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11 settembre

 

Angelo Paoluzi

(NPG 2002-01-3) 


La paura. Di sentirsi di colpo indifesi. Di essere alla mercé dell’altro, ignoto e diverso. La reazione è perciò da sopravvivenza, si traduce in diffidenza e rappresaglia. Con l’attacco alle Torri Gemelle di New York, 11 settembre 2001, per l’Occidente, per quel venti per cento di «happy few» – i pochi felici – della popolazione mondiale, cadono molte certezze sul futuro, su loro cala improvvisamente una cortina di buio. Appena all’inizio del terzo millennio, la vita è cambiata.
È probabile che non ce ne rendiamo conto, in una guerra che miete vittime alla cieca. Quelle che hanno trovato la morte nel giorno del terrore; gli altri, gli «obiettivi collaterali» dei bombardamenti sulle città dell’Afghanistan; i caduti nella sporca offensiva all’antrace; la carne da cannone afghana e islamica nel conflitto per interposta persona. E gli oscuri, promessi risultati della caccia, che non si ferma qui, al terrorista internazionale Osama Ben Laden e ai suoi sostenitori e complici.
Tutto questo ha almeno il risvolto positivo di aver sollecitato un richiamo alle coscienze. Apprezzabile, ad esempio, lo sforzo mondiale di solidarietà verso il martoriato Afghanistan; e il lancio da parte americana di beni di sussistenza alla popolazione civile denuncia, quanto meno, uno stato di disagio a livello politico. Se ci si chiede perché sia stata possibile la tragedia dell’11 settembre, non si può ricorrere alle sole categorie di comodo del malvagio attentatore, ma ci si deve pur porre qualche interrogativo su realtà pregresse.
Lo fanno i vescovi americani approvando (167 contro 4) a metà novembre un documento critico nei confronti di comportamenti della politica estera di Washington. Un passo per tutti: «Senza scusare in nessun modo azioni terroristiche indifendibili, dovremmo anche riconoscere come l’esportazione di alcuni aspetti negativi della nostra cultura può contribuire a minare altre società, così come la nostra». Quasi a rispondere all’accorata domanda di un contadino afghano: perché dovremmo vivere secondo i costumi altrui?
È necessario, non c’è dubbio, stanare i terroristi e renderli inoffensivi. Nel conto può anche essere messo l’impiego della forza, ma non al punto di farsene un alibi e inibirsi ogni ipotesi di discussione sui modi della giustizia. E qui vale la pena di ricordare che l’anno scorso le confessioni cristiane tedesche, Chiesa cattolica e Consiglio evangelico, hanno pubblicato un documento comune la cui sostanza è: non esiste la «guerra giusta», esiste soltanto la «pace giusta». Che non può essere certamente assicurata da una società priva di visioni del mondo, condizionata dalle industrie belliche, incapace di colpi d’ala creativi e di sussulti etici, negata al dialogo. Una società che rischia di non capire l’esortazione ai cattolici per un digiuno a favore della pace da parte del Papa e la sua chiamata alla preghiera rivolta a tutti coloro che abbiano una fede, perché siano smentite le tesi di fatalistici «scontri di civiltà» e conflitti di religioni.
Dobbiamo rispetto alla memoria dei morti innocenti, travolti dalla follia di chi crede di potersi sostituire a Dio o di essere l’autorizzato interprete di un suo dio; ma lo dobbiamo anche alle turbe dei vivi che da guerre per la «libertà duratura» (o, secondo l’infelice definizione iniziale, per la «giustizia infinita») possono ricavare, in cambio di promesse di felicità future, soltanto ulteriori, presenti miserie. E addirittura, come sta accadendo nelle società evolute, la restrizione, in nome della sicurezza, di acquisite conquiste di libertà civili. Quasi, è stato osservato, come un primo successo dell’azione terroristica.
Non è un discorso da profeti disarmati, ma una riflessione che deve coinvolgere in particolare le giovani generazioni. Quello che è accaduto appare lo specchio del fallimento di un modello di sviluppo privo di valori che non siano soltanto materiali. In un mondo nel quale i poveri sono sempre più numerosi e più poveri e la ricchezza dei sempre più pochi e più ricchi si trasforma in una minaccia per le libertà comuni, in questo mondo il ricorso all’etica si identifica con l’appello alla ragione. E la ragione sta dalla parte della solidarietà, della giustizia, della pace.

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