Luis A. Gallo

(NPG 2002-07-75)


Alla base della “Gaudium et Spes” c’è una precisa concezione dell’uomo. Proprio perché essa è stata elaborata all’insegna dell’opzione conciliare del porsi al servizio dell’uomo nella sua crescita in umanità, era indispensabile che ne venisse delineata l’identità. Lo fece in maniera esplicita nel capitolo primo della sua prima parte, nel quale diede risposta a uno degli “interrogativi più profondi del genere umano”, cioè “cos’è l’uomo?” (nn. 10.12), ma la si ritrova diffusa in tutto il suo testo.

Il superamento di una visione profondamente radicata dell’uomo

Appare subito evidente che la Costituzione non si muove all’insegna della concezione ellenistica dell’uomo, accolta dalla fede cristiana al suo ingresso nell’ambito dell’impero romano e mantenuta in vigore a lungo attraverso i secoli. Una concezione dualista, secondo la quale l’essere umano era costituito da una componente di ordine spirituale (l’anima) e da un’altra di ordine materiale (il corpo): due componenti che, nella linea del pensiero dominante, erano tra loro in rapporto asimmetrico, poiché la prima era valutata come positiva, mentre la seconda era ritenuta inferiore e perfino negativa. “Il corpo è la tomba dell’anima”, affermava Platone in uno dei suoi famosi dialoghi, e con tale frase rivelava un’intera antropologia.
Per quasi due millenni il cristianesimo pensò l’uomo in quei termini, traendone delle conseguenze nel campo della conoscenza, della morale, della spiritualità, e perfino del dogma.
Anche nella liturgia se ne trovano chiare tracce se si esaminano i testi delle celebrazioni rituali.
Nella pastorale poi il fatto che la preoccupazione principale fosse quella della “salvezza delle anime” ne è una chiara dimostrazione.
Va subito detto che un tale modo di concepire l’uomo fu accompagnato, nell’esperienza concreta, da risultati ampiamente positivi: tanti uomini e donne vissero alla sua insegna la loro fede, attuando esistenze di alto valore evangelico. Non si può tuttavia ignorare che ciò era legato al fatto che la fede si era inculturata nell’orizzonte dell’ellenismo, e per di più dell’ellenismo neoplatonico, il più diffuso nell’ambiente in cui il cristianesimo si espanse.
La GS prese chiaramente atto del profondo cambiamento culturale avvenuto nei decenni che la precedettero. Arrivò, infatti, ad affermare:
“L’umanità vive oggi un periodo nuovo della sua storia, caratterizzato da profondi e rapidi mutamenti che progressivamente si estendono all’insieme del globo. Provocati dall’intelligenza e dall’attività creativa dell’uomo, si ripercuotono sull’uomo stesso, sui suoi giudizi e sui desideri individuali e collettivi, sul suo modo di pensare e d’agire, sia nei confronti delle cose che degli uomini. Possiamo così parlare di una vera trasformazione sociale e culturale, i cui riflessi si ripercuotono anche sulla vita religiosa” (n. 4a).
Sulla base di tale constatazione, abbandonò decisamente la visione dell’uomo sopra accennata. Ne è una conferma, tra l’altro, il modo in cui affrontò il tema della corporeità umana. Una delle sue principali asserzioni è la seguente:
“Non è lecito [...] disprezzare la vita corporale dell’uomo. Al contrario, questi è tenuto a considerare buono e degno di onore il proprio corpo, appunto perché creato da Dio e destinato alla risurrezione nell’ultimo giorno” (n. 14).
Non è che il documento ignori la distinzione esistente tra le due dimensioni dell’essere umano, che più di una volta rammenta utilizzando ancora la classica terminologia di “corpo e anima” (nn. 3b. 14a. 53b. 61c), ma ciò che gli sta a cuore è sottolineare la loro stretta unità e, soprattutto, la non disparità di valore tra esse.
La componente materiale dell’uomo non è da considerare inferiore a quella spirituale, e meno ancora da ritenere disdicevole, ma viceversa, “buona e degna di onore”.
Insieme alla rivalutazione della componente corporale dell’uomo, la Costituzione operò anche una rivalutazione di tutto il mondo materiale, con la quale tale componente lo vincola strettamente. Si legge, infatti, in essa questa densa affermazione: “L’uomo sintetizza in sé, per la stessa sua condizione corporale, gli elementi del mondo materiale” (n. 14a).
È questo anche il fondamento della dignità dell’intera attività umana nei confronti della natura, alla quale il documento dedica espressamente tutto il capitolo terzo della sua prima parte, e che prende in considerazione in numerosi altri momenti della sua lunga esposizione.

L’uomo relazionale

Oltre a questo primo passo, frutto di un’attenzione rispettosa verso la sensibilità culturale odierna, la Costituzione ne fece un altro. Sensibile al forte processo di personalizzazione in corso, accentuò fortemente la dimensione interpersonale e sociale dell’uomo.
È altamente indicativo quanto asserisce in apertura al capitolo dedicato alla dignità della persona umana:
“Ma Dio non creò l’uomo lasciandolo solo: fin da principio ‘uomo e donna li creò’ (Gen 1,27) e la loro unione costituisce la prima forma di comunione di persone. L’uomo, infatti, per sua intima natura è un essere sociale, e senza i rapporti con gli altri non può vivere né esplicare le sue doti” (n. 12).
Va notata, anzitutto, l’introduzione nel testo della parola “comunione”, largamente presente nella filosofia e nella teologia dei decenni che precedettero il Vaticano II. Essa evidenzia una nuova sensibilità culturale che pone l’uomo come soggetto relazionale al centro della sua attenzione, anche in reazione all’eccessivo oggettivismo di quella precedente. Per essa la persona, come libertà limitata in cerca di realizzazione, trova tale realizzazione soltanto nell’incontro interpersonale con l’altro e, in definitiva, con l’Altro. Unicamente entrando in comunione con un tu, e in ultima istanza con il Tu di Dio, l’uomo può essere tale.
Di questa nuova sensibilità il Concilio aveva già accolto le istanze nella Costituzione “Lumen gentium”, nella quale la Chiesa veniva definita precisamente in termini di “comunione” (n. 1a); qui, nella GS, le accoglie nel campo dell’antropologia. A questo scopo fa riferimento al testo biblico di Gen 1,27, che è introdotto, nella narrazione genesiaca della creazione dell’uomo, mediante l’enunciato di un criterio fondamentale: “Non è bene che l’uomo sia solo” (Gen 2,18). La Costituzione ne trae le conclusioni più attinenti nel primo capitolo della seconda parte, dedicato al matrimonio e alla famiglia, e soprattutto nell’affrontare il tema specifico dell’amore coniugale. Una delle affermazioni in cui lo si può meglio scorgere, se letta con attenzione, è la seguente:
“Proprio perché atto eminentemente umano, essendo diretto da persona a persona con un sentimento che nasce dalla volontà, quell’amore abbraccia il bene di tutta la persona; perciò ha la possibilità di arricchire di particolare dignità le espressioni del corpo e della vita psichica, e di nobilitarle come elementi e segni speciali dell’amicizia coniugale” (n. 48).
È da notare, in secondo luogo, che la GS non si limita a considerare i soli risvolti interpersonali della nuova prospettiva, ma, attenta anche all’altro filone della sensibilità attuale – “il moltiplicarsi delle relazioni tra gli uomini costituisce uno degli aspetti più importanti del mondo di oggi” (23a) –, ne deriva un’affermazione di estrema importanza: “L’uomo, infatti, per sua intima natura è un essere sociale”.
Su questo aspetto concentra con maggior intensità la sua attenzione, e ne esplicita con cura le più vaste implicazioni, sia nel capitolo secondo della prima parte, dedicato al tema globale della “comunità degli uomini”, sia poi nei temi settoriali trattati nella seconda parte: cultura, vita economico-sociale, comunità politica, promozione della pace...
Essa sottolinea anche con forza l’urgenza di un impegno della Chiesa come comunità e dei suoi singoli membri, particolarmente dei laici, in tale direzione: essi dovrebbe contribuire, con le loro energie e risorse, a dare un’anima nuova alla “fraternità universale” che si sta laboriosamente edificando nel mondo, e che corrisponde alla vocazione stessa dell’uomo (nn. 3c.42-43).

L’uomo storico

L’antropologia ellenistica, proprio perché essenzialista, era anche estranea alla storia. Le essenze, appartenenti al mondo spirituale, erano immutabili ed eterne, fuori quindi dal tempo. L’antropologia della GS, invece, oltre ad accentuare l’innata condizione sociale dell’uomo, ne accentua anche, e con forza, quella storica. Ancora una volta si mostra attenta alla sensibilità della cultura attuale, che nel suo proemio descrive in termini di passaggio: “Il genere umano sta passando da una concezione piuttosto statica dell’ordine delle cose, a una concezione più dinamica ed evolutiva” (n. 15). E nel capitolo della sua seconda parte, dedicato alla promozione della cultura, afferma: “In tal modo siamo testimoni della nascita d’un nuovo umanesimo, in cui l’uomo si definisce anzitutto per la sua responsabilità verso i suoi fratelli e verso la storia” (n. 55).
“Evoluzione”, “storia”, sono termini che appaiono spesso nel discorso del documento, e stanno ad indicare la spiccata sensibilità storica con cui procede. “Storia” significa evoluzione nel tempo, ma significa anche responsabilità umana. E sono due aspetti che vengono in più di un momento messi in risalto.
La Costituzione, però, non assume un atteggiamento ingenuo davanti a tale evoluzione. Benché ne riconosca e perfino ne enfatizzi gli aspetti positivi, non tralascia di metterne in luce anche i negativi. Vaste contraddizioni attraversano oggi l’umanità, contraddizioni che con il loro peso fanno dell’evoluzione umana un cammino che non sempre porta al meglio. Basta leggere i nn. 4-9 per farsene una chiara idea.
L’uomo, quindi, quello individuale ma anche quello collettivo a tutti i suoi livelli, non escluso quello che oggi viene chiamato “planetario”, è un essere che cammina nel tempo, e cammina modificando se stesso. Il suo rapporto con la natura influisce decisamente in tale processo. E in un tempo come il nostro, nel quale il rapporto scientifico-tecnico con la realtà è soggetto ad un processo di estrema accelerazione, anche il cambio dell’uomo, della sua coscienza, dei suoi rapporti con la natura, con se stesso, con gli altri e con Dio sono in costante cambiamento. Tutto ciò costituisce una sfida alla fede cristiana, che non vive fuori del mondo, ma viceversa profondamente immersa in esso.

Una visione dell’uomo alla luce delle fede

L’antropologia della Costituzione pastorale non è tuttavia solo razionale. È certamente tale, perché una simile impostazione le permette di intavolare un dialogo con tutti gli uomini di buona volontà su un terreno comune, quello della ragione e dell’esperienza umana, dialogo che è uno dei suoi tratti caratteristici (n. 3a); ma è anche una visione dell’uomo elaborata alla luce delle fede. E la fede le dà la possibilità di sottolineare alcuni tratti dell’uomo che sfuggono ad altre concezioni meramente razionali.
Con indiscussa determinazione da una parte, e con altrettanto indiscussa modestia dall’altra, afferma, dopo aver abbozzato i principali interrogativi che si pone l’umanità attuale:
“La Chiesa crede che Cristo, per tutti morto e risorto, dà sempre all’uomo, mediante il suo Spirito, luce e forza per rispondere alla sua altissima vocazione; né è dato in terra un altro Nome agli uomini, mediante il quale possono essere salvati. Essa crede anche di trovare nel suo Signore e Maestro la chiave, il centro e il fine di tutta la storia umana” (n. 10).
Tale “chiave” le permette di cogliere la causa profonda della incontrastabile constatazione che “tutta la vita umana, sia individuale che collettiva, presenta i caratteri di una lotta drammatica tra il bene e il male, tra la luce e le tenebre”, che “l’uomo si trova incapace di superare efficacemente da sé medesimo gli assalti del male, così che ognuno si sente come incatenato”; e, ancora, che “l’uomo, se guarda dentro al suo cuore, si scopre inclinato anche al male e immerso in tante miserie”, e spesso infrange “il debito ordine in rapporto al suo fine ultimo, e al tempo stesso tutta l’armonia, sia in rapporto a se stesso, sia in rapporto agli altri uomini e a tutta la creazione” (n. 13). La fede è la luce che identifica nel peccato, concepito come disordine e disarmonia radicali, come “diminuzione per l’uomo stesso, in quanto gli impedisce di conseguire la propria pienezza”, la radice ultima di tale situazione.
Eppure, davanti ad essa la Costituzione non indulge al pessimismo. La stessa fede che gli fa identificare l’esistenza del peccato, la porta a dire con gioia e speranza: “Il Signore stesso è venuto a liberare l’uomo e a dargli forza, rinnovandolo nell’intimo e scacciando fuori ‘il principe di questo mondo’ (Gv 12,31), che lo teneva schiavo del peccato” (n. 13).
Non solo, ma nel concludere ognuno dei capitoli della prima parte, dedicati alla dignità della persona umana, alla comunità degli uomini e all’attività umana nell’universo, pur riconoscendo la presenza del male e del peccato in esse, si premura di sottolineare la grande speranza che la rivelazione fatta in Cristo prospetta per l’umanità. Valgano come esempio le parole piene di afflato con cui si chiude il capitolo dedicato all’ultimo dei temi menzionati:
“Quei valori, quali la dignità dell’uomo, la comunione fraterna e la libertà, e cioè tutti i buoni frutti della natura e della nostra operosità, dopo che li avremo diffusi sulla terra nello Spirito del Signore e secondo il suo precetto, li ritroveremo poi di nuovo, ma purificati da ogni macchia, illuminati e trasfigurati, allorquando il Cristo rimetterà al Padre ‘il regno eterno ed universale: che è regno di verità e di vita, regno di santità e di grazia, regno di giustizia, di amore e di pace’” (n. 39).
In questo modo, apportando “la luce che viene dal Vangelo, e mettendo a disposizione degli uomini le energie di salvezza che la Chiesa, sotto la guida dello Spirito Santo, riceve dal suo Fondatore” (n. 3), la GS offre una visione dell’uomo che è sensibile a quanto l’umanità stessa pensa di sé in questo momento, e allo stesso tempo è fedele a quanto Dio, mediante Gesù Cristo, ha voluto rivelarle sulla sua identità.