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L'incontro

dei giovani

con la Bibbia

Jesús Manuel García

Nel Messaggio per la XXI Giornata Mondiale della Gioventù (9 aprile 2006), Benedetto XVI esorta i giovani dicendo: «Amate la parola di Dio e amate la Chiesa, che vi permette di accedere a un tesoro di così alto valore introducendovi ad apprezzarne la ricchezza». Nello stesso Messaggio, il Papa indica la «Lectio divina» come «una via ben collaudata per approfondire e gustare la parola di Dio». Sulla scia di questo invito del Papa, offro alcune considerazioni sul rapporto dei giovani con la Parola Dio.

Chiunque lavori con i giovani sa bene come il loro avvicinamento alla Parola di Dio non sia né facile né scontato. È per questo che, nel primo momento della mia riflessione, presento alcune difficoltà che essi oggi trovano nell’incontro con la Parola. In un secondo momento, di carattere ancora piuttosto teorico, descrivo il rapporto dei giovani con la Parola di Dio, a partire da alcune grandi convinzioni che, secondo me, rendono questo rapporto efficace. Concludo con una parte più pratica, di carattere metodologico, sulla lettura orante della Parola fatta dai giovani: atteggiamenti, strumenti, modalità, ecc.

Lo stile di queste pagine rispondo alla modalità di «laboratorio» voluta durante questo Convengo, proprio per poter raccogliere anche gli interventi di coloro che hanno partecipato alla condivisione fatta nei gruppi, sulla Parola di Dio, tema centrale del nostro Convegno.

1. Difficoltà da superare

Ci sono alcuni ostacoli, di cui spesso neppure i givani si rendono conto, ma che oscurano la bellezza della scoperta della Parola. Occorre quindi dare nome a queste difficoltà per poterle superare.

1.1. L’ignoranza delle Scritture

La completezza della vita cristiana, che diventa capacità di irradiare il Vangelo, è legata alla conoscenza delle Scritture. È noto quanto il Concilio Vaticano II abbia insistito affinché «tutti i fedeli abbiano largo accesso alla sacra Scrittura» e che quindi «la Parola di Dio debba essere a disposizione di tutti in ogni tempo», con traduzioni fatte preferibilmente sui testi originali, anche con la collaborazione dei fratelli separati (DV 22). Perfino si suggerisce di fare «edizioni della sacra Scrittura, fornite di idonee annotazioni, a uso anche dei non cristiani e adatte alle loro condizioni» (DV 25). Sappiamo che si  sono moltiplicate le edizioni e le traduzioni, di grande pregio linguistico, filologico e esplicativo.

Lo stesso Benedetto XVI nel messaggio ai giovani in preparazione della XXI Giornata mondiale della gioventù insiste sulla familiarità che i giovani devono acquisire con la Parola di Dio: «Cari giovani, vi esorto ad acquistare dimestichezza con la Bibbia, a tenerla a portata di mano, perché sia per voi come una bussola che indica la strada da seguire. Leggendola, imparerete a conoscere Cristo. Osserva in proposito San Girolamo: “L’ignoranza delle Scritture è ignoranza di Cristo” (PL 24,17; cf. DV, 25). […] La lettura, lo studio e la meditazione della Parola devono poi sfociare in una vita di coerente adesione a Cristo ed ai suoi insegnamenti».

Non mancano insomma richiami autorevoli per poter fare passi più decisi e meglio progettati di attenzione e accoglienza della Parola nella vita di fede dei giovani. Purtroppo questo desiderio contrasta con la realtà del lavoro pastorale ordinario, dove costatiamo come i giovani crescono ignorando la Parola, e quindi ignorando Cristo.

Bisognerà allora «ripartire dalla e con la Parola» perché la conoscenza, l’amore delle Scritture, il dialogo con Dio sia fonte di consolazione che elevi la vita dei giovani. Basterebbe rispecchiarsi nel richiamo di 2Tm 3,14-16, dove Paolo esorta il giovane Timoteo: «Tu rimani saldo in quello che hai imparato e di cui sei convinto. Fin dall’infanzia conosci le Sacre Scritture: queste possono istruirti per la salvezza, che si ottiene per mezzo della fede in Cristo Gesù». Si tratta di una conoscenza trasmessa a Timoteo dalla famiglia, da quel nucleo educativo primario che oggi purtroppo non sa più trasmettere la fede.

1.2. Insufficienza dello schema domanda-risposta

Non è vero che le domande riguardanti la salvezza si trovano soltanto dalla parte del giovane, mentre le risposte si trovano nella Bibbia. Dovremmo evitare di strumentalizzare la Parola cercando in essa “le ricette” da offrire ai giovani per risolvere i loro problemi.

Come ci attesta la Scrittura, la sapienza divina è misteriosa (cf. 1Cor 2, 7) e «Dio abita una luce inaccessibile» (1Tim, 6,16; 1Gv 4,12.20): solo il Figlio lo conosce e lo vede (Gv 6,46). Questo è il mistero divino che ci anima e che riempie la nostra esistenza. Questo mistero ci viene consegnato in un libro che raccoglie un’esperienza intensa e inesprimibile, anzitutto vissuta, e poi solo in parte raccontata e scritta. Essa è trasmessa non solo perché sia conosciuta, ma perché diventi nuova esperienza e nuova comunione (cf. 1Gv 1,1-3).

Spesso invece capita che negli incontri dei giovani con la Parola si pongano immediatamente davanti al testo biblico l’inquietudine e le domande emergenti dalla prassi, perché la Parola le illumini e le sciolga dalla loro ambiguità e complessità. Con l’evidente rischio di strumentalizzare la Parola alla “produzione” di senso e di guarigione. Mentre invece la sua prima funzione è quella di restare parola-mistero, di creare relazione, comunione, di fare esperienza, di richiamare ad un “oltre”, ad un orizzonte diverso, dove abita l’Altro, il Vivente che passa e mette la tenda tra i giovani senza lasciar di essere un Dio misterioso e nascosto (cf. Is 45,15).

Non si deve pensare quindi che le «risposte» cadano dal cielo in maniera miracolosa. Esse vengono scoperte e si svelano anche attraverso la conoscenza del contesto umano in cui la Parola di verità ha preso forma e linguaggio. Da qui l’importanza dell’esegesi scientifica, delle riflessioni degli esperti, della tradizione interpretativa dei santi e degli artisti, del confronto serio con la nostra realtà. Sono tutti elementi importanti, che ognuno deve usare secondo le proprie doti e la propria preparazione.

Inoltre il giovane non può pretendere di dare alla Parola una forza nuova, una efficacia con le sue richieste e attualizzazioni. La Parola in se stessa possiede già una dynamis di rivelazione, di giudizio, di trasfigurazione, di fermento e di liberazione: quello che deve fare il giovane è esporsi a questa dynamis, come ci si espone al fuoco o al sole per riscaldarsi.

La Parola va accostata perciò con l’animo del discepolato e con la fede in Dio presente. Mancando questa fede, mancano i presupposti per una lettura efficace del testo sacro.

1.3. Mancanza di circolarità feconda tra la vita e la Parola e tra la Parola e la vita.

Senza questo dinamismo di giudizio e di verifica, la Parola rischia di rimanere disincarnata, quasi un’idea astratta. E la stessa lettura della Bibbia mancherà di coinvolgere la vita e, come conseguenza, non susciterà interesse alcuno da parte del giovane.

Spesso si è più preoccupati di far emergere una modalità esegetica che dice tutto della Parola, ma non aiuta a lasciarsi affascinare da essa. Si fa uno studio anche serio, ma incapace di interrogare la vita. Si conosce tutto dell’alfabeto ebraico, si conoscono tutti i modelli poetici dei salmi, si riescono a fare confronti dotti con altri passi paralleli, si collegano parole, radici verbali, si fanno schemi e rime. Tutto molto utile, ma la Parola è ancora da scoprire.

La Parola e la vita si devono assolutamente sempre richiamare, interrogare vicendevolmente, essere carne e spirito in un corpo solo. La Parola non può diventare un alibi dei giovani per fuggire dalla realtà, dai problemi, dai propri sogni, dalle relazioni, dalle loro molteplici ambiguità.

Vita-Parola-vita (dalla vita amata, apprezzata, affrontata con decisione - alla Parola accolta, apprezzata, interrogata, ascoltata e poi di nuovo alla vita trasformata); oppure Parola-vita-Parola (cioè dall’ascolto della Parola, spesso tanto desiderata a partire da una vita vuota, all’illuminazione della vita e alla conversione, per ritornare alla Parola che si fa preghiera, e non pretesto): sono queste le sequenze obbligatorie che dobbiamo attivare nell’approccio dei giovani alla Parola, altrimenti rischiamo di lasciare tanti di loro senza il dono vero della vita che è Gesù. Questo circolo ermeneutico va riattivato.

In questo contesto, può essere utile, ancora una volta, la lettura della pagina dei discepoli di Emmaus (Lc 24,13-27). Il viandante legge gli eventi e legge la scrittura, facendo interloquire storia e scrittura. Possiamo interpretare questa scena riprendendo una famosa formula di K. Barth: la «Bibbia e il giornale». I due momenti, la lettura della scrittura, in atteggiamento di ricerca e di ascolto, e il confronto con la vita non sono da vedere come una gradazione in successione, ma vanno pensati come due facce tra loro complementari di questa ricerca di senso e di fede.

Purtroppo oggi i giovani che ritornano da Gerusalemme a Emmaus spesso non trovano nessuno sulla loro strada, oppure non hanno nemmeno il coraggio di muoversi verso a Gerusalemme e si isolano nel loro soggettivo e individualistico incontro con la salvezza. Questo avviene perché spesso gli educatori,  nel far loro incontrare la Parola, non la presentano come un messaggio che può essere significativo per le loro vite.

1.4. Dalla visuale pragmatica della vita allo sguardo contemplativo

Perché il messaggio coinvolga la vita non esiste un modo prestabilito di procedere. Si può, infatti, partire da una preoccupazione del giovane per risalire alla Bibbia e viceversa; infatti si può prendere avvio da un’esperienza di solitudine, di gioia, di tristezza e poi cercare in quale modo essa si allarghi; oppure si può partire dalla prospettiva di fede e vedere come essa si verifichi nel concreto.

Tuttavia una regola deve essere tenuta in grande considerazione da parte degli educatori affinché  il rapporto Parola-vita sia vero ed efficace: sforzarsi di educare lo sguardo contemplativo nell’agire dei giovani, perché essi riescano a cogliere in ogni realtà e in ogni avvenimento il mi­stero di Dio, così da poter parlare di tutte le espressioni più umane e razionali della persona leggendole in questa visuale; oppure poter cogliere il mistero di Dio contemplandolo già inserito nella loro persona.

Si tratta di una visuale interiore che permette di recuperare sempre e comunque la globalità, anche quando la razionalità, necessariamente analitica, distingue tempi, aspetti, attenzioni. Per questo sarà necessario che il giovane impari a vivere la dimensione contemplativa, altrimenti continuerà a operare delle giustapposizioni incapaci, da sole, di creare unificazione nella persona.

1.5. Difficoltà di pregare

Alla lettura della Bibbia mancherà una parte essenziale finché non si unisca «Bibbia e preghiera», vale a dire finché la Parola non venga pregata. Ma – ci domandiamo – i giovani oggi pregano? Hanno la determinazione di fermarsi e rompere con il ritmo frenetico delle loro giornate per creare  spazi di gratuità dove sentirsi abitati dalla presenza dell’Altro?

Anche qui dobbiamo concordare che non è facile per i giovani entrare nel clima della preghiera superando la dispersione interiore che oggi sembra predominare. Infatti uno sguardo realistico al mondo dei giovani e alla società in cui essi vivono, fa emergere subito la frammentarietà come uno dei tratti più caratteristici.

Il problema della dispersione, infatti, tocca in particolare le nuove generazioni di adolescenti e giovani, abituati ormai a vivere la propria quotidianità tra più condizioni di vita, tra più appartenenze, più gruppi e più riferimenti identificativi e sociali. Il baricentro della loro vita si trova in tal modo sbilanciato su più fronti e in diverse direzioni, sicché il percorso di unificazione di sé risulta abbastanza difficile.

Chi ha partecipato alla «lectio» con i giovani, sa quanto sia importante insistere sul silenzio, esteriore ed interiore, per accogliere la Parola di Dio come mediazione privilegiata capace di riorganizzare la loro esistenza intorno a quei valori che vengono incarnati dagli uomini e dalle donne della Bibbia. È infatti attraverso l’esperienza di questi uomini e donne che il giovane può capire come Dio agisca nella storia umana e, di conseguenza, come può agire nella sua vita.

2. Alcune istanze antropologiche.

Prima di entrare nelle questioni di metodo, credo convenga soffermarci su alcune convinzioni di base, che possono risvegliare l’interesse dei giovani nei confronti della conoscenza e della lettura orante della Parola.

2.1. Leggere la Bibbia a partire dai grandi interrogativi dell’esistenza

La Bibbia diventa un libro interessante per il giovane soltanto quando egli comprende come essa abbia a che fare con gli interrogativi esistenziali della sua vita. Dunque, per accogliere la Parola è indispensabile aiutare il giovane a porsi i grandi interrogativi esistenziali (Chi sono io? Dove sto andando? Che senso ha la mia vita?) e a sentirlo come problemi fondamentali e reali che richiedono una risposta. Altrimenti, e nonostante tutti i sussidi scientifici e le più o meno indovinate metodologie, la Bibbia resterà un libro ermeticamente chiuso e soprattutto un libro di nessun interesse per il giovane. La stessa domanda su Dio, o meglio la conoscenza del volto dell’Altro (Chi è Dio per me?) si accompagna alla domanda su se stessi (Chi sono io?).

La Parola di Dio infatti ri-vela, dentro la concretezza della storia, i disegni di Dio sul giovane e, allo stesso tempo, dis-vela il mistero della sua vita, le sue inquietudini, le sue aspirazioni, i suoi desideri, i suoi sogni, le sue molteplici ambiguità. La Scrittura crea così una circolarità feconda tra la vita e la Parola e tra la Parola e la vita. Senza questo dinamismo di giudizio e di verifica, la Parola rischia di rimanere disincarnata, quasi un’idea astratta, che non coinvolge la vita e, di conseguenza, non può suscitare interesse alcuno da parte dei giovani.

Tenendo invece presenti i problemi esistenziali del vissuto giovanile (lavoro, studio, relazioni, famiglia, comunità ecclesiale e sociale, ecc.), la Parola propizierà quella profondità di convinzioni, quella coerenza pratica di vita che abilita il giovane a contrastare le forze di frammentazione operanti nella cultura odierna, che provocano spesso quella’aridità interiore che soffoca il senso e il gusto del rapporto con Dio e con la sua Parola.

2.2. Sapersi riconoscere nei personaggi biblici

La Bibbia in quanto «Parola di Dio» continuerà a rivolgere un messaggio vivo, una parola attuale e vitale, un messaggio di luce e liberazione al giovane d’oggi – certo attraverso parole storiche e culturalmente datate e in un ambiente molto diverso del nostro – soltanto se egli riesce a riconoscersi nell’esperienza dell’uomo biblico: nei suoi problemi, nella sua ricerca di salvezza, nei suoi dubbi di fede, nelle sue testimonianze, nel suo errare lungo sentieri, talvolta anche sbagliati…

Attraverso l’accostamento al vissuto degli uomini e delle donne della Bibbia il giovane può trovare risposte a due fondamentali interrogativi:

a) Quale spazio Dio desidera avere nel mio cuore e nelle mie relazioni con gli altri?

b) Che cosa devo fare per accogliere e realizzare l’offerta di salvezza che mi viene da Dio?

Non si può infatti separare la Bibbia dal vita di un popolo e della sua gente. I libri sacri sono esplicitazione e tematizzazione della coscienza religiosa di un popolo. Solo dentro la vita di una comunità che spera ed attende, i testi diventano eloquenti e ritorneranno eloquenti.

2.3. Scoprire nei racconti biblici l’illustrazione dei propri problemi

L’esperienza degli uomini e delle donne della Bibbia  non è soltanto quella dei singoli individui di cui si è servito Dio per comunicare qualche affermazione teologica o per scrivere qualche pagina edificante, ma è il luogo scelto da Dio per manifestare la salvezza. I racconti biblici presentano tracce di linguaggio mitico, proprio per questo diventano un modo privilegiato per sollevare e illustrare i problemi esistenziali dei giovani: la durezza dell’esistenza; la precarietà del lavoro; l’ingiustizia che priva l’operaio di ciò che con tanto sudore ha guadagnato; la sofferenza dell’amore e degli affetti familiari; la divisione e l’odio tra fratelli, gruppi e popoli; l’impossibilità di parlare tutti uno stesso linguaggio; il confronto con il problema della sofferenza, della morte; la sete fondamentale di vita autentica e duratura; la drammaticità della vita; l’aspirazione alla giustizia, alla pace, alla riunificazione dell’uomo con sé, con il prossimo e con Dio...

Tra tutti i racconti biblici, il giovane dovrà tornare sempre a guardare Gesù di Nazaret e i grandi gesti della sua vita. Ciò che di Dio si è manifestato in Lui e la risposta religiosa che è stata data, rimane per il giovane un punto di riferimento definitivo e compiuto.

Questa presenza salvifica di Dio si concretizza e si manifesta in gesti visibili e palpabili, che sconcertarono a volte anche i credenti di allora. Si pensi, ad esempio, all’episodio di Zaccheo…

La parola di Gesù spiega e illustra il progetto salvifico di Dio. Essa però si mantiene lontana dai termini astratti delle sintesi teologiche, poiché si riferisce costantemente alla realtà delle esperienze vissute dalla gente attorno a Gesù. Concretamente, la passione e la morte di Gesù devono costituire un punto esperienziale di particolare intensità nel confronto dei giovani con la Parola. Passione e morte di Gesù sono la manifestazione dell’estremo amore di Dio, un gesto di oblazione e di sacrificio accettati liberamente per riconciliare con Dio ogni giovane che vive nel peccato. Passione e morte manifestano anche la misura della lotta contro le forze del male e della morte.

2.4. Capire come cercare la salvezza

Nel confronto con i diversi vissuti biblici  – e in modo eminente con l’esperienza di Gesù Cristo – il giovane capirà in che modo deve cercare la salvezza e come Dio vuol essere la sua salvezza. In questo senso diventano per lui importanti il confronto con le esperienze di contrasto e di frustrazione presenti nei personaggi della Bibbia.

Il giovane, figlio della cultura odierna, facilmente immagina che la salvezza di Dio si debba attuare secondo le proprie attese: se vive d’accordo con il comandamento di Dio, immagina che avrà molti beni, che avrà potere, che sarà risparmiato dalla sofferenza e dal male, o che sarà grande in questo mondo…

Allora avviene la frustrazione: le esperienze della vita infatti sono ben diverse e tante attese vengono deluse. Questo duro urto con la realtà obbliga il giovane che legge la Bibbia a riprendere la promessa di salvezza e riflettere su di essa, per approfondirne il significato nelle nuove condizioni che vengono a crearsi.

È utile fare alcuni esempi:

- Il problema della retribuzione terrena e storica per l’uomo che vive secondo la legge:  l’esperienza parrebbe dimostrare invece che l’uomo meno rispettoso di Dio giunge più in fretta ad acquistare i beni immediati e storici.

- L’esperienza della sofferenza: l’uomo biblico non solo non ha privilegi, ma non è nemmeno risparmiato dall’esperienza della sofferenza. La salvezza infatti è Vita ma chi porta questa Vita non è risparmiato dalla morte e dalla sofferenza.

- Il «noi speravamo…»: tanti ideali cadano nel nulla per l’incapacità di interpretare alla luce della fede la propria vita.

Diventa paradossale come Dio introduca il giovane alla piena comprensione della salvezza che è manifestata in Cristo soprattutto attraverso queste esperienze di contrasto e di frustrazione.

3. La lectio divina con i giovani: alcune indicazioni di metodo

Non esiste una letteratura che faccia riferimento esplicito alla Lectio divina pensata per i giovani. Non mancano tuttavia testi autorevoli recenti sull’importanza della lettura orante della Parola nella vita del cristiano.

Concretamente, nel magistero di papa Giovanni Paolo II, specialmente in quello degli ultimi quindici anni, sono stati frequenti gli accenni alla lectio divina.

Possiamo partire dall’affermazione di Pastores dabo vobis (1992): «Elemento essenziale della formazione spirituale è la lettura meditata e orante della Parola di Dio (lectio divina), è l'ascolto umile e pieno d'amore di Colui che parla» (n. 47). Possiamo proseguire con il testo del Catechismo della Chiesa Cattolica (1992): «La lectio divina, nella quale la Parola di Dio è letta e meditata per trasformarsi in preghiera, è radicata nella celebrazione liturgica» (n. 1177). E puntualizzare infine con il testo della Pontificia Commissione Biblica: L’interpretazione della Bibbia nella Chiesa (1993): «La lectio divina è una lettura, individuale o comunitaria, di un passo più o meno lungo della Scrittura accolta come Parola di Dio e che si sviluppa sotto lo stimolo dello Spirito in meditazione, preghiera e contemplazione» (IV.C.2).

Un esteso riferimento lo ritroviamo più avanti nell’esortazione apostolica Vita consecrata (1996): «È per questo che la lectio divina… ha ricevuto la più alta considerazione. Grazie ad essa, la Parola di Dio viene trasferita nella vita, sulla quale proietta la luce della sapienza che è dono dello Spirito… Di grande valore è la meditazione comunitaria della Bibbia. Realizzata secondo le possibilità e le circostanze della vita di comunità, essa porta alla gioiosa condivisione delle ricchezze attinte alla Parola di Dio, grazie alle quali fratelli e sorelle crescono insieme e si aiutano a progredire nella vita spirituale… Dalla meditazione della Parola di Dio, e in particolare dei misteri di Cristo, nascono, come insegna la tradizione spirituale, l'intensità della contemplazione e l'ardore dell'azione apostolica» (n. 94).

Breve ma incisiva è la proposta di Novo Millennio Ineunte (2001): «Non c’è dubbio che questo primato della santità e della preghiera non è concepibile che a partire da un rinnovato ascolto della parola di Dio… In particolare è necessario che l’ascolto della Parola diventi un incontro vitale, nell’antica e sempre valida tradizione della lectio divina, che fa cogliere nel testo biblico la parola viva che interpella, orienta, plasma l’esistenza… Nutrirci della Parola, per essere ‘servi della Parola’ nell’impegno di evangelizzazione: questa è sicuramente una priorità per la Chiesa all’inizio del nuovo millennio» (NMI 39-40).

Un nuovo impulso alla lectio divina è stato dato dal papa Benedetto XVI nel suo Messaggio per la XXI Giornata mondiale della gioventù, del 9 aprile 2006. E ancora nuovi stimoli ci aspettiamo dal Sinodo 2008, che ha per tema: “La Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa”.

3.1. Disposizioni spirituali

Sono chiaramente necessarie alcune disposizioni spirituali perché la lectio divina risulti un’esperienza di amore effettivo e costante della Parola, che alimenta la vita interiore del giovane e la illumina, in modo da guidarne le scelte e sostenerne la fedeltà generosa e creativa. Elenco alcuni di questi atteggiamenti spirituali, condizioni indispensabili per un buon esito della lectio divina.

3.1.1. Capacità di ascolto, interiorizzazione e concentrazione

Per poter cogliere il “succo” del testo è necessario creare un clima di silenzio, esterno e interno, arrivare alla pacificazione interiore, ad una concentrazione serena, ad un ascolto vivente.

L’esercizio della lectio consiste in un dialogo con Dio, fatto di ascolto e risposta. È in gioco dunque quell’ascolto sul quale è impostata tutta la Costituzione dogmatica Dei Verbum, che inizia con le parole: «In religioso ascolto della Parola di Dio…» e poi descrive il dialogo di Dio con l’uomo come la quintessenza della salvezza (cf. Proemio e cap. 1). Possiamo parafrasare dicendo: la rilevazione avviene perché Dio dialoga con il giovane e il giovane lo ascolta e impara a parlare con Lui. Tutto ciò si realizza in maniera particolarissima nella lettura orante delle Scritture.

Attraverso questo atteggiamento di silenzio e di concentrazione interiore, si vuole anzitutto aiutare il giovane a sentirsi interpellato direttamente da Dio, per imparare ad ascoltarlo. Non si tende semplicemente a fare in modo che conosca la Scrittura o a invitarlo ad ascoltare un bravo biblista, ma si mira creare le condizioni nelle quali egli possa sentirsi personalmente interpellato dalla Parola. Quando questo accade, il giovane fa un’esperienza indimenticabile; basta una volta perché la Scrittura si radichi nella vita e continui ad attrarre il giovane.

Quando una sola parola del Signore, per la prima volta, giunge a interpellare il cuore di una persona, lì la grazia del Battesimo diviene santamente operante. E il vivere da giovane cristiano si trasforma davvero un vivere di fronte al «Tu» di Dio, di Gesù che chiama e interpella. Da quel momento il giovane non ha più bisogno di altre raccomandazioni o di sussidi esterni, poiché la Parola lo ha colpito interiormente. Allora la risposta di chi si sente interpellato diventa anche risposta vocazionale: Signore, che cosa vuoi da me?

Nel religioso ascolto della Parola di Dio, il giovane si accorgerà che le Scritture parlano di lui e a lui. Entrerà così in un dialogo che non si fermerà più, di cui sentirà sempre, nell’intimo, una grande nostalgia. La conoscenza di Gesù e del cristianesimo sarà solida, integrata, non appiccicata, e diverrà lui stesso, in qualche modo, Parola di Dio per gli altri giovani.

3.1.2. Silenzio per stabilire una vera relazione con l’altro/Altro

L’ascolto presuppone il silenzio. Paradossalmente la comunicazione più riuscita è quella in cui si osserva il silenzio. Oggi il silenzio è diventato per i giovani un peso insopportabile; il rimanere soli annoia, così si tenta di affogare il fastidio del silenzio con rumori di ogni sorta.

I mezzi di comunicazione di massa hanno eliminato gli spazi di silenzio, nei quali la persona poteva rimanere sola con se stessa o accogliere gli altri. Tolto il silenzio, anche la disposizione e la capacità di accoglienza e di ascolto rischiano di atrofizzarsi. Addirittura gli stessi mezzi di comunicazione ci hanno abituato a guardare con un solo occhio e ad ascoltare con un solo orecchio, dedicando l’altro a cogliere altri messaggi.

La premessa indispensabile ad un attivo e stimolante ascolto della Parola è il silenzio interiore che ha inizio dalla presa di contatto con se stessi per scoprire e incontrare il “centro interiore” da cui scaturisce tutta l’attività umana.

L’ascolto esige anche attenzione, presenza all’altro e a tutto ciò che è necessario perché si realizzi un vero dialogo. Senza questo atteggiamento il giovane corre il rischio di ridurre l’incontro con la Parola a un monologo e quindi di far dire al testo soltanto ciò che si desidera sentire.

3.1.3. Apertura allo Spirito

La Parola nasce dal silenzio, ed il silenzio nasce dalla Parola. Il giovane prega la Parola per ascoltare quello che Dio vuole dirgli, per conoscerne la volontà. Prima di iniziare la lettura, si invoca lo Spirito Santo che anima il testo e nello stesso tempo apre il cuore del giovane verso quella disposizione che il vecchio Eli raccomandava a Samuele: «Parla, Signore, perché il tuo servo ti ascolta» (1Sam 3,10).

L’ascolto di Dio, con tutte le dimensioni di silenzio, di attenzione, di interiorizzazione, di sforzo spirituale, di uscita da se stessi per concentrarsi nell’Altro, diviene in questo caso accoglienza e svelamento di una presenza più intima a noi di quanto lo sia il nostro stesso io.

Dio ci vuole condurre in disparte, per parlare al nostro cuore. Il cuore è l’organo principale della lectio divina, perché è lì l’irripetibilità personale. Quindi prima della lectio bisogna chiedere al Signore il dono di un cuore ampio, che ascolta, aperto e docile, obbediente e leale.

3.2. Indicazioni di metodo

Non è necessario che i diversi momenti della lectio (lettura, meditazione, orazione e vita) siano rigorosamente distinti. Tuttavia la suddivisione è utile per chi incomincia o riprende questo esercizio.  Si può dire che la lettura porta alla bocca un cibo sostanzioso, la meditazione lo mastica e lo tritura, l’orazione ne percepisce il sapore, la contemplazione ne penetra la dolcezza capace di donare gioia e ricreare le forze.

Non esiste un cammino rigido, sempre uguale, per fare lectio con i giovani. Molto dipenderà anche dallo stile e dalla creatività della guida, la quale non soltanto deve avere in mente lo scopo da realizzare, in modo da adattare il cammino alle mutevoli condizioni dei giovani, ma deve anche curare i dettagli, come l’ambiente, il luogo, i tempi di gestione…

3.2.1. L’ambiente e il clima

- È importante la cura dell’ambiente in cui si celebra la lectio, badando anche ai particolari.

- Si inizia con l’invito al raccoglimento e una breve esposizione del programma, accertandosi che tutto sia ben disposto, in modo da non dover interferire in seguito. Si eviti che qualcuno arrivi in ritardo o si allontani prima della fine.

- Il raccoglimento necessario per l’ascolto attento della Parola si può facilitare con l’uso di qualche elemento «suggestivo»: per esempio un’icona, un libro della Bibbia grande, un lume, alcuni fiori o altri elementi simbolici; potrebbe risultare utile anche un delicato sottofondo musicale in alcuni momenti.

-  Si esorta ciascuno a “costruire la propria cella interiore” e rimanere in essa durante tutto il tempo della lectio divina.

3.2.2. Il luogo

- Il luogo ecclesiale dove celebrare la lectio deve essere tale da favorire un clima di silenzio, di raccoglimento e di preghiera. Per questo va individuata una cappella o un ambiente adatto a tale scopo, dove ci si trovi a proprio agio. Questo sarà il luogo della lotta di ognuno con il proprio cuore, il vero deserto dove il Signore ci parla, ci converte, ci educa e ci attira a sé. Un ambiente rumoroso, o non confortevole, con luci mal disposte o intasato di cose, non è sicuramente adatto.

- In vista della condivisione (collatio) conviene che il luogo sia semplice e la disposizione dei partecipanti a cerchio, per facilitare un colloquio ordinato e calmo, senza contrapposizioni o discussioni.

3.2.3. Il tempo

- Anche il tempo da riservare alla «lectio» riveste la sua importanza per l’assimilazione della parola di Dio: esso deve ritmare la vita del giovane, senza mai stancarlo. Perché lo studio della Parola sia proficuo si esige ordinariamente un tempo determinato di almeno un’ora, mentre il tempo dello svolgimento della lectio non è definibile: non si incontra mai un amico tenendo lo sguardo sull’orologio! Conviene tuttavia che chi guida la lectio ne stabilisca la durata, che può mantenersi nello spazio di 40-60 minuti. Sarà importante soprattutto mostrare che ogni momento ha un suo significato e curare la puntualità, la tempestività e il non strascicare i tempi.

- È anche importante che gli incontri non avvengano in modo sporadico o occasionale, ma rispettino un ritmo almeno settimanale: «Una lettura occasionale, priva di riferimenti e quasi scoperta casualmente, non edifica l’anima, ma la rende incostante: accolta alla leggera, sparisce dalla memoria ancora più leggermente» (Guglielmo di Saint-Thierry, Lettera d’oro, 120).

3.2.4. La “lettura”

- La lectio è tendenzialmente aperta ad una lettura continua e significativamente completa dell’Antico e del Nuovo Testamento. D’altronde, a questo sospinge la stessa liturgia nel triplice ciclo delle letture domenicali e in quello duplice delle letture feriali.

- È necessario segnalare a tutti per tempo il testo della lectio. L’uso dell’e-mail può facilitare, attraverso il testo scritto, sia la lettura previa del testo sia la partecipazione attiva di tutti i partecipanti alle letture e al commento che verrà fatto dalla guida durante la lectio.

- La lettura mirata ad acquistare nuove conoscenze è solitamente una lettura rapida: la lectio divina, al contrario, è finalizzata alla “ruminazione”, cioè alla lenta assimilazione del testo letto. Inoltre la lettura della Sacra Scrittura non sempre risulta facile ed immediata, ma richiede tempo, studio e preparazione.

- Converrà fare innanzitutto una lettura lenta e attenta, alla quale seguirà un momento di silenzio. La presentazione del testo in Power Point può aiutare la lettura, a condizione che sia sobria e l’immagine non distragga il lettore dal compito fondamentale che è cogliere il messaggio del testo.

Non conviene dimenticare che la lettura della Parola è l’atto massimo del comunicare nella fede. Oggi i giovani hanno a disposizione mille mezzi di comunicazione, ma si sentono spesso soli.
La Parola non può essere uno di questi tanti mezzi che lasciano ancora una volta soli perché incapaci di approfondire, di andare oltre il fatto tecnico, di creare il clima di un vero incontro con Dio.
La comunicazione della fede parte e si attua nella comunicazione che la Parola di Dio innesca nella vita dei giovani.

3.2.5. La meditazione e la preghiera personale

- È importante che la guida suggerisca ai giovani, con chiarezza e brevità, alcuni punti del messaggio della Parola, per farli diventare motivo di preghiera, affinché tocchino direttamente la loro vita.

- Si ricordi che alla lettura del libro deve seguire il momento dell’ascolto della Parola viva. È il momento proprio della relazione interpersonale. Per facilitare la concentrazione nel momento di meditazione e preghiera è importante anche capire la struttura, le parole-chiave, la natura letteraria del testo. Il tutto al fine di privilegiare l’obbedienza alla Parola. La fretta, nel tentativo di trovare subito applicazioni pratiche, è quindi da evitare.

- Per facilitare l’ascolto vero della Parola non bisogna trascurare il suo contesto biblico. Converrà quindi fare un minimo di esegesi del testo, per prevenire attualizzazioni improprie, e sarà bene tener conto della lettura che nella Chiesa si è fatta di tali testi.

- Il silenzio che accompagna questo momento di preghiera personale e la ripetizione mentale di qualche affermazione forte del testo serviranno per concentrarsi e ricordare ciò che si è letto.

- Conviene ricordare che la lectio divina è un cammino mai compiuto. Può darsi che, durante la lectio, vengano meno le regole e gli strumenti che favoriscono la meditazione, per lasciare il posto al gusto misterioso, non percepito dai sensi, di Dio: qui inizia la contemplazione.

3.2.6. La condivisione

Dopo avere creato uno spazio (15-20 minuti) di silenzio contemplativo per preparare la risposta a Dio, è importante dare la possibilità ai giovani partecipanti di esprimere alcune brevi riflessioni personali. Tuttavia converrà evitare in questo momento che si formulino domande o si facciano commenti a quanto altri hanno detto oppure divagazioni inutili. Inoltre quando gli interventi risultano fragili, è bene non continuare.

3.2.7. Una parola sulla guida

- Purtroppo chi guida è sempre tentato di tenere una bella predica, una bella omelia, una bella catechesi, una bella esegesi! Così facendo la guida non aiuterà chi ascolta a muoversi nel dinamismo di chi si lascia interpellare direttamente dalla Parola. La prima qualità della guida deve essere dunque quella di non sostituirsi all’impegno personale dei partecipanti in ordine alla lettura orante, per coinvolgere ciascuno nel procedimento proprio della lectio.

- Il dinamismo della lectio si deve realizzare innanzitutto nella guida: soltanto se l’animatore si lascia interpellare dalla Scrittura e vive il processo di domanda e di risposta innescato dalla Parola,  riuscirà a coinvolgere i giovani. È necessario, in altre parole, che chi aiuta a entrare in contatto con la Bibbia compia egli stesso tale cammino e, in qualche modo, lo presenti pubblicamente, così che ciascuno, per imitazione, si senta stimolato ad accostarsi al testo.

3.2.8. Valutazione

- Finita la lectio non si devono esprimere subito delle valutazioni: è meglio lasciare che l’esperienza si ripeta alcune volte prima di considerarne insieme tutti gli elementi (stile, ritmo, forma, linguaggio) perché è sempre necessario un certo distacco per formulare un buon giudizio.

- La valutazione non deve indurre a cambi continui. Il ritmo della lectio deve favorire la serenità, la pace interiore. Sono da evitare quindi i “momenti sorpresa”, il succedersi frettoloso di atti sconnessi tra di loro. La ripetizione di una metodologia, già esperimentata positivamente, invece favorisce la concentrazione dei giovani sul messaggio della Parola.

4. Indicazioni bibliografiche

Bianchi E., Pregare la parola. Introduzione alla “lectio divina”, Torino, Gribaudi, 1998.

DELL’AGLI N., Lectio divina e lectio humana. Un nuovo modello di accompagnamento spirituale, Bologna, EDB, 2004.

GARGANO I., Dal sorgere del sole al suo tramonto, Milano, Paoline, 1993.

GEVAERT J., L’incontro con la Bibbia: istanze antropologiche, in G. ZEVINI (ed.), Incontro con la Bibbia. Leggere, pregare, annunciare, Roma, LAS, 1978, 269-280.

Maggioni B., Attraverso la Bibbia, Assisi, Cittadella, 2003.

MAGRASSI M., Bibbia e preghiera. La lectio divina, Milano, Ancora, 1990.

MARTINI C.M., Non temiamo la storia, Casale Monferrato, Piemme, 1992.

-, Al alba ti cercherò, Milano, Mondadori, 1994.

MASINI M., La lectio divina, Cinisello Balsamo, San Paolo, 1996.

MESTERS C., Far ardere il cuore. Introduzione alla lettura orante della Parola, Padova, Messaggero, 2003.

Ripartire da Cristo. Parola di Dio. Lectio divina e vita salesiana oggi. Atti del V Convegno Mondiale ABS (Kràkov 2005), Roma, LAS, 2005.

SECONDIN B., La lettura orante della Parola. «Lectio divina» in comunità e in parrocchia. Vol. 1, Padova, Messaggero di Sant’Antonio, 2001.

ZEVINI G., La «lectio divina» nella comunità cristiana. Spiritualità, metodo, prassi, Brescia, Queriniana, 32006.

ZEVINI G. – M. MARITANO (edd.), La lectio divina nella vita della Chiesa, Roma, LAS, 2005.

 

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