Giobbe: la «supportazione» o pazienza

Inserito in NPG annata 2002.

 

Carmine Di Sante

(NPG 2002-01-39)



In una famosa lettera del 1917 indirizzata a Franz Werfel, un noto e affermato intellettuale austriaco di origine ebraica (1890-1945), Martin Buber così precisa il rapporto paradossale tra Dio e l’uomo nella bibbia:

«Non sono io che attendo Dio ma Dio che attende me. Dio attende di poter dire a me, a te, ad ogni singolo essere umano ciò che, secondo il racconto evangelico, racconto ebraico, lo Spirito disse a Gesù quando nel battesimo lo proclamò suo figlio: ‘Figlio mio, ti ho aspettato in tutti i profeti, perché tu venissi e io trovassi pace in te. Davvero tu sei la mia pace’. No, caro amico, Dio non ci impone niente ma attende. Giustamente tu dici che dipende da noi vivere la vera vita per perfezionarla nella nostra unicità. Ma secondo l’insegnamento cristiano, che ha frainteso il significato e il fondamento di Gesù, non dipende da noi ma dall’essere stati più o meno scelti. Il nostro insegnamento invece è questo: ciò che conta non è che Dio mi abbia scelto ma che io scelga Dio. Non è infatti il mestiere di Dio di scegliere o rifiutare [essendosi rivelato nell’Esodo come colui che sceglie e non rifiuta mai]».
Forse Martin Buber ha torto ad opporre così nettamente l’insegnamento cristiano alla sua interpretazione di Gesù (anche se bisogna riconoscere la parte di verità di ciò che scrive, per il pregiudizio antiebraico che fin dai primi secoli ha caratterizzato la lettura cristiana della bibbia e che solo ora, con la svolta del Vaticano II, è in via di superamento), ma coglie nel segno nell’individuare lo straordinario paradosso del messaggio biblico e del profetismo, il quale afferma che determinante non è l’attesa di Dio da parte dell’uomo bensì l’attesa dell’uomo da parte di Dio («Non sono io che attendo Dio ma Dio che attende me»); che ciò che Dio attende dall’uomo è la sua responsabilità, che l’uomo gli dica sì con tutta la sua vita («Ciò che conta non è che Dio mi abbia scelto ma che io scelga Dio»); e che il futuro di Dio o il suo regno si realizza solo se e quando l’uomo si assume la responsabilità di questa scelta o risposta. Al centro del futuro biblico e della speranza che vi tende si erge l’assolutezza di questa responsabilità assoluta e indeclinabile che neppure Dio può sostituire, non potendo Dio, nel suo amore per l’uomo, costringere l’uomo a dirgli sì.
Ma se il futuro biblico e la speranza che vi tende si fondano sulla responsabilità assoluta del singolo – di ogni singolo – di fronte al quale Dio sospende la sua forza per farsi, paradossalmente, attesa del suo sì, allora ad essere redenta non può essere la totalità della storia umana bensì i «frammenti» promossi, al suo interno, dai soggetti responsabili, «giusti» e «santi», che brillano come le stelle nella notte e che alla notte fanno dono di una luce che rischiara il buio e nel buio ridisegna paesaggi e linee di orientamento. Per questo il futuro biblico che i profeti intravedono e che il Nuovo Testamento proclama realizzato in Gesù non coincide con l’instaurazione fattuale di un mondo buono dove, sul piano sincronico e diacronico, totalmente e per sempre non ci siano più tracce di male e di sofferenza. La redenzione così intesa per la bibbia è impossibile, essendo fondata sulla responsabilità dell’uomo che in ogni istante come può riaffermarla così può disattenderla. In realtà il futuro biblico annunciato dai profeti e realizzato da Gesù fa tutt’uno con la instaurazione di soggetti «giusti», «buoni» e «santi» che di fronte alla sofferenza, scelgono di subirla invece che procurarla e di fronte al male decidono di vincerlo con il bene piuttosto che con un di più di male. Il futuro biblico coincide, per la bibbia, più che con l’instaurazione di un mondo senza sofferenza e senza male, con l’istituzione di soggetti etici che, con la loro giustizia e santità, contrastano la sofferenza e il male portandone il peso sulle loro spalle.
È questa la ragione per la quale concludiamo questo percorso nel lessico della profezia e del futuro biblico con la figura di Giobbe, pur non essendo il suo libro un libro profetico ma sapienziale. Un libro di straordinaria bellezza in cui campeggia «un uomo chiamato Giobbe: uomo integro e retto, temente Dio ed alieno dal male» (Gb 1,1): un uomo che soffre terribilmente e grida come nessun altro il suo dolore e la sua disperazione: «Perisca il giorno in cui nacqui e la notte in cui si disse: ‘È stato concepito un uomo’. Quel giorno sia tenebra, non lo ricerchi Dio dall’alto, né brilli mai su di esso la luce» (Gb 3, 3-4); un uomo che si ribella agli amici che vogliono convincerlo delle meritate sofferenze per le sue colpe nascoste: «Sentenze di cenere sono i vostri moniti, difese di argilla le vostre difese. Tacete, state lontani da me: parlerò io, mi capiti quel che capiti» (Gb 13, 12-13); un uomo che non si rassegna alla sua sofferenza ed osa chiamare Dio in causa:
«Quante sono le mie colpe e i miei peccati? Fammi conoscere il mio misfatto e il mio peccato. Perché mi nascondi la tua faccia e mi consideri come un nemico? Vuoi spaventare una foglia dispersa dal vento e dar la caccia a una paglia secca? Perché scrivi contro di me sentenze amare e mi rinfacci i miei errori giovanili; tu metti i miei piedi in ceppi, spii tutti i miei passi e ti segni le orme dei miei piedi» (Gb 13, 23-27);
ma soprattutto un uomo che, nonostante la sofferenza e la ribellione alla sofferenza, continua a confidare in Dio, convinto che non è la sofferenza la parola ultima della sua esistenza e che la sofferenza assunta è sofferenza redenta:

«Allora Giobbe rispose al Signore e disse:
Comprendo che puoi tutto
e che nessuna cosa è impossibile per te.
Chi è colui che, senza aver scienza,
può oscurare il tuo consiglio?
Ho esposto dunque senza discernimento
cose troppo superiori a me,
che io non comprendo…
Io ti conoscevo per sentito dire,
ma ora i miei occhi ti vedono.
Perciò mi ricredo
E ne provo pentimento
sopra polvere e cenere» (Gb 42, 1-6).

Il futuro biblico intravisto dai profeti non è il futuro senza ingiustizie e senza sofferenza (una utopia come questa è cattiva utopia perché ignora la radicalità della libertà umana), bensì il futuro pieno di giusti che, come Giobbe, patiscono ingiustamente e che, pur denunciando la loro sofferenza come ingiusta, vedono in essa il segreto stesso per debellarla. È quanto svela Gesù, il Messia Crocifisso, l’uomo dei dolori come Giobbe e più di Giobbe che «toglie i peccati del mondo»: che li «porta via, caricandoseli sulla proprie spalle», secondo il duplice e mirabile significato del termine latino tollere. Il miracolo che Giobbe intravede e che il Nuovo Testamento vede esplodere sulla croce è il miracolo della compassione: potenza trasformatrice del patire ingiusto – il patire che l’io patisce a causa dell’altro – in compatire: nel patire con lui e per amore di lui.
Per il Nuovo Testamento il futuro si realizza e il Regno si instaura ogni qualvolta, di fronte al male, chi lo patisce trasforma la sua passione ingiusta in compassione. Quella compassione che è il nome stesso di Dio e che è pura grazia.