«Confessione? L’arciere che manca il bersaglio»

Inserito in NPG annata 2002.

 

Giacomo Ruggeri

(NPG 2002-03-46)



Premessa

Non ho detto e fatto...!

È sufficiente pronunciare la parola «confessione» nel bel mezzo di un gruppo di adolescenti, che avete il ritorno, in termini di risposta, in men che non si dica. Alcuni esempi:
«Non mi dire nulla: l’ultima volta che mi sono confessato, è stato per la cresima. Poi stop».
«Io ripeto le solite cose, al prete: non ho detto, non ho fatto... Anche perché lui fa lo stesso con me, dicendomi le stesse frasi».
«Che mania sarà, quella di indagare sul sesso; certo che non se ne può più».
«Dopo essermi confessata, non mi sento diversa. Mia madre mi stressa e così la faccio contenta».

Carta d’identità
Nome: confessione
Cognome: sono apposto con me stesso/a
Indirizzo: nel confessionale, non di certo dentro di me
Statura: breve, lunga
Occhi: non sempre è facile guardare dentro se stessi!
Segni particolari: il rischio di ripetere le solite cose è reale, giustificato anche dal fatto che in fin dei conti non si è fatto nulla di male.

Eco di voci
Cosa ne pensano i giovani del sacramento della Riconciliazione, comunemente detto della «confessione»? Lo abbiamo chiesto ai diretti interessati, passando dai banchi di scuola alle sale giochi, dalle piazzette ai messaggi via e-mail. Ecco alcune testimonianze, utili per capire l’ottica da parte dei giovani stessi.

«Credo che aiuterebbe alla confessione, a percepirne meglio il significato, un buon rapporto con il sacerdote che confessa e che forma alla confessione. È un sacramento che ricorda la paternità amorosa di Dio, la sua disponibilità totale, il suo incoraggiamento, la sua vicinanza all’uomo ferito; ogni uomo che si confessa è una persona, una ragazza, profondamente ferita, molto più di quello che lei stessa riesce a comprendere. Il confessore dovrebbe aiutare a fare verità dentro se stessi, aiutare a ricordare quell’amore che il Signore dona per mezzo di lui. Spesso, invece, è un ascoltatore distratto, un giudice di ciò che ho commesso, un dispensatore di indulgenze. Il sacerdote che ho di fronte, quando mi vado a confessare, mi comunica la verità di questo sacramento?
(Antonella, 21 anni, studentessa universitaria)

«Ricordo l’ultima volta che sono andato a confessarmi: è stato per la cresima di mio fratello. Il prete mi ha detto che dovevo essere un buon padrino, che dovevo dare una bella testimonianza a mio fratello, ecc... Ma non mi ha chiesto nulla della mia vita. Ho visto che aveva fretta e mi ha dato la benedizione, ops, l’assoluzione e via. Sono uscito di chiesa amareggiato e deluso».
(Marco, 19 anni, lavora in fabbrica)

«Se mi chiedi di parlare della confessione, beh, la più entusiasmante che ho vissuto, e che porterò sempre nel cuore, è stata al campo invernale. Eravamo un gruppo di cinquanta giovani. Il don aveva chiesto a noi giovani se volevamo passare i primi giorni dell’anno in montagna, per sciare e stare assieme. Il don e i giovani della parrocchia (sala giochi, oratorio, ecc). Aveva assicurato che non avrebbe fatto la predica e così è stato. L’ultimo giorno però, ha fatto la proposta: ragazzi, oggi è l’ultimo giorno in montagna; sono disponibile per coloro che vogliono confessarsi. È un’occasione per fare verità e chiarezza dentro se stessi.
Sai che ti dico? Quella parola mi ha messo in crisi: fare verità. Quel giorno mi sono confessato e d’ora in poi, anche se non sempre vado a Messa, l’appuntamento con il don è sempre nei miei programmi! Grazie don».
(Luca, 18 anni, quinto anno al liceo scientifico)

«Confessione? Hai toccato un tasto dolente. Non ricordo nemmeno con precisione da quanto tempo non mi confesso più, non so nemmeno come si fa e cosa bisogna dire. A che serve andare da un prete e raccontargli i tuoi affari, brutti e belli? Quando voglio parlare con Dio, so bene come fare: inizio a parlargli, raccontando tutto di me. È un discorso a due, tra me e Dio. Perché mettere di mezzo un’altra persona»?
(Sara, 19 anni, barista)

«Da quando mio fratello è morto a causa di un incidente stradale, non ho messo più piede in chiesa e tanto meno mi sono confessata. Credimi, sono arrabbiata con Dio, al punto da non riuscire ad apprezzare la vita, mettere a frutto i miei talenti. Devo chiedere perdono per cosa? Per mio fratello che non è più con me e per le tante cose che non gli ho detto!? No, per ora non ci riesco. È più forte di me; vedremo più avanti».
(Anita, 19 anni, disoccupata)

Costruiamo insieme

Peccato, sinonimo di...?

Se vogliamo capire il perché di una disaffezione abbastanza generalizzata verso il sacramento della Riconciliazione, dobbiamo risalire a quale valore e spessore i giovani danno al termine peccato. Che concezione hanno peccato? Viene confuso con il senso di colpa? Quale il limite tra bene e male, giusto ed ingiusto? Non è questa la sede per rispondere a domande così profonde. Eppure, se ci pensiamo bene, uno dei perni sul quale si gioca il ruolo della confessione da parte dei giovani, è proprio sul senso di peccato.
Il peccato viene visto con un qualcosa da non fare, di sbagliato, di non corretto. Espressioni giuste, queste, ma incomplete. Perché il peccato è fondamentalmente la mancanza di amore verso Dio, come un arciere che, nello scoccare la freccia, sbaglia bersaglio.Il peccato è un non fare centro. Da tutto ciò deriva l’urgenza di aiutare i giovani a scoprire il vero senso del «fare peccato», ovvero del non amare. Si fa peccato anche quando non si ama se stessi, il proprio carattere, corpo e personalità. Non vi è solo peccato verso gli altri, ma anche verso di sé.

Quelle braccia al collo!

Quando la confessione non è ben vissuta, lascia un sapore amaro nel cuore di chi la vive (ed anche del celebrante, sempre che se ne accorga!). Ricorderò sempre le parole di una persona, al termine della confessione: «Oggi ho sperimentato le parole di Gesù, quando narra il ritorno a casa del figlio e il padre gli getta le braccia al collo, riempiendolo di baci. È bellissimo l’amore di Dio, un perdono così non l’avevo mai vissuto». Non ha bisogno di commento questa frase. Per tutti i sacerdoti, gli educatori e animatori dei giovani, possa essere un monito per vivere al meglio il sacramento più bristrattato tra i sette. Di certo fanno eccezione le confessioni ben preparate (sia a livello individuale che comunitario), curate nei testi e nei segni.
Domanda: abbiamo mai raccontato ai giovani del nostro gruppo il nostro modo di confessarci? Farebbe bene a noi e a loro. Anoi, come verifica di ciò che viviamo; a loro, come testimonianza di un sacramento preparato con amore e vissuto nella gioia (sempre che lo si viva così!).

Educare allo spirito di chiesa

Una voce giovanile: «Troppo spesso, per la mia esperienza, mi sono sentita dire una ‘predicozza’ e poi il commento: ok, ok, hai finito, vero?».C’è bisogno di più amore, di più interesse reale e di meno raccomandazioni. Il Signore ci perdona ed è il primo ad essere commosso e ferito dalle nostre ferite. È importante prendere del tempo con chi viene a confessarsi, specialmente se giovane. Educare a leggere la confessione più con uno spirito di fede-fiducia, che di rimproveri.
Educare allo spirito di chiesa: si sfugge dalla dimensione di essere tutti insieme in cammino, che Gesù non ha riunito dei singoli, ma ha formato una comunità unita per un unico cammino. Dio ama, salva e perdona, ma non lo fa come qualcosa di personalistico lontano da tutti gli altri. Spesso i giovani non vanno al profondo dei loro desideri, ma si lasciano trascinare da tutto quello che gli viene passato. Manca un rapporto sincero con se stessi. A volte c’è la paura di sentirsi obbligati a cambiare delle situazioni che si sanno sbagliate. Mi è capitata una ragazza che mi ha detto: «Se mi confesso, poi devo impegnarmi a cambiare, e non mi va!». Confessione è il coraggio di cambiare, di ripartire per scelte sempre più mature, libere e liberanti.

Prima delle parole, la Parola

Se provate a fare una indagine tra i giovani sulla modalità di confessarsi da parte loro, vedrete con sorpresa che sono pochi coloro che si preparano al sacramento con un brano della Scrittura. Prima delle parole dell’uomo, viene la Parola di Dio. Una parola sinonimo di amore, che precede le povere parole dell’uomo. Lo stesso rituale per il sacramento della Riconciliazione vede come fondamentale preparare l’esame di coscienza partendo dalle parole della Bibbia: vangelo, lettere di Paolo, i Profeti, ecc...
Ai giovani è bene consigliare di leggere la propria vita, facendo una sincera verifica, prendendo spunto dal brano di vangelo del giorno, proposto dalla liturgia. Oppure, se vi è già un cammino avviato tra giovane e confessore, utilizzare dei brani già concordati precedentemente.
Che sia la Parola di Dio ad aprire e chiudere il sacramento della gioia, una Parola che colma la povertà dell’uomo, portando vita nuova là dove era arido e desertico.

Attenzione a non dire solo...

... «da quanto tempo non ti confessi?». Incontrando un giovane per la strada o davanti al bar e alla sala giochi, la prima cosa che desidera sentirsi dire sicuramente è: «come va, come stai? La scuola, il lavoro?». Quando il giovane fa esperienza dell’accoglienza, dell’interessamento disinteressato, tutto ciò può dar vita ad un sentiero da vivere assieme, prete e giovane. Lungo la strada, statene certi, sarà spontaneo sentirsi dire: «don, hai un minuto per parlare in profondità». Alla prossima!