Nostalgia di un vero linguaggio

Inserito in NPG annata 2002.

 

Dialogo con Massimo Baldini

(NPG 2002-01-78)



Domanda
. Fin da Il linguaggio dei mistici (Queriniana) lei ha orientato le sue ricerche sui problemi contemporanei del linguaggio e della comunicazione, elaborando un metodo che privilegia la formula dell’antologia o dei pensieri scelti. Si tratta, appunto, di una scelta di metodo, oppure questa scelta è dettata dalle condizioni in cui versa la nostra cultura, così «distratta» da se stessa e dai suoi veri compiti? È ancora vero quello che lei scriveva, nella sua introduzione a Il linguaggio dei mistici, relativo al linguaggio «caldo» del mistico e a quello «freddo» del teologo?

Risposta. Il privilegiamento della formula dell’antologia e dei pensieri o degli aforismi scelti non è affatto casuale. Nasce dalla constatazione che l’uomo contemporaneo è diventato un lettore omeopatico e distratto, sommerso com’è da una pioggia diluviale di messaggi visivi e uditivi. È diventato, dunque, un inascoltante, un lettore grigio e stanco. Il mio intento è quello di dargli pensieri essenziali (antologie) o quintessenziali (raccolte di aforismi, massime, pensieri, frammenti). Vorrebbero essere, per riprendere un’immagine cara a Kafka, delle asce d’acciaio per il blocco di ghiaccio che è nei nostri cuori.
«L’aforisma – ha scritto Friedrich Nietzsche – è una forma di eternità», esso contiene, in genere, una «verità a mezzo».
I libri di aforismi privilegiano una parola nomade, una parola sapienziale, una scrittura frammentaria. Sono libri che non hanno né un inizio né una fine. Sono, per così dire, senza centro e li si può leggere, come nota Barthes, in due modi diversissimi tra loro, ma non contraddittori: una lettura «per me» (fatta aprendo il libro a caso e soffermandomi su quegli aforismi che al momento risultano più rispondenti alle mie esigenze intellettuali o spirituali) e una lettura «per sé» (fatta seguendo le pagine del libro una dopo l’altra).
Per quanto riguarda l’altra domanda, relativa al linguaggio «caldo» del mistico e a quello «freddo» del teologo, non posso che confermare quanto ho scritto nel mio Il linguaggio dei mistici. Quello dei mistici è un linguaggio esplorativo e trasgressivo. È un linguaggio che pone fine, anche nella fede, all’insensatezza della chiacchiera, al cattivo odore delle frasi fatte. Il Dio dei filosofi e quello dei teologi risultano, a mio avviso, poco «palpabili» per gli uomini di questa fine del secondo millennio, uomini che sono da un lato orfani della secolarizzazione e di ideologie totalizzanti e dall’altro hanno fame di trascendenza e si presentano come dei mendicanti di senso.

Domanda. In Le parole del silenzio (Edizioni San Paolo) lei indaga, nel pensiero del passato e del presente, proprio la dimensione del silenzio come una forza in grado di trasformare le parole vuote e dissipate della nostra contemporaneità in parole viventi. A suo parere, questa dimensione del silenzio, cioè della parola fatta interiorità, è tramontata davvero per gli uomini e le donne della contemporaneità?
Risposta. Da qualche tempo gli uomini vivono con la nostalgia del silenzio e, nel contempo, con la paura del silenzio. Da esso l’uomo dei nostri giorni è affascinato e, contemporaneamente, atterrito e smarrito. Ha nostalgia del silenzio perché è ridotto ad essere un’«appendice del rumore» e, nello stesso tempo, prova nei suoi confronti un sentimento di paura. Il silenzio lo sgomenta, lo disorienta, lo tortura. Conosce solo silenzi da noia o da angoscia, silenzi per difetto. Per l’uomo del ventesimo secolo, che vive quotidianamente in una situazione di anarchia acustica, che è assediato da troppi rumori visivi e sonori, che parla parole desertificate, ritengo che sia molto difficile, anche se non impossibile, recuperare la dimensione di un silenzio festivo, di una parola parlante.

Domanda. Oggi nella trasmissione della Parola del Vangelo notiamo un fatto strano e inquietante, una sorta di scollatura tra chi annuncia Gesù Cristo e chi ascolta ma non si lascia coinvolgere nel profondo. Cosa sta succedendo?
Risposta. Le responsabilità di questo fallimento comunicativo sono molteplici. L’ascolto che è dovuto alla Parola di Dio è un ascolto particolarissimo. In primo luogo non deve essere un ascolto intellettualistico, un ascolto ridotto ad un mero scambio di informazioni, ma un ascolto strettamente legato all’azione, un ascolto che esige una prassi coerente. In secondo luogo, è un ascolto che deve cogliere il messaggio annunciato nella sua integrità. Tuttavia, l’uomo contemporaneo, essendo sommerso da immagini e da messaggi-chiacchiere, essendogli sconosciuto il silenzio, vive continuamente in situazioni difficili di ascolto, ed è condannato, anche per diseducazione, ad un ascolto disoccupato, essenzialmente povero. Per questo la Parola di Dio rischia, oggi forse più di ieri, di essere soffocata da una comprensione indifferente. Occorre creare nella liturgia e nella catechesi spazi, occasioni e itinerari di ascolto. C’è bisogno, oggi più che ieri, di una «pastorale dell’ascolto».
Un’ultima notazione. La comunicazione è sempre una faccenda a due: colui che comunica e colui che ascolta. E talora il fallimento comunicativo può dipendere anche da colui che annuncia il messaggio. Bloy ha scritto che «la verità deve sempre andare vestita da regina». E non sempre coloro che annunciano la Parola del Signore la presentano col vestito della festa. Talora si parlano addosso, ricorrono alle solite frasi fatte della fede, usano parole omogeneizzate, fanno, magari dal pulpito, gargarismi linguistici. C’è una frase di Dostoevskij che fa bene al caso nostro e che laici e sacerdoti che annunciano il Vangelo dovrebbero avere sempre presente: «Se la gente intorno a voi è sprezzante e indifferente, e non vi ascolta, cadete in ginocchio davanti ad essa, e chiedete perdono; perché in verità, siete voi da biasimare, se essi non vogliono ascoltarvi».

(Feeria, 17 giugno 2000)