«Un talento che il Signore ci ha messo nelle mani»

Inserito in NPG annata 2002.


L’attenzione ai giovani negli Orientamenti Pastorali della Chiesa italiana

Cesare Bissoli

(NPG 2002-03-14)


Per una lettura corretta di ciò che gli OP dicono sui giovani (n. 51), comporta rispettare quello che è un criterio di fondo di questo documento così compatto e organico: il senso di ogni paragrafo va compreso entro il contesto, ossia occorre avere presente il significato globale di OP, gli orizzonti che vengono aperti, i criteri che sono proposti. Farne a meno è rischiare una lettura astratta e riduttiva del testo specifico.

La PG nel contesto degli Orientamenti Pastorali

1. Ciò che i Vescovi italiani propongono non è un progetto esaustivo di pastorale, ma degli Orientamenti da adattare nelle singole diocesi (n. 9), sicché quanto viene detto non è il tutto della pastorale, ma «alcune decisioni di fondo capaci di qualificare il nostro cammino ecclesiale» (n. 44). Le scelte proposte sono da considerare alla stregua di indicatori generali, punti di riferimento, a cui attenersi come ispirazione e come verifica, ma certamente non mortificanti idee e iniziative che possono essere più larghe e avanzate.
A proposito di giovani è fondato affermare che esiste in circolazione, nei libri e nella prassi, una progettazione pastorale più avanzata di quanto propone il testo della CEI, ma ciò non è dappertutto, e soprattutto ogni progetto è richiesto di verifica.
Siamo convinti che diversi modelli di pastorale giovanile esistenti non sono esenti da giudizio critico, specialmente dal punto di vista della loro validità teologica e culturale. Ebbene qui sono date alcune coordinate che hanno il pregio dell’autorevolezza ecclesiale, su cui utilmente confrontarsi.
2. Gli OP intendono segnare il cammino per un decennio, nel solco degli altri piani nazionali, a partire dagli anni 70. Hanno quindi una autorevolezza, per il fatto che sono firmati da tutto l’episcopato italiano. Tale autorevolezza però si esprime concretamente nel proporre delle opzioni pastorali ritenute urgenti e prioritarie, inquadrandole in una visione teologica ed ermeneutica ben precisa (i nn. 32-46 diventano la chiave epistemologica del testo episcopale). Vi soggiace una precisa strategia: si tratta di «comunicare il vangelo in un mondo che cambia». Quindi dei giovani si parla secondo lo scopo del documento, non dunque svolgendo una PG in genere, ma appunto in vista della comunicazione a loro del Vangelo in un mondo straordinariamente mutante. Di qui si capisce la scelta di parlare dei giovani e della famiglia insieme. Come si può infatti comunicare il Vangelo in un mondo che cambia trascurando la matrice di ogni comunicazione che è la famiglia, e specificamente l’anello generazionale rappresentato dai giovani, come soggetto ricevente, ma soprattutto come soggetto trasmittente?
Ancora, subito prima di parlare dei giovani, OP (nn. 47-49) segnalano fortemente il ruolo della liturgia, del giorno del Signore e della messa, evidentemente non come toccasana dei problemi della pastorale, ma come fattori essenziali di comunicazione del vangelo nell’attuale situazione mutevole. Chi tra gli animatori di PG si sente di negare il valore educativo di queste esperienze anche per i giovani, pur così alieni (o mantenuti tali) di fronte all’Eucaristia domenicale?
3. In terzo luogo va sottolineata la medietà di documenti come questi, che non possono esser manifesti di qualche associazione giovanile, ma che devono presentare ciò che tutti sono chiamati a fare, sapendo che alcuni sono oltre il testo, e altri non sono magari nemmeno partiti. È una esigenza di comunione che penalizza forse l’azione concreta individuale, ma aiuta a camminare insieme e crescere insieme in uno scambio di doni che unicamente produce una pastorale intelligente. Ma in verità nessuno impedisce di andare più avanti, come le ringhiere: impediscono non di camminare, ma di cadere.
4. Infine vi è una batteria di tratti caratterizzanti la nuova pastorale, un insieme di criteri concernenti finalità, contenuto, metodo e insieme valutazione. Sono indicatori di qualità assolutamente validi anche per la PG. Ricordiamoli.
* Un grande obiettivo domina tutto: recare con il Vangelo (bella notizia!) «la gioia e la speranza ad ogni uomo». È un binomio che appare una ventina di volte (dal n. 1 al n. 68) e che si associa alla vita, anzi che rende la «vita bella» (n. 25). Sappiamo quanto questo sia un’aspirazione diffusa tra le giovani generazioni!
* Ciò conduce necessariamente alla fonte originaria della vita e della speranza: l’ascolto della Parola di Dio che è Cristo in quanto Verbo incarnato. È il momento contemplativo nei confronti di Gesù Cristo, «l’Inviato del Padre», una contemplazione non passiva di un essere statico, ma dinamica, propria di chi avverte che Gesù è costitutivamente missionario, mandato dal Padre nel mondo per salvarlo.
Questa è una sottolineatura che propone l’interrogativo se e quanto questi nostri giovani vengono messi nella condizione di giungere alla sorgente della proposta cristiana, ad incontrare il Cristo del Vangelo, nella sua identità di missionario del Padre, o indugiano su percorsi anche belli e utili, ma inesorabilmente penultimi, o giungono a farsi di Gesù una idea sfocata, generica, riduttiva.
Non si dimentichi il giudizio allarmato dei Vescovi: «Ciò che è più preoccupante è il crescente analfabetismo religioso delle giovani generazioni, per tanti versi ben disposte e generose, ma spesso non adeguatamente formate all’essenziale dell’esperienza cristiana e ancor meno a una fede capace di farsi cultura e di avere un impatto nella storia» (OP n. 40).
Non si vuol portare i giovani in chissà quali astrazioni, ma certamente siamo chiamati, educatori ed educandi, ad un vero confronto evangelico, per comprendere a fondo di quale Gesù parliamo quando ne parliamo, perché Gesù è così proteso a portare salvezza e di quale salvezza si tratta, come realizziamo l’ascolto della Parola di Dio, e dunque il cammino biblico che vi soggiace…
* Se compito assolutamente primario della Chiesa alla scuola di Gesù è la comunicazione della fede (n. 4), tale comunicazione la Chiesa fa ad ogni uomo, con i tratti un Vangelo carico dell’«umanità di Dio» (così viene efficacemente viene definita la vita divina portata da Gesù, n. 35) a favore di un’umanità dell’uomo tanto fragile, che ha bisogno del Vangelo e ne è implicito ricercatore. Qui compare uno dei tratti più belli e qualificanti la nuova pastorale della Chiesa: la profonda simpatia e rispetto della persona umana sulla base che Dio ama le persone come tali, perché in esse vibrano «i fili invisibili della vita» (n. 2), perché tutti sono ultimamente figli del Padre. OP non si avvalgono mai delle categorie di «buoni e cattivi», di «vicini e lontani», ma considerano le persone dal punto di vista del diverso grado di tensione verso la fede: vi sono quindi coloro che vivono in pienezza la fede (comunità eucaristica) (OP n. 46s), quanti hanno il dono del Battesimo, ma possono averlo dimenticato (ma non per questo sono automaticamente da condannare, ed anzi possono essere persone di grande dignità, n. 57), quanti sono in cammino verso la fede (catecumeni), coloro che sono sulla soglia, o in ricerca, o con la voglia di ricominciare, infine gli uomini e donne cui riconoscere almeno la buona volontà (nn. 56-62). Una perla fra tutte: «La chiesa (alla scuola di S. Paolo), comprende che l’unico modo per rivolgersi agli uomini in maniera conforme alla grazia ricevuta è quella di parlare loro in ginocchio» (n. 63).
* Non possiamo tralasciare un altro tratto con cui i Vescovi italiani vedono il target di una «comunicazione del Vangelo in un mondo che cambia»: «una fede adulta e pensata» (n. 50). È il paragrafo che precede immediatamente quello dedicato ai giovani, che ne diventano sicuramente attori primari, per la tipica condizione giovanile di essere esposti «a sfide che non rendono agevole la fedeltà ai valori evangelici», ma anche con la consapevolezza che nel «rapporto vitale con il mondo di ogni giorno sono presenti opportunità per la crescita cristiana». E qui viene enunciata una prospettiva globale chiamata a lievitare ogni programma pastorale: «Ci sembra importante che la comunità sia coraggiosamente aiutata a maturare una fede adulta, ‘pensata’, capace di tenere insieme i vari aspetti della vita facendo unità di tutto in Cristo. Solo così i cristiani saranno capaci di vivere nel quotidiano, nel feriale – fatto di famiglia, lavoro, studio, tempo libero – la sequela del Signore, fino a rendere conto della speranza che li abita (cf 1 Pt 3,15)».
A ciò tendono, dicono i Vescovi, diversi fattori: il progetto catechistico nazionale, per tanta parte diretto alle giovani generazioni; l’abilitazione al discernimento evangelico comunitario delle situazioni della vita; il lavoro formativo dei giovani (li si nomina espressamente, non tralasciando la denuncia dolorosa che tale impegno appare non di rado carente o addirittura assente), perciò ricordando la necessità di entrare da cristiani negli ambienti comuni di vita: la famiglia, il lavoro e la scuola; tutto questo converge verso il superamento della scandalosa rottura tra Vangelo e cultura, tramite il ben noto e mal capito «progetto culturale orientato in senso cristiano».
5. Non è difficile cogliere la ricaduta positiva nella PG di queste esigenze e insieme lo stile di evangelizzazione che ne viene adombrato. Se ne fa portavoce quanto mai credibile Giovanni Paolo II nella sua personale relazione con il mondo giovanile. La Giornata mondiale della Gioventù a Roma 2000 l’ha testimoniato ampiamente. Il Papa l’ha enunciato come criterio pastorale primario in Novo Millennio Ineunte (n. 40), in un testo ripreso espressamente da OP all’inizio del paragrafo dedicato al mondo giovanile e messo da noi nel titolo di questo intervento: «Partiamo dai giovani, nei quali va riconosciuto un talento che il Signore ci ha messo nelle mani perché lo facciamo fruttificare». Per questo «nei loro confronti le nostre comunità sono chiamate a una grande attenzione e a un grande amore» (OP n. 51).
Si deve dire che il contesto del documento dei Vescovi è più significativo del testo dedicato ai giovani? Verrebbe da dire di sì. Certo questa contestualità dona un respiro più ampio di quanto viene detto in termini categoriali al n. 51, obbliga a comprendere le singole determinazioni con uno spirito di rinnovamento, di fiducia, di «conversione pastorale» (n. 46) e «conversione culturale» (vi è anche quella nel citato n. 50), tali da spingere ad una pastorale giovanile più radicale, più aperta, più creativa di quanto può apparire dal paragrafo ad essa dedicato.

Indicazioni specifiche

Come abbiamo accennato, se ne tratta esplicitamente al n. 51, cui potremmo mettere per titolo l’obiettivo proposto nell’«Agenda pastorale del prossimo decennio»: «Sostare con grande senso di responsabilità sul capitolo della comunicazione della fede ai giovani» (Appendice, 2 b).
L’esposizione del testo è lineare, tocca cose concrete, rievocando eventi, valutando situazioni, proponendo iniziative. Noi vi diamo una articolazione con titoli nostri.
* Come «guardarli»?
Riprendiamo la citazione di Giovanni Paolo II, riportata sopra, che è poi la chiave di lettura di tutto il paragrafo: «Ai giovani va riconosciuto un talento che il Signore ci ha messo nelle mani perché lo facciamo fruttificare», quindi occorre prestare loro «una grande attenzione ed un grande amore» (le stesse parole sono ripetute alla fine del paragrafo 51). Questo significa riconoscere che i giovani sono portatori in prima fila di alcuni valori del mondo moderno cui la Chiesa vuol comunicare il Vangelo. A questo proposito non poteva mancare un cenno alle Giornate Mondiali della Gioventù che i Vescovi italiani interpretano come una bandiera delle «molte speranze». Ormai questo evento anche da episcopati europei non è più valutato come un exploit grandioso ma chiuso a se stesso, bensì come un segno dei tempi da cui cogliere una istanza pedagogico-pastorale di grosso rilievo.
* Cosa comunicare e da chi?
La comunità cristiana adulta di fronte alle nuove generazioni ha una responsabilità precisa di trasmissione del Vangelo. Gli OP stilano una prima approssimativa sintesi di PG, ovviamente da elaborare, che tiene conto dell’esperienza storica, dagli anni ’70 in qui, ma di cui è interessante notare le cose dette, articolate, come sono, nel binomio attese giovanili e proposte pastorali.
In sintesi:
– si tratta di comunicare un vangelo che va incontro ad una «sete di senso», ad una carica di entusiasmo, di ricerca di autenticità, di anelito alla libertà;
– quanto alle proposte da fare, viene suggerito: [1]
^ promuovere «l’amore per la vita interiore, per l’ascolto perseverante della parola di Dio, per l’assiduità con il Signore nella preghiera, per una ordinata vita sacramentale nutrita di Eucarestia e Riconciliazione»; «la capacità di lavorare se stessi attraverso l’arte della lotta spirituale o ascesi…»;
^ stimolare «un’attenzione a tutto campo verso tutto ciò che è umano – la storia, le tradizioni culturali, religiose e artistiche del passato e del presente…»;
^ favorire «l’inserimento nel volontariato» non per vivere genericamente la carità, ma proprio per saper «amare da persone adulte, mature e responsabili»;
^ quindi occorre aiutare i giovani ad «assumere tutte le responsabilità della vita umana: studio, acquisizione di una professionalità, impegno nella comunità civile». «Le esperienze forti possono tanto più giovare quanto più si coniugano con i cammini ordinari della vita, che consistono nell’operare scelte di cui poi si è responsabili».
* Come fare questo?
«Creare veri laboratori della fede in cui i giovani crescano nella vita spirituale e diventino capaci di testimoniare il Vangelo». Il richiamo alla GMG 2000 è palese.
Concretamente: «Occorre impegnarsi perché scuola e università siano luoghi di piena umanizzazione aperta alla dimensione religiosa; sostenere i giovani perché vivano da protagonisti il delicato passaggio nel mondo del lavoro, aiutare a dare senso e autenticità al loro tempo libero».
* Un tema centrale.
La vocazione: «Dobbiamo far sì che ciascuno giunga a discernere la ’forma di vita’ in cui è chiamato a spendere tutta la propria libertà e creatività». A questo scopo si chiede «un maggior coordinamento tra la pastorale giovanile, quella familiare e quella vocazionale».

Una valutazione

A chi è dentro la materia, forse apparirà povera, «tradizionale» questa esposizione, ed effettivamente chi intende fare pastorale giovanile deve prepararsi a fondo teologicamente, antropologicamente, spiritualmente, pastoralmente, pedagogicamente. OP come al solito procedono sottolineando ciò che qui ed ora all’inizio di millennio appare più urgente, recependo dal contesto, come abbiamo fatto sopra, un quadro di significati e di istanze che favoriscono una comprensione più corretta e integrativa del pensiero episcopale.
Intanto cogliamo quelli che a mio parere appaiono i punti più fecondi e su cui verificarsi.
* Ai giovani (e alla famiglia) va dedicata «per gli anni a venire un’attenzione particolare» (n. 51).
Questo è il primo impegno: fare pastorale giovanile. Sembra scontato. E invece non lo è. Esistono comunità in cui non si fa nulla o quasi! Vuol dire, come per un obbligo di coscienza, mettere in atto un incontro educativo cristiano con i giovani e prepararvisi adeguatamente. Si sa di qualche riluttanza a ciò di attuali giovani preti, motivata per l’incapacità di saperlo fare e talora per una stupefacente mancanza di passione per i giovani. Ricordiamo una affermazione di Giovanni Paolo II nel centenario di Don Bosco (1988): «I giovani tornino ad essere la cura principale dei sacerdoti» (Juvenum Patris, 20).
* Va colta la sottolineatura del giusto atteggiamento da avere, prima ancora di qualcosa da fare: è atteggiamento verso ogni singolo giovane fatto di conoscenza, stima, amore e quindi ricerca di una relazione personalizzata, secondo il principio proclamato ed esemplarmente vissuto da Giovanni Paolo II: «Ogni giovane vale per se stesso», è «un talento che il Signore ci ha messo nelle mani». Può così manifestarsi meglio un aspetto alquanto trascurato, che i giovani sono un bene della comunità, non un gruppo a sé stante con il proprio viceparroco, da curare quindi con intelligenza ed amore perché i giovani sono i mediatori naturali, anello imprescindibile di trasmissione del Vangelo nel tempo.
* Quanto ai contenuti, si indicano gli elementi comuni dell’annuncio cristiano, ma con gli accenti posti sull’ascolto della Parola, la pratica della preghiera, la lotta spirituale su di se stessi. Si ricorda che il volontariato, così facile tra i giovani, non deve però diventare evasione, ma vero gesto di amore, il che è possibile se si sa vivere con amore e fedeltà la vita ordinaria con i suoi impegni di studio e di lavoro. Questo marcato richiamo alla fedeltà nell’ordinario viene incontro al rischio di abbinare esperienza cristiana con scenari eccezionali di entusiasmo, con i tempi e luoghi forti, con il conseguente imbroglio di una vita alienata dalla fede e di una fede fuori della vita.
* Quanto al metodo, non poteva mancare quello che la Giornata Mondiale dei Giovani ha ratificato come proposta formativa: «i laboratori della fede», impegnativi sì, ma gli unici capaci di una formazione seria del mondo giovanile.
Anche il cenno alla scuola ed università come «luoghi di piena umanizzazione» tocca un argomento troppo disatteso dalla comunità cristiana. Infine, sia pur al termine, come cosa fra le altre, ma che si afferma «tema del tutto centrale per la vita di un giovane»: la vocazione.

Conclusione

È un «ordine del giorno», quello dei Vescovi, che non vola poi così basso. Il testo e soprattutto il contesto avanzano esigenze che non dovrebbero lasciarci troppo tranquilli, ma soprattutto incoraggiano quanti in Italia sono dedicati con passione a fare PG. E non sono pochi. Tra diocesani e religiosi. Nel nostro Paese un eccellente punto di riferimento sono il Servizio Nazionale di PG presso la CEI, gli uffici regionali e diocesani, l’Azione Cattolica, così espressamente rilanciata dai Vescovi (OP n. 61), il Movimento Giovanile Salesiano, la Gioventù Francescana…


NOTA

[1] Un’altra bella sintesi di obiettivi/contenuti è la seguente: «È proprio ai giovani che vanno insegnati e trasmessi il gusto per la preghiera e per la liturgia, l’attenzione alla vita interiore e la capacità di leggere il mondo attraverso la riflessione e il dialogo con ogni persona che incontrano, a cominciare dai membri delle comunità cristiane» (n. 51).