Gli “Orientamenti” e la pastorale giovanile

Paolo Giulietti

(NPG 2002-03-8)


Gli Orientamenti Pastorali che l’Episcopato italiano si è dato per i prossimi dieci anni indicano a tutte le comunità cristiane la via della missione. La cosa, di per sé, non è una novità: nella lunga teoria dei documenti CEI non sono mancati riferimenti alla missionarietà come a una dimensione fondamentale della vita e dell’agire della Chiesa. Quello che caratterizza gli Orientamenti è, però, l’assunzione della tensione missionaria come principio base per determinare le linee di quella «conversione pastorale» che il cambiamento dei tempi rende sempre più urgente. In altre parole, la comunicazione del Vangelo al mondo non solo richiede, ma fornisce i criteri per una profonda revisione pastorale.
I giovani hanno un loro posto nell’attenzione dei vescovi: ne tratta il par. 51. L’apporto degli Orientamenti alla pastorale giovanile va però ricercato nell’insieme del documento, cogliendo, nei riferimenti alla conversione pastorale della comunità cristiana nel suo complesso, gli stimoli più attinenti al rapporto tra Chiesa e giovani generazioni. Il presente contributo è un tentativo di «sfogliare» il testo CEI, senza pretese di completezza o di assoluta oggettività, per individuarne i motivi di interesse per la pastorale giovanile.

Perché la missione?

Nel pensiero dei vescovi italiani la missione, compito fondamentale della Chiesa (che esiste per evangelizzare), è presentata come urgente e necessaria. Tale affermazione non viene, però, motivata a partire da una visione pessimistica della società o dell’incidenza che ha in essa la presenza ecclesiale. Nell’introduzione del documento si percepiscono, anzi, un profondo rispetto e una positiva considerazione per la cultura contemporanea e per gli uomini e le donne del nostro Paese: l’annuncio del Vangelo non si rende necessario perché tutto nel mondo va male o perché le chiese sono vuote. La comunità cristiana si preoccupa «solamente» di comunicare quella gioia e quella speranza di cui fa esperienza nella conoscenza del Signore Gesù. È una necessità che nasce «da dentro», che non ha bisogno di negare nulla di quanto vivono «gli altri» per affermare se stessa. Non ha – al limite – neppure necessità di ottenere successo: è sicuramente importante che in chi ascolta il Vangelo nasca la fede e maturi l’appartenenza alla Chiesa; l’imperativo missionario non dipende però da tali esiti. La comunità cristiana propone quindi il Vangelo in un contesto di «simpatia» verso i contemporanei, con i quali cui condivide la gioia e la fatiche del cammino della vita.
L’atteggiamento di rispetto e di accoglienza che caratterizza gli Orientamenti è estremamente importante per la pastorale giovanile. Nessuna relazione autentica tra Chiesa e mondo giovanile, infatti, può nascere a partire dalla sola preoccupazione, anche se sincera: c’è bisogno che i giovani si sentano apprezzati, stimati, valorizzati. Comunicare loro il Vangelo non può partire solo dalla constatazione (che a volte rischia di diventare assiomatica) dei loro problemi. Una missionarietà demolitiva non rende giustizia al mondo giovanile, che vive tensioni e conquiste di grande positività; ma non rende giustizia neppure al Vangelo, che non ci è donato per «tappare i buchi» della nostra umanità, ma per aprirla ad un di più di gioia e di speranza. L’atteggiamento che i vescovi indicano è quello di una accoglienza sincera dei giovani, di una vera simpatia con le nuove generazioni; in altre parole, di una relazionalità autentica, perché fondata su una reciprocità vera.
D’altra parte, gli Orientamenti sottolineano che, in tale dinamica, l’apporto del soggetto-Chiesa è significativo solo se la comunità vive davvero l’esperienza dell’amore di Dio manifestato in Gesù, ed è quindi testimone della gioia e della speranza evangeliche. Fare missione non è questione di strategia pastorale, ma di santità (come suggerisce la bella preghiera di Newman riportata al termine dell’Introduzione).

Ripartire da Cristo

Il primo capitolo degli Orientamenti sviluppa il senso di quanto affermato in apertura, secondo una riflessione che collega la missione della Chiesa alla persona di Cristo. La prospettiva è duplice: ontologica, perché la comunità cristiana è costitutivamente chiamata a continuare la missione di Gesù; esperienziale, perché la tensione e lo stile di tale azione nascono dall’incontro costante con Cristo, inviato perenne del Padre. Il capitolo cristologico del documento, lungi dall’essere una premessa di prammatica alle indicazioni operative, costituisce invece un fondamento necessario per le strategie indicate nella seconda parte. In effetti, proprio in apertura della sezione «operativa» del documento, viene ribadito che la comunità cristiana deve seguire lo «stile di Cristo» nel proporre il Vangelo ai contemporanei. La presentazione delle quattro tappe dell’itinerario missionario di Gesù è indispensabile premessa alla considerazione della missione della Chiesa, che continua e serve quella del Verbo incarnato.
Per la pastorale giovanile le indicazioni espresse dal primo capitolo degli Orientamenti rivestono una particolare importanza: da una parte, infatti, ribadiscono che la missionarietà fa parte dell’ordinarietà di ogni cammino cristiano; dall’altra esigono una particolare attenzione alla vita spirituale, perché una autentica amicizia con Cristo motivi e informi ogni forma di comunicazione del Vangelo.

Le condizioni per la missione

La scelta di fondo per il primato della missione si sostanzia, nel secondo capitolo del documento, attraverso un percorso che ne delinea in primo luogo le attenzioni di fondo e le condizioni; si passa ad enunciare alcune «parole d’ordine», per poi delineare le scelte strategiche.
La comunicazione del Vangelo nella società contemporanea richiede due attenzioni tra loro complementari: l’ascolto attento e rispettoso della realtà e la conservazione della trascendenza evangelica. Essi sono i presupporti per quel discernimento del presente che costituisce condizione indispensabile per la missione.
Senza entrare nel dettaglio dell’analisi che i vescovi fanno della situazione contemporanea, il metodo di lettura adottato fornisce alcuni stimoli per la pastorale giovanile. L’esigenza di una lettura attenta del mondo dei giovani non è solo fatto tecnico: è esercizio di discernimento della presenza e dell’azione dello Spirito santo. L’atteggiamento da tenere è quello di Paolo sull’Areopago di Atene, è quello che San Benedetto suggerisce all’abate nei confronti dei più giovani della comunità (cf NMI 45). La Chiesa si riconosce bisognosa di investire energie in un rinnovato sforzo di comprensione del mondo giovanile, senza il quale non può esserci comunicazione autentica. D’altra parte, la comunità cristiana non può rinunciare alla «differenza cristiana», cioè a leggere la realtà e a relazionarsi con i giovani a partire dal Vangelo, che trascende e supera ogni società e ogni cultura. Si è soggetti autentici di relazione col mondo giovanile quando l’atteggiamento di apertura e di rispetto si coniuga con l’obbedienza alla parola del Vangelo. Per dirla in breve, parafrasando la Dei Verbum, una pastorale giovanile «in religioso ascolto» della vita dei giovani e della Parola di Dio.

Parole d’ordine e strategie per la comunicazione del Vangelo

È possibile sintetizzare in tre espressioni (quasi delle «parole d’ordine») i compiti e le priorità pastorali che il documento assegna alla Chiesa d’inizio millennio. Esse ripropongono idee certamente non nuove, ma lo fanno all’interno di un quadro coerente e unitario, tale da offrire spunti di grande interesse e di riflessione per la pastorale giovanile:
– missionarietà diffusa e quotidiana: ogni cristiano e ogni comunità sono sempre e dovunque «in missione». La comunicazione della gioia e della speranza che vengono dal Vangelo non è questione per pochi o da restringere a specifiche iniziative: è cosa che riguarda tutti e sempre.
La pastorale giovanile, al di là di alcune situazioni o proposte, deve ancora crescere nella connotazione missionaria di quanto ordinariamente propone. La questione dell’annuncio del Vangelo viene ancora troppo spesso posta come momento terminale di un cammino o come attività particolare, slegata dalla quotidianità della vita personale e comunitaria;
– formazione di qualità: per tutto quello che si è detto a proposito del primo capitolo, la scelta di un forte impegno formativo appare irrinunciabile. L’indicazione non è certo nuova. Quello che va considerato è però la complementarità e la contemporaneità tra formazione e missione. Il cammino di crescita nella fede va di pari passo con la comunicazione della fede vissuta. Non ha più senso separare (se non in chiave di priorità logiche) il momento della formazione da quello della missione. Si possiede solo la fede che si annuncia, per quanto embrionale e limitata possa essere. La formazione conduce all’evangelizzazione; l’annuncio del Vangelo diviene esso stesso momento formativo e di crescita nell’adesione a Cristo.
I percorsi formativi dei giovani sono stati (e sono!) spesso concepiti o vissuti nella logica «prima-dopo»: prima mi formo, poi annuncio; prima divento cristiano, poi testimonio il Vangelo. Gli Orientamenti sollecitano a pensare ed agire secondo modelli diversi e più organici. A tutti gli stadi della crescita nella fede va posto il problema della sua comunicazione: non c’è fede tanto piccola, non c’è esperienza di Cristo tanto limitata da non costituire comunque una ricchezza da poter comunicare. Non è più possibile, in altre parole, proporre un contenuto di fede senza porsi il problema di come farlo diventare annuncio testimoniato e proclamato nella propria vita. E proprio questa attenzione può conferire a qualsiasi cammino formativo uno «smalto» nuovo. I vescovi aprono la strada per il definitivo abbandono di un modello «seminaristico» di formazione, che mal si concilia con la laicità dei giovani, che tutti i giorni fanno i conti con la vita, ma – di fatto – sono spesso costretti a «mettere tra parentesi» la quotidianità, in attesa di essere giunti a quel punto del cammino formativo che prevede l’impegno missionario (e che a volte non arriva mai…);
– conversione pastorale: espressione forse usurata, ma utilizzata negli Orientamenti secondo una prospettiva precisa; l’esigenza di una efficace comunicazione del Vangelo è infatti il criterio di fondo in base al quale ristrutturare l’intera vita e l’azione di tutta la comunità cristiana.
La pastorale giovanile chiede di venir pensata entro l’orizzonte della comunità cristiana: annunciare il Vangelo ai giovani è questione di tutti ed esige una seria revisione dello stile di vita e dell’azione della comunità tutta. Si tratta, appunto, di una conversione, non meno urgente di quella (tanto sperata) dei giovani. Attenzione, però! Anche a questo proposito lo schema prima-dopo può essere letale: il documento non chiede di annunciare il Vangelo al termine del processo di conversione pastorale; stabilisce, anzi, una correlazione tra missionarietà e rinnovamento ecclesiale.
Le priorità pastorali per i prossimi decenni vengono organizzate negli Orientamenti secondo una duplicità di livelli: da una parte sta la comunità eucaristica, definita come coloro che celebrano insieme la liturgia domenicale e – in particolare – collaborano alla vita della parrocchia; dall’altra ci sono tutti i battezzati che non hanno più contatti regolari con la comunità. Dato che le due categorie di soggetti non sono adeguatamente distinguibili, le proposte del documento vanno lette in una visione più organica possibile, considerandole indicazioni dinamiche.
Per la pastorale giovanile, la strutturazione in due livelli suggerisce un paio di considerazioni. C’è innanzitutto da dire che l’orizzonte della comunità eucaristica chiama in causa più giovani di quanti appartengono ai gruppi di formazione: ogni persona che abbia rapporti frequenti e sistematici con la comunità è soggetto privilegiato di azione missionaria. In secondo luogo, l’orizzonte dell’insieme dei battezzati richiede una pastorale che non rinunci a porsi il problema di comunicare a tutti il Vangelo, assumendo con serietà la situazione di partenza dei «destinatari», secondo le logiche di ogni processo comunicativo.
Non è possibile esporre l’insieme delle indicazioni operative suggerite dall’episcopato: è necessario limitarsi agli aspetti maggiormente innovativi.

La conversione pastorale a livello della «comunità eucaristica»

I vescovi sottolineano fortemente la necessità di qualificare maggiormente in senso formativo tutti i momenti della vita ordinaria della comunità parrocchiale: la Chiesa che evangelizza è quella costantemente impegnata nella propria auto-evangelizzazione, mediante gli strumenti «di sempre».
Anche a proposito dei giovani, definiti «talento della Chiesa», gli Orientamenti insistono sulla qualità della formazione, non solamente nel senso di una solida vita interiore e sacramentale, ma anche in direzione dell’attenzione «a tutto ciò che è umano». «Bibbia e giornale» per la missione: la questione di fondo nella formazione viene individuata nella capacità di coniugare la crescita nella fede con la propria vita quotidiana negli ambienti della scuola, del lavoro, dell’università. I vescovi utilizzano l’ormai celeberrima (e in buona parte ancora da concretizzare) espressione «laboratori della fede» per definire un modello formativo che sappia mettere il Vangelo in stretta relazione con la vita, in un movimento di andata e ritorno: la quotidianità, con tutta la sua concretezza, deve diventare elemento cardine di ogni cammino. Essa da una parte tutela dallo spiritualismo disincarnato, dall’altra consente di declinare la fede in una testimonianza feriale che ne prova l’autenticità e ne stimola la crescita. La pastorale giovanile può e deve assumere l’invito a ripensare i cammini di fede dei giovani alla luce di questa duplice attenzione, per scongiurare il rischio di proporre un cristianesimo coltivato in vitro, che non regge la prova della vita quotidiana e che rimane scarsamente incisivo a livello personale, comunitario e sociale.
Il paragrafo dedicato ai giovani si chiude con un forte richiamo alla dimensione vocazionale della pastorale, intesa anche qui – però – come azione volta ad orientare ogni persona a spendersi nella vita concreta. La richiesta di un maggiore coordinamento tra pastorali (giovanile, vocazionale, familiare) ha lo scopo di consentire una più efficace azione di accompagnamento, che del resto viene incontro ad un bisogno diffuso. In una società sempre più complessa, nella quale i giovani sono messi di fronte continuamente alla necessità di scegliere tra numerose e diverse proposte (si pensi solo alla moltiplicazione dei percorsi degli studi universitari), la comunità cristiana è sollecitata a scendere in campo per fornire strumenti e appoggio alle decisioni piccole e grandi di ogni giorno. Non ci si può nascondere il fatto che le scelte quotidiane della vita sono spesso gli scogli sui quali si infrangono tante buone intenzioni: anche in questo caso, si tratta di togliere il Vangelo dalla naftalina delle sacrestie, per calarlo nella quotidianità, dove il giovane fa i conti con problematiche molto concrete.

La conversione pastorale a livello degli «altri battezzati»

È soprattutto a questo livello che gli Orientamenti offrono stimoli innovativi, che si potrebbero raccogliere attorno a cinque imperativi.

* Non sprecare le occasioni di incontro: nel nostro Paese sono ancora molto numerose le circostanze in cui larga parte del mondo giovanile viene a contatto con la comunità cristiana. Si pensi alla religiosità popolare, ai sacramenti, ai funerali… La priorità della missione interroga la pastorale giovanile sulla capacità di non sprecare tali incontri, ma di farne occasioni in cui la Chiesa annunci in modo eloquente la gioia e la speranza che le vengono dall’incontro con Cristo. Su questo terreno è indispensabile il coinvolgimento dell’intera comunità, ma anche una precisa attenzione da parte di chi conosce le attese e i linguaggi dei giovani. Il radicamento culturale del fatto religioso nel nostro Paese è una ricchezza che molti invidiano, ma che a volte viene vissuto come una specie di intoppo ad una evangelizzazione «pura» e «forte»; i vescovi chiedono invece di prenderlo sul serio, assumendolo come dato importante nella progettazione pastorale.

* Scommettere sulla missionarietà quotidiana: la «parola d’ordine» deve diventare progetti e strumenti. Non basta che sia enunciata: richiede un’attenzione molto seria per individuare le modalità con le quali possa venire tradotta in pratica. In altre parole: occorre porsi il problema di quale sostegno e di quali strumenti i cammini formativi possano offrire all’azione evangelizzatrice del singolo nel suo ambiente di vita. La testimonianza laicale esige infatti delle attenzioni specifiche, spesso assenti dalla formazione ordinaria: al di là del riferimento a certe tematiche più direttamente connesse alle diverse fasce di età dei giovani, la proposta formativa rimane generica: lavoratori, studenti, fidanzati, immigrati, disoccupati… tutti sono trattati allo stesso modo, in un generalismo scarsamente capace di incidere.

* Pensare a chi «ricomincia»: si moltiplicano i casi di giovani che chiedono il battesimo o si riaccostano alla comunità cristiana dopo un lungo periodo di indifferenza. Per costoro la pastorale giovanile fatica ad individuare proposte precise e collaudate. Allo stesso catecumenato non viene prestata particolare attenzione, nonostante esso riguardi quasi esclusivamente dei giovani. Gli Orientamenti sollecitano la pastorale a pensare cammini precisi per riaccostarsi alla comunità cristiana, traducendo le dinamiche tipiche dell’iniziazione cristiana nella vita, nei linguaggi e nei ritmi del mondo giovanile.

* Ritornare negli ambienti di vita: oltre alla testimonianza quotidiana del singolo giovane, la missione esige anche una rinnovata presenza di Chiesa negli ambienti di vita. Non è sufficiente, infatti, l’azione del singolo, se la comunità cristiana nel suo complesso non si rende visibile e operante. Giovani e adulti cristiani sono già presenti sul territorio; spesso però non ci si pone il problema di una loro azione all’interno di esso, rifugiandosi a volte dietro deleghe a figure istituzionali (ad esempio gli insegnanti di religione o i cappellani) o a particolari realtà associative. La comunità cristiana, e in essa la pastorale giovanile, viene sollecitata a rilanciare la pastorale d’ambiente e il rapporto con il territorio. Non ci sfugge come ciò richieda ancora una volta un più stretto rapporto tra formazione e vita quotidiana, insieme all’individuazione di nuovi percorsi pastorali e nuove figure educative. La menzione, a questo proposito, dell’Azione Cattolica, indica la volontà dei vescovi di puntare su una modalità di formazione e di azione apostolica che prenda sul serio la laicità e che riporti il Vangelo e la Chiesa negli spazi in cui ogni giorno le persone spendono la propria esistenza.

* Partire dalla frontiera: secondo quanto finora esposto, si comprende come gli Orientamenti richiamino la complementarità di evangelizzazione e carità. Infatti una formazione e una testimonianza sbilanciati sulla vita non possono non prendere sul serio quelle numerose situazioni feriali in cui gioia e speranza sono più largamente assenti. Anche in questo campo è necessario revocare ogni delega, per indicare a tutti le vie di un Vangelo vissuto attraverso l’attenzione ai bisogni degli altri (un’attenzione che sa divenire progetto e stili di vita).
Non si tratta – per la pastorale giovanile – di assumere in proprio funzioni di altri settori o soggetti (ad esempio i religiosi, di cui gli Orientamenti sottolineano e incoraggiano la valenza profetica): si tratta invece di coordinarsi con essi, perché la formazione e la missione che vengono proposte ai giovani non manchino della fondamentale dimensione della carità.

In conclusione…

… I vescovi delineano l’immagine di una comunità cristiana «scuola di apostolato e di comunione», coraggiosamente impegnata sulle vie della missione. Lo stesso potrebbe dirsi (e augurarsi) per la pastorale giovanile, chiamata ad un impegnativo e serio ripensamento per comunicare a tutti i giovani la gioia e la speranza del Vangelo.