Educatori in una scuola che cambia

Inserito in NPG annata 2002.

 

Giuseppe Berretta

(NPG 2002-03-40)



Venti di passioni su una scuola che cambia. Venti che investono il nostro e gran parte dei sistemi scolastici del mondo occidentale. Perché se la scuola è lo specchio che riflette i cambiamenti della società, nello scenario degli incontri-scontri generazionali che la scuola rappresenta, vivono i profondi travagli delle trasformazioni culturali che hanno come attori giovani e adulti, gli uni quale volontà critica del presente, gli altri quali veicoli di una memoria che è ricchezza perennemente esposta all’inflazione della storia.

Il Novecento, nella sua rapidità di «secolo breve» – come lo ha definito Erik Hobsbawm – è stato attraversato da grandi eventi e vistosi mutamenti: dagli splendori della belle époque alle profonde lacerazioni di due conflitti mondiali, dai sogni idealistici di pensieri e governi forti che caratterizzarono i primi decenni alla caduta nella realtà dei campi di sterminio e all’orrore del sole nero di Hiroshima, dal boom economico degli anni Sessanta alle nuove schiavitù tecnologiche dei nostri giorni. Nel groviglio di tali cambiamenti, molte voci di maestri e profeti si sono levate: voci rassicuranti o inquietanti che hanno contribuito ora a risvegliare le coscienze ora a trovare nuovi alibi alle oscure pulsioni distruttive dell’uomo.
La scuola è come un teatro vivente in cui tutto ciò si è andato rappresentando. Negli anni Venti, ad esempio, una delle prime azioni del nuovo regime, fu proprio quella di riorganizzare tutto l’apparato dell’istruzione, disegnato sul modello di uomo della cultura fascista. La grande Riforma, affidata al filosofo Giovanni Gentile, costituì un’impresa destinata a segnare la scuola italiana per diverse generazioni e fino ai nostri giorni. L’avvento della Repubblica e le conquiste sociali della seconda metà del secolo hanno indicato nuove piste per il sistema della formazione dei giovani. Ma la politica scolastica del dopoguerra è stata lenta e disorganica: la stagione delle riforme, che ha dato il via a interessanti sperimentazioni, ha prodotto buoni ordinamenti, specialmente nella fascia dell’obbligo (riforme della scuola elementare, istituzione della scuola media unica, Legge 517 del 77), non integrati tuttavia in un complesso omogeneo che rappresenti in qualche modo la nuova filosofia dell’educazione pubblica in Italia.
Oggi, all’alba del terzo millennio, la frenesia di un mondo in continuo cambiamento pone altre domande circa la formazione dei giovani. Fino a ieri il problema consisteva essenzialmente nell’individuazione delle piste strategiche più idonee alla trasmissione del sapere da una generazione all’altra. Le grandi aree disciplinari comprendevano l’istanza culturale e il compito della scuola era quello di distribuire lungo il percorso formativo i contenuti e le forme delle specifiche scienze. L’apprendimento era in primo luogo acquisizione, quindi abilità di utilizzazione dei dati, sempre organizzati sulle coordinate logiche dello spazio e del tempo. Il modificarsi dell’esperienza soggettiva di fronte alla percezione di fuga della realtà oggettiva, proiettata a velocità sempre maggiori sull’onda portante delle nuove tecnologie, ha determinato il frantumarsi dei saperi tradizionali. Oggi non è più sufficiente la memorizzazione delle conoscenze: ciò che i mercati richiedono è la capacità di trasferimento (transfer) dei saperi sul piano delle applicazioni pratiche. Sapere non è di per sé potere: potere è essenzialmente saper fare per saper essere nel mondo concreto del fattuale.
Nel cuore di questa rivoluzione culturale due generazioni a confronto. Noi adulti, portatori di un patrimonio cui siamo legati, che ci appartiene, e in cui in qualche modo crediamo perché è il terreno nel quale affondano le nostre radici. E i giovani, i nostri figli, cresciuti nelle trame di un tessuto che noi stessi abbiamo loro approntato, spensierati, insicuri, arroganti, con la gran voglia di fare quello che vogliono, e disperatamente bisognosi di sapere quello che vogliono.
È un travaglio che la scuola vive con inquietudine. Le normative arrancano sulla strada di principi politicamente corretti; le riforme inseguono la corsa del tempo senza riuscire a fissare criteri di metodo e obiettivi. Gli insegnanti – perduta la rassicurante identità di cultori di discipline – soffrono l’ansia di doversi inventare giorno per giorno ruoli (di educatori? di maestri? di psicologi?) che diano significato alla loro azione e al loro mestiere. Intanto, nella realtà quotidiana, gli alunni li snobbano, li irridono, li compatiscono, misurandone il valore sulle quote della busta paga di dipendenti statali. Si salva dalla sconfitta solo chi riesce a modulare l’azione didattica sulle tracce del proprio estro creativo, sulle capacità naturali di empatia e di dialogo, sulla versatilità dell’intelligenza verbale. Molti altri, damnati ad pueros, sopravvivono in situazioni stressanti, osservando il trascorrere delle ore sul quadrante dell’orologio, in attesa del trasferimento o della pensione.
Né i nuovi dirigenti riescono a rappresentare i poli di riferimento dell’istituzione, la garanzia della professionalità degli operatori scolastici o la guida per i giovani docenti. Presi nella rete della burocrazia caotica e imprigionati nelle responsabilità della dirigenza aziendale senza strumenti di lavoro, disperdono gran parte delle loro energie nella gestione del quotidiano, allontanandosi sempre più e inevitabilmente dalle persone e dall’azione educativa. Il disorientamento dell’ambiente scolastico rispecchia il disorientamento della famiglia e della società di oggi. Il terreno di cultura dei ragazzi è un suggestivo caleidoscopio di forme e di colori, di forti richiami della sensibilità e di improbabili valori fondati sulle sabbie mobili dell’hic et nunc egoico e privo di orizzonti. In tale atmosfera rarefatta dal benessere materiale e dalla rimozione della sofferenza, la scuola deve cambiare, non solo per restare al passo con i tempi, ma per poter dare una risposta ai bisogni educativi dei giovani. Cambiamento che è anche riforma delle strutture e dell’organizzazione, ma che è innanzitutto ripensamento critico dei propri modi di essere e coraggio di rinnovarsi. Chi opera nella scuola deve sapere che riciclare la routine rappresenta la resa definitiva. Non c’è tempo per guardarsi indietro: per far fronte all’invasione del nulla e aiutare i giovani occorre mobilitare tutte le energie nell’ascolto attento dei loro bisogni, nella sperimentazione di nuove strategie pedagogiche, nella fiducia incondizionata sulla perfettibilità dell’uomo.

Queste considerazioni vogliono essere il punto di partenza per la nuova rubrica di NPG. Quale uomo di scuola appassionato del mio mestiere proporrò quest’anno ai lettori una serie di riflessioni sulla vita scolastica nella prospettiva del cambiamento e con immediato riferimento alla situazione attuale in Italia. Nella speranza che dalle mie provocazioni scaturisca un dialogo ricco di spunti e di utili confronti.