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Educazione: la libertà

di diventare se stessi

Paola Bignardi

Le attuali difficoltà dell'educazione hanno degli indubbi aspetti positivi: hanno acceso i riflettori su un'esperienza umana fondamentale che per tante ragioni è stata spesso vissuta con una certa inerzia, quasi che la crescita dei più giovani fosse un processo spontaneo, non bisognoso di decisioni e impegno qualificato.
Oggi, nei contesti più sensibili, si sta riscoprendo l'educazione come imprescindibile azione umana, che risponde allo statuto scritto in profondità nel cuore di ogni persona e al bisogno che ciascuno ha di trovare ragioni di vita e di senso. L'educazione è il percorso attraverso il quale le diverse generazioni, insieme, si impegnano a cercare, a proporre, a vivere un profilo significativo e alto di umanità.
La nuova attenzione all'educazione sta orientando a ripensare, aggiornare, rendere più adeguati i processi educativi e a offrire ai più giovani la possibilità di crescere non per socializzazione, ma per scelta libera di un proprio progetto di vita. In tal modo gli adulti potranno realizzarsi pienamente come uomini e come donne maturi nella loro vocazione a generare al senso della vita.
La crisi dell'educazione dunque è occasione per ritrovare il senso stesso dell'educare.
Il modo di educare dipende in larga parte dall'idea che ci si è fatta dell'educazione e dalla consapevolezza che si ha di essa. E d'altra parte, l'idea di educazione riflette quella di persona: il suo valore, il suo destino, il senso del suo stare nel mondo.
Molti, pur senza richiamarsi a Rousseau e al suo Émile, praticano un tipo di educazione spontaneistica, secondo la quale ai ragazzi si consente di fare tutte le esperienze possibili, ritenendo un condizionamento il dare indicazioni, regole, richieste di comportamento. Si assume l'idea che un ragazzo deve essere libero di provare, "fare le sue esperienze'', scegliere da solo chi vorrà essere domani. Si tratta di un atteggiamento che riguarda la fede, ma in genere tutte le dimensioni dell'esistenza. Un orientamento che abbandona i più giovani al disorientamento, ad una possibilità apparentemente appagante di "essere liberi".
D'altra parte, vi sono coloro che pensano che l'educazione consista nella trasmissione di valori e comportamenti che plasmano la persona, il suo carattere, il suo modo di muoversi nel mondo. È una concezione che tocca aspetti certamente veri e importanti: senza il passato, senza ciò che è stato compreso, scoperto, vissuto da chi ci ha preceduto, ogni persona che viene al mondo dovrebbe iniziare da capo il percorso dell'umanità. E tuttavia, alla sapienza del già vissuto occorre giungere attraverso percorsi aperti alla novità; soprattutto all'originalità che è costituita da ciascuna persona, con il suo bagaglio di esperienza e di vissuti, con le sue scelte, la sua libertà [1].
Vi è anche chi riduce l'educazione ad una forma di socializzazione. Ciò che conta è aiutare ciascun ragazzo a inserirsi nella società, a trovare in essa la sua collocazione, apprendendo i comportamenti e le competenze adeguate al vivere sociale. Si tratta di un'impostazione che ha il valore di richiamare la dimensione sociale della persona e il carattere imprescindibile del suo essere cittadino, e tuttavia essa dimentica che ogni persona è ben più del rapporto con la società di cui è parte; il valore della persona non sta solo nella sua dimensione sociale.
La prospettiva nella quale si pone la presente riflessione è quella di considerare l'educazione come avventura della libertà: quella del ragazzo che cresce e quella dell'educatore che si pone a servizio di essa, a partire da un'idea alta di persona, di rapporto tra le generazioni, di responsabilità verso la società di cui si è parte, di futuro cui si partecipa attraverso la novità che l'educazione è in grado di generare.
«Educazione consiste in un processo volto a far "emergere" la persona, orientato al graduale sviluppo dell'originale personalità di ciascuno, nella prospettiva di una maturità umana da acquisire e interpretare con responsabile libertà. Ovviamente, simile definizione evoca una rilevante quantità di questioni, sulle quali la riflessione pedagogica si è costantemente affaticata. Certo, se ci collochiamo – come nel caso nostro – in un'ottica personalistica, emerge subito che l'educazione postula l'irrinunciabile rinvio alle fondamentali "strutture" e dimensioni antropologiche: coscienza, libertà, pensiero, affettività, socialità, trascendenza, da considerarsi, in una visione non ingenuamente "spiritualistica", ma di "realismo incarnazionistico", per dirla con Mounier. Educare significa, pertanto, promuovere un processo di crescita, nel quale la persona apprenda gradualmente a divenire "padrona di se stessa", con quanto ne consegue in termini di consapevolezza auto-formativa, responsabilità, corrispondenza vocazionale, relazioni intersoggettive, impegno storico, eccetera. In modo un po' formale, ma adeguato alla verità delle cose, si dice che un'educazione autentica deve essere armonica e integrale» [2].
In questa densa definizione dell'educare sono contenute le questioni fondamentali da cui non è possibile prescindere, se non si vuole ridurre l'educazione, magari talvolta senza avvedersene, ad un processo che è altro dall'educare.
Il termine stesso – educazione – contiene il senso profondo di un'azione umana volta a trarre fuori (e-ducere): ciò che si ha dentro, il progetto che è inscritto nella personale umanità di ciascuno per dare ad esso sviluppo, per portare a maturazione ciò che ciascuno, in modo originalissimo, porta dentro di sé. Nell'etimologia del termine c'è il riferimento al verbo ducere, condurre; esso evoca il compito della guida, l'azione di chi conosce la strada e si assumere la responsabilità di accompagnare altri nel cammino con cui avventurarsi in essa. C'è l'esperienza di chi ha già vissuto e la responsabilità di un compito rivolto ad altri. E tuttavia il condurre si riferisce ad una realtà che, quasi come un seme, è già racchiusa nella vita di chi deve essere condotto, nella sua coscienza e nel progetto che Dio ha su ciascuna persona. Il percorso non è nella mente di chi conduce, ma nella profonda umanità di chi deve essere condotto. Questo indica l'originalità e la particolare complessità dell'educazione: l'educatore non conduce i più giovani dove vuole, secondo la sua sensibilità e le sue preferenze, ma li conduce a trarre da sé il tesoro nascosto nella loro vita: un tesoro ancora inesplorato, un talento da disseppellire e mettere a frutto con coraggio. Per questo l'educatore vero è prima di tutto una persona in ascolto. Il suo condurre nasce da qui: dalla sensibilità con cui sa interpretare il progetto di Dio scritto nel cuore delle persone che gli sono affidate; da qui si sviluppa il cammino. La sua sapienza educativa e la sua esperienza gli danno gli elementi per individuare la strada, che non è fissata prima, ma emerge anch'essa, a poco a poco, via via che la crescita e il discernimento rendono più chiaro il disegno scritto nel cuore.
L'educazione è suscitare, sollecitare le energie – di mente, di cuore, di sensibilità, di desiderio, di generosità... – che ogni persona racchiude dentro di sé. Ed è un processo che ha bisogno di un "ambiente" vitale fondamentale e non scontato: la libertà. L'educatore accoglie, propone, accompagna, sostiene, ma nel rispetto della libertà della persona chiamata a diventare se stessa, sperimentando la forza di quel nucleo generatore che è dentro di sé. I genitori che vogliono i figli sulla propria misura, o gli educatori che crescono ragazzi che sembrano le loro fotocopie, non sono buoni educatori. Non si plasma dall'esterno perché non si plagia; l'educatore non fa le persone a propria immagine e somiglianza, ma le conduce a diventare se stesse, nel rispetto di ciò che sono e della loro libertà, disposto persino ad accettare che alla fin fine siano diverse da come le vorrebbe, ma rispettoso del loro diventare se stesse. Non si pensi che questo stile educativo sia uno stile senza valori, senza indicazioni, senza regole, anzi! Senza l'autorità dell'educatore, forza buona che sostiene, sUscita, accompagna, questa realizzazione di sé non può avvenire. E tuttavia l'azione dell'educatore ha un limite: quello della libertà di chi sta crescendo. Questo delicato equilibrio tra autorità e libertà è ben sintetizzato in un pensiero di papa Benrdetto XVI: «Il rapporto educativo – afferma il papa – è per sua natura una cosa delicata: chiama in causa, infatti, la libertà dell'altro che, per quanto dolcemente, viene pur sempre provocata a una decisione. Né i genitori, né i sacerdoti o catechisti, né gli altri educatori possono sostituirsi alla libertà del fanciullo, del ragazzo o del giovane a cui si rivolgono» [3].
Dal punto di vista delle persone in crescita, questo modo di pensare l'educazione apre alla straordinaria avventura dello scoprire se stessi e il proprio posto nella vita. È l'esperienza che si vede sbocciare non senza fatica in quegli adolescenti che hanno avuto la fortuna di incontrare educatori veri, che non hanno preteso di farli a propria immagine, ma che hanno saputo suscitare in loro il desiderio di essere se stessi, andando alla ricerca, dentro di sé, del disegno inscritto nel mistero della loro vita. Così, percorso educativo e percorso vocazionale coincidono, perché educare è portare a scoprire il dono d'amore posto nel cuore di ciascuno, dono che è progetto e chiamata.
Crescere è una responsabilità che ogni ragazzo e giovane può assumersi perché ha accanto qualcuno che si affianca a lui, prendendolo per mano, accompagnandosi a lui con la propria esperienza di adulto, la propria sapienza di vita, la propria capacità di vedere più in profondità; nel rapporto di fiducia con un adulto credibile, i ragazzi imparano a poco a poco a vedere con i propri occhi ciò che da adulti si può giungere a intuire prima.
Educazione è anche introdurre: nella realtà, nella vita, nella società; insegnare a muovere in esse i primi passi, fino al giorno in cui sarà possibile camminare da soli senza esitazioni e su percorsi autonomi e propri.
Nell'educazione vi è anche una componente sociale e culturale: è quella che rende l'adulto responsabile della vita della società di cui è parte e cui deve introdurre i più giovani. Vi è una tradizione da consegnare, come patrimonio di valori, di idee, di cultura, di fede che nel corso dei secoli e nella storia delle persone e delle famiglie si è accumulato e che deve essere tramandato non solo perché non vada disperso, ma perché le generazioni future non siano impoverite da questa trascuratezza.
In questa prospettiva si evidenzia il valore educativo dei contenuti culturali, che concorrono all'educazione, a condizione di essere proposti non come aride nozioni da apprendere, e talvolta meccanicamente, ma nella misura in cui sono presentati come una proposta che sollecita, affascina, fa intravvedere, convince, aiuta a far sì che ognuno riconosca e veda ciò che lui stesso può diventare.
In questo percorso ciascuno si inserisce in maniera creativa, contribuendo all'accrescimento della cultura ricevuta: si tratta di «insegnare ai giovani a essere figli di una cultura, preparandoli nel contempo a diventarne padri» [4]. «L'educazione – ha affermato il pedagogista Aldo Agazzi – è il motore della perennità e della trasmissione di ciò che le generazioni vanno via via elaborando, con l'apporto del genio e del lavoro, anche collettivo. Ebbene, tutti i risultati raggiunti e prodotti da chi ci ha preceduto nella storia andrebbero perduti se con l'educazione non fossero trasmessi alla generazione successiva, la quale è fatta di intelletti, di teste pensanti, che a loro volta prendono ciò che è stato fatto, lo accrescono, lo migliorano, lasciandolo in eredità alla generazione successiva» [5].
La catena della trasmissione oggi sembra essere divenuta molto fragile; coloro che a vario titolo – come genitori, come insegnanti, come catechisti... – sono depositari della tradizione sembrano poco autorevoli e poco convinti del valore di essa; i destinatari di questa eredità stentano a percepire di essa il valore e la preziosità.
D'altra parte, il trasmettere non è un'operazione di travaso, né può assomigliare alla consegna di una verità statica: piuttosto è l'affidamento dell'essenziale e la testimonianza del valore di esso e della fiducia in esso, perché possa suscitare nei più giovani il desiderio di reinterpretarlo, metterlo a frutto, rinnovarlo.
La stessa cosa vale anche per la fede: Mosè, prima di morire, affida a chi gli sopravvive la memoria di ciò che il Signore ha fatto per il popolo e la responsabilità di continuare a trasmetterla. C'è una memoria che è una vita e che potrà continuare a generare vita: questa memoria non deve affievolirsi, perché solo conoscendo ciò che il Signore ha fatto per il suo popolo, le generazioni che verranno potranno continuare a riconoscere l'azione di Dio che non smette di essere all'opera entro la storia di ogni tempo.
Nella comunità cristiana il riferimento alla tradizione esprime la responsabilità di conservare integro il deposito della fede, sapendo che esso, accolto nella vita dei credenti e collocato nello scorrere della storia umana, viene compreso in modo sempre più ricco e attuale, perché vi è una progressività nella comprensione della cultura, della storia, della fede che fa crescere il patrimonio stesso; la stessa Scrittura, secondo l'espressione di san Girolamo, «cum legente crescit» in una continua interpretazione del dato rivelato che ne accresce la comprensione.
E-ducere, cum-ducere, intro-ducere: il campo semantico dell'educazione è ricco di termini che fanno capo al verbo ducere, e dunque alla responsabilità della generazione adulta.
Porre attenzione ai termini con cui si parla di educazione è un modo per cogliere la ricchezza di questa esperienza umana che ha in sé molte sfumature: trascurarle significa perdere di essa aspetti importanti del percorso con cui una persona giunge a dare una forma a se stessa e al suo essere nel mondo.
Questa considerazione ci porta a riflettere su un altro vocabolo con cui, soprattutto nell'ambito dell'educazione della fede, si parla della crescita personale: formazione. Nella comunità cristiana la familiarità con questo termine è grande, e allude alla crescita globale della persona, nella sua interezza. Esso viene utilizzato anche nella scuola e nel lavoro, soprattutto facendo riferimento agli aspetti concreti e tecnici dell'apprendimento di conoscenze e competenze che mettono in grado di affrontare un lavoro.
Preferisco conservare a questa parola la pregnanza del suo significato tradizionale.
Formazione è aiuto perché la vita di ciascuno prenda forma: una forma in cui identità personale, sociale, culturale si fondono insieme e delineano il profilo unico e originale in cui ciascuno si realizza e si esprime. In una prospettiva cristiana, formazione è aiuto perché il volto del Figlio si delinei nel volto di ciascuna persona, prendendo forme innumerevoli nell'esistenza di ogni donna e di ogni uomo, per l'azione dello Spirito e per il consapevole sì che ciascuno accetta di pronunciare, mostrando così la natura del proprio stesso essere figlio.
Queste riflessioni mostrano come l'educazione sia un'esperienza complessa, nella quale entrano in gioco molti attori: gli educatori, con la loro proposta di vita, la loro testimonianza, la loro capacità di relazione; la persona che cresce con la sua storia, con la sua sensibilità e soprattutto la sua libertà, e con le opportunità di cui può usufruire, con i suoi affetti, con i valori che respira in famiglia e nell'ambiente. Noi cristiani crediamo che grande protagonista dell'educazione sia lo Spirito, che agisce nel cuore delle persone, in maniera reale benché invisibile per l'osservatore distratto; sempre misteriosamente. È lo Spirito che suscita, nel gioco complesso delle libertà, quei "sì" che danno l'impronta alla vita.

NOTE

[1] Cfr. BENEDETTO XVI, Lettera alla Diocesi e alla città di Roma sul compito urgente dell'educazione.
[2] L. CAIMI, Per un'educazione autentica, armonica, integrale, in «Dialoghi” n. 2/2005, pp. 26-33.
[3] BENEDETTO XVI, in Insegnamenti di Benedetto XVI, vol. 1, LEV, Città del Vaticano 2005, pp. 205-206.
[4] L. ORNAGHI, in AA.Vv., Educazione, un'emergenza?, cit., p. 125.
[5] A. AGAZZI, «Nessuno è cretino». L'ultima conversazione del grande pedagogista. Un appassionato atto di fiducia nell'uomo, a cura di R. Alborghetti, Edizioni Progetto, Bergamo 2003, p. 81.

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