Dimmi che musica mangi e ti dirò chi sei...

Inserito in NPG annata 2002.

Fabio Pasqualetti

(NPG 2002-03-64)

 

Nell’ultimo articolo (NPG n.1 gennaio 2002) avevamo percorso brevemente l’evoluzione della musica rock dagli anni 50 fino ad oggi. In questo, già il titolo suggerisce che la musica per i giovani è qualcosa di più di un semplice consumo o di un passatempo estetico, è un nutrimento culturale e spirituale. Questo nutrimento, combinato al tipo di compagnia che si frequenta, ai discorsi che girano attorno alla «loro musica» e ad altri ingredienti dell’esperienza giovanile, genera in loro atteggiamenti e visioni nei confronti della vita, dei coetanei, degli adulti, delle istituzioni e della realtà in generale.
Come si è visto, sono vari i movimenti culturali, gli stili, le mode legati all’ambiente musicale che si sono imposti dagli anni ’50 ad oggi: boppers, teddy boys, modes, rockers, beatniks, hippies, punks, rockabillies, skinheads, skas, heavy metal, rastas, rappers, rude boys, soul boys, new wavers, neopsichedelici, postmoderni, ecc. La scena è molto complessa; perciò in questo intervento ci limiteremo a due esempi di movimenti culturali che spesso fanno problema negli ambienti educativi: il movimento culturale hip hop e quello heavy metal. Alcuni siti internet potranno servire per conoscere i principali generi musicali, sapendo però che conoscere tecnicamente un genere non serve a capire ciò che gli sta attorno. Scopo di questo terzo intervento è di suggerire ad educatori ed animatori di andare oltre l’apparente, per non pregiudicare il rapporto educativo semplicemente a causa di una fenomenologia comportamentale superficiale che probabilmente non è altro che un segnale in codice di ciò che il giovane sta vivendo e, a volte, soffrendo.
Vediamo dunque questi due generi musicali che nelle loro manifestazioni non sono sempre facili da accettare, ma che nascondono tentativi di dare risposte a situazioni di vita concrete, e fanno intravedere il travaglio spirituale di vite a volte grigie che cercano a tentoni un po’ di luce.

Hip Hop

Come afferma Bazin nel suo libro La cultura Hip-Hop, «lo hip è un modo di parlare proprio dei ghetti neri d’America (dotato di un vocabolario, una sonorità e un ritmo peculiari). La parola deriva da hep, che nel jive talk (gergo di strada) indica il fatto d’essere trendy [alla moda n.d.r.], di avere un atteggiamento cool [uno che sa il fatto suo n.d.r.]; attesta il virtuosismo del locutore che ricerca l’ammirazione dell’ascoltatore. To hop vuol dire danzare; in associazione con lo hip, segnala come la danza sia stata la prima componente artistica a rendere visibile l’hip hop». [1]
È impensabile ricostruire in poche righe la storia dell’hip hop; è però importante ricordare che nasce come una risposta ad un ambiente urbano americano socialmente problematico e violento com’è il Bronx. La popolazione afroamericana che per molti aspetti rimaneva ghettizzata nelle periferie delle metropoli americane, negli anni ’70 si stava dilaniando e dividendo con lotte intestine e stragi fra gangs. I giovani morivano per mano d’altri giovani nell’indifferenza totale della società. Proprio negli anni fra il ’77 e il ’79 la cultura hip hop nasce come risposta morale di un codice capace di sostenere delle reazioni non violente basate sulla creatività. Si potrebbe quindi dire che l’hip hop è un’esperienza culturale che partecipa alla produzione di modelli di comportamento che regolano i rapporti dei gruppi urbani con il loro ambiente. È una cultura carica di simbolismo e ritualità. Lo stesso nome di uno dei pionieri di questa cultura, Africa Bambaataa, è preso dal nome di un capo Zulu che si oppose alla colonizzazione inglese in Africa. Come ricorda Bambaataa: «con la mia organizzazione, la Zulu Nation, ho cercato di far capire ai ragazzi quanto sia importante la tolleranza nei confronti degli altri, volevo che la smettessero con le bande di strada e incanalassero le loro energie verso obiettivi positivi e verso l’hip hop, il rap, i graffiti». [2] La forza di questo movimento culturale viene dalle sue stesse pratiche artistiche come il rap, la danza e i graffiti; a questo va aggiunto un certo modo di vivere, vestire e parlare. Inoltre, nell’hip hop si deve parlare più di maestri che di leaders. Vale la pena ricordare che l’Mc (Master of cerimony) è uno al quale è stata riconosciuta l’abilità dell’uso della lingua in modo creativo, uno che sa evitare gli usi comuni per sviluppare una «parola autentica». Questo stile affonda le sue radici in Africa. Oyewole Abiodun afferma che «il rap è sempre esistito in Africa. I griot cantavano nella lingua corrente utilizzando i mezzi espressivi dell’epoca. Suonavano la kora o picchiavano il tamburo raccontando tutti i piccoli avvenimenti. Si divertivano e informavano la gente di villaggio in villaggio». [3]
Due elementi importanti nella cultura hip hop sono la sfida e il rispetto. La sfida sia nel rap, nella danza o nell’arte dei graffiti è un modo di incanalare il meglio di se stessi. In questa prospettiva l’energia e l’aggressività sono finalizzate nella ricerca di una perfezione espressiva. Il riconoscimento avviene quindi attraverso una performance o produzione artistica che deve avere certe qualità riconoscibili dal gruppo come originali e fedeli alla cultura hip-hip. «Il rispetto occupa un posto centrale come valore rivolto soprattutto ai membri del gruppo e più in generale agli esclusi, alle persone colpite nella loro dignità». [4]Questo atteggiamento è ritualizzato attraverso il saluto, le parole, le dediche.
La cultura hip hop, il rap in particolare, ha subìto varie evoluzioni artistiche e culturali, legate alla continua e rapida innovazione elettronica. Grazie a campionatori, drum machines e altri marchingegni elettronici, i dj rap hanno potuto sperimentare nuove forme di bricolage, nuove sonorità e composizioni ritmiche costruendo paesaggi sonori che vanno da un minimalismo essenziale ad una complessa articolazione ritmica che ingloba vari generi come il jazz, il funky, il rock, il soul, il pop, ecc. Un capitolo intero andrebbe poi dedicato alla tecnica dello scratching (effetto prodotto movendo ritmicamente con la mano il disco di vinile che a contatto con la puntina dello giradischi produce un suono interessante) che è diventato una specie di marchio sonoro del rap. Altre evoluzioni sono dovute al fatto che il rap si è diffuso rapidamente in altre culture e nazioni, subendo continue contaminazioni locali, rimanendo però fedele alla sua caratteristica fondante e cioè al primato dell’uso ritmico della parola.
Una prima svolta è avvenuta nel 1983 con l’apparire sulla scena di un trio proveniente dal Queens, un quartiere di NY. Il trio, che si chiamava RUN-DMC, con il loro album Sucker M.C’s scioccarono tutto l’ambiente artistico. Il loro sound minimale, immediato e violento ricollegava immediatamente la musica all’esperienza di strada che molti giovani stavano vivendo: questo sound piaceva perché lo sentivano loro, come qualcosa di autentico.
Un’altra evoluzione del rap è fu determinata dalla svolta politica. Circa un anno prima dell’uscita di Sucker M.C’s dei RUN-DMC, un altro rapper Grandmanster Flash, colpito dal fatto che nei ghetti ci si continuasse ad uccidere, pubblicò quello che probabilmente fu il suo brano più famoso, The message, dando origine ad un genere e allo stesso tempo proponendo i rappers come guide sociali e politiche della coscienza della comunità afroamericana. Il brano era una denuncia della mancanza di sbocchi sociali per chi viveva nei ghetti. L’unico luogo per loro era la strada. E su questa strada si consumava la tragedia della degradazione.
Grandmanster Flash anticipava ciò che poi i Public Enemy e i Beatnigs avrebbero messo ancora più in luce, il problema della discriminazione tra bianchi e neri e la necessità di una coscienza nera che si identificherà fortemente con gli insegnamenti di Malcolm X e l’ideologia della Black Power.
Come sempre non è tutto rose e fiori. Gruppi come i Public Enemy sollevarono notevoli discussioni. Da un punto di vista musicale gli veniva riconosciuta una nuova svolta artistica, ma i loro atteggiamenti spesso xenofobici e i loro testi esaltanti la droga, la violenza e la misoginia dividevano pubblico e critica. Da una parte coloro che dicevano che le parole delle loro canzoni non erano altro che lo specchio della realtà che i giovani neri vivevano ogni giorno nella strada, dall’altra coloro che dicevano che non c’era bisogno di versare altro veleno nelle menti dei giovani che non facevano altro che idolatrare quelle canzoni e tradurle in azioni concrete.
Un altro fenomeno che esasperò ancora di più l’opinione pubblica fu quello dei gangsta rappers come Snoop Doggy Dogg, Slick Rick e 2Pac, i quali non solo esaltavano la violenza ma la portavano in azione loro stessi nella vita. Emblematico è il debutto di Me Against the World di 2Pac, n.1 nella classifica mentre lui si trovava in prigione.
Fortunatamente nel 1989 avviene una nuova svolta con Three Feet High & Rising del gruppo De La Soul. In un melange psichedelico degno di Frank Zappa, essi diedero vita ad un rap vivace e giocoso che metteva al cuore dei propri interessi l’afrocentrismo. Questa nuova ondata ispirò gruppi come Jungle Brothers and A Tribe Called Quest, Arrested Development, Digable Planets, and Digital Underground.
Come capita spesso in tutti i movimenti culturali musicali, anche l’hip hop ha visto una progressiva commercializzazione, un distanziarsi dai motivi ispiratori iniziali, un imborghesimento ostentato dei rappers e un atteggiamento sempre più machista nei confronti delle donne rappers. Tutto ciò ha determinato un progressivo distacco dalla strada e quindi da quell’ambiente socioculturale che era la fonte di ispirazione. L’uso poi di artisti rap per la commercializzazione di prodotti dell’industria viene visto come un’ulteriore rivincita del mondo bianco che con il suo capitalismo spietato ingoia qualsiasi forza di opposizione e di resistenza riciclando e riducendo le spinte rivoluzionarie in prodotti di consumo.
In Italia il rap arriva negli anni Ottanta, quando in America già iniziava a subire varie critiche, inclusa quella di commercializzazione. Per primo fu Jovanotti a far conoscere all’Italia un rap sbarbatello e giocoso. Bisogna tuttavia riconoscergli una crescita e una maturità tematica non indifferente. Il rap troverà però il suo terreno favorevole nelle «posse» (che nella lingua rasta del raggae significa semplicemente «gruppo di amici»). Famose sono le sedi del Leoncavallo di Milano, del Forte Prenestino di Roma, di Fata Morgana a Messina, dell’Officina 99 di Napoli; ne esistono però tante altre disseminate sull’intera penisola. Come dice Ferraroti nel suo libro Rock, rap e l’immortalità dell’anima: «Le ‘posse’ sono, per i giovani, il ventre della balena, una nuova aggiornata versione del racconto biblico di Giona, in attesa di una resurrezione che forse non verrà. In questo senso, le ‘posse’ riuniscono ed esprimono in forme varie e originali, le ‘culture del conflitto’, forse l’ultimo dissenso organizzato, inter-personale e territorialmente radicato che sia possibile nel mondo totalmente amministrato delle società tecnicamente progredite. Sono dunque una realtà contro-corrente, un freno e un incessante ‘sabotaggio’ del commercialismo trionfante, il richiamo ad una società diversa, la spinta utopica verso un mondo alternativo, non predatorio, non commerciale, meno utilitario e più umano, neo-artigianale e pacifista». [5]
È difficile oggi, con ormai più di venti anni di presenza di cultura hip hop e musica rap, con tutte le contaminazioni avvenute nel frattempo, trovare giovani che adottino lo stereotipo rap degli anni 70-80. Tuttavia, si possono ritrovare degli indizi nella scelta di indossare scarpe da ginnastica griffate spesso slacciate, jeans con cavallo basso o tute da ginnastica, il cappellino da baseball con la visiera posizionata in diversi modi, la preferenza data agli occhiali scuri e ad un taglio dei capelli corto, spesso artisticamente scolpito con un design originale.
Jesús Martin Barbero (studioso latino americano di fenomeni mediatici) sostiene che l’identificazione con la cultura dei media, in particolare con quella della popular music, diventa un luogo importante per sperimentare nuove identità. «Per i giovani non è semplicemente intrattenimento, ma nuovi linguaggi, un modo di esprimere la loro insoddisfazione, la loro rabbia, confusione, ricerca. I vari generi musicali permettono loro di identificarsi rapidamente, de-identificarsi e re-identificarsi con culture diverse e così uscire dalla pressione di ogni impegno». [6]

Punti di riflessione per l’educatore

Da queste poche righe, che non fanno giustizia di questo importante movimento culturale musicale, possiamo tracciare qualche punto di riflessione utile all’educatore o all’animatore che si trova di fronte ad un giovane che ama radicalmente questo genere musicale.
La prima cosa che emerge è che l’hip hop nasce all’interno di un ambiente connotato da una situazione socio culturale particolare, la ghettizzazione afroamericana nelle metropoli degli USA.
L’intuizione di alcuni giovani artisti di canalizzare la rabbia e l’energia dei giovani in forme non violente di comportamento, dà origine a quell’insieme di espressioni che sono la danza, i graffiti, il rap e a tutto un modo di parlare, vestirsi, celebrare, ecc. che va sotto il nome di hip hop.
È un modo di rispondere, dar voce, dare visibilità a problemi ed esperienze che i giovani stanno vivendo sulla loro pelle.
Questo movimento culturale incide nell’immaginario dei giovani neri che trovano nell’hip hop e in particolare nel rap uno spazio per raccontarsi e celebrarsi.
Proprio perché nasce da situazioni estreme di vita – la strada – quest’arte riflette nei suoi suoni e nei suoi testi questo ambiente. È musica che interpreta, provoca, profetizza, da sfogo, intrattiene, distrae, diverte, divide, polarizza, scandalizza.
Come tutti i linguaggi, assume varie sfumature e toni diventando anche veicolo e sfogo di violenza, rabbia, ostentato machismo, incoerenza, ecc. È un genere che privilegia la parola e dà spazio alla narrazione della vita quotidiana. La danza è il suo naturale supporto coreografico. Il corpo e i movimenti delle mani integrano e accentuano i passaggi verbali.

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Come si deve comportare quindi un educatore/trice davanti ad un/a giovane appassionato/a di musica rap?
È molto probabile che quando un giovane approfondisce la sua passione e conoscenza di questo genere musicale, condivida un tipo di visione della vita socialmente critica e politicamente orientata. È probabile anche che questa identificazione scaturisca dalla sua esperienza di vita, da un tipo di marginalità sperimenta in famiglia o a scuola. La musica allora diventa per lui luogo di identificazione, di riconoscimento della propria esperienza e identità. Questo tipo di identificazione lo porterà a disprezzare tutta quella musica commerciale simbolo di quel mondo di gente che lo ha in un certo senso marginalizzato. Anche nel modo di vestire rispecchierà il suo sentire e vedere.
Ci troviamo quindi davanti a qualcuno con i gusti forti e distinti, con quell’uso della musica che Simon Frith definirebbe discriminante e, proprio per questo, capace di imprimere forte identità.

Alla base di qualsiasi processo educativo, che voglia stabilirsi al di fuori di istituzioni come la scuola, indispensabile è l’amicizia: bisogna saper gettare segnali sinceri di empatia. Come sempre il nostro interesse per il mondo musicale è duplice. Il primo deve essere una sincera curiosità per i gusti musicali dei giovani. Anche se il rap lo sento come un’accozzaglia di suoni soverchiati da una voce a mitraglietta che mi spara addosso parole, non ha importanza, voglio sapere come le loro orecchie lo ascoltano, e come il loro cuore vive quell’esperienza di ritmo ipnotico e ossessivo. Ci lasceremo quindi guidare da loro. Facciamo l’esperienza di farci spiegare quali sono i passaggi importanti di un brano e scopriremo cose che le nostre orecchie non avevano «visto». Poi lasciamoci illustrare i testi che amano. Ne riporto uno che condensa in mirabile sinteticità e forza espressiva tutto quello che ho cercato di dire sul rap, convinto che potrà essere una piattaforma di interessanti discussioni. Il brano si intitola Potere alla parola (di Gesú) ed è tratto dall’album Verba Manent di Franckie HI-NRG MC.

Potere alla parola

Rap parola in effetto coacervo di metafore che esprimono un concetto assoluto e perfetto, un colpo diretto assestato al sistema dal profondo del ghetto spirituale in cui voglion relegarci ad affogare in quel mare di chiacchiere impastate solo di quella morale falsa e opportunista che usa la censura come arma di difesa e spara a vista su quanti – credimi non tanti – rifiutano ogni forma di controllo messa in atto dai potenti, dai signori che controllano l’opinione, da quelli che correggono le bozze del copione chiamato informazione in scena tutti i giorni sugli schermi di un’intera nazione... Questo è il veleno che ci vogliono inoculare, non esiste antidoto è la morte mentale, opponi resistenza non farti plagiare se non ti vuoi ridurre in uno stato terminale nella stasi comatosa di chi è incapace di pensare e preferisce lamentarsi se qualcosa gli va male. Agire, pensare, parlare, esplorare ogni capanna del villaggio globale, spalancare le finestre alla comunicazione personale, aprire il canale universale, dare fondo all’arsenale di parole soffocate dalle ragnatele di un’intera generazione di silenzio, questo è ciò che penso, la vita è la mia scuola e do potere alla parola.
Soggetto, predicato, complementi, senza troppi complimenti come un pugno sopra ai denti, il silenzio è dei perdenti, muti e sorridenti, immunodeficienti agli attacchi dei potenti che spingono la massa a colpi di grancassa nel basso del fosso, sull’orlo del baratro sigillano il feretro del dialogo con chiodi di garofano, grida represse in un clamore afono e il megafono catodico raccoglie e amplifica chiacchere diafane come ali di tafani che ronzano nell’afa del deserto culturale in mezzo ai ruderi di un epoca fatta di ideali mai raggiunti, vuoi per mancanza di costanza, vuoi di fortuna, vuoi di coraggio, vuoi cambiare cambia: questo è il momento di passare in vantaggio... Questo è il messaggio che ti sto indirizzando il crimine sonoro che sto perpetrando violando quel tacito codice incivile del silenzio da cui mi differenzio in quanto presenzio e sentenzio: ritmica la rima ossessiva e percussiva offensiva e persuasiva dirada la nebbia luminosa come il sole perché la lingua batte se la mente vuole...
Scruto l’orizzonte vedo un punto d’arrivo un traguardo e vado a rotta di collo inciampo e cado mi sbuccio le ginocchia ma non bado tiro il fiato mi rialzo mi tuffo e guardo la palude che ricopre quell’eldorado di ideali che sedimentati come fango ricoprono il fondo dello stagno in cui mi bagno, torbido e malsano si sa come è così, torbido e malsano ricettacolo di stimoli sopiti d’un passato ormai lontano sospesi in un limbo di silenzio inumano rotto dal vortice verbale che penetra sotto la pelle e fa male ma è giunto il tuo momento non stare a guardare dai, urla a squarciagola dai potere alla parola.

L’Heavy Metal e i suoi derivati

È più probabile trovare un ago in un pagliaio che stabilire quale sia stata la data di inizio dell’Heavy Metal (HM). Ciò che probabilmente si può prendere come caratterizzante l’HM è l’esagerazione sonora e scenica che ne accompagnerà l’evoluzione; alla sua base poi si possono individuare alcuni generi che hanno fornito gli elementi per l’alchimia heavy: la psichedelia, il blues, il rock’n’roll e il progressive. Questi ingredienti iniziarono a prendere forma del metallo pesante in gruppi come i Led Zeppelin, i Black Sabbath, i Deep Purple, i Grand Funk. Siamo alla fine degli anni Sessanta e non si può certo parlare ancora di HM, ma più propriamente di hard rock. È importante tenere presente però la decade degli anni Sessanta perché il rifiuto – da parte di una buona parte della gioventù – di quei valori cristiani che avevano modellato intere generazioni, fece allora fiorire l’interesse per le religioni orientali, per l’astrologia, per la magia, l’esoterismo e l’occultismo. Fu proprio in quegli anni che la figura dell’occultista inglese Aleister Crowely, fino allora ignorata, emerse con vigore. Grazie a due pellicole del regista Kenneth Anger Invocation of my demon brother e Lucifer Rising, per le quali Mick Jagger dei Rolling Stones e Jimmy Page dei Led Zeppelin composero le colonne sonore, il nome di Crowely si diffuse con successo. La sua immagine fu introdotta anche nel famoso disco dei Beatles Sgs. Peppers Lonely Hearts Club Band.
Jimmy Page spargerà un po’ dovunque all’interno della produzione dei Led Zeppelin l’immaginario crowleyano. Come sostiene Cedric Cunningham «Nei propri giorni di gloria, i Led Zeppelin (e Page in particolare) furono ben consapevoli del grande valore a livello pubblicitario di una pessima reputazione; nel corso di tutta la sua esistenza, la band fu sempre circondata da voci sinistre di ogni genere, che andavano da quelle relative a un patto da loro siglato col Diavolo in cambio del successo (come altrimenti, ci si chiedeva, avrebbero potuto diventare tanto famosi tanto in fretta dopo essere apparsi praticamente dal nulla?) a quelle riguardanti gli esperimenti fatti con la magia nera da Page, e che avrebbero avuto una parte nella morte del batterista del gruppo, John Bonham (il quale peraltro contribuì in larga misura al proprio trapasso con un consumo di alcol e di eroina decisamente smodato)». [7]
Ma è soprattutto il gruppo di Black Sabbath che daranno il via al genere metal. È curioso vedere come il fatto che questa band sia diventata il canale di ingresso della tematica infernale nel rock sia dovuto più al caso che ad una operazione studiata. Il nome fu tratto da un romanzo di Dennis Wheatley che uno dei componenti del gruppo aveva letto. La convinzione che questa band fosse legata con forze occulte e che disseminasse il culto di satana non trova una giustificazione nei testi dei primi album che erano più impegnati sul fronte di tematiche come la guerra, la droga, l’alienazione nello spirito del tempo. Assai rilevante da un punto di vista musicale fu il fatto che la band si ispirasse ad un blues rallentato ritmicamente fino a ridurlo quasi ad una marcia funebre. Su questo sfondo si introdusse il tagliente suono della voce di Ozzy Osbourne che si esibiva in lancinanti lamenti. Il successo della band era dovuto anche al fatto che stava finendo un periodo storico di idealismo e pacifismo; si affacciavano all’orizzonte anni di crisi e precarietà, nuvole nere incombevano sulla vita di molti giovani.
Una seconda fase che diede ulteriore spinta all’heavy metal fu il periodo che va dagli anni ’77 fino ai primi anni ’80. La scolta punk con la sua carica di immediatezza, rozzezza, energia, volgarità, ecc. offre nuovi stimoli e impulsi al «metallo pesante». Sono nomi come i Motorhead, Iron Maiden, Def Lepard, Saxon, Sampson, Angelwitch, Raven, AC/DC, Judas Priest che dominano la scena incendiando la working class britannica. Da questa musica si sprigiona energia, come sostiene Luca Signorelli: «Il metal ha nel proprio DNA una serie di peccati originali che lo rendono, ora più che mai, poco accettabile. È rumoroso (…), immensamente poco corretto, politicamente o non (…) tocca una serie di aspetti ‘primari’, soprattutto nel campo della sessualità, morte e violenza, tuttora ritenuti di cattivo gusto dal resto del mondo». [8] Se il metal non è esagerato non è metal: è musica primaria, energia allo stato puro, non ha mezze misure.
Negli anni ’80, anni del trionfo dello star system con il dominio della scena mondiale di figure come Madonna e Michael Jackson, per molti giovani l’alternativa è rappresentata dal thrash e dal metal. Sono bands come i Metallica, gli Slayer, Megadeth, Testament, ecc. che denunciano il marcio nascosto dietro l’apparente benessere degli anni ’80 attraverso una musica sempre più violenta e un ritmo sempre più veloce, derivati dal punk. Sono anche gli anni di un HM più spettacolare e commestibile come Bon Jovi e gli Europe. Più ambiguo e altrettanto sinistro è invece il glam heavy di gruppi come Mötley Crüe, Poison, eccessivi in tutto: nel sesso, nell’uso della droga, nel modo di vestirsi, in atteggiamenti folli.
La dimensione del Metal più sinistra però deve ancora arrivare e sono gli anni ’80 e ’90 ad introdurla. Si chiama Black Metal, espressione di un miscuglio di disagio sociale, occultismo, ideologia di estrema destra, spirito ferocemente anticristiano e anticommerciale. [9]
«I Venom si resero famosi per il loro appoggio e la loro approvazione del satanismo; dal punto di vista tematico, essi fecero della blasfemia la propria caratteristica principale, e alla luce di ciò non sorprende il fatto che molti ragazzi, cresciuti in ambienti dominati da una soffocante morale cristiana, considerassero la loro musica una sorta di via d’uscita, perlomeno mentale, da tale ambiente: insomma il fatto che i Venom praticassero i riti da loro descritti era nel complesso irrilevante per quei ragazzi che trovavano diletto nel leggere affermazione come quella reperibile sulla copertina del secondo LP del trio inglese, Black Metal: «beviamo il vomito del prete /facciamo l’amore con la meretrice morente / succhiamo il sangue della bestia / e teniamo la chiave della porta della morte». [10]
Queste demenzialità aprirono la strada al rock satanico tratteggiandone i lineamenti principali: opposizione alla tradizione giudeo-cristiana, incessante ricorso alla bestemmia, ricerca del kitsch che raggiunge forme paranoiche, esaltazione della violenza. Ed è interessante notare come nei generi estremi siano proprio i fans a spingere per rinnovamenti sempre più esagerati: infatti, appena una band non dà il massimo – in senso positivo e negativo – immediatamente è considerata commerciale. La ricerca dei fans di questo genere musicale si rivolge quindi a esperienze di qualcosa di forte ed esagerato; qualcosa che si avvicina alle sensazioni che si provano negli sport estremi.
È interessante notare come il Black Metal sia nato in Norvegia e in questa nazione prosperi alla grande. Cunningham propone un’interessante ipotesi sulle ragioni di questa esaltazione per il Black Metal. Egli nota anzitutto come il Cristianesimo, organizzato in una chiesa nazionale nel 1537 sotto il patrocinio dello Stato, abbia profonde radici storiche ma una irrilevanza quasi assoluta nella vita della gente, tanto che solo il 3% frequenta la chiesa. Questo vuoto religioso è stato colmato nel corso degli anni da vari orientamenti religiosi e secolari. Così nelle coste meridionali del paese si è insediata la cultura evangelica, molto conservatrice e rigida: il consumo d’alcool e il ballo sono ritenuti altamente biasimevoli. Nel nord invece esistono comunità cristiane dove è proibito il possesso di televisori come anche il tenere le tende alle finestre. A questo va aggiunto un atteggiamento rigido contro ogni forma di violenza, censurata in qualsiasi mezzo di comunicazione di massa norvegese. La tradizione folkloristica presenta poi un mondo popolato di creature malefiche come i troll, streghe e tetre foreste: questo immaginario svolge certamente un ruolo ispiratore del black. Un’altra possibile ragione è il benessere che regna tra giovani e giovanissimi, che finiscono per non avere altro da desiderare se non esperienze estreme. [11] 
Non è possibile trarre conseguenze dirette tra quanto ipotizzato da Cunningham e il proliferare di Black Metal in Norvegia. Fa riflettere comunque il fatto che da una parte il leader di una band come l’inglese Venom dichiari in un’intervista «Guarda, io non predico nulla, né il Satanismo, né l’occultismo, né la stregoneria, niente; il rock è essenzialmente intrattenimento, e più in là di così non va», mentre poi molti giovani norvegesi abbiano preso e prendano estremamente sul serio questo tipo di musica.
Come esiste un Black Metal con i suoi temici occulti e satanici, esiste un Christian Heavy Metal i cui nomi sono: Die Happy, Eternal Decision, Bride, Gears of Redemption, Delivarence, Strypers, Believer, White Cross, Deuteronomium, Redemption, Metanoia. Anche qui le reazioni del pubblico e della critica, nonché delle istituzioni religiose, si dividono tra chi guarda con favore a questo genere di musica e chi invece vede un ulteriore attacco all’istituzione religiosa camuffata da temi cristiani.
La situazione attuale dell’HM presenta una scena sempre più articolata e contaminata di generi, dove forse l’elemento che rimane costante rimane il gusto per l’esagerazione. «Troppo brutali, troppo espliciti, troppo muscolari, troppo emotivi, troppo maleducati, troppo semplici, troppo chitarristici, troppo popolari» [12] e tuttavia nonostante la dichiarazione della morte del rock e i suoi derivati, fatta da nomi prestigiosi come Simon Frith, basta entrare in qualsiasi negozio di CD per vedere che uno dei settori fiorenti è proprio l’HM.

Punti di riflessione per l’educatore

Anche per l’heavy metal queste poche righe non fanno giustizia di tutto il complesso panorama culturale e di tutti i gruppi che si sono avvicendati e si avvicendano sulla scena. Ancora una volta però possiamo tentare di far emergere qualche traccia di riflessione in prospettiva educativa per coloro che si trovano di fronte a giovani che amano visceralmente questo genere musicale.
Mi sembra di poter individuare in esagerazione e alta energia i due aspetti caratteristici di questo genere. Il forte impatto del «metallo pesante» è percepito prima di tutto a livello fisico; è un suono maschio, che apre subito l’immaginario alla sfida, alla lotta, alla guerra, siano queste personali, razziali, cosmiche o apocalittiche. In questo senso proprio l’Apocalisse è il libro biblico che può illuminare l’educatore su certi aspetti dell’heavy metal. In esso infatti viene presentato lo scatenarsi di una guerra tra Dio e le forze del male, con grandi segni, cataclismi e simboli che costellano il racconto, ci sono poi tutti i riferimenti alla bestia, al suo numero, alla sua seducente azione sugli uomini.
Anche se oggi il ‘metallaro’ non porta necessariamente i segni della sua musica, tuttavia nell’immaginario collettivo è caratterizzato dai capelli lunghi alla vichinga, dal ‘chiodo’ (giubbotto di pelle nera borchiato), dal gusto per il colore nero, dalle magliette con disegni che mescolano personaggi tratti dalla mitologia nordica con tecnologia futurista, da tatuaggi su bicipiti muscolosi e da sguardi penetranti.
Le tematiche toccano aspetti primordiali come il sesso, la morte, la guerra, il diavolo, la dannazione, l’inferno, la violenza, ecc. sempre con toni estremi.
I fans dell’HM provengono spesso dalla classe giovanile operaia, anche se sono reclutati anche fra i cosiddetti ragazzi per bene o insospettabili.
L’HM si lega e contamina con generi forti e discriminanti come il punk, il thrash, l’hardcore, l’hip hop, o la tecno estrema, ma non potrà mai diventare musica pop.

***

Come comportarsi con giovani metallari? Anzitutto ricordandosi sempre che davanti a noi abbiamo una persona che, per quanto esaltata o strana possa sembrare, nasconde il desiderio di essere capita e amata per quello che è. Spesso poi dietro alcune tipologie di metallaro si nascondono ragazzi/e molto timidi, che trovano in questa musica quello che vorrebbero avere – forza, coraggio, orgoglio, energia, fisico, ecc. – che però non hanno e, per questo, spesso sono vittime, emarginati da quelle piccole ma potenti cattiverie che si sperimentano nella difficile età della crescita, in particolare nel passaggio dalla scuola media alle superiori. Proprio perché il mondo dell’heavy metal copre tematiche come l’occultismo, l’esoterismo, il satanismo, la necrofilia, ecc. non bisogna essere banali nei giudizi, né stroncare con battute ciò che i giovani, in questo momento, considerano importante. Conquistata la loro amicizia, bisogna entrare in un processo educativo sulle grandi tematiche che sono il bene, il male, la morte, la vita. Nel dialogo potrebbero emergere interessanti storie d’esperienze negative che il giovane ha vissuto e che ora fanno parte della sua morbosità od ossessione.
Bisogna ricordare che i giovani hanno più buon senso di quello che gli adulti concedono loro, e che sanno distinguere molto bene intrattenimento, finzione, apparato scenico da realtà e convinzione.
Spesso, l’avventurarsi in esperienze forti o estreme da parte di giovani è dovuto al fatto che nella loro vita non hanno molte proposte dove sentirsi protagonisti. Per molti giovani che hanno lasciato la scuola e lavorano, la giornata sovente vuol dire passare lunghe ore di duro lavoro. Questo grigiore orienta tutte le aspettative e le frustrazioni sul fine settimana e su qualcosa che possa rompere questa monotonia. A questo va aggiunto una carenza di ideali, una povertà culturale e un mondo di adulti capaci solamente di criticarli o biasimarli. Questo è l’orizzonte nel quale si muovono molti giovani, anche oggi. Non c’è da stupirsi poi delle loro bravate, dell’esplosione di forme di violenza, di rabbia. La musica sovente diventa la colonna sonora di queste vite e l’heavy metal è il genere musicale di questi scenari di grigiore metropolitano.
Concludo riportando uno stralcio dal libro di Patricia Wolf C’era una volta il metal che sembra riassumere molto bene ciò che un giovane sente e vive con questa musica.

Max è un giovane che lavora nell’officina meccanica dello zio, che gli da montare un’autoradio su una Porsche; per veder se funziona inserisce una cassetta che era nella macchina.

«Alle prime note drizzo le orecchie. Cristo, come si tratta il commenda. Ma questa è roba di Dumbo, il figlio. Il ragazzo pieno di grana. Musica modernissima, certi svisi di chitarra da brividi e il rullo che spacca. Tiro fuori la cassetta.
Chi sono? C’è scritto Saxson. Rinfilo il nastro e me l’ascolto in beato silenzio per dieci minuti. Favoloso. Roba da non credere. Mai sentito prima. Mi prende la voglia boia di ringraziare zio Mario e dirgli che può anche risparmiarsi l’extra per l’orario lungo. Mi ha regalato un’emozione da sbraco».

Il racconto prosegue con una serie di flash back dove ripensa a suo cugino che vive a Milano, che veste sempre all’ultima moda e frequenta discoteche, ed esprime tutto il suo disagio e disappunto per quel mondo di paninari. Poi finalmente Max, che abita invece a Centocelle in due camere e una cucina da condividere con cinque persone, si reca nei pressi della stazione per comprarsi i suoi primi dischi di metal. Non potendoli ascoltare sul suo giradischi perché troppo vecchio, si fa ospitare da un suo amico.

«La sera stessa ero da lui, a centellinarmi goccia dopo goccia quell’assalto frontale. Brividi lungo la schiena, caldo sul viso, negli occhi. Le mani strette alle cuffie. Quella sì che era vita. Altro che mio cugino Filippo. Altro che disco-dance. Heavy rombante che ti penetrava i timpani e si distribuiva nel tuo sangue, nelle tue ossa. Sentivi le corde delle chitarre che si strappavano dentro, ti arrivavano ai nervi. Era molto meglio che correre in moto, meglio che fumare uno spino, meglio che azzardare il windsurf. Era roba magica. Da quel momento fu metal». [13]

***

Nel prossimo articolo esploreremo il mondo dello star system. Quanto c’è di artistico e di originale nel mercato della musica? Che spazio rimane alle scelte musicali dei giovani quando il mercato discografico viene controllato da forti poteri economici? Perché le pop-rock stars hanno sempre un forte impatto sul mondo giovanile? A presto!!!

Alcuni siti per conoscere e approfondire i generi musicali

http://www.quipo.it/atosi/rock/gruppi/..%5Cgeneri.htm

http://it.dir.clubs.yahoo.com/Musica/Generi-musicali/

http://www.tuttitesti.it/generi_musicali/generi-musicali.htm

http://www.sussidiario.it/musica/generi/

http://www.samigo.it/top100/DEFAULT.html

http://www.italytravelnet.it/it/generale/news/generi/principale.html

http://100links.supereva.it/archivio/000717.html

NOTE

* Adinolfi F., Suoni dal ghetto. La musica rap dalla strada alla hit-parade, Genova, Costa & Nolan, 1989.

* Berger M. H., Metal, rock and jazz. Perception and the phenomenology of musical experience, Hanover (NH), Wesleyan University Press, 1999.

* Cachin O., Il rap. L’offensiva metropolitana, Trieste, Electa-Gallimard, 1996.

* Cunningham C. La legione nera. Black metal e rock satanico, Tremoli (CB), Strade Blue, 2001.

* Ferrarotti F., Rock, rap e l’immortalità dell’anima, Napoli, Liguori Editore, 1996.

* Kroes R., If you have seen one you’ve seen the mall. Europeans and American Mass Culture, Urbana, University of Illinois, 1996.

* Pacoda P. (ed.), Potere alla parola. Antologia del rap italiano, Milano, Feltrinelli, 1996.

* Rose T., Black Noise. Rap music and black culture in contemporary America, Hanover (NH), Wesleyan University Press, 1994.

* Signorelli L., Heavy Metal. I classici, Firenze, Giunti, 2000.

* Signorelli L., L’estetica del metallaro. Là fuori ci sono solo mostri, Roma, Theoria, 1997.

* Walser R., Running with the devil. Power, gender, and madness in heavy metal music, Hanover (NH), Wesleyan University Press, 1993.

* Wolf P., C’era una volta il metal, Roma, Le streghe, 2001.



[1] Bazin H., La cultura hip hop, Lecce, Besa, 1995, p. 27.

[2] Citazione di Bambaataa nel libro di Adinolfi F., Suoni dal ghetto. La musica rap dalla strada alle hit-parade, Genova, Costa & Nolan, 1989, p. 23.

[3] Bazin H., La cultura hip hop, p. 195.

[4] Bazin H., La cultura hip hop, p. 39.

[5] Ferrarotti F., Rock, rap e l’immortalità dell’anima, Napoli, Liguori Editore, 1996, p. 99-100.

[6] Barbero J. M., Mass media as site of resacralization of contemporary cultures, in Hoover M.S. – K. Lundby (eds.), Rethinking media, religion, and culture, Thousand Oaks, Sage, 1997. p. 115.

[7] Cunningham C., La legione nera. Black metal e rock satanico, Tremoli (CB), Strade Blue, 2001, p. 13.

[8] Signorelli L., Heavy Metal. I classici, Firenze, Giunti, 2000, p. 7-8.

[9] Cf Signorelli L., Heavy Metal. I classici, p. 12-13.

[10] Cunningham C., La legione nera, p. 19-20.

[11] Cf Cunningham C., La legione nera, p. 35-38.

[12] Signorelli L., Heavy Metal, p. 7.

[13] Wolf P., C’era una volta il metal, Roma, Le streghe, 2001, p-14-15.