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Tra infanzia negata

e complesso di Peter Pan

Paola Bignardi

 

È invalsa l'abitudine a pensare l'educazione come ciò che gli adulti fanno per aiutare i ragazzi a crescere; il punto di vista degli adulti mette in evidenza fatiche e scacchi e finisce con il dare l'impressione che, se educare è difficile, questo dipende dalle resistenze e dalle indisponibilità di ragazzi e giovani.
Proviamo invece a guardare l'educazione dal punto di vista dei più giovani: anche crescere è difficile!
Oggi questo processo sembra svilupparsi entro due tendenze contrapposte: da una parte il desiderio di "diventare grandi" imitando gli adulti fin dalle età più precoci [1], e dall'altra la tendenza a "rimanere piccoli", rimandando il più avanti possibile l'emancipazione dai genitori, proprio come nella fiaba di Peter Pan che vorrebbe rimanere sempre piccolo. Il mondo degli adulti esercita un fascino sui bambini: il simbolo più simpatico può essere quello della piccola che, infilate le scarpe alte della mamma, cerca di stare in equilibrio sui tacchi. Tante manifestazioni analoghe dicono una precocità dei bambini e dei ragazzi: nelle conoscenze, nei desideri, nelle possibilità percepite; precocità cui corrispondono, però, ritardi nella maturazione della dimensione affettiva e della personalità.
Nello squilibrio tra esperienze possibili, sviluppo delle conoscenze e dei desideri e maturazione emotiva, del carattere e della personalità, sta una della principali fatiche di crescere oggi. Nella società di oggi vi sono tanti Peter Pan, bambini e ragazzi che faticano a lasciare la condizione dell'infanzia; tanti adolescenti e giovani (c.. resistono ad abbandonare la giovinezza – talvolta per l'impossibilità di trovare un lavoro che dia loro l'autonomia necessaria – per vivere da adulti, con le responsabilità e le caratteristiche che questa età comporta. Il termine bamboccioni, che qualcuno usa oggi, è un modo spregiativo e sbrigativo per indicare un fenomeno complesso, in cui sono implicate le responsabilità dei giovani e delle loro famiglie, ma anche della società.
Crescere è avvertire il bisogno di lasciare abitudini, possibilità, protezioni e dipendenze "da piccoli" per esplorare un mondo nuovo nel quale avventurarsi, un mondo che attrae e spaventa; che affascina e incute paura. Non a caso le fiabe popolari animano il bosco,simbolo di un mondo inesplorato e minaccioso, di orchi, di mostri e di streghe: temibili, infidi e violenti. E tuttavia il bosco attrae, provoca a trasgressione; il fascino che esercita fa trovare il coraggio dell'avventura. Ma oggi Cappuccetto Rosso si spinge nel bosco spesso senza i consigli della mamma e forse senza sapere né se sta andando dalla nonna, né quale sia la strada che conduce alla casa di lei. Oggi si cresce senza punti di riferimento sicuri, forti, fermi.
Basti pensare ai valori, che nella percezione di un ragazzo equivale a comprendere che cosa è importante e che cosa no, che cosa è bene e che cosa è male; che cosa può costituire una strada verso la felicità e la realizzazione di sé, oppure verso il fallimento.
I messaggi dei genitori spesso sono in contrasto con quelli che si ricevono nel contesto – gli amici, le loro famiglie, la scuola, la tv – con un effetto di conflitto e di disorientamento. Quante volte i ragazzi reclamano altre regole, per essere come i loro amici, che possono tornare a casa più tardi la sera, frequentare certi ambienti, avere certe opportunità. E al di là del conflitto, vi è l'interrogativo su quale sia la posizione più giusta: "Quali genitori hanno ragione? I miei o quelli dei miei amici?". È la domanda che sembra di leggere negli occhi di bambini e ragazzi smarriti nella complessità in cui devono muoversi.
Ancora più difficile è la situazione in cui si trovano quei ragazzi che hanno alle spalle una famiglia debole, magari per la separazione dei genitori, o per situazioni di disagio sociale, o per le circostanze della vita. Per loro il disorientamento è generato non solo dalla mancanza di regole e di confini etici, ma soprattutto dalla carenza di prospettive, di obiettivi che attraggano e inducano a guardare davanti a sé; allora si assumono obiettivi banali, effimeri, insignificanti, come nell'episodio accaduto a Mario Mozzanica, al tempo in cui era giudice del Tribunale dei minori di Milano. Racconta: «Ricordo un ragazzo, durante un interrogatorio: faceva parte del gruppo di ragazzi che avevano dato fuoco ad un barbone. Al termine del processo, quando tutto era finito e io non ero altro per lui che una persona che non aveva il compito di giudicarlo, ma solo di capirlo, gli ho chiesto: "Ma perché l'hai fatto?". Ha riflettuto un momento e poi mi ha dato una di quelle rispose che danno le vertigini: "Sa, così i giornali hanno parlato di me"» [2].
Sono gli effetti concreti, specchiati nelle esistenze giovanili, del relativismo e del nichilismo della cultura di oggi: «Il nichilismo si aggira tra loro [i giovani], penetra nei loro sentimenti, confonde i loro pensieri, cancella prospettive e orizzonti, fiacca la loro anima, intristisce le passioni rendendole esangui» [3]. Ma questo è anche il frutto delle dimissioni dal compito educativo da parte di una certa generazione adulta, così presa dalla propria fatica di vivere da non avere sufficienti e qualificate energie per dedicarsi ad altri e per stabilire relazioni autentiche, significative, coinvolgenti.
Anche la fragilità delle relazioni rende faticosa la crescita; relazioni deboli, confuse, solo funzionali, contribuiscono a dare ai più giovani una percezione di solitudine profonda: non essere nessuno per nessuno; non avere nessuna persona significativa per cui fare le cose, impegnarsi, riuscire. Per quanto possa apparire scontato il ricordarlo, un ragazzo cresce se qualcuno gli vuole bene; la voglia di "diventare grande" è legata all'affetto che sente attorno a sé e alla fiducia che le persone che ha accanto sanno dimostrargli e trasmettergli. I ragazzi invece oggi avvertono di non avere punti di riferimento cui appoggiarsi, cui chiedere aiuto, cui confidare ansie, inquietudini, paure. È significativa la testimonianza di Elisa, prima superiore, che parlando delle sue attese dalla scuola dichiara: «Alla scuola chiedo più attenzione umana, perché spesso in famiglia c'è poco dialogo e comprensione, perché i genitori lavorano entrambi. Vorrei una volta alla settimana del tempo per parlare dei nostri problemi che possono essere piccoli; però a volte non sai a chi chiedere e quindi vorrei rivolgermi ad un professore». Parole semplici, di ordinaria fatica di crescere; vi si intuisce la solitudine di questa ragazza e di tanti suoi coetanei in cerca di un mondo adulto latitante o distratto, troppo occupato a gestire le proprie difficoltà, i propri problemi irrisolti, le proprie delusioni.
Occorre allora non meravigliarsi dei comportamenti con cui ragazzi e adolescenti esprimono la loro rabbia e sfogano il loro disagio, rivelando una personalità che non ha preso forma e manifestando profili talvolta persino mostruosi. Nelle immaturità dei più giovani è riflessa la debolezza di una generazione adulta a sua volta vittima di illusioni e di un modello di sviluppo che, sfuggito di mano, sembra ora rivoltarsi contro l'uomo. È paradossale che proprio in una società in cui ai giovani non manca nulla dal punto di vista materiale, in cui anzi hanno spesso più di quello che serva loro per vivere bene, in questo tempo in cui le nuove generazioni hanno opportunità di istruzione e di educazione mai avute in passato, si manifestino forme di malessere dalle espressioni più diverse: depressione, violenza, provocazione, disturbi alimentari, fino al suicidio, fenomeno che oggi ha raggiunto numeri allarmanti.

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