Lorenzo Chiarinelli

(NPG 2002-02-12)



Il mio contribuito di riflessione si articolerà in tre parti, che presento in forma alquanto schematica: il «come» dell’ascolto, il «che cosa» dell’ascolto e il «che cosa dire».

Il «come» dell’ascolto

Significato della comunicazione

Mi sta a cuore dire subito che questa vuole essere solo una «comunicazione» e «una comunicazione non formale».
L’aggettivo sta ad indicare chiaramente:
– i limiti: non è una trattazione organica, uno studio sistematico, una proposta «professionale»;
– la intenzionalità: si tratta di una comunicazione pastorale, di una esposizione per flash e per «immagini»; mi pare utile farne più un’apertura di pista, un intervento teso a «provocare» un cammino;
– la collocazione: questo contributo suppone le «attese» dei giovani (cf relazione del prof. Garelli) e muove dalla storia e dalla esperienza propria del «movimento» oratoriano a voi proprio e apre alla ricerca creativa dei «laboratori» previsti dal programma.
E così l’ascolto diventa visione: il pensiero corre ad Abramo al quale il Signore disse: «Guarda in cielo e conta le stelle, se riesci a contarle» (Gn 15,6).
Così, dinanzi all’universo giovanile, dice anche noi e ci invita a guardare e a cogliere le voci.

Una icona biblica

In questo cammino mi pare bello poter suggerire un testo che diventi «icona»: il testo di Lc 24,13-35.
Me lo suggerisce lo stesso «logo» del vostro Convegno: «tra la strada e la Chiesa».
Infatti:
– si tratta di persone in viaggio;
– con delle esperienze alle spalle e con degli interrogativi nel cuore;
– bisognose di «significati» che svelino il senso del vissuto.
Ed ecco che camminando insieme, con il dialogo, con il confronto, con la condivisione… il cuore si riscalda e gli occhi si aprono per far recuperare nuove energie, capacità di comunicazione e la gioia dell’incontro.

Il metodo di «ascolto»

Non è mia intenzione elaborare una organica proposta metodologica, soprattutto per voi e in questa sede. Mi sta a cuore dire, però, come personalmente intendo l’ascolto e, allora, sintetizzo in tre suggestioni.
– Accogliere la domanda.
Essa, in genere, è già presente nel racconto del vissuto e concerne non solo l’oggetto ma lo stesso soggetto interrogante: «Sono diventato problema a me stesso» (S. Agostino).
– Interpretare la domanda.
I due di Emmaus conoscono bene i fatti, ma non sanno afferrarne il significato. E il pellegrino li aiuta proprio in questo sforzo di «ermeneutica».
Del resto Gesù già in molte altre occasioni si è comportato così: lo fa nella moltiplicazione dei pani (risponde alla domanda e poi va oltre… verso l’altro pane); lo fa anche con i dieci lebbrosi (li guarisce tutti, ma a uno dice che la sua fede è salvezza…).
Interpretare è anche educare la domanda: ciò si pone tra l’adattamento passivo (appiattimento) e la evasione delle domande. Tra l’uno e l’altra si pone il processo educativo.
– Elaborare in dialogo la risposta.
Al riguardo mi piace rinviare ad un modello di alta suggestione: il colloquio di Gesù con la Samaritana (Gv 4). Gesù va dalla richiesta, all’esplorazione, all’offerta e la donna, rinnovata nel cuore, diventa annunciatrice della scoperta.

Il «che cosa» dell’ascolto

Alcune «domande bipolari»

A questo punto – e dopo le analisi del sociologo – mi permetto di fare appena alcune esemplificazioni e, tra le tante «domande», soffermarmi su quelle che possono fare da «ponte».
Le chiamo «bipolari» perché esse esprimono una condizione segnata dalla antinomia, con le derive della frammentazione, della soggettività esasperata, della ambiguità. Per cogliere immediatamente questa «antinomia» rimando al titolo di un testo di Franco Garelli: Forza della religione e debolezza della fede (Il Mulino 1996).

– Gusto del presente e bisogno di futuro.
C’è il gusto di esserci, il bisogno della immediatezza, la voglia del «subito». E, simultaneamente, il bisogno di futuro. «Il presente non basta a nessuno». Del resto – dato ovvio – i giovani stessi sono futuro.
Ma presente e futuro sembrano irrelati, senza connessione. E il passato è tutto nell’oblio, senza radici.
Assistiamo, per così dire, ad una crisi della «temporalità», fenomeno dai grandi risvolti culturali, sociali, religiosi (es. fascino di altre religioni), soprattutto in rapporto al cristianesimo con la sua fede «storica».

– Bisogno di senso e autoprogettualità.
La vita frammentata sollecita la visione del tutto. L’attenzione al frammento, la specializzazione del particolare suscita il fascino della totalità: ecco il senso della vita e della storia.
C’è il bisogno di senso, ma si trova difficoltà a trovarlo. Ecco, allora, il disorientamento, la sfiducia o la riduzione all’immediato.
Ma su questo fronte la situazione si fa assai problematica e mette in evidenza una esigenza alternativa: la cultura dell’autoprogettualità o dell’autorealizzazione.
Il giovane sente e vuole avere nelle sue mani il suo destino, il bandolo della sua esistenza, il progetto della sua vita.
La crescita della soggettività genera e suppone il protagonismo esistenziale. «La mia sorte è nelle mie mani». Ecco il rifiuto del limite, la non accettazione del dolore, la incomprensione della morte, il non senso o un senso diverso della «vocazione».

– Orgia delle emozioni e povertà di sentimenti.
Alla domanda ricorrente dinanzi ai fatti, agli avvenimenti, alle situazioni, agli spettacoli: «Che cosa hai provato?» La risposta ordinariamente diffusa è: «Una forte emozione».
Ed è l’emozione l’esperienza ma anche l’oggetto di ricerca e la conquista bramata come reazione quotidiana. Evidentemente ciò vale anche per la dimensione religiosa.
Ma, spesso o non raramente, al trionfo dell’emozione si accompagna la debolezza, la fragilità, la povertà dei sentimenti. Qui per sentimento intendiamo la capacità, certo, di risonanza, ma soprattutto una relazione affettiva che mette in gioco la persona nella sua interiorità e globalità quasi a tradurre il logos in pathos, spazio di rapporti qualificanti e vitali. È questo più il tempo dei «fuochi d’artificio», suggestivi e multicolori, che del «roveto ardente», meno spettacolare, ma che non si consuma.

– Bisogno del sacro e la religione atematica.
È un dato innegabile: i giovani sentono il sacro non più (come qualche decennio fa) come dato superato, esperienza residuale, oggetto di rifiuto. «Non ci sono più plausibili ragioni filosofiche forti per essere atei o, comunque, per rifiutare la religione» (G. Vattimo).
Ma il sacro è «atematico»: non prende volto, non chiede determinazioni, non comporta scelte. Suo referente è l’apeiron della prima filosofia naturalistica greca. Ecco il sincretismo religioso, il soggettivismo della fede, il relativismo della Chiesa. Ed ecco l’ambiguità di valori proclamati, ma non storicizzati: fede, pace, amore.

«Interpellanze» tra attesa e risposta

Nell’intenso dinamismo dell’ascolto, accanto alle «ambiguità», emergono anche interrogazioni che diventano indicazioni, interpellanze che diventano proposte. Alcune sono di carattere generale. Le ricorda il documento CEI per il prossimo decennio: il desiderio di autenticità, il desiderio di prossimità… (nn. 37 ss). Le riflessioni emerse dalle Giornate Mondiali della Gioventù su questo orizzonte hanno tracciato delle coordinate suggestive e trainanti. A questo proposito bisognerebbe ricordare studi e ricerche specifiche, delle quali merito non piccolo va alla nostra Pontificia Università Salesiana e al vostro Movimento educativo.
In questa sede mi pare utile raccogliere alcune di queste interpellanze lungo due direttrici più specifiche che toccano il messaggio della Chiesa e provocano il suo stesso essere ed agire (la sua pastorale) per rispondere ai giovani.
Sintetizzo tutto in due domande:

* Quali piste si rivelano abbordabili da parte delle esigenze più diffuse dei giovani nel messaggio cristiano? Quali snodi tematici sono sollecitati dalle istanze dei giovani?
Le vorrei esprimere con tre parole: l’oltre, l’altro, il di più.
– l’oltre: è il cammino che va da Babele a Gerusalemme, dal tempo all’eternità, dalla storia all’eschaton. Non è questo il «varcare la soglia della speranza?» Non ha scritto Arturo Paoli: «Il presente non basta a nessuno»? Non è questa la «riserva escatologica» propria della fede cristiana?
«Noi crediamo nelle cose ultime e viviamo nelle penultime»;
– l’altro: la riscoperta dell’altro è una delle espressioni più evidenti di questa stagione: C’è una crescente coscienza della solidarietà; un bisogno di consenso con evidenze etiche per motivare lo stare assieme e l’impegno morale.
«Tornino i volti» è stato uno dei più suggestivi messaggi di don Italo Mancini. Riscoprire i volti è compito fascinoso e compito ineludibile. Nella riscoperta degli altri, c’è la nostalgia dell’Altro; nella riscoperta dei volti c’è l’anelito del volto. Si apre per la fede un orizzonte senza confini;
– il di più: Il punto di partenza è nel Vangelo. Dice Gesù nel discorso della Montagna: «Se amate quelli che vi amano, quale merito ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani?» (Mt 5,46-47).
La «magna charta» è nella Lettera a Diogneto. Essa presenta l’esistenza cristiana come sintesi insostituibile di «immanenza e trascendenza» (H.I. Marrou) oltre la unidimensionalità del vivere. Presenta la «duplice appartenenza», alla città terrena e a quella celeste (G. Lazzati) nell’affermazione di entrambe. Il Concilio ha parlato di questa doppia cittadinanza (GS 43: cives utriusque civitatis) e ha sottolineato (GS 40) la compenetrazione (compenetratio) di città terrena e città celeste, percepita sol per fede (= mistero della storia).
Ebbene, proprio nella «Lettera a Diogneto», si parla di paràdoxos politèia, cioè di una forma di vita, di un tessuto di relazioni, dell’essere nella società (politèia) che è (paràdoxos) straordinario. Ecco, dunque, alcune fonti del «paradosso» (cf il commento di G. Lazzati in «Vita e Pensiero» - 6 giugno 1972).

* Quale volto di Chiesa è in grado di dipingere la mano dei giovani? Che cosa ha da chiedere alla Chiesa la sensibilità, la cultura, l’anima dei giovani oggi?
Tra le altre, queste dimensioni:
– la compagnia.
Tra folle numerose e spesso assordanti e tra la solitudine interiore che ha il segno del vuoto, c’è bisogno di vicinanza, di prossimità, di amicizia, appunto di compagnia. Torna emblematica l’icona di Emmaus. Ma compagnia (condividere il pane) vuol dire ritrovarsi, stare assieme, camminare assieme;
– l’ermeneutica.
La vita, la società, la storia, in un mondo in trasformazione, si fanno sempre più complesse e decifrarne il senso è difficile, soprattutto perché mancano categorie di interpretazione adeguate. Non sembra… l’appello alla memoria né l’impulso della profezia, senza una feriale e costante opera di mediazione pedagogica.
Il Dio della Bibbia è il Dio della storia. Egli si svela attraverso «fatti e parole». È dentro la storia e dentro la vita che si scoprono i lineamenti del suo volto.
La Chiesa è chiamata a far riconoscere, nel groviglio del tempo, i segni di questa presenza che è verità, è gioia, è senso del vivere. Non si tratta di puro annuncio, non si tratta di sola catechesi, non si tratta di nuda esperienzialità: si tratta di incontro del senso pieno nelle pieghe della storia;
– la speranza.
«Voi siete le sentinelle», ha detto il papa ai giovani. Ma la sentinella veglia se ha un’aurora da attendere, se aspetta un giorno nuovo da vivere.
C’è, allora, un orizzonte da esplorare; ma c’è anche una verticalità da esplorare come meta che attrae, come forza che sospinge.

Che cosa dire?

A questo punto si dovrebbe passare alla elaborazione di risposte adeguate, organiche, progettuali: la Chiesa che ascolta, si accinge a rispondere.
Ritengo che questo sarà lo spazio e il compito proprio dei «laboratori»: e sarà elaborazione puntuale, competente, specifica.
A me pare utile fermarmi ad indicare delle direzioni (alto-d’intorno-profondo), di tracciare degli orizzonti (trascendenza-fraternità-interiorità): insomma, limitarmi a della suggestioni.
E secondo il linguaggio delle suggestioni, mi permetto affidarmi al racconto. Tre «parabole» (o metafore o leggende) di trasparenza immediata.

Verso l’alto (trascendenza)

Il saggio islamico del sec. XIII Nasredim Hogia racconta:

Ho impiegato molte notti per insegnare ai discepoli le meraviglie del cielo: le stelle, le costellazioni, segni che svelano i misteri.
Gli alunni migliori hanno imparato la mappa del cielo e hanno appreso come orientarsi.
Gli alunni sciocchi hanno perduto tempo fermandosi a guardare il mio dito!

La vita, la storia, il mondo è pieno di «segni»; abbiamo bisogno di segni.
C’è un rischio sempre presente: l’autoreferenzialità. Rischio per l’educatore, per il pastore, per la Chiesa.
Prendere il largo, dice il Papa.
Guardare in alto, è una urgente scelta pedagogica.

D’intorno (fraternità)

Racconta una leggenda della tradizione rabbinica:

Un giorno un vecchio rabbino chiede ai suoi discepoli da quale segno sia possibile riconoscere il momento preciso in cui finisce la notte e comincia il giorno. La domanda dà origine ad un interessante dialogo.
«È forse – reagiscono i discepoli – «quando si può distinguere da lontano senza fatica un cane da una pecora?»
«No», dice il rabbino.
«È quando si può distinguere senza fatica una palma da datteri da un fico?»
«No», dice ancora il rabbino.
«Ma quand’è, allora?» chiedono i discepoli.
E il rabbino risponde: «È quando, sperduto nella folla, il volto di uno sconosciuto qualsiasi vi diventa altrettanto prezioso quanto quello di un padre, di una madre, di un fratello, di una sorella, di un figlio o di una figlia, di uno sposo o di una sposa, di un amico… Fino quel momento, fa ancora notte nel vostro cuore».

«Sentinella, quanto resta della notte?» È questa una sfida da porre con lucidità e coerenza ai giovani d’oggi!

Nel profondo (interiorità)

In uno dei sei capitoli dell’insegnamento dei Chassidim (Il cammino dell’uomo) M. Buber racconta:
Ai giovani che venivano da lui per la prima volta, Rabbi Bunam era solito raccontare la storia di Rabbi Eisik, figlio di Rabbi Jekel di Cracovia. Dopo anni e anni di dura miseria, che però non avevano scosso la sua fiducia in Dio, questi ricevette in sogno l’ordine di andare a Praga per cercare un tesoro sotto il ponte che conduce al palazzo reale. Quando il sogno si ripetè per la terza volta, Eisik si mise in cammino e raggiunse a piedi Praga. Ma il ponte era sorvegliato giorno e notte dalle sentinelle ed egli non ebbe il coraggio di scavare nel luogo indicato. Tuttavia tornava al ponte tutte le mattine, girandovi attorno fino a sera. Alla fine il capitano delle guardie, che aveva notato il suo andirivieni, gli si avvicinò e gli chiese amichevolmente se avesse perso qualcosa o se aspettasse qualcuno. Eisik gli raccontò il sogno che lo aveva spinto fin lì dal suo lontano paese. Il capitano scoppiò a ridere: «E tu, poveraccio, per dar retta a un sogno sei venuto fin qui a piedi? Ah, ah,ah! Stai fresco a fidarti dei sogni! Allora anch’io avrei dovuto mettermi in cammino per obbedire a un sogno e andare fino a Cracovia, in casa di un ebreo, un certo Eisik, figlio di Jekel, per cercare un tesoro sotto la stufa! Eisik, figlio di Jekel, ma scherzi? Mi vedo proprio a entrare e mettere a soqquadro tutte le case in una città in cui metà degli ebrei si chiamano Eisik e l’altra metà Jekel!». E rise nuovamente. Eisik lo salutò, tornò a casa sua e dissotterrò il tesoro con il quale costruì la sinagoga intitolata «Scuola di Reb Eisik, figlio di Reb Jekel». «Ricordati bene di questa storia – aggiungeva allora Rabbi Bunam – e cogli il messaggio che ti rivolge: c’è qualcosa che tu non puoi trovare in alcuna parte del mondo, eppure esiste un luogo in cui la puoi trovare».

Questo luogo – lo ha lucidamente descritto s. Agostino – è dentro di te: lì c’è il tuo tesoro, da scoprire e da investire.