Giuseppe Morante

(NPG 2002-03-75)



Il problema

La «libertà» appare a ragazzi e adolescenti una parola magica. Una specie di specchio delle proprie brame per realizzare sogni e inseguire fantasie. E non sono aiutati ad accorgersi che il più delle volte si tratta di perseguire pseudo-valori e false realtà, perché l’uomo non può andare contro la propria natura, pena delusioni e fallimenti esistenziali…
L’identità della persona consiste nella coscienza della libertà, intesa come capacità interiore di realizzarsi secondo un proprio personale progetto. Ma l’uomo di oggi crede molto nella scienza e nella tecnica e sta quasi inconsciamente rischiando di rimanere schiavo dei prodotti delle sue stesse mani.
Anelando profondamente al massimo possesso della sua «libertà», rischia di perdersi.
Non è questa, detta in parole semplici, la riflessione fatta a più alti livelli (filosofici, politici, economici…) che porta poi adolescenti e giovani ad essere cittadini inconsapevoli di una situazione umana che alla fin fine si traduce in una illusione devastante?
Al contrario, è necessario non dimenticare la propria storia; è necessario fare memoria di valori che certamente hanno costituito dei paletti entro cui costruire un mondo più a misura d’uomo, riscoprendo una identità che forse adolescenti e giovani di oggi rischiano di non saper raggiungere.
La tradizione umanistica cristiana insegna che bisogna considerare l’uomo nella sua storicità, dove egli si realizza come sintesi instabile di valori corporei (e quindi legati alla concretezza del contesto in cui vive) e spirituali (e quindi trascendenti) in una continua ricerca di equilibrio-sintesi.
La corporeità fa prendere coscienza che ognuno è situato nel contingente, costretto a fare i conti con il suo spazio-tempo, e con i propri limiti personali e temporali. E da questo punto di vista si può tranquillamente affermare e inculcare che la libertà assoluta non esiste, perché siamo soggetti a tanti condizionamenti… Ognuno ne fa esperienza ogni giorno!
La spiritualità fa comprendere che si può oltrepassare la situazione contingente, sia perché si hanno radici nel passato e si è proiettati verso un futuro, sia perché si possono comprendere, acquisire ed esprimere valori che hanno un rapporto con il trascendente.
La libertà quindi non può essere intesa in senso assoluto, ma sempre in relazione ad una situazione, ad una con-vivenza che la esprime; né può essere goduta come bene acquisito una volta per sempre. Si tratta di una conquista graduale e progressiva.
Intesa come conquista, allora, la libertà non è mai raggiunta definitivamente, ma si attua superando progressivamente i limiti dell’esistenza. I mali vanno evitati appunto in quanto mali, cioè come aspetti che riducono, limitano, rallentano o arrestano la crescita umana dell’individuo: ma possono essere recuperati per quel nucleo che in essi v’è di realtà dotata di significato e di valore. Perciò la conquista delle libertà comporta un lungo cammino individuale e collettivo.
Tale cammino implica il passaggio da orizzonti limitati a più ampi traguardi che non solo fondano in maniera più radicale e universale quella norma che regola la libertà individuale, ma corrispondono alla conquista di un più elevato grado di essa.
Infatti la persona che non apprezza altri valori che quelli suoi particolari, può far trasparire una certa «spontaneità», che però non è sempre sinonimo di libertà; chi invece organizza l’esistenza nel suo ambiente e la coordina in collaborazione con gli altri, può apparire più inter-dipendente, ma è certamente attore e realizzatore di storia propria ed altrui.
Il processo di identità adolescenziale, perciò, deve mettere il ragazzo davanti ad una verifica: l’autonomia attualmente goduta gli fa realizzare la costruzione del proprio progetto di vita?

La proposta: per una educazione alla libertà

* In questo orizzonte di senso si pone il problema dell’educazione alla libertà: mirare cioè alla maturazione della persona, perché si è liberi quando si è autenticamente se stessi, e cioè non soltanto in relazione al proprio temperamento e alle proprie attitudini, ma soprattutto sviluppando quei valori umani su cui si è fondati per realizzare in sé l’uomo o la donna, secondo «un proprio progetto cristiano». È l’età in cui è necessario innestare un processo di autodisciplina, intesa come coscienza critica e dominio personale nelle scelte che permettono di essere di più, di dare qualità umana alla propria esistenza, di acquisire abitudini di libertà.
Infatti questa educazione non si identifica con un insegnamento rivolto a sviluppare tecniche per l’autonomia e la decisione personale, che pure sono indispensabili, ma deve mirare a concrete forme espressive di libertà in senso globale, ossia all’acquisizione dei valori più autenticamente e pienamente umani, vissuti nella tonalità che caratterizza l’individualità di ognuno.
L’educazione alla libertà perciò comporta l’educazione all’umanità piena e riuscita, che per i cristiani è la crescita umana nel progetto di Dio. Ogni educazione è autentica se è promozione di umanità nella sua integralità e unitarietà personale. E siccome la persona è irripetibile, educare alla libertà significa permettere che ciascuno sia autenticamente se stesso, interiormente libero, del tutto cosciente dei condizionamenti interiori ed esteriori, da valorizzare in vista della propria riuscita.
Ne segue che non si può educare alla libertà con metodi coercitivi, ma caso mai stimolare, persuadere, convincere ad essere liberi. Educare alla libertà sottolinea fortemente più il concetto positivo di vera libertà (libertas specificationis = fare questo o quello) che il suo negativo (libertas exercitii = fare o non fare).
Il momento negativo è importante per superare il determinismo e il fatalismo, ma da solo non promuove la libertà. Ha senso in contrapposizione al momento positivo, che è quello che più propriamente realizza un cammino di educazione alla conquista della libertà.
Peraltro in un contesto culturale come è l’attuale – segnato da atteggiamenti individualistici, utilitaristici, efficientistici e presentistici – l’educazione ad essere veramente liberi è anche stimolo a crescere nella responsabilità e solidarietà, nella ricerca condivisa del bene comune, nell’impegno di partecipazione civile per la promozione e la tutela dei diritti umani di tutti e di uno sviluppo dal volto umano per tutti i popoli e per le generazioni venture.
Come tutte in le forme di educazione, si richiede anche istruzione e motivazione, dialogo e discussione, senso critico e senso della realtà, ma soprattutto capacità creativa e senso dell’utopia: vale a dire di gusto per la forza di ideali che valgono la pena di essere realizzati, seppure in misure sempre limitate e parziali.
Ma specificamente, occorre esercizio, sperimentazione, tirocinio guidato, o, forse meglio per i ragazzi di oggi, sostenuto e accompagnato. Occorre, cioè, far pratica di libertà nel concreto della vita comune del tempo, delle istituzioni, delle forze effettivamente disponibili. E sarà necessario anche aiutare a trovare la discrepanza ottimale tra ideale e reale, ad essere coraggiosi e prudenti allo stesso tempo, a toccare con mano possibilità e limiti personali e sociali. Ma saranno pure necessarie opportune e scadenzate forme di valutazione, di verifica e di supervisione interpersonale e (o anche) comunitaria.

* Si può dunque affermare che la libertà è una esperienza fondamentale della vita umana; e giustamente ragazzi ed adolescenti si devono impegnare a raggiungerla, e soprattutto a giustificarla. Sorge però una domanda indilazionabile in ogni processo educativo: a che serve la libertà, quale ne è l’origine?
A questi interrogativi gli uomini e le religioni da sempre hanno dato risposte diverse. La bibbia ha una sua visione originale: «Adamo è signore sopra ogni cosa, ma deve rispondere a Dio dei suoi rapporti». Non esiste relazione autentica senza libertà; e non esiste libertà autentica senza libertà (Gn 2,15-17). Di questa relazione è testimone il popolo di Dio, protagonista di un cammino di liberazione dalla schiavitù alla libertà, dalla schiavitù al servizio.
Si dà però il caso che nelle condizioni attuali di vita, molti adolescenti (ma anche gli adulti) hanno paura della libertà, e quindi sono portati a fraintenderla. È chiaro che senza libertà non esiste vera identità umana. Non solo, ma non esiste credente, se la fede è una risposta libera all’invito di Dio. Il vangelo presenta un Gesù come uomo veramente libero e liberante.
La prospettiva biblica è quella di una libertà in relazione che non ha niente a che vedere con una logica libertaria individualista: «faccio ciò che voglio»; «seguo ciò che mi piace»; «inseguo ciò che è utile alla mia persona in questo momento…».
L’autonomia delle scelte esistenziali che l’adolescente persegue, non può identificarsi in quella «auto-nomia», che significherebbe «io sono legge per me stesso». L’auto-nomia biblica deve essere «theo-nomia», cioè relazione a Dio e al suo progetto sull’uomo. La legge è prima di tutto dentro l’uomo; e l’uomo per realizzarsi deve rispettare la sua «interiorità», che poi è la coscienza ed il sacrario della propria libertà.
Le grandi e le piccole scelte della vita ci fanno continuamente sperimentare che la libertà è, come ogni valore, elemento interiore all’uomo: non si può né comprare, né donare. In tale situazione ogni circostanza umana, lieta o triste che sia, può facilitare o ostacolare l’uso della libertà, ma non la può eliminare, pena la perdita della dignità della persona.
Il processo del diventare liberi interiormente, perciò, comporta un esercizio lento, continuo, progressivo, dalla nascita alla morte. E non solo individualmente, ma anche comunitariamente, perché la vita dell’uomo si realizza in comunità.

* La chiesa insegna che la libertà interiore rappresenta per il soggetto un diritto primario, costituisce il sacrario della propria coscienza (cf la dichiarazione conciliare Dignitatits Humanae), anche rispetto alla stessa libertà esteriore nelle sue tante forme. È un diritto che ogni persona deve assicurare da sé a se stesso, ed ogni uomo deve rispettare in tutti gli altri uomini.
La storia insegna che si può estendere ad altri i benefici di una libertà esteriore ottenuta; ma nei confronti della libertà interiore può esserci soltanto un aiuto misurato; l’effetto è tutto e solo del soggetto che se ne impossessa.
Come aiutare i ragazzi a raggiungere questa libertà interiore? Non esistono ricette. È del tutto inutile parlare di definizioni: può solo essere accennato qualche tratto, qualche aspetto che la faccia amare e, di conseguenza, volere, nonostante il suo alto costo di rinunce.
Un primo passo può essere quello della emancipazione dai condizionamenti esteriori (e in tale prospettiva l’adolescenza ne dovrebbe mostrare i tratti essenziali…), ma anche da ogni schiavitù interiore, per dare una forma diversa alla propria condizione interna.
Ma se le dipendenze esteriori sono evidenti e facilmente disapprovabili, quelle interiori ai ragazzi appaiono più difficili, perché più ingannevoli, sfuggenti, facilmente identificabili con tratti simili a quelli della «libertà». Anche perché parecchie dipendenze interiori possono loro sembrare pesanti, opprimenti, e molte di loro danno una parvenza di sicurezza.
In tale ambivalenza, dovuta spesso all’età, ma anche alla condizione umana poco illuminata, la liberazione dalle dipendenze esterne non soltanto non facilita direttamente la liberazione da quelle interne, ma, per assurdo, addirittura le rafforza o ne crea di nuove. Operativamente, è proprio e solo la liberazione volontaria dalle schiavitù interne che rende la persona «non condizionabile», perché non avendo dipendenze interiori non ha da temere né ricatti o imposizioni inchiodanti da forme coercitive esteriori. In una parola è libero chi lo è interiormente, nella propria illuminata coscienza.
Una certa sana filosofia riteneva libero colui che è «causa di se stesso», cioè chi prende da se stesso il motivo, la forza, la direzione per il proprio agire. Ma – è chiaro – dentro un progetto da realizzare. Tra i tanti pensatori che hanno sostenuto questo progetto, citiamo Tommaso d’Aquino. Egli lo utilizza anche commentando Giovanni 15,15: il passo in cui Gesù dice ai suoi di averli chiamati amici e non servi; li ha, infatti, considerati liberi. «Causa di se stesso» significa scoprire la forza che è in sé e che spinge ad agire da se stesso: questi è libero, perché, ancora una volta, attinge direttamente da quel punto vitale che segna la sua dipendenza liberante da Dio.
Il romanziere russo Dostoevskij descrive l’uomo come un essere capace di «infinito bene e infinito male». Questo sconfinata potenza può indurre nell’uomo la paura della libertà assegnatagli da Dio, e la voglia di consegnarla, al fine di non doverla più gestire da sé e sopportare una gravosa solitudine e la responsabilità. Talune istituzioni sono pronte ad accoglierla, a sottrarla all’uomo, sì che lui si senta reso sicuro, anche se resta inesorabilmente mutilato. Questa suggestiva visione è da lui narrata nella «Leggenda del grande Inquisitore». Si può spiegare con tale intuizione inquietante la situazione di tanti adolescenti costretti a rintracciare costantemente la linea di demarcazione tra la fuga e il dono, tra il disimpegno e l’impegno.

* Una prima conquista della libertà interiore dunque può costituire un serio avvio, anche per i nostri ragazzi, alla volontà di estirpare le condizione che portano male all’uomo, nelle varie forme di sofferenza inflitte agli altri. Di questa sofferenza, di cui tanti uomini e donne sono vittime – dal momento che esiste una solidarietà nel bene come nel male –, dobbiamo prendere coscienza che tutti possiamo essere colpevoli. Cristo insegna che da questo male è difficile liberarsi, poiché infinite sono le sofferenze che si possono infliggere, anche senza che questo appaia minimamente.
Individuare, e quindi rimuovere ogni schiavitù interiore, consente il primo atto della libertà interiore: decidere di diventare la persona che si è (chiamato dal nulla all’esserci per un atto d’amore e con un’interpellanza diretta); scegliere la qualità di questo medesimo io (che può avere come modello di riferimento solo Dio); motivare (la forza che muove) ogni scelta grande o piccola.
La libertà interiore deve apparire agli adolescenti nella sua bellezza concreta, con un suo fascino. Non la si può spiegare con concetti esatti, con presentazione logica stringata. Bisogna che sia lasciata trapelare e intravista come una conquista e un dono che descrive tutto l’essere umano: il modo di parlare, di agire, di scegliere, di desiderare, di comportarsi con chi sta in alto e con chi sta in basso. Soprattutto i ragazzi devono avvertire che è tale libertà a dare alla persona la capacità comprensiva degli avvenimenti, la forza di affrontare in modo giusto la sfortuna e la fortuna, la povertà e la ricchezza, l’insuccesso e il successo, la paura o il superamento degli ostacoli.
La libertà interiore perciò non va confusa con l’arbitrio, il tutto permesso, la capricciosità dissimulata; non si identifica con l’invadere, il mortificare, il soffocare la libertà altrui.
È interiore quella libertà che fa il massimo beneficio a sé e, contemporaneamente, agli altri, perché è rivelatrice di un aiuto ricevuto, messo a frutto e partecipato; è entrare in una dinamica di reciprocità vitale.

L’operatività

Esercizi che possono aiutare gli adolescenti ad entrare nell’ottica della riflessione sul senso della libertà per il raggiungimento della propria identità sono costituiti da tre passaggi che aiutano a scoprire che cosa è veramente libertà interiore, come conquista del bene personale e comune.

* Liberi dai capricci, dai comodi-piaceri, dalle tentazioni delle evasioni.
Se mirare alla conquista della libertà interiore è la finalità suprema di ogni educazione alla conquista della autonomia personale, nel rispondere al piano di Dio, tuttavia, i ragazzi vanno aiutati a fare un cammino progressivo.
Il primo traguardo nel processo di liberazione si raggiunge attraverso il superamento delle costrizioni esterne: il bimbo gradualmente si libera dalla dipendenza dell’adulto e man mano che cresce arriva a rifiutare ciò che gli viene imposto dall’esterno, per poter affermare la propria volontà e assumere le proprie responsabilità di fronte a se stesso e al proprio ambiente.
Così raggiunge una prima liberazione personale; è ciò che con linguaggio biblico chiamiamo «esodo», cioè uscita da una situazione di dipendenza da condizionamenti esterni ed anche interni a se stessi. La coscienza di questa conquista porta ad assumere atteggiamenti di responsabilità nei confronti di se stessi e degli altri. È vero però che questa «liberazione» non viene raggiunta se non ad una certa età. La si può conquistare, man mano che una persona diventa adulta, attraverso un esercizio progressivo di conquiste da fare secondo un proprio progetto.
E non è neppure una conquista meccanica che si realizza con la crescita. Ci possono essere degli adulti che si sentono ancora fortemente dipendenti da condizionamenti, per cui fanno fatica a raggiungere la vera libertà interiore... Sono ancora come dei bambini!

* Liberi per raggiungere la propria coscienza personale circa il senso della vita.
Liberarsi dai pesi esterni è solo un primo traguardo nel cammino verso la conquista della libertà, anche se è un esercizio che impegna l’adolescente per tutta la vita. Ma ciò non basta, perché egli non è solo, ma vive per gli altri e con gli altri.
Essere liberi per quale scopo, allora?
L’uomo realizza se stesso quando si impegna per liberare gli altri dalle situazioni di povertà, di ignoranza, di sofferenza, di solitudine, di peccato: sono le possibili direzioni di una vita spesa nella realizzazione di un progetto valido.
L’adolescenza è l’età giusta per le prime fondamentali scelte di vita: proseguimento degli studi o scelta di un lavoro e con quali criteri e atteggiamenti realizzare la scelta? La riflessione sulle proprie inclinazioni-capacità e sulle necessità dell’ambiente in cui si vive, come appello, potrebbero essere le direzioni di marcia verso la realizzazione di questa libertà che impegna tutta la vita in un progetto preciso.

* Liberi per realizzare con gli altri il progetto di vita che risponde alla propria vocazione.
Poiché si vive con gli altri e per gli altri, anche la conquista della libertà non può essere un esercizio che si può fare da soli. Nessuno infatti si libera da solo, perché gli uomini sono legati da una solidarietà: liberi si diventa insieme a coloro con cui si vive, con cui si condivide lo sforzo per impegni comuni verso un progetto.
La dipendenza dagli adulti provoca spesso nei ragazzi insofferenza... Come si può giudicare questa situazione? Il cammino della libertà comporta la ricerca e il confronto dei rispettivi punti di vista, l’allargamento dei propri orizzonti, per non rimanere prigionieri del proprio piccolo guscio. In nome di una falsa libertà si compromette spesso il cammino della vera libertà perché non c’è confronto, non si accetta l’aiuto e il consiglio di chi lo può dare disinteressatamente.