivere? Che cosa vale nella vita?
Cercherà di superare i confini che gli sono stati tracciati, perché comincerà ad esplorare il mondo, e vorrà capire qual è il segreto della felicità. E nell'illusione che la felicità consista nel vivere senza limiti e senza regole, cercherà di forzare le barriere che gli sono state date; e sarà generato alla felicità se potrà avere accanto dei genitori che sanno stare dentro i confini della vita, assaporandola tutta e mostrando di questa esperienza il loro gusto, la loro gioia.
Prendendosi cura di lui, insegnandogli le prime parole, rispondendo alle sue prime domande, i genitori
gli trasmetteranno la loro fiducia nella vita, il sapore e il senso che per loro ha la vita. E a poco a poco questo valore glielo sapranno dire, più che attraverso grandi discorsi, attraverso le narrazioni semplici dell'esistenza quotidiana, che trasmette il senso delle cose intrecciato con gli affetti; i confini del bene e del male specchiati nell'esempio della vita; il valore della esistenza attraverso il modo di considerare ciò che accade...
La famiglia ha un suo modo tipico di educare: la mamma non è la maestra; il papà non è l'allenatore sportivo. In famiglia si educa attraverso l'affetto, la fiducia, il coinvolgimento, la regola, il calore espressi nella forma paterna e materna. La famiglia trasmette dei modelli di vita attraverso lo stile della vita familiare, ancor più che attraverso le parole. Il quotidiano dell'esperienza familiare è il luogo dell'educazione attraverso le parole e i gesti di ogni giorno: la conversazione che si fa a tavola, il modo con cui si racconta ciò che è accaduto durante la giornata, le valutazioni che si danno di situazioni e persone. È lì che si imparano le prime parole di una socialità aperta o egoista, del rispetto o dell'arroganza, dell'attenzione all'altro o del ripiegamento su di sé, dell'apertura a Dio o della chiusura su di sé, della libertà o del sospetto.

Scuola

Accanto alla famiglia, la scuola è il luogo in cui il processo di crescita (lì un ragazzo si approfondisce e si arricchisce attraverso l'acquisizione di elementi nuovi,a cominciare dal saper leggere e scrivere, con l'incontro con la cultura e con gli aspetti di una più ricca socialità, che aprono ai ragazzi nuovi orizzonti e nuove possibilità di crescita.
Ma anche la scuola oggi è coinvolta nello stesso travaglio delle altre istituzioni educative, travaglio accresciuto dalla fatica di una riforma che dia alla proposta culturale ed educativa che essa offre alle nuove generazioni i caratteri dell'adeguatezza alle esigenze culturali e sociali del tempo.
L'aspetto più evidente della crisi della scuola sta nella sua perdita di autorevolezza, che dipende da tanti fattori, ma sostanzialmente dalla fatica che essa fa a interpretare i cambiamenti del tempo che si riversano in essa quasi con una forza maggiore rispetto ad altri contesti.
Oggi i ragazzi mostrano una grande fragilità emotiva: attraverso la labilità dell'attenzione; attraverso atteggiamenti di aggressività che si accendono per un nonnulla e fanno difficili i rapporti tra compagni; attraverso un'iperattività che rende faticoso l'apprendimento e il lavoro scolastico; attraverso la resistenza ad accettare quelle regole indispensabili al vivere in un contesto comunitario in maniera civile. Non si tratta per lo più di forme di disagio clamoroso, ma piuttosto di segnali che rivelano come la complessità sociale di oggi si riflette sui più giovani.
Ma i ragazzi portano in classe anche la fatica delle loro famiglie: non solo di quelle in difficoltà, ma la normale fatica delle famiglie normali, con il comune peso di tenere insieme tanti impegni, di consentirsi spazi di ascolto reciproco e di dialogo. Famiglie che talvolta scaricano sui ragazzi le loro tensioni, accumulate nella complessità della vita quotidiana; che rivolgono alla scuola domande inappropriate e spesso hanno nei suoi confronti atteggiamenti di delega o pretese che non contribuiscono ad accrescere il reciproco compito educativo.
Nella scuola oggi arrivano poi sempre più numerosi ragazzi provenienti da diversi Paesi, rendendo più ricca, ma anche più complessa, la vita scolastica. Le differenze di lingua, di culture, di tradizioni, di visioni della vita aggiungono complessità all'esperienza della classe, soprattutto nei casi in cui si ritiene che esse costituiscano un problema in più e dove non si fa nulla per affrontarle in modo progettuale e didatticamente appropriato.
I ragazzi che arrivano in classe spesso hanno alle spalle storie di solitudine, soprattutto di solitudine educativa. Non hanno avuto accanto a sé adulti capaci di offrire loro dei punti di riferimento sicuri, di indicare regole, di far rispettare impegni presi. Ragazzi che non hanno assunto propri criteri di comportamento o stili di vita di un certo valore, perché cresciuti senza avere accanto educatori significativi che potessero offrire loro un orientamento.
Via via che sale l'età dei ragazzi e si passa da un ordine di scuola all'altro, si fa consapevole negli adolescenti la situa/ione di crisi della scuola, che essi ritraggono in forma a autobiografica ed esistenziale. «I professori – afferma Luigi, terza superiore – tendono ad inculcarci soltanto nozioni della loro materia senza "applicarla" ad un contesto della vita vera. In classe si parla solo di atomi, polinomi, date, scrittori... ma non si parla mai di politica ed economia o di avvenimenti determinanti che riguardano la vita della collettività». Oppure c'è lo scetticismo di Andrea: «La scuola è una delusione totale, tenendo conto che al giorno d'oggi non penso sia così utile avere un attestato che indichi il proprio livello di studio, visto che di lavoro non ce n'è. È vero che più si studia più ci si accultura, ma oggi ci sono persone che riescono ad avere una carriera ricca di successi in qualsiasi ambito nonostante siano poveri di cultura».
Ci si illude che irrigidendosi in atteggiamenti sanzionatori o disciplinari sia possibile dare qualità ad una scuola che i ragazzi invece giudicano con lucidità e disincanto: «Mi annoiano quei professori che parlano con un tono di voce basso e in modo confuso, quelli che sanno poco della loro materia, quelli che sembrano stanchi di fare questo mestiere!».
È chiaro che la scuola potrà assolvere alla propria funzione, non sostituibile, ripensando profondamente il suo ruolo e il suo modo d'essere.
All'inizio del Novecento, in un'Italia analfabeta, il compito della scuola si è riassunto nell'impegno dell'insegnare a leggere e a scrivere, primo passo per vivere la titolarità dei propri diritti di cittadinanza. Nella seconda metà del secolo scorso si è avvertita l'esigenza di una scuola capace di dare la parola: l'esperienza di don Milani può essere simbolo di una realtà che a poco a poco ha preso coscienza della necessità di offrire alle persone la possibilità di farsi valere dicendo le proprie ragioni, le proprie esigenze, i propri diritti, i propri pensieri. La parola come via all'espressione della propria dignità; come tirocinio di un'esperienza democratica che doveva maturare nella coscienza delle persone.
E oggi, quale scuola per questo tempo frammentato e disorientato? Per questo tempo in cui le persone sembrano soccombere alle proprie emozioni senza riuscire a trasformarle in parola? Per questo tempo di benessere in cui la crescita delle persone costa tanta fatica e sofferenza? Per questa civiltà della comunicazione che lascia i più giovani troppo soli nel costruire il loro progetto di vita?
Credo che la risposta non possa che essere quella di una scuola che scopre in modo nuovo il suo compito educativo e si organizza per assolvere in maniera rinnovata a tale funzione. L'educazione è l'esigenza principale dei ragazzi e dei giovani di questo tempo; questo mi pare possa costituire il senso più profondo della scuola nell'attuale contesto sociale.
La tentazione della scuola oggi è quella di rifugiarsi nella trasmissione di contenuti culturali, che i ragazzi sentono come lontani dalla loro vita, dai loro interessi e dalle loro curiosità, inefficaci in ordine al compito di aiutare la loro crescita, di aprire loro orizzonti di senso e di speranza; di accontentarsi di una cultura libresca, che non prende posi/ione sulle questioni della vita e si regge sull'idea di un sapere che non è per la vita, ma per apprendimenti che alla fine appaiono fini a se stessi. È la scuola che si accontenta di presentare i contenuti delle diverse discipline uno accanto all'altro, senza lo sforzo di alcuna sintesi, che richiederebbe l'assumere delle chiavi di interpretazione e il compiere delle scelte. La scuola rischia così di apparire un supermarket, dove sono esposti oggetti diversi che ciascuno acquista in base alle sue necessità e ai suoi gusti. È chiaro che nella logica del supermercato i saperi stanno su scaffali uno staccato dall'altro; e gli insegnanti si trasformano da maestri a commessi [2], perdendo il valore di punti di riferimento e l'autorevolezza che la loro funzione comporta. Non si può pensare che alla scuola spetti solo il compito di istruire, interpretato spesso – tra l'altro – come accumulo di nozioni, difficili da collocare nella vita; né si può pensare che l'istruzione, da sé, educhi.
Se rinuncia alla funzione educativa, la scuola viene meno al suo compito più nobile, quello tipico per questo tempo, su cui non può essere sostituita né da internet, né dalla tv, né dalle molte agenzie che danno ai ragazzi una quantità di informazioni più numerose di quelle che possono essere offerte nelle aule scolastiche.
Anche la scuola ha il compito di educare, oggi più che mai, anche se il suo modo di farlo ha caratteristiche originali e tipiche. Penso che si possa dire, sinteticamente, che la scuola educa attraverso la cultura, mostrando di essa il carattere vitale e facendo assaporare ai più giovani la ricchezza che essa ha in ordine alla crescita dell'umanità di ciascuno. La cultura dà gli strumenti per capire la realtà e per interagire con essa; ma dà anche le chiavi per comprendere la propria umanità, nel suo senso e nei suoi valori; dà parole per narrare la propria vita, metterla in comunicazione con altri, renderla disponibile al confronto e quindi al suo affinamento e al suo arricchimento. Don Milani ha fatto dell'impegno a dare la parola a tutti un tratto qualificante della sua scuola: la parola come strumento di uguaglianza, per mettere tutti in grado di dire le proprie ragioni. Oggi la parola ha una funzione diversa, ma non meno importante: è necessaria per capire se stessi, oggettivare sentimenti ed emozioni, distanziarli un po' da sé perché non diventino troppo in fretta azione e gesto. Nella società delle grandi solitudini è necessario recuperare il valore della parola per entrare in dialogo con l'altro.
Di seguito sono suggeriti alcuni aspetti dell'educazione nella forma scolastica che sembrano oggi particolarmente urgenti e significativi.
La scuola educa l'intelligenza dei ragazzi. Le maggiori conoscenze che essi posseggono non rendono superflua la cura del pensiero; anzi, da certi punti di vista la rendono ancor più necessaria. Oggi accade che fin dentro l'università si senta ripetere che i ragazzi "non hanno un metodo d i ,t id. In effetti non hanno ac-
quisito la disciplina del pensiero, la spinta alla curiosità, l'ordine del ragionamento, la pazienza del cercare. E non hanno imparato a mettere in conto che tutto questo è fatica, passaggio necessario per aprirsi ai grandi orizzonti che la scuola dovrebbe contribuire a far intravedere.
Occorre che la scuola educhi al senso critico. Le mode che caratterizzano l'abbigliamento, i consumi, i linguaggi fanno intuire la pressione cui anche il pensiero è sottoposto, sempre più povero di originalità e di criticità. Ragazzi e adulti rischiano di assorbire dal contesto stili di comportamento, atteggiamenti di fronte alla vita, modi di giudicare la realtà. Grande funzione della scuola è quella di tener desta un'originale capacità di valutare le cose, a partire dai valori della persona e di una convivenza civile di alto profilo. E di far intravedere la forza della libertà, la suggestione di un'umanità impegnata, la bellezza di pensare la vita non come la pensano tutti, ma liberando desideri, sogni, utopie. Allora l'educazione non è semplicemente introdurre i ragazzi alla società e alla cultura in cui vivono, ma aiutarli a conoscerle per cambiarle, per trasformarle a misura di un'umanità piena. Educazione, senso critico, responsabilità, impegno, maturano insieme; da questo processo la scuola non può restare estranea, se vuole continuare a proporsi non come il luogo della conservazione, ma come l'istituzione in grado di orientare verso il futuro e, attraverso i ragazzi che in essa passano, di delineare il profilo della società di domani.
Il percorso attraverso la cultura apre la strada dell'educazione alla cittadinanza, cui contribuisce anche la famiglia, ma che nella scuola può diventare consapevole ed esplicita ricerca e apertura a quei valori che fanno maturare la coscienza di essere parte di una comunità e del mondo intero, insegnando ad apprezzare e vivere i valori fondamentali della convivenza civile: democrazia, giustizia, uguaglianza, solidarietà, valore della persona e della famiglia, rispetto, tolleranza. L'acquisizione dei valori del vivere insieme oggi può avvenire solo se c'è un processo esplicito di proposta e l'accompagnamento motivato ad assumerli, chiedendo ai docenti una più attenta intenzionalità e una maggiore attenzione a questa dimensione. Tutto questo ha particolare importanza in una società multiculturale, dove occorre esplicitare i valori su cui si fonda la convivenza, perché tutti se ne approprino e diventino parte attiva della comunità in cui vivono.
Ma non si può parlare di educazione riferendosi solo ai contenuti culturali o agli obiettivi formativi da perseguire: si educa solo dove vi sia un rapporto vero tra persone, fatto di cordialità, di attenzione, di fiducia, di autorevolezza. L'interesse di ogni insegnamento passa attraverso la credibilità dei docenti e attraverso la qualità della relazione che essi sanno stabilire con i più giovani. Essi sono disposti a far credito solo a quegli adulti che sanno dimostrare loro considerazione e soprattutto che sanno ascoltarli, guardare dal loro punto di vista, accompagnai si alla fatica della loro crescita inumanità. Si tratta di un aspetto non facile, questo; certo i docenti di oggi si trovano di fronte ad una sfida ben più irta di ostacoli dei loro colleghi di qualche decennio fa. Eppure la qualità educativa della scuola non potrà che passare da loro, dalla loro formazione, dal loro grado di motivazione, dalla loro professionalità e dedizione. Le famiglie, la società, le istituzioni debbono al loro impegno un'attenzione meno superficiale, una considerazione meglio capace di valorizzarli, insieme all'impegno delle istituzioni a creare al loro lavoro condizioni più adatte a far emergere la loro professionalità [3].

Comunità cristiana

La comunità cristiana ha un'attività educativa multiforme, radicata in una lunga e creativa tradizione: è quella delle parrocchie, degli oratori, come strutture di accoglienza e di educazione dei ragazzi, è quella delle diverse realtà associative e di movimento. La comunità cristiana è un soggetto che ha una voce qualificata per esprimersi sull'educazione, con l'autorevolezza che le viene dall'essersi sempre cimentata con le questioni educative, sollecitate dalla cura pastorale, o dall'esperienza, o dallo stesso impegno catechistico che non può non avere anche un risvolto di attenzione alla persona e di accompagnamento dei più giovani nei percorsi di apertura alla fede e di impostazione della vita cristiana.
L'esperienza educativa della comunità cristiana oggi si manifesta in una grande inventiva, che interessa principalmente il tempo extrascolastico: pomeriggi, estate, fine settimana. Penso alla vitalità di parrocchie e oratori attraverso i centri di aggregazione giovanile o i grest, attività di animazione e di gioco che impegnano spesso tutta la giornata dell'estate dei ragazzi, con proposte che veicolano messaggi di valore umano e cristiano attraverso linguaggi ed attività che hanno forza di coinvolgimento e di attrazione e che suscitano il protagonismo dei più giovani. Si tratta di un'attività che ha valore di educazione all'umanità, ma anche valore sociale, se si considera che spesso questo avviene nei piccoli centri o nelle periferie delle grandi città, che a titolo diverso costituiscono i "deserti" del nostro tempo, dove i più giovani sono privi di riferimenti, di luoghi, di iniziative per loro. Qui si tocca con mano come l'attività della comunità cristiana abbia non solo un valore educativo, ma anche umano e civile di non poco conto, dal momento che toglie i ragazzi dall'isolamento, dalla strada, dalla solitudine, offrendo loro un'attenzione e una cura.
Tuttavia, come non vedere la fuga dagli oratori e dalle parrocchie di tanti ragazzi di una certa età? E la fatica di interessare i giovani, la stanchezza di alcune realtà di base e il protagonismo eccessivo di altre? [4].
Non si può dire che nella comunità cristiana vi siano scarse presenze educative: basta pensare al numero di preti, di suore, di catechisti, di animatori ed educatori che si dedicano alle nuove generazioni. Eppure si coglie uno scarto notevole tra le energie impiegate in ambito educativo e i risultati raggiunti. Afferma il cardinale Martini nella sua lettera pastorale del 1987: «Ho talora l'impressione che, tra molti che si dicono educatori, spiri un vento di incertezza, di rassegnazione, di rinuncia» [5].
Anche nella comunità cristiana corrono idee deboli di educazione: animazione, intrattenimento, attività, vita di gruppo... come se l'educazione non fosse molto di più, in una prospettiva ben più impegnativa. Ed è come se l'educazione si esaurisse nelle attività che si organizzano per realizzarla.
L'attività di animazione, pur essendo importante per la mobilitazione di energie che riesce a realizzare, spesso è affidata a ragazzi poco più avanti negli anni di coloro che essi animano. Certo l'animazione sarebbe difficile da realizzare da parte degli adulti: la sua natura, il dinamismo e la spontaneità che essa richiede si trovano molto più facilmente tra i giovani che tra gli adulti. Ma i problemi cominciano quando questi animatori - spesso adolescenti o poco più - sono lasciati soli a gestire il rapporto con i più piccoli. L'inesperienza e l'immaturità della relazione spesso compromettono il raggiungimento di obiettivi di crescita attraverso il gioco e l'animazione. Le molteplici attività che nella comunità cristiana si propongono ai più giovani hanno bisogno anche di presenze adulte, che diano una con notazione educativa alle diverse attività, sapendo riportarle alla persona e alla sua crescita, orientando le relazioni più complesse che possono manifestare anche in oratorio e parrocchia il disagio di tanti ragazzi.
L'impegno educativo della comunità cristiana passa inoltre attraverso la catechesi. Condotta in modi diversi nelle diverse epoche, essa ha costituito la scuola da cui sono passati milioni di bambini e di giovani che negli incontri con i catechisti e le loro parole di fede hanno preso consapevolezza del valore dell'essere cristiani; in tempi passati hanno ricevuto nella catechesi i contenuti di quella vita cristiana che hanno visto e conosciuto dagli esempi delle loro famiglie; in tempi più recenti, hanno appreso i primi elementi della vita cristiana, spesso ne hanno scoperto la densità umana attraverso la parola e la testimonianza dei catechisti che si sono presi cura di loro. Il movimento catechistico, negli anni del dopo Concilio, ha costituito una delle espressioni più vivaci e motivate della vita della comunità, e ha contribuito in misura notevole al rinnovamento della sua pastorale. Proprio la ricchezza dell'esperienza della catechesi ha sostenuto e animato la revisione dei catechismi alla luce dello spirito e del magistero del Concilio. Oggi la Chiesa italiana ha un impianto catechistico organico, vivo, ricchissimo. Tuttavia, al rinnovamento dei contenuti non ha corrisposto un analogo rinnovamento dei protessi della catechesi. La grande attenzione ai contenuti ha portato a enfatizzare il rinnovamento di essi, senza prestare una corrispondente attenzione al mutare della sensibilità dei ragazzi e dei giovani nei confronti della fede, alle diverse sensibilità che andavano venendo avanti; soprattutto, senza tenere in debito conto la delicatezza della relazione, dell'accompagnamento del cammino di fede, non più supportato da elementi di contesto familiare e ambientale un tempo decisivi. Una mentalità ancora troppo legata alla dimensione della dottrina tende a proporsi in maniera astratta, con forme di comunicazione che privilegiano in modo quasi esclusivo la parola, senza tenere nel debito conto il peso che oggi hanno la testimonianza, il fare, l'appartenenza ad un gruppo, l'essere coinvolti in un'esperienza di vita. La fragilità delle forme della mediazione catechistica contribuisce a rendere poco efficace uno sforzo che ancora oggi coinvolge milioni di persone.
Infine, c'è un'educazione offerta dalle realtà associative, i movimenti e i gruppi in cui si articola la comunità cristiana. Alcune di tali esperienze sono di antica tradizione – penso all'Azione cattolica – altre sono di più recente origine. Esse hanno la caratteristica di avere alla base una sensibilità comune; un ideale e dei progetti condivisi. Soprattutto riescono a trasmettere il senso di un cammino che si fa insieme, a realizzare un'educazione che si realizza anche nel rapporto tra pari, e soprattutto può far conto su figure educative che hanno compiuto la scelta, talvolta anche in prospettiva vocazionale, di dedicarsi all'educazione dei più giovani. Queste esperienze, significative ed efficaci in ordine all'educazione della fede, non sono tuttavia prive di rischi, in particolare quello di una possibile omologazione dei cammini individuali e quello dovuto alla presenza di leadership forti, che talvolta possono influire sulla maturazione di percorsi personali originali.
L'efficacia educativa della comunità è legata alla possibilità che essa ha di coinvolgere ragazzi e giovani in un'esperienza globale di vita. La parrocchia e l'oratorio sono luoghi in cui i ragazzi sono implicati con tutta la persona: corpo, emozioni, voglia di fare, pensiero, interiorità; dove i rapporti tra pari sono diretti, coinvolgenti, ordinati da poche regole che permettono a ciascuno di esprimersi liberamente. Le comunità dove i processi educativi sono efficaci e creano legami stabili e duraturi sono quelle in cui ai ragazzi è data la possibilità di fare un'esperienza, in cui la voglia di vivere dei piccoli si esprime in un contesto ordinato e sprigiona energie creative, orientate a obiettivi comuni. Il carattere informale dell'attività che i ragazzi svolgono consente loro di sperimentare spazi di libertà e di responsabilità superiori a quelli consentiti dalla scuola. Così, l'oratorio e la parrocchia possono essere palestre di socialità e di protagonismo, attraverso un coinvolgimento corresponsabile e attivo. Non è solo l'incontro con gli altri che qui i giovani sperimentano, ma anche la possibilità e il compito di essere per gli altri, dentro spazi ed attività che scelgono di frequentare non perché obbligati a farlo, ma per una libera scelta, motivata dall'interesse e dai legami spontanei.
Ma se fossero solo questo, l'oratorio e la parrocchia non si differenzierebbero molto dal gruppo del muretto o dalla strada. La comunità cristiana si qualifica per le presenze educative con cui si propone ai più giovani. Figure di adulti o di giovani maturi che hanno scelto di vivere quel servizio che nasce dall'adesione al Vangelo nel mettere il loro tempo, la loro esperienza, la loro umanità a disposizione dei più giovani. Non sono educatori come gli altri, quelli che i ragazzi incontrano nella comunità cristiana, ma sono persone che si dedicano a loro perché rispondono ad una vocazione: nel rapporto tra loro e i ragazzi c'è il Signore e il suo amore per i piccoli. Solo a questa condizione la comunità cristiana si può dire che educhi secondo il suo specifico carisma. La maturità di queste figure che hanno scelto l'educazione come un servizio consente loro non solo di stare un mezzo ai ragazzi, ma di affiancarsi a loro personalmente, di seguirli uno per uno, anche quando questo non si vede. E questo si esprime con scelte diverse, ciascuna dettata da quella maturità educativa che consente di scegliere di volta in volta quale atteggiamento risponda meglio all'esigenza di aiutare l'altro a crescere.
Don Bosco ha attratto a sé un gran numero di ragazzi del popolo, spesso poveri e abbandonati a se stessi, li ha affascinati con la sua umanità e ha mostrato un ideale di vita cristiana che offriva loro la possibilità
di – e li impegnava a – vivere da uomini veri. Anche nel nostro tempo la Chiesa, se vuole tornare ad educare ad una fede riconosciuta come importante per la vita, deve percorrere la strada dell'umanità. È l'umanità delle relazioni che sa intessere con le persone, con sensibilità, delicatezza, attenzione; è l'umanità della parola con cui annuncia, perché non sia a prescindere dalla vita o – ancor peggio – contro la vita; perché sia voce che rivela la grandezza della vocazione a essere donne e uomini, che indica qualche percorso per orientarsi; perché sia legge un amore che libera; perché non sia giogo ma rivelazione che fa intravvedere il senso di ogni istante; è l'umanità del Vangelo, riletto alla luce dell'umanità del Signore e dei suoi rapporti con le persone. Questo progetto di una vita bella, intensa, accolta in tutto il suo spessore, può tornare a parlare anche ai ragazzi di oggi: va d'accordo con la loro voglia di vivere e indica l'orizzonte della pienezza. È chiaro che in questa prospettiva l'educazione della comunità cristiana contribuisce a rigenerare gli stessi contenuti dell'annuncio, aiutando tutti – adulti e giovani – a riscoprire il legame tra la fede e la vita e il carattere appassionante di un'umanità vissuta alla luce del Vangelo.

I luoghi della libera scelta

Oltre ai luoghi fondamentali dell'educazione, altri ve ne sono, molto preziosi, frutto di una scelta corrispondente a interessi, preferenze, legami dei ragazzi o delle loro famiglie con alcuni contesti: sono i luoghi associativi, quelli della pratica sportiva, oppure gruppi di altro genere – ricreativi, teatrali, musicali... –: ciò che li caratterizza è il loro essere frutto di una libera scelta. In essi, educa soprattutto l'interesse cui essi rispondono, e la disciplina cui abituano per raggiungere le finalità specifiche che si propongono.
Si tratta di contesti che influiscono notevolmente sulla crescita e sulla maturazione dell'identità dei più giovani, proprio in quanto legati ad interessi che facilitano il coinvolgimento e l'impegno negli obiettivi e nelle prospettive che essi offrono.

I luoghi associativi

In un tempo di individualismo come l'attuale, la possibilità di fare un'esperienza associativa è un prezioso tirocinio di apertura, di socialità, di relazioni con l'altro. L'appartenenza ad un'associazione per i più piccoli è una scelta dei genitori; impareranno ad apprezzarla loro stessi, nella misura in cui l'esperienza associativa sarà interessante e coinvolgente. Nelle età successive, tale scelta nasce dalle preferenze che nei ragazzi hanno cominciato a delinearsi. All'interno di un'associazione di ragazzi, gli elementi che contribuiscono ad educare sono sostanzialmente riconducibili all'esperienza: educa l'essere insieme, consentendo di fare un tirocinio di socialità in cui entrano le caratteristiche dell'associazione, gli obiettivi in cui essa coinvolge, le esperienze che permette di fare. Ogni associazione è un microcosmo sociale in cui è possibile sperimentare autonomia dalla famiglia, coltivazione dei propri interessi, relazioni con i coetanei, in un contesto meno strutturato della scuola e tuttavia organizzato, dove la spontaneità della relazione viene indirizzata verso gli obiettivi dell'associazione e la socialità si fa esperienza di protagonismo, di responsabilità sociale e anche di servizio concreto agli altri, soprattutto per i ragazzi più avanti negli anni. Nell'adolescenza soprattutto, la motivazione che spinge ad aderire ad un'esperienza associativa è la possibilità di sentirsi responsabili di ciò che si pensa e si fa, di esprimersi liberamente, divenendo in tal modo più padroni di sé e più sicuri dal punto di vista psicologico. Il senso di appartenenza favorisce l'assunzione di responsabilità e diviene una scuola [6].
In un'associazione, l'aspetto più efficace dal punto di vista educativo è costituito dall'esperienza stessa, prima e al di là delle parole o delle proposte esplicite. Le associazioni che, come l'Azione cattolica dei ragazzi, hanno una finalità educativa, educano anche attraverso le iniziative che propongono, le proposte che offrono e le occasioni esplicitamente educative, come la catechesi o i momenti di formazione; educano soprattutto se sanno collegare questi momenti con una vita di gruppo coinvolgente e con esperienze di servizio che facciano sperimentare come l'essere insieme maturi nella dedizione concreta, quella che rende capaci di sporcarsi le mani. Le presenze educative che animano i momenti di vita dell'associazione hanno in questo un ruolo determinante.

I luoghi dello sport

Lo sport è un'attività che attrae ragazzi e giovani. Nel 2005, oltre il 50% dei bambini praticava uno sport; ma anche il 43,3% degli adolescenti e il 32,4% dei giovani. L'attività sportiva ha una dimensione di divertimento e di gioco; per questo è molto apprezzata dai ragazzi che vi si coinvolgono con passione, accettando per questo anche i sacrifici, gli impegni e la fatica che la pratica di uno sport comporta.
Lo sport ha un notevole potenziale educativo: rappresenta in modo simbolico la vita stessa, «che è impegno, sacrificio, lotta, sofferenza, ma anche gioia, speranza, soddisfazione e felicità. Quando si pratica uno sport, sia a livello agonistico che amatoriale, ogni partita è una sfida, che può essere vinta o persa» [7] e che non è mai definitiva. La pratica sportiva educa a superare se stessi, a concentrare l'azione in direzione di un obiettivo da raggiungere, abitua al rispetto delle regole, educa alla responsabilità, motiva a resistere allo sforzo. La competizione connessa con l'attività sportiva ha un ruolo importante nel sostenere nell'impegno.
Lo sport di squadra educa a perseguire un risultato insieme ad altri, a giocare non per se stessi e per la propria affermazione, ma per un risultato da raggiungere insieme, nella misura in cui si sa costruire effettivamente una squadra; allena a costruire strategie di gioco comuni. Spesso lo sport fa emergere risorse impensate, non solo di tipo atletico, ma di personalità e di carattere, in ragazzi che nella scuola raggiungono risultati scarsi. Lo sport ha l'importante funzione di aiutare ad avere fiducia in se stessi e a sostenere l'autostima. Nello sport i ragazzi imparano anche a rispettare i ruoli e a riconoscere la struttura gerarchica dell'organizzazione sportiva: quella dell'allenatore è in genere una figura che si rispetta, che non si discute, che ha una funzione di modello... Quello che dice il mister è una parola di autorità. La sua è un'autorevolezza che gli viene dalla competenza: i ragazzi riconoscono che è bravo ed è un modello per loro; sanno che lui e loro hanno una causa comune: quella di vincere e di fare bella figura; hanno un'uguale passione; sanno che lui ha il potere di farli giocare oppure no... Attraverso lo stile della relazione con i ragazzi e i gesti, le parole e le scelte dell'impegno quotidiano, il mister si trasforma in educatore, e diventa un punto di riferimento per aiutare i ragazzi ad assumere un atteggiamento di impegno, di responsabilità, di resistenza alla fatica, che dallo sport si trasferisce nell'esistenza [8]. Si dice che lo sport è una "palestra di vita". In effetti, chi sa valorizzarlo trova in esso un contesto che, attraverso e oltre l'attività sportiva, può formare il carattere e raggiungere non solo obiettivi di carattere sportivo, ma anche virtù umane di lealtà, onestà, tenacia, complicità.
Consapevoli di questi aspetti, vale la pena fare oggetto di una considerazione più attenta la risorsa che l'attività sportiva può costituire per affrontare la sfida educativa e dedicare a coloro che si impegnano in essa come educatori – allenatori, arbitri, accompagnatori, presidenti di società – una più attenta formazione non solo sul piano tecnico, ma anche su quello più propriamente educativo.

NOTE

[1] Cfr. l'analisi della difficoltà di educare in famiglia contenuta in CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA, Educare alla vita buona del Vangelo, n. 36.
[2] Cfr. G. SAVAGNONE, Questa scuola non è un supermercato!, in «Scuola Italiana Moderna», n. 11/2007, p. 13.
[3] Cfr. Cattolici nell'Italia di oggi. Un'agenda di speranza per il futuro del Paese. Documento preparatorio per la 46ma Settimana sociale dei cattolici italiani, n. 22.
[4] Cfr. C.M. Martini, Dio educa il suo popolo, n. 4.
[5] Ibidem.
[6] Cfr. su questo tema P. DAL TOSO, Per una persona sociale, Editrice La Scuola, Brescia 2010.
[7] COMITATO PER Il. PROGETTO CULTURALE DELLA CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA, La sfida educativa, Laterza, Bari-Roma 2009, p. 181.
[8] Cfr. su questo tema V. E. COSTANTINI, Educazione e sport, Editrice La Scuola, Brescia 2009.

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