«Capacità» vocazionale di una comunità cristiana: per una verifica

Inserito in NPG annata 2002.

 

Juan E. Vecchi

(NPG 2002-04-75)



In una Lettera ai confratelli salesiani del settembre 2000, il Rettore Maggiore don Juan Vecchi, offriva alcune riflessioni, raccolte in 12 punti, frutto di incontri e di conversazioni in varie parti del mondo. Le offriamo come contributo utile per una verifica della capacità vocazionale di una comunità cristiana impegnata nella pastorale giovanile vocazionale.

* La vocazione è un’attrazione. Se il carisma e la vita di quelli che oggi ne sono i portatori e rappresentanti non è, per così dire, affascinante, vengono meno le condizioni per suscitare seguaci. Ciò era capitato già con Gesù. Gli apostoli sono rimasti legati a lui da un’ammirazione non comune; avevano percepito la bontà che si sprigionava da lui e perciò gli hanno domandato: “Dove abiti?” (Gv 1,38). Andando poi a stare con lui.
Nell’adunanza dei Superiori Generali, diversi Istituti hanno presentato esperienze di comunità aperte e accoglienti, frontiere di missione audaci e nuove, esperienze di vita consacrata espressive del primato di Dio che avevano suscitato l’interesse nei giovani.
Torno ad insistere sulla genuinità e il carattere comunitario delle esperienze di Dio, particolarmente vicine ai giovani “religiosi” di oggi, anche se debbono capire le condizioni quotidiane del nostro rapporto con il Padre alla luce dell’avvenimento dell’Incarnazione, liberandosi dal fascino momentaneo dello straordinario.

* La vocazione è una chiamata e una grazia; è fuori dalle nostre possibilità ispirarla e farla nascere. L’iniziativa è di Dio. È una costante nelle vocazioni bibliche e lo ripete Gesù: “Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi” (Gv 15,16). È necessario pregare e lavorare, accogliere e ringraziare, anche solo per una vocazione, osservare e scoprire. In tal senso non ci lamentiamo, ma il nostro cuore si rivolge grato al Signore per i giovani che ogni anno ascoltano tale chiamata.

* La vocazione è un cammino strettamente legato alla maturazione nella fede, in un dialogo con Dio che dura tutta la vita. La condizione basilare perché essa sorga è di sviluppare la vita cristiana in ogni aspetto: verità, costumi, preghiera. Sono quasi sparite le vocazioni di carattere “sociologico”. Una forte personalizzazione della fede e una vita interiormente legata a Cristo sono indispensabili perché maturino proposte secondo la parola del Signore. Ricordate il dialogo del giovane ricco con Gesù? Ebbene, non basta essere onesti. Si tratta di cogliere misteriose dimensioni della nostra esistenza.

* Ognuno sperimenta questa chiamata, perché Dio ha un progetto per ogni persona. È necessario che tutti ne diventino consapevoli. A noi tocca aiutare ciascuno a sviluppare la sua vocazione con un programma appropriato: per la vita laicale, per il sacerdozio, la vita consacrata, la secolarità consacrata. È vero, comunque, che l’accompagnamento verso il sacerdozio e la vita consacrata costituisce un aspetto specifico e non bisogna diluire tutto in un discorso genericamente vocazionale.

* C’è bisogno di un lavoro diretto ed esplicito per le vocazioni di particolare consacrazione o servizio. Spontaneamente non sorgono, nemmeno dagli ambienti religiosi. Sono poco conosciuti i modelli di vocazioni ecclesiali, anche tra i giovani catechizzati. Per questo le diocesi e gli Istituti organizzano un servizio di animazione. E si vede che, dove tale servizio funziona, le cose vanno meglio, sempre che le comunità non deleghino ad esso ciò che invece esse stesse possono e debbono fare. Non bisogna cadere nel genericismo e non distinguere più i diversi tipi di appelli o chiamate che Gesù stesso ha fatto.

* Ogni comunità e in essa ogni persona dev’essere profondamente coinvolta secondo le proprie possibilità, nello scoprire e aiutare le vocazioni. Lo sforzo di un «reclutatore» o incaricato o delegato è assolutamente insufficiente e non offre garanzie riguardo alla quantità e all’autenticità.
Al di là della inadeguatezza per ottenere un risultato desiderato, è in gioco la continuità della missione della comunità e del singolo. Ciascuna comunità rappresenta Don Bosco nel contesto dove vive e opera ed è deputata a prolungare il suo carisma e la sua missione. È un alibi dire che la nostra missione potrà passare ai laici o programmare la propria estinzione, anche con motivazioni religiose. Dio dirà quale sarà la nostra sorte; ma è importante che in essa non influisca né la nostra trascuratezza, né scelte sbagliate, come può essere quella di rinunciare a proporre ai giovani forme di intensa vita cristiana e di sequela radicale di Cristo.

* I giovani sentono la necessità di una esperienza diretta e di contatto con le realtà di contenuto vocazionale. In tal senso gioca un ruolo importante l’ambiente dove il giovane si impegna: vi può trovare modelli, gustare valori e amicizie e soprattutto esercitare responsabilità che sono tipiche delle vocazioni ecclesiali. Le nostre parrocchie, scuole, oratori, gruppi di volontariato debbono costituirsi come comunità dove si sperimentano ministeri a servizio di una missione e vi si aiuta ad un incontro con Gesù.

* Molte vocazioni, come si è detto, maturano ad un’età più alta e ciò significa un periodo di accompagnamento più lungo. Si deve infatti cominciare con una catechesi a sfondo vocazionale già nella fanciullezza e nella adolescenza. Ma non bisogna abbandonare il lavoro quando i giovani sono entrati nell’università o in ambienti equivalenti. La media di età di coloro che entrano al noviziato sta oscillando tra i 21 e 27 anni.
Oltre ad essere più lungo, l’accompagnamento dev’essere più consistente, per quanto riguarda la fede e la pratica cristiana. Deve corrispondere allo sviluppo intellettuale del giovane, alle domande che gli pongono la vita e la società. Due Encicliche di Giovanni Paolo II – la Veritatis Splendor e la Fides et Ratio – danno un’idea delle questioni di mentalità e di abitudini sulle quali il giovane sente le più svariate opinioni, espresse con estrema sicurezza e in nome del diritto della persona a pensare e ad esprimersi.
Sono ambiti dove è necessario l’accompagnamento. È chiaro, infatti, che mentalità e abitudini, se non vengono illuminate e orientate dal Vangelo, impediscono le seguenti decisioni vocazionali e ostacolano il cammino da intraprendere. Per questo nel documento conclusivo del convegno sulle vocazioni in Europa si accumulano indicazioni su un orientamento cristiano deciso: presentare Cristo come progetto dell’uomo, invitare alla sequela, coltivare il primato dello Spirito, favorire il radicalismo evangelico come profezia, dare direzione spirituale.

* Il riferimento a un ambito comunitario è indispensabile. Nessuno ha vocazione alla solitudine e all’isolamento. Perciò anche alle chiese locali viene raccomandato di organizzare la comunità come una articolazione ricca di ministeri o servizi per la missione.
Anche noi, negli ultimi tempi, abbiamo potuto trarre delle conclusioni utili, constatando la percentuale di giovani chiamati che hanno fatto l’esperienza della comunità educativa salesiana, del gruppo, di una comunità giovanile, in un servizio di volontariato.
Al contatto con l’ambiente educativo si sta aggiungendo oggi l’esperienza di vita nella comunità salesiana per giovani che hanno fatto già un certo cammino.
Si segue il criterio: «Vieni e vedi». Per un tempo breve o medio questi giovani partecipano alla preghiera, alla progettazione e realizzazione del lavoro, alla vita fraterna. È superfluo dire che si tratta di comunità scelte, che si dimostrano atte a questa accoglienza. Ma in non poche zone si è cercato di moltiplicarle. L’ideale è che ogni comunità possa essere spazio di esperienza vocazionale.

* Nel cammino di fede ci sono esperienze che sono particolarmente rivelatrici delle caratteristiche ed esigenze delle vocazioni e che aiutano a maturare più rapidamente le capacità vocazionali: possiamo includere in queste l’impegno in un lavoro pastorale, l’apprendimento della preghiera, la rimeditazione della fede, il volontariato, gli esercizi spirituali. In tali esperienze si sente in maniera più immediata la dimensione religiosa. Sono chiamate esperienze “forti” proprio per la loro intensità e non dovrebbero mancare in un programma vocazionale.

* In molti casi è necessario l’invito esplicito. L’ambiente sociale non suggerisce una vocazione religiosa. La rilevanza e il significato sociale di essa oggi è scarso; i modelli di riferimento per immaginare come sarà la propria vita in un futuro lungo sono confusi, quando non scoraggianti. In qualche parte la Chiesa, presa come istituzione, è presentata come erede di un passato di soggezione intellettuale e morale.
Il giovane può avere desiderio di impegnarsi, ma si orienta verso i movimenti e le cause oggi più gettonate: la pace, l’ecologia, i poveri. Sarà sempre il fascino di Cristo quello che determina un altro orientamento. E qui sta la nostra prova di pastori-educatori di giovani.
Il giovane inoltre spesso non arriva alla conclusione che egli realizza le condizioni per una vocazione di speciale servizio o consacrazione. I discepoli si sentirono affascinati da Gesù. Ma per capire che potevano mettersi al suo seguito hanno dovuto ascoltare l’invito: «Seguimi!».
Nelle conversazioni con i nostri giovani confratelli vediamo che quasi tutti hanno trovato qualcuno che ha fatto loro una proposta, che ha pronunciato l’appello. C’è da pensare quanti di essi non sarebbero venuti senza questo invito provvidenziale e quanti effettivamente non sono entrati perché nessuno ha rivolto loro la chiamata o almeno l’interrogativo.

* L’accompagnamento o direzione spirituale diventa necessario. Lo affermava già il congresso vocazionale del 1982, riportando un’affermazione di Paolo VI: «Non c’è vocazione che maturi senza un direttore spirituale che l’accompagni».
Possiamo pure prendere l’espressione «Direttore spirituale» non in forma tecnica, ma aperta, riferendoci a chi è capace di accompagnare. Purché questo accompagnatore conosca la storia del soggetto e le esigenze della vita spirituale e sia capace di portare i giovani verso nuovi traguardi nella vita di grazia. E qui forse abbiamo un altro punto debole: la nostra capacità di mostrare, entusiasmare, indicare i passi e le condizioni, invitare perché vengano assunte mete più esigenti, sanando ciò che non è conforme a Dio e aiutando ad assumere tutto quello che contribuisce a fargli spazio nella vita, rivedere periodicamente la strada fatta. Abbiamo bisogno di accompagnatori spirituali che siano non solo comprensivi, ma propositivi, esperti nella vita spirituale.
Tutto ciò è stato ribadito anche nel documento conclusivo del convegno sulle vocazioni in Europa, cui già accennavo. Il giovane sente il bisogno di confrontare molti punti della fede con tante idee e proposte che gli vengono dal contesto. Ha bisogno di un interlocutore. Ha bisogno di chiarire aspetti della morale cristiana. Ha bisogno di sostegno e orientamento. Soprattutto, non avendo esperienza del cammino della grazia e delle possibilità che ha la vita in Cristo, necessita di qualcuno che gli apra questi orizzonti.
È provato che attorno ad alcuni direttori spirituali, ad alcuni cenacoli o case di ritiri, ad alcune esperienze di fede stanno nascendo candidati alla vita sacerdotale, consacrata, laicale.
Noi ci troviamo nella situazione di tutti. In alcune parti viviamo la prova dell’infecondità.
Abbiamo però un campo privilegiato nei nostri destinatari: i giovani. Sviluppiamo un’attività molto adeguata per il discorso vocazionale: l’educazione. Possediamo ambienti che possono offrire stimoli interessanti: le comunità educative. Possiamo pure estendere le offerte di coinvolgimento e di lavoro apostolico oltre le nostre opere.