Fabio Pasqualetti

(NPG 2002-01-58)



Eccoci di nuovo in cammino alla ricerca di punti di riferimento per comprendere la costellazione musica-giovani. Il precedente articolo iniziò questo viaggio con l’obiettivo di voler far emergere l’importanza della musica nella vita dell’uomo e in particolare dei giovani. Dopo varie riflessioni che coprivano il contesto storico, sociale, politico, economico e religioso l’articolo concludeva dicendo che la musica può essere anche vista come una grande narratrice della vita dei giovani. Dietro i suoi messaggi e la sua ambiguità, si celano come codici le loro esperienze, delusioni, speranze, angosce, amori, illusioni, insomma la loro persona e personalità.

In questo articolo vorremmo ripercorrere ciò che accadde dagli anni ’50 ad oggi sulla scena musicale. È evidente che sarà un viaggio incompleto, impreciso e fatto a colpi di flash. La speranza, nonostante tutti questi limiti, è quella di far intravedere la trama, spesso aggrovigliata, della galassia giovani-musica cercando di indicare alcuni punti chiave di lettura.

Gli anni Cinquanta

Diversi studiosi di musica rock concordano nel riconoscere come data significativa da cui partire per raccontare la storia del rock il 1954. In quell’anno uscì il disco singolo Rock around the clock di Bill Haley. Una sola canzone però non dà ragione di quello che sarebbe successo nel mondo giovanile e musicale di quegli anni.
L’America era uscita dalla Seconda Guerra Mondiale indenne e godeva di uno sviluppo economico notevole. In questa situazione economica un ruolo da protagonisti l’ebbero i giovani che proprio in quegli anni costituivano una fetta privilegiata del marketing: il mondo giovanile diventava importante per l’industria. Erano anche gli anni del proibizionismo e del «maccartismo», la caccia alle streghe «comuniste». In questo clima, i giovani erano da una parte sollecitati al consumo e al divertimento, dall’altra sottoposti ad un’educazione formale, rigida, tradizionale e puritana.
Quando il rock’n’roll comparve sulla scena trovò quindi una gioventù con molti soldi in tasca, con tanta voglia di divertirsi e stufa delle solite cose che il mondo adulto gli imponeva attraverso la famiglia e la scuola.
La figura mito che sintetizzò questo periodo fu Elvis Presley. Da povero ragazzo, ignorante e un po’ naïf, diventò in poco tempo stella e genio della scena musicale giovanile. Con Elvis la musica non fu più solamente ascoltata ma anche vista (in USA la televisione era già molto diffusa). In quegli anni diventa importante lo stile di vestire e comportarsi: il suo taglio di capelli, le sue giacche, gli stivaletti, ma soprattutto il suo modo di muovere il corpo, la bocca, gli occhi, il suo modo di cantare trasformarono la sua musica in evento.
Oggi possiamo dire che la sua era una performance multimediale. Bianco, ribelle, spudorato, erotico, rappresenta la miscela esplosiva che venne sintetizzata con l’espressione «sesso, droga e rock’n’roll» e che l’America puritana stigmatizzò come la «musica del diavolo», ovvero la musica rock. La risposta entusiasta dei giovani a quel tipo di musica che li faceva dimenare e che sapeva troppo di musica nera, spaventò il mondo adulto.L’America della tradizione insorse e anestetizzò il fenomeno Presley. Nel 1958 gli fece fare il servizio militare. Elvis rinunciò ad ogni privilegio diventando così anche lui un patriota. Al suo ritorno l’industria discografica si era attrezzata e in grado di controllare il rock’n’roll. Molti, infatti, considerano il ’58 come la fine del rock’n’roll.
L’Italia invece, non solo usciva dal dopoguerra, ma passava da una condizione rurale a quella industriale. Il simbolo di questo passaggio fu l’automobile di massa.
Di fronte alla musica che arriva dall’America e dall’Inghilterra, l’Italia rispose a modo suo, suggestionata da una parte dalle ballate folk di Dylan che parlavano di pace e libertà, e dall’altra dal più spensierato beat inglese. Si moltiplicarono i gruppi musicali che inizialmente suonano quasi tutti cover (pezzi stranieri rifatti). Ciò che è importante notare è che al nascere di questi gruppi c’era già anche un pubblico pronto ad identificarsi.

Punti chiave

I tratti salienti di questo periodo si possono sintetizzare con: nascita sociale dei giovani immediatamente avvertita dal mondo dell’industria come territorio di marketing; sviluppo da parte dei giovani di un modo di essere ed esprimersi che tenderà sempre più a contrapporsi al mondo adulto; l’uso della musica come linguaggio di identificazione e come spazio di esplorazione di territori tabù. Il rock’n’roll era la musica che parlava direttamente al corpo mettendone in evidenza la sensualità e la sessualità. L’ostensione corporea attraverso il ballo metteva in crisi lo zoccolo duro della tradizione religiosa e culturale americana e in seguito anche quella europea. L’America bianca vedeva inoltre la minaccia dell’avanzamento della «negritudine»
Il clima dominante era quello del divertimento, del sogno di una vita diversa da quella degli adulti. Il film che forse meglio di tanti altri rappresenta la generazione americana degli anni ’50 è «The wild one» (Il selvaggio) di Laszlo Benedeck. Marlon Brando, attore principale, divenne un simbolo per un universo di giovani senza ideali e «senza causa».
Le dimensioni della corporeità, della sessualità e del divertimento saranno costanti che accompagneranno sempre la musica rock assumendo di volta in volta connotazioni diverse. Mentre gli anni ’50 erano dominati da una voglia edonistica e di svago, la scena degli anni ’60, pur mantenendo la voglia di esprimersi attraverso una musica totalizzante, assumerà un impegno più idealistico e politico.

Gli anni Sessanta

Questi anni si caratterizzano per il rifiuto della guerra in Vietnam anche attraverso gesti simbolici come quello di David Miller che nel 1965 bruciò per protesta la sua cartolina di richiamo alle armi. Questo gesto fu imitato da migliaia di giovani. Furono anche gli anni delle religioni orientali e della ricerca di una vita alternativa. Tutto sommato il rock’n’roll aveva scioccato il perbenismo del ceto medio americano, ma non aveva messo in discussione l’establishment. La novità della cultura hippy di questi anni, quindi, è che per la prima volta si mise in discussione il sistema di consumo capitalistico. Il look da straccione che divenne presto una moda era all’inizio una presa di posizione radicale. La vita semplice, povera, il vivere in comune in una sorta di radicalismo sociale al di fuori delle metropoli, si poneva come alternativa al modello dominante.
I giovani seguivano da una parte le visioni pacifiste di Martin Luther King e dall’altra i sogni di rivoluzione di Malcolm X. Nasceva il Free Speech Movement di Mario Savio e il Black Power di Stokeley Carmichael. Tra i giovani circolavano le poesie di Ginsberg e Ferlinghetti, i sogni ribelli di Rubin e Hoffman, il mito dell’«on the road» di Kerouac. Tuttavia, è a San Francisco che si svilupparono le tematiche rivoluzionarie del movimento giovanile: la vita comune, l’idealismo di una vita semplice e pacifica sganciata dalle regole del mercato economico, la ricerca di nuove percezioni attraverso l’uso di droghe.
I gruppi musicali divennero presto dei laboratori di sperimentazione di questi nuovi ideali. In quegli anni iniziò l’uso della droga come un mezzo di conoscenza, di espansione dei normali confini psichici. Questo sogno-illusione non durò a lungo e molto presto emersero i segni evidenti della tossicodipendenza.
La musica assorbì tutte le istanze della comunità giovanile e venne denominata psichedelia, proprio per questa sua connessione con l’uso della droga (LSD). L’enfasi era sulla sperimentazione. Si privilegiò l’album anziché il 45 giri proprio perché più adatto ad esprimere e contenere le interminabili improvvisazioni. La musica in quegli anni era un infuso di atmosfere, tappeti sonori creati con le prime tastiere elettroniche, generatori di eco, chitarre filtrate, il tutto per riprodurre l’esperienza cerebrale che si aveva usando le droghe. La psichedelia permeava anche il mondo delle arti decorative e visuali, e rappresenta ancora oggi un’icona della subcultura hippy.
Si può dire che con la psichedelia si diede avvio a ciò che poi prese il nome di rock. Dove rock, più che identificare un genere preciso, indica un’attitudine verso la musica, un tentativo di inventare nuove forme musicali e creative. Non era più rock’n’roll, non più beat, non più folk, ma qualcosa di nuovo: era musica rock.
La West Coast aveva come massimi esponenti i Jefferson Ariplane e The Greateful Dead. In Inghilterra questa tendenza musicale era legata alla scena londinese degli anni ’60, dove gli artisti di maggior spicco erano Jimi Hendrix e Cream; si fuse inoltre in quello che sarà il rock progressive, un tipico fenomeno europeo al quale si legano i nomi di King Crimson, Gentle Giant, Van Der Graaf Generator, Pink Floyd, Yes, ELP, e gli italiani Banco del Mutuo Soccorso, PFM, New Trolls, il primo Battiato, Le Orme, Il Rovescio della Medaglia, The Trip.
Altre due figure di importanza eccezionale cavalcano in quegli anni la scena californiana, diventando punto di riferimento per le generazioni successive. Una, mitica, Jim Morrison, grande sciamano della ritualità perversa e incontenibile: con il suo gruppo – i Doors – il concerto diventa un evento dove si mescola pathos, tragedia, lirismo e tribalità. L’altra figura, geniale e sarcastica, è quella di Frank Zappa (italo-greco-californiano): alchimista dei generi più svariati, sofisticato, dissacrante, sperimentatore – da un punto di vista musicale – non classificabile. Non gradito al sistema, Zappa ha sempre lavorato con massima serietà, ma anche con estrema libertà e rimane un punto di riferimento per chi vuole far musica non banale.
Tra il 1963 e il 1969 si consumarono pagine di speranza, di lotta, di sogni che trovarono nel concerto di Woodstock l’icona degli anni Sessanta. Non fu l’unico raduno musicale giovanile, ma fu sicuramente quello che diventò il paradigma e il mito di tutti i raduni musicali.
Fu anche un grande incontro di musicisti Joan Baez, Tim Hardin, Grateful Dead, Canned Heat, Jefferson Airplane, Jeff Beck, Joe Cocker, Arlo Guthrie, Contry Joe McDonald, Ravi Shankar, Richie Havens, Sly & The Family Stone, Crosby, Stills, Nash & Young, Incredible String Band, Santana, Credence Clearwater, The Who, Revival Mountain, The Band, Bert Somer, Ten Years After, Jimi Hendrix. Sha Na Na, Janis Joplin, John Sebastian, Wavy Gravy, Melaine, Keef Hartley, Blood Sweat & Tears, Butterfiled Blues Band, Johnny Winter.
Woodstock, rimane nel bene e nel male, il simbolo del mega-raduno giovanile. Nel 1994 si tentò di ripetere il grande evento, ma ormai i tempi erano troppo cambiati. Il risultato fu quello, sì, di un grande raduno, molto cosmopolita, ma anche molto più distratto e superficiale, volto più al divertimento che all’ascolto o all’impegno sociale e politico.
Nell’Italia degli anni ’60, l’immaginario dei giovani venne segnato da concerti come quelli degli Who e degli Stones. Al Piper di Roma si esibirono i Pink Floyd, i Genesis, i Soft Machine, per molti sconosciuti. La situazione sociale e politica però non era delle più tranquille come nel resto d’Europa.Il ’67 è l’anno della grande vigilia, l’anno del malessere, l’anno dei segni premonitori. Nel novembre di quell’anno infatti venne occupata la facoltà di Sociologia a Trento, e a metà dello stesso mese si mise in agitazione la Cattolica di Milano. Cresceva la domanda di partecipazione e maggior democrazia nelle fabbriche e nella scuola.
Esce in quest’anno Lettera a una professoressa, scritto dagli studenti della scuola di Barbiana sotto la guida di don Lorenzo Milani. La lettera denuncia la falsa neutralità della scuola rispetto alle tensioni e ai fermenti sociali. Come in America la ribellione viene identificata con ciò che ostacola la ricerca di libertà dei giovani, era logico che dopo i genitori fosse il turno della scuola.
L’Italia musicalmente si trovava divisa in due: da una parte il bel canto e la canzonetta che procedevano indifferenti di fronte agli sconvolgimenti sociali e politici in atto basti ricordare il colpo di stato dei colonnelli in Grecia, la «guerra dei sei giorni» di Israele, e soprattutto la guerra del Vietnam), dall’altra, il lavoro dei Cantacronaca, il Nuovo Canzoniere Italiano, Sormy Six, l’Équipe ’84, Guccini, Lucio Dalla, ed altri... aprirà la strada ad una stagione musicale di impegno politico che caratterizzerà soprattutto gli anni ’70.

Punti chiave

Gli anni Sessanta americani sono caratterizzati da una coscienza sociale giovanile intrisa di pacisifmo, idealismo, voglia di alternativa e sperimentazione. Ancora una volta la musica diventa veicolo del nuovo sentire e sperimentare dei giovani. La musica psichedelica mette in risalto il triste esperimento dell’uso della droga che se in primo momento viene usata come sperimentazione e ricerca, in poco tempo si rivela come una trappola che mieterà migliaia di vittime tra i giovani. Il sogno di una società diversa, pacifica e fraterna non durò molto e con Woodstock finisce il sogno giovanile americano.
In Europa inizia invece la stagione della protesta e della rivoluzione dietro l’angolo. La canzone italiana non ha i toni duri come quella delle prime ballate di Dylan. I primi cantautori italiani appartengono alla scuola genovese (Paoli, Bindi, Endrigo fino al successivo De Andrè) e sono fortemente influenzati dalla scuola francese che canta i malesseri «esistenziali» (Brel, Brassen, Ferrè). Nascono nuove canzoni e arrivano anche le prime censure. «Dio è morto» scritta da Guccini e cantata dai Nomadi viene sospesa dalla programmazione Rai. Problemi analoghi l’avrà la canzone «C’era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones» scritta da Mauro Lusini e portata al successo da Gianni Morandi

Gli anni Settanta

Se gli anni Sessanta avevano dato ai giovani la vertigine del sogno, l’illusione di poter cambiare tutto, l’ebbrezza dello sperimentare nuove forme, gli anni Settanta ebbero invece come prospettiva sociale ed esistenziale lo slogan «no future». I giovani si trovavano tra il desiderio di evasione e la disperazione. I primi si espressero più attraverso la disco music, gli altri attraverso il punk e i suoi derivati.
Da un punto di vista musicale, gli anni Settanta, spesso vengono indicati come gli anni della decadenza del rock. La prima metà fu dominata dalla creatività del rock progressive e sinfonico di gruppi come Genesis, Pink Floyd, Yes, ELP, King Crimson, ecc. Questo rock, nel bene e nel male, rappresenta certamente uno dei momenti di sperimentazione più spinta e innovativa. Bisogna ricordare che anche a livello elettronico si stavano facendo notevoli innovazioni. Grazie a strumenti come il melletron e il Moog, nuove sonorità entravano a far parte della scena musicale, aumentando così «la palette» di sonorità disponibili. I concerti divennero sempre più tecnologicamente perfetti e complessi. Parallelamente però si venne a creare una notevole distanza tra il pubblico e i musicisti; veniva sacrificato il rapporto immediato e carismatico a favore della perfezione esecutiva.
Nell’aria c’era quindi voglia di cambiamento, di qualcosa che potesse rispondere in modo più immediato alle nuove generazioni più disincantate tese tra la voglia di evasione e la rabbia di un orizzonte sociale che non lasciava molte prospettive di futuro ai giovani.
Da una parte c’era quindi la disco music legata all’ambiente dei club e delle discoteche. La disco riportò alla ribalta una delle dimensioni importanti della stessa musica, che il rock impegnato e progressivo aveva dimenticato, il ballo. La Febbre del Sabato Sera non era un colpo di testa, ma una necessità che rispondeva al bisogno di una generazione che voleva stordirsi nel week-end per dimenticare il grigiore della settimana. Questa fame di ballo divenne un fenomeno globale. L’apice di questo genere viene identificato nel film Saturday Night Fever (1977). Fra i nomi più famosi: Bee Gees, Donna Summer, Abba.
Dall’altra gli anni ’70 registrano la svolta punk, espressione di una generazione disillusa, svuotata e arrabbiata forse perché cosciente che comunque, anche se avesse voluto cambiare il mondo, non avrebbe potuto. I segni di una società sempre più complessa e soggetta a norme economiche e intrallazzi internazionali, non lasciavano più spazio a visioni naïve e semplici.
Questa parte di popolazione però non vuole ballare in discoteche, vuole qualcosa di più forte, più aggressivo, più tribale. Lo stile punk è «DIY»: do-it-yourself. Viene abbandonato ogni interesse stilistico, l’importante è produrre un suono istintivo, primitivo, tribale e recuperare un contatto istantaneo, immediato con il pubblico. Il punk usa vecchie uniformi scolastiche, spille da balia, vecchi anfibi, capelli colorati, si perfora il corpo con spille generando un’immagine scioccante, una caricatura di se stesso e del mondo che lo circonda. L’esercito dei seguaci del punk è formato in gran parte da disoccupati ed emarginati che vivono nelle periferie delle metropoli. Nel loro modo di fare musica danno sfogo alla loro rabbia, alla loro disperazione e visione nichilista della vita. L’ultima follia che avrebbe potuto commettere un punk era quella di vestirsi da persona «normale». Il punk è un urlo che se la prende con tutto e con tutti, forse non abbastanza con se stessi, ma certamente denuncia l’ipocrisia di un mondo che vuole apparire ciò che non è. Fra i nomi maggiormente conosciuti sulla scena inglese: Sex Pistols, Damned, Stranglers, Buzzocks, The Clash Siouxie And The Banshees, P.I.L., Slits, Subway Sect. Mentre sulla scena americana: Patti Smith, Television, Ramones, Devo, Dead Kenney, Suicide, Human League, Gang Of Four, Echo And The Bunnymen, Joy Division.
Contemporaneamente alla musica Disco e al Punk vi erano altri fenomeni musicali come la New wave. Per capire da dove venga il nome bisogna rifarsi al cinema francese degli anni ’50, alla cosiddetta avant garde, sinonimo di radicale rottura con le convenzioni. La new wave raccoglie quindi musicisti innovativi e progressisti, ma non necessariamente aggressivi come quelli del punk. La new wave inglese si esprimeva attraverso gruppi come i Police (con delle contaminazioni reggae), XTC, Elvis Costello and the Attractions. Mentre negli USA c’erano gruppi come: Devo, Cars, B-52s, Talking Heads.
In questo periodo si assiste anche a sofisticate contaminazioni come quella fatta da Miles Davis con il jazz rock fusion. Si trattava appunto di fusione di stili. Alcuni dei personaggi più rappresentativi: Return to Forever, Weather Report, Chick Corea, John McLaughlin. Da questa stessa radice si svilupperà l’acid jazz, una forma popolare di danza in voga tra la fine degli anni ’80 e gli anni ’90 che combina elementi jazz, hip hop, funk e R&B.
La difficoltà di mappare in modo lineare il continuo evolvere della musica è dovuta anche al fatto che gli stili si contaminano, dando origine a generi vicini ma diversi, riconoscibili a volte solo dagli esperti.
In Italia dal ’71 la musica diventa il grande teatro della controcultura giovanile, in modo tale da spiazzare completamente le istituzioni tradizionali. L’happening all’italiana ha l’atteggiamento utopico americano della vecchia Woodstock, ma suona all’inglese, è uno dei tipici paradossi italiani di questo periodo. I concerti di Parco Lambro e Licola 1975 segnano il punto più alto di fusione tra musica e impegno, tra rock italiano e nuova sinistra, inseguendo il sogno dell’immaginazione della creatività al potere. Con Venditti, De Gregori, Dalla, Ivan Cattaneo, Claudio Rocchi, BMS, PFM, Area, Perigeo, le cantautrici femministe ed Enzo del Re. L’edizione di Parco Lambro del 1976 fa esplodere in pieno le contraddizioni di un movimento morente, pressato da un nuovo e più cinico che sta per sorgere, prima cioè che gli anni di piombo e i simulacri del riflusso cominciassero a cancellare i segni di questa diffusa sperimentazione politica iniziata nel ’68.

Punti chiave

La divisione in decenni presenta i suoi limiti e nel caso degli anni ’70 già si inizia ad intravedere come la scena musicale e giovanile si frantumi ulteriormente sia in generi musicali sia in situazioni sociali che si diversificano specialmente tra America ed Europa. Il voler trovare punti chiave quindi diventa difficile, perché mentre il ’68 segna per l’Europa la nascita dell’anticonformismo, della contestazione e della ricerca dell’alternativa, per l’America siamo già in fase di riflusso, di ritorno alla normalità anche se allo stesso tempo la scena urbana delle grandi metropoli preannnuncia nuovi scenari musicali e giovanili che inquieteranno il perbenismo della cultura ufficiale. Musicalmente la prima metà degli anni Settanta è denominata dal rock progressive dei Genesis, Pink Floyd, Yes, ELP, King Crimson. In Italia si fanno strada una canzone militante e politica come quella di Paolo Pietrangeli e di Giovanna Marini, una canzone musicalmente più interessante ma politicamente disimpegnata come quella di Mogol-Battisti, e un rock finalmente made in Italy come quello della Premiata Forneria Marconi, Banco del Mutuo Soccorso e degli AREA. Anche in Europa comunque dopo il ’68 inizia un lento ma inesorabile processo di riflusso. Il ’77 segna il cambio di guardia sia a livello generazionale sia a livello di situazione sociale, politica e culturale. I nuovi giovani non lottano più contro il consumismo; formano invece un agglomerato di contraddizioni tra autonomia, marginalità e omologazione. Tra i fenomeni di emarginazione o auto-emarginazione i gruppi punk inglesi, ma anche il moltiplicarsi di gruppi e sette religiose che accolgono giovani esasperatamente soggettivisti incapaci sia di ribellarsi alla società, sia di viverci pienamente integrati. Sono anni anche di creatività e critica che portano il mondo giovanile in molte sue manifestazioni e campi di azione come la moda, il design, la grafica, la pubblicità a ricevere sempre più attenzione del mondo del mercato che non può fare a meno di conoscere gli umori e gusti e le idee dei giovani. Il commento musicale di questo periodo rispecchia la complessificazione sociale con un paesaggio artistico ormai sempre più variegato dall’istintività ribelle punk alla sincronizzazione omologante della disco.

Gli anni Ottanta

Gli anni Ottanta accelerano le contraddizioni già presenti negli anni Settanta. A livello musicale è difficile far riferimento a generi puri o a filoni omogenei. Questo pluralismo musicale genera anche un pluralismo di pubblici. C’è posto per tutti, dallo sballo all’impegno. In questi anni si nota un certo rifiorire dell’impegno sociale e della solidarietà anche nel mondo musicale. Lo testimonia, per esempio, il gigantesco concerto Live Aid e il ritorno del binomio musica-militanza nei gruppi musicali underground inglesi. Gli anni ’80 mostrarono in tutta evidenza il logorio delle ideologie e la crisi delle istituzioni. In questa crisi dell’uomo occidentale, in questa spersonalizzazione delle coscienze, in questa trasformazione tecnologica delle società e della cultura, la musica, come altre volte, anticipa e proietta immagini di futuro sullo «schermo» culturale. Mettono in scena l’artificialità della vita, l’alienazione di massa gruppi come Dead Kennedys, Kraftwerk, Suicide e Devo. In particolare i Kraftwerk, usando esclusivamente strumenti elettronici, divennero punto di riferimento per forme come l’hip-hop e la tecno.
Anche il rock sembra risvegliarsi dal sonno e sulla scena appaiono figure come Springsteen, gli U2 e i R.E.M. che restituiscono al rock l’energia perduta nel corso degli anni Settanta. Il rock riacquista così credibilità espressiva e passione grazie a nuovi eroi che, una volta ancora, provengono dalla cosiddetta working class. Sono eroi puliti, lontano dall’uso delle droghe; le loro canzoni sono positive e contengono fiducia.
In questi anni si celebra un rinnovato connubio tra immagini e musica. Con il famoso video «Thriller», tratto dall’omonimo album di Michael Jackson, si afferma il genere videoclip, e immagini e musica dilagano sugli schermi. Nel 1981 nasce MTV, il primo canale televisivo specializzato in musica pop ed ha un successo istantaneo. Per i musicisti c’è ora a disposizione un nuovo modo di presentarsi in pubblico.
Interessanti e insieme inquietanti sono i due personaggi, Madonna e Michael Jackson, espressione della potenza e dell’efficienza del business musicale, prodotto perfetto della società della tecnologia e dell’immagine. Per quanto dura possa essere la critica nei loro confronti in quanto prodotti artificiali, non si può negare la loro genialità nel costruire un’immagine di sé che ha saputo incidere nella fantasia e nei desideri di milioni di giovani.
La scena musicale alternativa offre il rap, considerato comunemente la più importante forma di musica afro-americana degli anni ’80 e ’90. Già dal 1976 il rap incontrava una risposta favorevole da parte della comunità nera soprattutto nella versione di intrattenimento offerta da gruppi come Africa Bambaataa e Grandmaster Flash. Abilissimi D.J., manipolavano la musica fino a creare un proprio mix, in particolare parlando sulla musica – rapping – in una sorta di declamazione improvvisata di poesie. Ma è dal 1983 che il rap diventa una vera e propria tendenza, capace di calamitare su di sé l’attenzione dei media.
Gli studi svolti attorno a questo fenomeno hanno rilanciato l’importanza della comunità nera americana. Mettendo in evidenza come il rap si serva di uno stile di collage e bricolage, l’hanno indicato come espressione massima delle tendenze culturali postmoderne. Il rap ha radici però più profonde nella tradizione orale africana, nel blues e nel gospel. Queste radici si sono poi contaminate con il funk, il jazz, il reggae, il rock, e tanti altri generi musicali.Notevole è stato anche l’influsso dell’elettronica che grazie a campionatori, sequenze, mixer e altre diavolerie elettroniche ha amplificato le potenzialità di assemblaggio e i montage della musica rap.
Con il termine hip-hop si indica uno stile di vita che è tipico dell’ambiente nero americano; fanno parte di questo stile il rap, l’arte di fare graffiti, la brake-dancing e gli M.C. (Master of Cerimony). Hip-hop viene spesso considerato cultura di frontiera, sia perché nasce nelle periferie, South Bronx, Lower East Side di Manhattan, sia perché è musica di massa e di élite allo stesso tempo. Non sono mancate polemiche sul fatto che questa cultura e questa musica, nate e create per la comunità nera, abbiano trovato un impatto immediato anche nella classe media bianca.
Sulla spinta del rap americano anche in Europa si inizia a fare rap. Diventa punto di incontro non tanto per gente della stessa razza e colore come in USA, quanto per tutti coloro che vivono le stesse problematiche spesso legate all’emarginazione della vita delle periferie metropolitane. Come per tante altre tendenze, anche in questo caso si verifica una costante: all’inizio si tratta di un’imitazione, poi poco alla volta si sviluppa un rap originale e locale.
In Italia tra il trionfo della disco e un pubblico giovanile sempre più attento al proprio look intriso di narcisismo e solitudine, rimangono delle roccaforti di giovani che non si adattano ma che fanno sempre più fatica a capire e trovare la propria identità. Vasco Rossi è probabilmente quello che interpreta meglio la nuova situazione emergente giovanile. La canzone «Siamo solo noi» si può considerare un manifesto che tratteggia in modo sintetico ma preciso il tipo di giovani di questo periodo, e con «Vita spericolata» descrive molto bene un tempo in cui non c’è più molto da sognare, ma almeno si può pensare ad avere un proprio stile di vita personale. Ma la realtà giovanile non è solo quella rappresentata da Vasco, ma anche da Claudio Baglioni, Renato Zero, Pino Daniele, Lucio Dalla. In generale si può dire che si delinea sempre più chiaramente la spinta centrifuga dei generi musicali che pur facendo riferimento alle radici rock ormai si contaminano con mille altri generi e stili.

Punti chiave

Si potrebbe dire che la parola chiave che caratterizza gli anni ’80 è crisi, sintomo di continui cambiamenti sia sulla scena politica sia sulla scena sociale. Nel 1989, la caduta del muro di Berlino diventerà l’icona della caduta delle ideologie, o perlomeno si pensava che così fosse. Parlare di giovani è sempre più problematico. Varie indagini sono state condotte in Italia dagli Ottanta ad oggi sui giovani, ed ognuna li ha descritti in tono negativo e perdente: «senza padri, né maestri» (Ricolfi, Sciolla 1980): «una generazione del quotidiano» (Garelli 1984); «generazione ripiegata sul privato» (Scanagatta 1984); «generazione senza ricordi» (Sciolla, Ricolfi 1989); «ragazzi senza tempo» (Canevacci et al. 1993): «suoni nel silenzio» (Baraldi 1994); «ragazzi senza tutela» (Bisi, Brunello 1995); «una generazione di sprecati» (Pistolini 1996); «una generazione in ecstasy» (Bagozzi 1996).
Musicalmente il panorama si avvia verso una giungla di generi e gusti. Si può dire che mentre sotto le ceneri di un certo rock ardevano i tizzoni più forti di gruppi come Litfiba e CCCP, la massa del pubblico giovanile e non più si abituava a delle alchimie rock attraverso i vari Vasco, Zucchero, Pino Daniele, Nannini, Battiato, ecc. all’interno di uno spettro di contaminazioni musicali che andavano dal blues al jazz, dal punk alla disco. Da questo scenario emerge una nuova generazione di musicisti particolarmente interessante che porta alla riscoperta della pratica collettiva della musica: Avion Travel, Kunsertu, Pitura Freska, Elio e le Storie Tese, Jovanotti.

Gli anni Novanta

Gli anni Novanta si possono definire come gli anni dell’anonimato e del mimetismo giovanile. I giovani scompaiono nella società complessa e globale. Alle nuove generazioni appartengono i figli del computer, di Internet. Si nutrono di videogiochi e i loro generi musicali esprimono bene il nuovo environment culturale. Sono gli anni di Internet, di Bill Gates, della Realtà Virtuale, della Play Station, dei DVD e di Napster. Si prepara una generazione occidentale ipermediatica che si interfaccia naturalmente con la tecnologia. Sensibili ai nuovi problemi della globalizzazione mettendo in crisi il G8, ma anche quelli che nell’agosto 2000 hanno stupito Roma e il mondo venendo etichettati come i Papa’s boys. Ma la loro vita non è semplice. Il terzo Rapporto sulla condizione giovanile elaborato dalla Consulta delle Forze Sociali Giovanili del CNEL mette in evidenza che negli anni Novanta i giovani in Italia tendono a prolungare la permanenza all’interno del nucleo familiare. Vivono una specie di sindrome di Peter Pan caratterizzata da un’incapacità di crescere intraprendendo percorsi autonomi di affermazione e di integrazione sociale.
Da un punto di vista musicale mi limiterò a compilare una specie di glossario dei generi, che cavalcano la scena degli anni ’90, conscio del rischio di incompletezza e parzialità.
Il Grunge nasce a Seattle, nello stato di Washington. Musicalmente è figlio della commistione tra il punk e l’heavy metal, una specie di acid punk; tuttavia è difficile definirlo, tante sono le sonorità che lo formano. Il grunge si può considerare un movimento in quanto raccoglie i sentimenti di disperazione, di gioia, di voglia di cambio e di riscatto della cosiddetta X Generation (generazione sconosciuta), passata inosservata o ignorata dalle telecamere del mondo adulto. Le band: Nirvana, Pearl Gream, Soundgarden, Offspring, Rancid, Red Hot Chili Peppers.
L’Electronica mescola il rock, la techno e la sperimentazione elettronica. Le band: Prodigy, Apollo Fourforty, Chemical Brothers, Gus Gus, Letfield, Photek, Primal Scream, Underworld.
L’House music. Detta musica fatta in casa perché inizialmente suonata in abitazioni private, è nata a Chicago nella metà degli anni Ottanta. Al suo interno si divide in House Funky, Bleep House, Ambient House, Afro House e Post Houst. Le band: Coldcut, Dimitri From Paris, Etienne De Crecy, Finger Inc., Jamie Principle, Jungle Worz, Laurent Garnier, Marrs, Technotronics.
Il Jungle/drum’n’bass nasce dall’incontro tra l’hip hop e i ritmi più gravi e accelerati dell’acid house music. Altri sottogeneri derivanti sono l’Etno-jungle, l’Hard-step (veloce e aggressiva), l’Intelligent jungle (contaminazioni ambient), la Jazzy-jungle, la Mellow (contaminazioni di soul). Le band: Alex Reece, Eat Static, Fila Brazilla, Fluke, Goldie, Howie B, Lamb, Omni Trio, Roni Size, e artisti come Björk, David Bowie, Everything But The Girl, U2, in Italia: 99 Posse e Casino Royale, che hanno contaminato la loro musica con quest’ultima tendenza.
La Techno Music nasce a Detroit alla fine degli anni ’80 ed è tutta basata sui bassi, sulle percussioni e su una ripetitività ipnotica.
Moltissimi i sottogeneri, dall’underground al progressive, dalla techno-rock alla goa-trance. Le band: Banco De Gaia, Govinda, East Static, Future Loop Foundation, Human Resource, LFO, Loop Guru, Transglobal Underground.
Il Trip hop fonde suoni eterei e psichedelici (Trip) a quelli dell’hip hop (hop). Le band: Archive, Massive Attack, Morcheeba, Portishead, Sneaker Pimps, Statik Sound System, Tricky. E in Italia: 99 Posse, Casino Royale, Ustmamo’.

Punti chiave

Gli anni novanta presentano una generazione di giovani per molti aspetti radicalmente diversa da quella degli anni ’50 e da quelle generazioni che sono venute dopo. Generazione ipermediatica, vive la complessità e la globalizzazione con apparente disinvoltura. Tesa fra virtuale e reale, naviga in Internet. La rete è metafora della loro comunicazione, collegati fra loro da cellulari ombelicali vivono continuamente connessi. Non è tanto importante ciò che ci si dice negli sms, l’importante è stare nel flusso. Ma è anche generazione generosa che si esprime nel volontariato e partecipa alla lotta a favore dell’ambiente.
Siamo ormai lontano dagli anni ’50, dal tipo di giovane che aveva iniziato in modo semplice e naïve la costruzione della galassia giovani-musica. Tuttavia, rimane una costante che è stata riportata anche dal Quinto Rapporto Iard sulla condizione giovanile in Italia, e cioè che la musica riveste un ruolo centrale nella vita quotidiana dei giovani. Si potrebbe dire che la musica è una colonna sonora permanente delle loro giornate, capace di commentarle, esaltarle, addolcirle, incitarle, ecc. collaborando a quel faticoso processo di socializzazione a cui sono chiamati.


P.S.

Dopo l’11 settembre anche la musica si è mobilitata, e tramite artisti come Bono (leader degli U2), Bruce Springsteen, Paul McCarney ed altri, diventa memoria, sostegno e voglia di rinascere da quelle stesse macerie che hanno scosso le coscienze dei popoli.
Mi piace concludere con il testo della canzone degli U2 Peace on Earth dall’album uscito nel 2000 All that you can’t leave behind. La canzone fa riferimento all’attentato Omagh nel 1998 dove un’autobomba uccise 29 persone e che fermò il processo di pace in Irlanda del Nord.
Nessuno avrebbe pensato che il dolore e la speranza espressi in questa canzone avrebbero di nuovo vibrato dopo l’11 settembre diventando dolore e speranza per altre migliaia di persone.

Nel prossimo incontro cercheremo di acquisire un minimo di bagaglio culturale sui generi musicali e sul perché siano così discriminanti per i giovani.
Peace!!!

Heaven on Earth
We need it now
I’m sick of all of this
Hanging around

Sick of sorrow
I’m sick of the pain
I’m sick of hearing
Again and again
That there’s gonna be
Peace on Earth

Where I grew up
There weren’t many trees
Where there was we’d tear them down
And use them on our enemies

They say that what you mock
Will surely overtake you
And you become a monster
So the monster will not break you

And it’s already gone too far
Who said that if you go in hard
You won’t get hurt

Jesus can you take the time
To throw a drowning man a line
Peace of Earth

To tell the ones who hear no sound
Whose sons are living in the ground
Peace on Earth

No whos or whys
No one cries like a mother cries
For peace on Earth

She never got to say goodbye
To see the color in his eyes
Now he’s in the dirt
Peace on Earth

They’re reading names out
Over the radio
All the folks the rest of us
Won’t get to know

Sean and Julia
Gareth, Ann, and Breda
Their lives are bigger than
Any big idea

Jesus can you take the time
To throw a drowning man a line
Peace on Earth

To tell the ones who hear no sound
Whose sons are living in the ground
Peace on Earth

Jesus in this song you wrote
The words are sticking in my throat
Peace on Earth

Hear it every Christmas time
But hope and history won’t rhyme
So what’s it worth

This peace on Earth
Peace on Earth
Peace on Earth
Peace on Earth

Il Paradiso in terra
Ne abbiamo bisogno
Sono stanco di tutto questo
Vagabondare

Stanco del dolore
Stanco della sofferenza
Stanco di sentire
Ancora ed ancora
Che ci sarà
Pace sulla terra

Dove sono cresciuto
Non c’erano molti alberi
Dove ce n’erano li abbiamo abbattuti
E usati contro i nostri nemici

Dicono che ciò che deridi
Certamente ti accadrà
E tu diventi un mostro
Così che il mostro non possa distruggerti

E siamo già andati troppo oltre
Chi ha detto che se vai già duro
Non ti farai male

Gesù avresti tempo
Di lanciare una fune ad un uomo che sta annegando
Pace sulla terra

Parla a coloro che non sentono
Che hanno i figli che vivono per terra
Pace sulla terra

Nessun chi o perché
Nessuno piange come piange una madre
Per la Pace sulla terra

Non è mai riuscita a dire addio
A vedere il colore dei suoi occhi
Ora lui giace in terra
Pace sulla terra

Stanno leggendo dei nomi
Alla radio
Tutta la gente che il resto di noi
Non potrà conoscere

Sean e Julia
Gareth, Ann, e Breda
Le loro vite sono più grandi
Di qualsiasi grande idea

Gesù avresti tempo
Di lanciare una fune ad un uomo che sta annegando
Pace sulla terra

Parla a coloro che non sentono
Che hanno i figli che vivono per terra
Pace sulla terra

Gesù in questa canzone che hai scritto
Le parole mi si incollano in gola
Pace sulla terra

Ascoltiamola ad ogni Natale
ma se la speranza e la storia non combaciano
Allora a che cosa serve

Questa pace sulla terra
Pace sulla terra
Pace sulla terra
Pace sulla terra