Juan E. Vecchi *

(NPG 2002-04-8)



Uno snodo decisivo

La necessità di integrare convenientemente pastorale giovanile e promozione vocazionale è oggi una convinzione acquisita. È stata prima suggerita e in seguito sempre più esplicitamente richiesta dai documenti autorevoli negli ultimi vent’anni. [1] Ammessa all’inizio con difficoltà, si è imposta poi in forma inequivoca.
Possiamo considerare definitive queste affermazioni: «Tutta la pastorale, e in particolare quella giovanile, è nativamente vocazionale» (n. 26). «La pastorale vocazionale è la vocazione della pastorale» (n. 26). E dall’altro versante: «Fa animazione vocazionale chi tiene presente per prima cosa quel ricco complesso di valori e significati umani e cristiani da cui nasce il senso vocazionale della vita e di ogni vivente». In altre parole «è necessario, per una corretta pastorale vocazionale, rispettare una certa gradualità e partire dai valori fondamentali e universali (il bene straordinario della vita) e dalle verità che sono tali per tutti (la vita è un bene ricevuto che tende per natura sua a divenire bene donato) per passare poi a una specificazione progressiva, sempre più personale e concreta, credente e rivelata, della chiamata» (n. 26 c).
È un’impostazione nuova. Viene da una approfondita riflessione teologico-pastorale che ha messo a fuoco la finalità unitaria e le dimensioni convergenti della pastorale, mentre sul versante vocazionale ha chiarito la natura, lo sviluppo e le condizioni di maturazione delle vocazioni.
La necessità di un collegamento interno tra pastorale giovanile e animazione vocazionale viene confermata ulteriormente da un fatto che si può verificare anche con dati numerici: il maggior numero delle vocazioni al sacerdozio e alla vita consacrata vengono oggi dai movimenti, gruppi o comunque impegni ecclesiali. Sono sbocciate e hanno avuto un primo tempo di crescita in un cammino personalizzato di educazione alla fede e di autentica esperienza cristiana. Ci sono d’altro canto, come controprova, l’infecondità delle forme di promozione vocazionale che con diversi pretesti percorrono altre strade e la fragilità dei loro risultati.
Rimane però un problema ancora irrisolto. Non sempre si comprende a dovere che cosa comporti, dal punto di vista operativo, questa coestensione e interpenetrazione tra pastorale giovanile e pastorale vocazionale (n. 30). Di conseguenza il criterio non è ancora diventato generale: cioè ci sono pastorali giovanili che non mostrano la loro struttura e anima vocazionale; e viceversa ci sono frange di lavoro vocazionale che saltano i cammini di fede per prendere delle scorciatoie. Alla radice c’è un’impostazione inadeguata della pastorale e una comprensione sfuocata della vocazione.

Una pastorale giovanile orientata «vocazionalmente»

Per pastorale giovanile intendiamo il prendersi cura, da parte della comunità ecclesiale, dello sviluppo completo del giovane in modo che esso avvenga alla luce e secondo le direzioni della fede in Cristo, conforme ad un progetto che Dio ha per ciascuno.
Così intesa, la pastorale dei giovani ha carattere «educativo», cioè promuove una crescita integrale della persona e il suo inserimento attivo in un contesto sociale e culturale determinato.
Per la stessa ragione include la dimensione vocazionale non come aggiunta, ma come interna e sostanziale. Parliamo di vocazione infatti come di quel dialogo che ha luogo nella vita, per cui Dio fa conoscere il suo progetto attraverso la voce che risuona nella coscienza e attraverso le mediazioni; la persona, da parte sua, risponde mettendosi sempre più a disposizione di Dio.
Questo dialogo è fatto certamente di momenti alti e straordinari; ma si svolge anche, e molto di più, come un continuum, nel quale appello e risposta si alternano quasi ad un ritmo quotidiano e in un tono ordinario.
Il dialogo comincia con la chiamata alla vita compresa sempre di più nel suo senso e nelle sue possibilità; si rende più chiaro e pressante con l’approfondimento della fede; si determina ancora quando ci si orienta verso un progetto di esistenza nell’ambito del Regno.
Come dovrà essere una pastorale giovanile intesa quale servizio di educazione alla fede dei giovani perché riesca ad animare un processo di maturazione vocazionale come quello descritto sopra?

* Dovrà in primo luogo privilegiare l’attenzione alle persone. La vocazione è una chiamata rivolta al singolo e da parte di questo una risposta altrettanto personale. La preoccupazione centrale non sarà il compimento dei programmi preparati, la trasmissione di contenuti intellettuali o la preoccupazione per le strutture.
Non va negata l’importanza di questi elementi e allo stesso tempo non vanno collocate su di essi le maggiori attese. Sono nell’ordine dei mezzi. Vengono offerti a persone che versano in situazioni singolari, interne ad esterne, hanno una loro storia irripetibile: antecedenti, orientamento attuale, bisogni e prospettive; debbono rendersi consapevoli di una grazia, riconoscere una presenza e maturare un valore unificante: la fede.
Oggi è più necessario che mai saper accogliere ciascuno nella sua originalità, con capacità di dialogo, fiducioso e gratuito. La fede cristiana non si diffonde e non si assume per motivi sociologici.
A questo ci porta pure la consapevolezza che Dio si trova e agisce nelle singole persone con parole e segni adeguati a ciascuna. Bisogna far scoppiare nel cuore di ciascun giovane la gioia di vivere pienamente e di incontrare il Signore della vita.
La forma personalizzata (non individualista!) di proporre un cammino di fede riguarda tutti, non soltanto quelli che noi riteniamo i «migliori». Sovente, da dove meno lo aspettiamo, vengono fuori coloro che dimostrano pronta disponibilità. Non conosciamo le vie di Dio: ci tocca essere mediatori generosi, piuttosto che classificatori pretenziosi di persone.
Il criterio va adoperato in forma particolare con gli adolescenti e i giovani adulti. Questa è l’età in cui oggi ha luogo una prima prova di autonomia consapevole, una sintesi culturale ancora germinale, ma comunque personale, un orientamento etico e una considerazione più seria di una possibile opzione vocazionale.

* Asserita la centralità della persona, c’è da dire che una pastorale giovanile che voglia dirsi internamente vocazionale dà il primato all’evangelizzazione: cioè fa conoscere Cristo, motiva e anima le persone a lasciarsi illuminare e interpellare da lui; orienta verso l’incontro con lui e verso un’adesione sempre più convinta al senso di vita che Egli rivela.
La vocazione è sequela di Gesù Cristo. La pastorale allora deve portare alla relazione personale con lui affinché i giovani conformino a lui il desiderato sviluppo personale e trovino in lui il centro unificatore della loro vita.
Oggi si soffrono la frammentazione della mentalità e della coscienza, e la mobilità nelle intenzioni e nei progetti. Ciò, insieme ad altre cause, rende difficile la visione coerente e completa dell’esperienza evangelica in tutti suoi elementi. Della frammentazione, però, spesso sono responsabili gli stessi operatori che non riescono a presentare e mantenere unite le esigenze della crescita umana, la catechesi progressiva, la pratica quotidiana della fede, le proposte di impegno, l’esperienza ecclesiale, i vari momenti, ordinari e straordinari, predisposti per aiutare i giovani a comprendere e ad interiorizzare la proposta di vita che fa Gesù.
Ci colleghiamo allora con la caratteristica indicata prima: tutto deve servire alla persona per costruire la sua unità attorno alla fede, e così definire e orientare la propria vita anche se i contenuti e le esperienze spesso vengono distribuiti tra i responsabili dei diversi settori.

* La pastorale giovanile deve pensare e offrire un cammino di educazione alla fede, unitario e progressivo, dove i momenti straordinari e il quotidiano, i nodi della crescita umana e il riconoscimento della presenza di Dio, la celebrazione e la Parola, la preghiera e l’azione si corrispondano, si rafforzino a vicenda e si fondano.
Si innesta allora un’altra caratteristica della pastorale giovanile che riguarda la modalità generale di fare la proposta di un cammino che aiuti a personalizzare la fede e i valori del Vangelo.
Tale modalità si propone di suscitare la partecipazione attiva dei giovani e considera fattore importante del cammino il loro apporto e la loro reazione. Gesù parlò col giovane, gli domandò e l’ascoltò, riprese le sue risposte. E lo stesso fece con Nicodemo, con gli apostoli, con la donna samaritana.
È dunque conveniente che la pastorale cerchi di stimolare i giovani a domandarsi e riflettere, di invitarli ad esprimersi, di suscitare il desiderio di provarsi e osare nel vivere conforme al Vangelo.
Così diventa propositiva e provocante. Tra le intenzioni e capacità del pastore ci deve essere quella di aprire orizzonti nuovi, risvegliare il meglio che c’è nei giovani, proporre gli aspetti più originali e dirompenti dell’esperienza umana e cristiana: non dunque soltanto docilità recettiva da parte dei giovani, né soltanto ascolto e presa d’atto da parte del Pastore di quello a cui i giovani arrivano naturalmente, ma invito e chiamata. Il Vangelo è avvenimento e incontro, non solo istruzione: proprio così fece Gesù con il giovane che dichiarava di conoscere e osservare i comandamenti.
C’è un equilibrio delicato tra l’accogliere e l’orientare verso l’oltre, tra continuità e salto. La vita cristiana è fatta anche di rotture ed esodi repentini, di sfide e inviti inattesi.

* Da ultimo ci vuole una pastorale che sia «della comunità»: che abbia la comunità come soggetto, che si svolga nell’ambiente comunitario e porti l’attenzione verso la comunità.
La vocazione è intrinsecamente comunitaria. Sarà un servizio alla comunità e un segno dentro di essa. C’è una costante: l’esperienza di comunione porta verso scelte generose e diventa motivazione per seguire tali scelte.
Vanno valorizzate allora, per un armonico sviluppo umano sotto il dinamismo della fede, tutte le esperienze di comunità: la famiglia, la parrocchia, la comunità educativa, il gruppo.
Si deve badare però che siano autentiche, cioè di rapporti aperti e profondi, di condivisione e collaborazione, e non soltanto di appartenenza formale o di dipendenza. Bisogna dunque creare ambienti accoglienti con riferimenti chiari alla comunità ecclesiale, dove i testimoni sono alla portata dello sguardo e hanno capacità di proposta e accompagnamento. Poco raccomandabile sono le «riserve», i cenacoli autosufficienti, i gruppi che fanno riferimento a se stessi, fosse anche per ragioni di spiritualità.

Una promozione vocazionale guidata da criteri pastorali

Collochiamoci adesso sull’altro versante, quello della promozione vocazionale. Ci sono piani, strutture diocesane, incaricati, momenti specifici. Che può significare per essi assumere criteri pastorali?
Come cosa prima e più evidente significa non circoscriversi prematuramente ad insistere su un motivo unico o a cercare un risultato settoriale.
Bisogna abbandonare definitivamente la preoccupazione esclusiva di raccogliere candidati per un certo tipo di vita o per un determinato istituto, e proporsi di rendere un dovuto servizio di orientamento ad ogni giovane: tutti hanno una vocazione e dobbiamo aiutarli a scoprirla e a rispondervi con generosità. Tutti sono chiamati e tutti debbono prendere la vita come invito a lavorare nel Regno.
La sfida per la pastorale vocazionale è che ciascuno di quelli che essa convoca o incontra riesca a vedere il suo campo e modo di impegno, e sappia rispondere con consapevolezza matura e generosa. Per questo bisogna creare le condizioni adeguate nel soggetto.
Una decisione di tipo volontaristico o provocata da uno stimolo momentaneo non è sufficiente per assicurare la risposta autentica. E non poche vocazioni accusano, in maniera tardiva, influssi eccessivi e movimenti di volontà non sufficientemente permeati dalla fede. Anche nel caso che un giovane avesse manifestato intenzione vocazionale (n. 13 c), il percorso che parte dalla sua situazione di fede e progredisce interiormente nelle sue diverse dimensioni, è indispensabile e primo.
L’azione in favore delle vocazioni però non può limitarsi alla cura dei singoli. Deve invece favorire, in ambito ecclesiale e civile, una cultura vocazionale: cioè una visione della vita come dono e come servizio, piuttosto che un desiderio individuale di voler realizzare qualche cosa a cui si tiene o arrivare ad essere qualcuno.
Ci troviamo a vivere in società che favoriscono una mentalità individualista e mercantile, dove tutto sembra valutarsi sulla base dei vantaggi che ricaviamo e del prezzo che paghiamo. La pastorale vocazionale deve collaborare a promuovere una cultura della vita e della gratuità, capace di far ritrovare il coraggio e il gusto di cercare un senso e di impegnarsi in progetti generosi. Dice Giovanni Paolo II: «Il disagio che attraversa il mondo giovanile rivela nelle nuove generazioni pressanti domande sul significato dell’esistenza, a conferma che nulla e nessuno può soffocare nell’uomo la domanda di senso e il desiderio di verità. Per molti è questo il terreno sul quale si pone la ricerca vocazionale» (n. 13 b).
Una tale cultura vocazionale comporta alcuni atteggiamenti umani ed evangelici che sono fondamentali per un’opzione responsabile sulla linea del servizio: la capacità di gratuità e donazione, di relazione e dialogo, di collaborazione e condivisione (n. 1 b).
Si dovrà poi progredire dando una visione delle diverse vocazioni piuttosto che centrarsi unicamente e prematuramente su di una sola. La formula «convocare-selezionare alcuni e rimandare gli altri» è decisamente tramontata. Vocazioni sono anche quelle laicali, quelle consacrate nel mondo e via dicendo. Queste non verranno presentate solo attraverso una rapida esposizione dottrinale, ma mettendo i giovani a contatto con esse in una comunità dove vengono vissute con entusiasmo, insegnando a vedere e ad accogliere le loro caratteristiche in mutua reciprocità e comunione (n. 25, 26 f).

In conclusione

La pastorale giovanile è fin dall’inizio orientata ad un obiettivo: rendere il credente attento alla chiamata del Signore e pronto a rispondergli. «Vocazionalizzare» tutta la pastorale è fare in modo che ogni sua espressione conduca la persona a scoprire il dono di Dio nella sua vita – la fede, l’appartenenza alla Chiesa, i doni specifici ricevuti, la propria vocazione-missione – e l’aiuti a riconoscerlo, a svilupparlo, a metterlo al servizio della comunità.
La pastorale vocazionale, d’altra parte, è in tutto il suo sviluppo un cammino di crescita in responsabilità umana, di interiorizzazione della fede, di comprensione del Vangelo, di vissuto ecclesiale, di capacità di impegno. Tanto la pastorale giovanile quanto quella vocazionale devono arrivare alle singole persone, suscitare una risposta responsabile; tutte due devono tener conto della totalità e unità della persona, e stimolare in essa uno sviluppo armonico.

* La riflessione di Juan Edmundo Vecchi, già Rettor Maggiore dei Salesiani, scomparso il 23 gennaio u.s., è stata pubblicata dalla rivista «Seminarium», XL (2000), n. 1.


NOTA

[1] Sviluppi della pastorale delle vocazioni nelle Chiese particolari. Documento conclusivo del II Congresso Internazionale per le vocazioni ecclesiali, maggio 1981, a cura delle Congregazioni per l’Educazione Cattolica e per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica.
E soprattutto Nuove vocazioni per una nuova Europa. Documento finale del Congresso sulle Vocazioni al Sacredozio e alla Vita Consacrata, Roma 5 -10 maggio 1997, a cura delle Congregazioni per l’Educazione Cattolica e per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica. Le citazioni riportate nel testo dell’articolo sono tutte prese da questo documento.