Roberto Giannatelli

(NPG 2002-07-67)



Il rapporto tra media-etica-educazione costituisce una delle grandi sfide che abbiamo ricevuto in eredità dal secolo scorso. Il secolo XX è stato il secolo dei media. È iniziato con le prime proiezioni cinematografiche del fratelli Lumières e di pochi altri pionieri. Sembrava “un fenomeno da baraccone” ed è diventato nel giro di pochi decenni una potente industria culturale. Altrettanto è avvenuto con la radio e la televisione. Alla conclusione del secolo XX si è affermato con una rapidità impressionante Internet. Messo a servizio della giustizia e della pace potrebbe diventare un fattore formidabile per il progresso umano.

La prima nostra tesi è che i media non hanno ancora messo a disposizione dell’intera famiglia umana le loro eccezionali risorse o le hanno messe a disposizione in modo ineguale creando inforicchi e infopoveri; oppure le hanno offerte inquinate da quella malattia che è la loro dipendenza da interessi economici e da strumentalizzazioni ideologiche. I media non sono stati pienamente a servizio dell’uomo, del suo sviluppo integrale, della sua libertà. Non hanno potuto esprimere la loro vocazione fondamentale, che è quella di creare “comunione e progresso” (è questo il titolo dell’istruzione pastorale Communio et Progressio del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni sociali dell’anno 1971). Nella stessa parola comunicazione è iscritta la vocazione fondamentale dei mezzi della comunicazione sociale. Comunicazione viene dal latino “commune facere”: i media dovrebbero esistere non solo per informare e intrattenere, ma per creare rapporti più universali di comunione tra gli uomini, per favorire la crescita di comunità a iniziare dai più poveri.
La seconda tesi è che l’apporto dell’etica e dell’educazione sono come due grandi “medicine” preventive per guarire i media dalla loro malattia e difendere l’uomo dal loro potere. Sono un contropotere che si oppone al potere dei media.
Approfondirò la proposta dell’etica dei media e della media education, a partire dell’esperienza e dell’insegnamento che la Chiesa cattolica ha espresso al riguardo e che trovano consensi in larghi strati della famiglia umana. Nella mia esposizione ci sarà anche una parte della mia personale esperienza. Sono docente, infatti, della Università Pontificia Salesiana di Roma; sono stato consultore del Pontificio Consiglio per le Comunicazioni sociali che ha eleborato i principali documenti della Chiesa cattolica sull’etica delle comunicazioni sociali; mi sento ugualmente partecipe di un grande movimento di media educators che ho incontrato nei congressi mondiali di Gueph (Canada) nel 1992, La Coruña (Spagna) nel 1995, St. Louis (USA) nel 1996, Paris (Francia) 1997, São Paulo 1998 (Brasile), Toronto (Canada) nel 2000). Infine ho dato origine, in Italia, a una associazione di educatori della media education che ha preso il nome di MED (Associazione italiana per l’educazione ai media e alla comunicazione) di cui sono presidente.
Il metodo che seguirò sarà quello dell’analisi critica dei testi (si tratta dei documenti elaborati dalla Chiesa cattolica sulla comunicazione sociale) tenendo presenti gli studi di scienze della comunicazione e dell’educazione, e la mia personale esperienza.

Un cammino di avvicinamento

Il rapporto tra Chiesa cattolica e media all’inizio non è stato facile. Si è inaugurato con una vampata di entusiasmo, si è trasformato presto in un atteggiamento critico e di condanna, per ritornare ad essere negli ultimi quarant’anni dialogo, proposta costruttiva, valorizzazione delle risorse offerte dai media per il progresso dell’uomo e per la stessa causa della religione. Ho definito la storia di questo rapporto come “una marcia di avvicinamento” della Chiesa verso il mondo dei media. Questo movimento si inserisce in quella che è stata chiamata la “ riconciliazione della Chiesa cattolica con la modernità” (cf J.Bianchi e H.Bourgeois, Les médias. Texts des Eglises, Centurion, Paris 1990).
Il rapporto Chiesa e media, è iniziato con l’ottimismo del Vescovo di Magonza, patria di Gutenberg, che all’epoca dell’invenzione dei caratteri mobili a stampa, salutava la nuova invenzione come “una specie di arte divina, capace di moltiplicare i codici di ogni scienza a vantaggio della cultura umana e dell’istruzione religiosa dei fedeli” (il primo libro stampato in Europa da Gutenberg, nel 1455, è infatti la Bibbia).
L’entusiasmo degli uomini di Chiesa si tramuta presto in diffidenza e condanna. Siamo nel contesto dell’Illuminismo, di quella cultura “laica” che si diffonde nel secolo XVIII in contrapposizione alla cultura cattolica, fino a quel tempo dominante in Europa. Ed è del 25 novembre 1766 la lettera enciclica “Christianae reipubblicae salus” in cui il papa Clemente XIII mette al bando le opere a stampa di carattere anticristiano e richiama ai vescovi cattolici il dovere di combattere la letteratura immorale, di arginare l’“immoralità insolente e spaventosa dei libri”.
Si tratta del primo intervento che riguarda la nuova cultura dei mezzi della comunicazione sociale, in questo caso delle opere a stampa. Lo studioso gesuita padre Enrico Baragli, recentemente scomparso, ha raccolto un elenco impressionante delle successive condanne rivolte ai vari mezzi della comunicazione sociale che si affacciavano uno dopo l’altro sullo scenario della vita moderna (cf E. Baragli, Chiesa e comunicazione sociale, Roma 1973). L’ultimo pronunciamento della Chiesa in termini prevalentemente critici è la lettera del papa Pio XI “Vigilanti cura” dell’anno 1936 a proposito del cinema hollywoodiano. Il papa si rivolge ai vescovi degli Stati Uniti e loda l’esempio della “Legion of decency”, formata dai cattolici nordamericani che si erano associati per combattere la produzione dei film moralmente negativi. Una forza di dieci milioni di cattolici che si erano impegnati a non frequentare le sale cinematografiche ove questi film venivano proiettati. Una forza di tutto rispetto che aveva convinto, almeno per qualche tempo, i produttori delle Majors di Hollywood a migliorare la loro produzione.
Con il papa Pio XII, e successivamente con il Concilio ecumenico Vaticano II, l’atteggiamento della Chiesa cattolica verso i media elettronici (radio, televisione, cinema) cambia radicalmente.
Ho chiamato “età dell’oro” (cf R. Giannatelli, Chiesa e comunicazioni sociali: l’insegnamento della Chiesa cattolica nei documenti pontifici e conciliari, in “Seminarium”, 1998, n.2) il periodo che comprende l’enciclica di Pio XII sul cinema “Miranda prorsus” (8 settembre 1957), il decreto del Concilio ecumenico vaticano II “Inter Mirifica” sulla comunicazione sociale (4 dicembre 1963), sottoscritto da tutti i vescovi della Chiesa cattolica, e l’Istruzione pastorale “Communio et progressio” (23 maggio 1971) preparata dal Pontificio Consiglio per le Comunicazioni sociali per volontà dello stesso Concilio ecumenico e sottoscritta “tutta e in ogni sua parte” dal papa Paolo VI. Questi documenti rappresentano una piccola “summa” della dottrina cattolica circa la nuova era delle comunicazioni sociali, e costituiscono una “riserva aurea” che sarà spesa dalla Chiesa cattolica nei decenni successivi in termini di proposte positive per migliorare la qualità dei media e per impegnare i cattolici nella valorizzazione dei media nella vita della comunità e nella media education. (Per la conoscenza dei documenti della Chiesa cattolica sulla comunicazione sociale rimando al mio studio, in collaborazione con F.-J. Eilers, Chiesa e comunicazione sociale. I documenti fondamentali, Elledici, Leumann 1996; il libro è pubblicato anche in inglese dalla Logos Publications, Manila 1993-2002).
Ricordo, infine, che l’attuale papa Giovanni Paolo II ha espresso in modo efficace e originale il suo insegnamento sulla comunicazione sia attraverso i messaggi che invia ogni anno in occasione della giornata mondiale delle comunicazioni sociali, sia rivolgendosi direttamente ai professionisti della comunicazione. Parlando a Los Angeles, nella capitale della produzione cinematografica e televisiva, esprimeva questa raccomandazione: “I comunicatori devono cercare di comunicare con la gente. Devono imparare a conoscere i bisogni reali della gente, essere informati sulle loro lotte; devono saper presentare tutte le forme di comunicazione con quella sensibilità che la dignità dell’uomo esige” (15 settembre 1987). Karol Wojtyla accompagna l’insegnamento con il carisma della sua “personalità mediatica” capace di creare media events e di mostrarsi uomo della comunicazione.

Etica e profezia nel “nuovo areopago” dei media
(Giovanni Paolo II, Redemptoris missio, 37)

Una parola sull’etica dei media è certamente attesa da una Chiesa che si fa presente nel “nuovo areopago” dei mezzi di comuncazione sociale. I media, infatti, “non sono forze cieche della natura alle quali l’uomo non può sottrarsi” (Etica delle comunicazioni sociali, n.1). I media fanno appello alla responsabilità dell’uomo. Alla loro origine ci sono uomini e gruppi di potere con determinate finalità e interessi. Nel momento della ricezione dei loro messaggi ci sono ugualmente persone con loro responsabilità. I media sono soltanto dei “mezzi”. Dipende dall’intenzione dell’uomo renderli buoni o malvagi, far in modo che contribuiscano alla felicità o al fallimento dell’uomo. Al centro dei problemi sollevati dai media, si pone innanzi tutto la questione dell’etica, dei valori in gioco e delle responsabilità.
Su questi problemi, il Pontificio Consiglio delle Comunicazioni sociali, presieduto dal vescovo nordamericano, mons. John P. Foley, ha formulato negli ultimi anni una riflesione etica che merita di essere presa in considerazione. Mi riferisco ai tre documenti: Etica della pubblicità (20 febbraio 1997), Etica nelle Comunicazioni sociali (20 giugno 2000), Etica in Internet (22 febbraio 2002), elaborati successivamente dallo stesso Consiglio.
Si tratta di una riflessione che si muove tra denuncia e profezia, intesa quest’ultima come formulazione di una utopia, di una grande attesa su ciò che i media non hanno ancora dato e che potranno dare nel prossimo futuro.

La denuncia

La denuncia su ciò che non va nei media è chiara. Può sorprendere il coraggio con cui è pronunciata la denuncia, la chiarezza con cui i problemi sono esaminati, la “parresia” (la non reticenza) con cui vengono indicate le responsabilità. Mi limiterò a tre esemplificazioni che attingono ai tre documenti sopra menzionati.

* Le responsabilità della pubblicità nel nuovo areopago dei media.
È noto come i moderni media (in particolare i giornali e la televisione) sono legati all’economia e alla pubblicità. Senza gli enormi proventi della pubblicità non potrebbero esprimere l’alto standard professionale richiesto dalla gente oggi. D’altra parte i media (la televisione in modo particolare) trascinano il pubblico verso livelli di attesa e gusti sempre più bassi, dove dominano il sesso e la violenza, la spettacolarità e la superficialità, l’effimero e il consumismo. Si dice che “i media comprano audience per consegnarla ai pubblicitari”. E i pubblicitari non si attendono un pubblico colto ed eticamente corretto. Si attendono un pubblico di consumatori.
I pubblicitari non possono scusarsi dicendo di seguire i gusti della gente. Il documento della Chiesa cattolica sull’etica della pubblicità è esplicito. “Dissentiamo da coloro che affermano che la pubblicità rispecchia semplicemente gli atteggiamenti e i valori della cultura circostante. Senza dubbio la pubblicità, come gli strumenti della comunicazione sociale in generale, funge da specchio. Ma, come i media in generale, contribuisce anche a modellare la realtà che riflette e di cui talvolta presenta un’immagine distorta. I pubblicitari selezionano tra i valori e gli atteggiamenti quelli che vogliono promuovere e incoraggiare, promuovendone alcuni e ignorandone altri (…). Per esempio, l’assenza dalla pubblicità di certi gruppi razziali ed etnici può contribuire a creare problemi di immagine e di identità, specie tra i più emarginati; e l’impressione, quasi inevitabilmente creata dalla pubblicità commerciale, che l’abbondanza dei beni porti alla felicità e alla piena realizzazione di sé, può rivelarsi illusoria e frustrante” (Etica della pubblicità, n. 3).
La dipendenza economica dei media e il potere che essi conferiscono ai pubblicitari, comportano gravi responsabilità per entrambi e hanno condotto di fatto allo scadimento della qualità nelle produzioni televisive in particolare.

* Le contraddizioni della comunicazione mediale e globalizzata.
L’avvento della società dell’informazione e della comunicazione rappresenta la più grande rivoluzione della cultura umana, dopo quella industriale del secolo XVIII. Ha portato con sé grandi vantaggi sul piano economico, politico, culturale; ma anche enormi rischi sugli stessi piani. Lo sintetizza bene il documento sull’etica nelle comunicazioni sociali già menzionato.
– Vantaggi economici. I media danno sostegno agli affari economici e al commercio: incoraggiano la concorrenza responsabile, informano il pubblico sulla disponibilità e la qualità dei prodotti. Negli anni ’90 sono entrati in gioco computer e Internet. Si parla di new economy. I complessi sistemi economici nazionali e internazionali non potrebbero oggi funzionare senza i media.
– Vantaggi politici. Nei Paesi occidentali i media informano i cittadini sui problemi e gli avvenimenti, sui responsabili della pubblica amministrazione e sui candidati politici; permettono ai leaders dei partiti di comunicare rapidamente e direttamente con le persone. Mettono in luce anche la loro incompetenza e corruzione, gli abusi, come pure l’onestà e i meriti dei buoni amministratori. La politica diviene un forum pubblico al quale non ci si può sottrarre. La partecipazione dei cittadini è facilitata.
– Vantaggi culturali. I media forniscono a tutti i cittadini l’accesso alla lingua nazionale, alla letteratura, alle scienze, al cinema, al teatro, alla musica, all’arte, ad avvenimenti culturali che altrimenti non sarebbero conosciuti. Consentono di partecipare al patrimonio culturale dell’intera umanità. Uniscono le famiglie, confortano gli ammalati, riempiono la solitudine degli anziani. Informano e intrattengono. Introducono le giovani generazione nel patrimonio culturale e alle tradizioni del proprio paese.

I media sono dunque una grande risorsa per l’uomo d’oggi. Ma l’esperienza del secolo XX ha insegnato che esiste anche un’altra faccia della medaglia. I media, infatti, possono anche ferire la dignità della persona, marginalizzare chi è già svantaggiato, alimentare conflitti e guerre, non informare correttamente, oscurare i veri problemi della gente e ignorare le aspirazioni più autentiche.
Questi abusi li ritroviamo in ciascuno dei tre settori sopra menzionati:
– sul piano economico: i media (e in particolare la televisione) sono utilizzati in funzione del consumismo e per imporre i modelli di vita delle società economicamente avanzate, mettendo in secondo piano le culture dei popoli in via di sviluppo. L’intreccio tra economia, pubblicità e media ha danneggiato la qualità delle loro produzioni;
– sul piano politico: politici senza scrupolo si sono impadroniti dei media, hanno manipolato l’informazione, hanno imposto la propria ideologia. I media non sono stati a servizio della crescita di un popolo, ma di gruppi di potere;
– sul piano culturale: i media commerciali hanno imposto, come si è già ricordato, un modello di vita di tipo consumistico, superficiale, banale, sovente di cattivo gusto. Anziché elevare il livello culturale del popolo, i media hanno contribuito ad abbassarlo ed omogeneizzarlo sullo standard della cultura dei popoli ricchi, delle mode prevalenti, a danno delle culture locali e delle tradizioni popolari.
In questi casi risulta evidente che la responsabilità circa i cattivi effetti dei media non va ricercata nel recettore, ma su “chi controlla gli strumenti della comunicazione sociale, determina le strutture, le loro politiche e il contenuto” (Etica nella Comunicazioni sociali, n.1).

* Internet.
L’analisi sul rapporto Internet ed etica viene condotta dal recente documento “Etica in Internet” del 22 febbraio scorso. Anche qui ritorna la domanda: “Con Internet le persone saranno migliori e più felici?” (Etica in Internet, n.1). Internet sarà utile per la causa della pace e la giustizia nel mondo, oppure approfondirà le divisioni e le ingiustizie?
Come per gli altri mezzi della comunicazione sociale, Internet presenta “due facce della medaglia”: i nuovi mezzi “sono strumenti potenti di educazione e di arricchimento culturale, di commercio e partecipazione politica, di dialogo e comprensioni interculturali”, ma “possono anche essere utilizzati per sfruttare, manipolare, dominare e corrompere” (ib.). Di fatto gli enormi benefici portati dai nuovi mezzi della comunicazione, in particolare da Internet, “non sono condivisi in maniera uniforme. Alcuni individui, imprese commerciali e Paesi hanno visto aumentare enormemente il loro benessere mentre altri sono riamasti indietro. Intere nazioni sono state escluse quasi del tutto dal processo, private di un posto nel nuovo mondo che va prendendo forma” (n. 4). Sono rimasti “ai bordi del cammino” del progresso umano (ib.).
È cresciuto lo scandalo del “digital divide”, per cui i ricchi diventano sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri (n. 10).
L’utopia espressa da questo ultimo documento è che Internet sviluppi al meglio le sue risorse eccezionali. “Caratterizzato da istantaneità e immediatezza, Internet è presente in tutto il mondo, è decentrato, interattivo, indefinitamente espandibile per quanto riguarda i contenuti, flessibile, molto adattabile. È egualitario, nel senso che chiunque, con gli strumenti adeguati e una modesta abilità tecnica, può essere presente nel cyberspazio, trasmettere al mondo i propri messaggi ed essere ascoltato” (ib., n. 7). Internet potrà divenire uno straordinario mezzo di comunicazione e progresso umano. Se risponderà a criteri etici.

La profezia

Il bene o il male che Internet e gli altri mezzi della comunicazione sociale apporteranno agli uomini del prossimo futuro, dipenderà dalle scelte che saranno fatte dall’uomo, dalla saggezza e dai principi etici che guideranno la sua storia.
La Chiesa cattolica crede di poter offrire in questo campo due contributi che ritiene molto importanti: il suo impegno a favore della dignità della persona umana e la sua lunga tradizione di saggezza morale (Etica delle Comunicazioni sociali, n. 5).
Il principio etico fondamentale che essa propone anche per il campo delle comunicazioni sociali è il seguente: “la persona umana e la comunità umana sono il fine e la misura dell’uso dei mezzi della comunicazioni sociali” (ib. n. 21). Il bene e la felicità dell’individuo sono una norma assoluta, ma essi collegati con il bene comune degli altri uomini e delle loro comunità. Il nuovo nome della carità cristiana è oggi quello della “solidarietà”. Il papa la definisce come “la determinazione ferma e perseverante di impegnarsi per il bene comune, ossia il bene di tutti e di ciascuno” (Giovanni Paolo II, Sollicitudo rei socialis, n. 38).
L’applicazione di questo principio etico universale oggi passa attraverso la solidarietà nella partecipazione ai beni della comunicazione e dei media più tecnologicamente avanzati, come è appunto Internet. “La solidarietà ha assunto oggi una dimensione internazionale chiara e forte” (Etica in Internet, n. 3).
Il contributo che Internet può dare alla causa della giustizia e della pace è eccezionale. “Internet può contribuire che questa idea (creare un mondo nuovo governato da giustizia, pace e amore) diventi realtà tra le persone, i gruppi, le nazioni e per tutta la razza umana, se viene utilizzato alla luce di principi etici chiari e sani, in particolare della virtù della solidarietà. Ciò andrà a vantaggio di tutti perché lo sappiamo più di ieri, non saremo mai felici e in pace gli uni senza gli altri, e ancor meno gli uni contro gli altri” (ib., n. 5).
Internet potrà divenire l’espressione di una nuova “spiritualità di comunione”, che poi si traduce nella giustizia tra gli uomini e la pace tra i popoli. La Chiesa cattolica si sente chiamata ad annunciare questo “vangelo” della comunicazione planetaria. La vocazione profonda e propria dei media è mettersi a servizio dell’uomo e della famiglia umana. Sarebbe riduttivo pensare i media solo in termini economici o ideologici, e non in senso antropologico pieno, orientandoli al bene della persona umana e della comunità, di ciascuno e di tutti. Questa è l’utopia della comunicazione sociale come è vista dalla Chiesa cattolica.

Media Education

Uno dei modi per contribuire a migliorare la qualità dei media, è quello di formare il recettore (l’audience), elevare la sua capacità critica e le sue aspettative culturali. I media richiedono una educazione specifica delle nuove generazioni. Si tratta di fornire a tutti i giovani una “competenza mediatica”. Anche la scuola dovrà farsene carico. Alle sue tre funzioni tradizionali (leggere, scrivere, far di conto), se ne aggiunge una quarta: la media competence (cf Pier Cesare Rivoltella, Media education. Modelli, esperienze, profilo disciplinare, Carrocci, Roma 2001).
La Chiesa cattolica è stata sensibile a questo problema fin dal suo porsi. Da sempre essa ha creduto nell’educazione. Investire sull’uomo, coinvolgendo nel lungo periodo tutte le agenzie educative: famiglia, scuola, gruppi intermedi, società. Questo è il campo in cui la Chiesa ritrova sempre la sua competenza e la sua missione.

I documenti della Chiesa sulla necessità di educare i giovani alla comunicazione sociale sono molto chiari. Il testo più celebre è quello del decreto “Inter mirifica” del concilio ecumenico Vaticano II: “Poiché il retto uso degli strumenti della comunicazione sociale, che sono a disposizione di recettori diversi per età e preparazione culturale, esige una loro adatta e specifica formazione teorica e pratica, le iniziative atte a questo scopo – soprattutto se destinate ai giovani – siano favorite e largamente diffuse nelle scuole cattoliche di ogni grado, nei seminari e nelle associazioni dell’apostolato dei laici, e vengano ispirate ai principi dell’etica cristiana” (n. 16). Successivamente la chiesa ha diffuso altri documenti per favorire l’educazione ai media. Ricordo in particolare gli Orientamenti per l’educazione dei futuri sacerdoti alla comunicazione sociale del 19 marzo 1986.

In sede internazionale il problema è stato ugualmente sentito. La stessa Unesco ha organizzato simposi e conferenze internazionali su questo tema. Le dichiarazioni fatte in queste circostanze sono un orientamento per i governi e per coloro che operano nell’educazione. Ricorderò ora la Declaration del simposio di Grünwald (Germania) del 1982 e le “new directions” formulate a conclusione della Conferenza mondiale sulla Media education tenutasi a Toulouse (Francia) dal 2 al 6 luglio 1990.
La Declaration di Grünwald, sottoscritta da 19 nazioni, rappresenta un punto di arrivo di precedenti interventi dell’Unesco in materia di Media education (cf B. Pavlic, Unesco and Media education, in “Education Media International” n. 24, 1987). La dichiarazione esprime un atteggiamento positivo e di fiducia verso i media e raccomanda ai governi di promuovere nei cittadini una comprensione critica: “Piuttosto che condannare o esaltare l’indubbio potere dei media, noi dobbiamo accettare il loro significativo impatto e la loro penetrazione nel mondo intero come un fatto indiscutibile, ed anche apprezzare la loro importanza come un elemento della cultura del nostro tempo. I sistemi politici ed educativi dovranno essere consapevoli del loro obbligo di promuovere nei cittadini una comprensione critica del fenomeno della comunicazione”.
Le “new directions” espresse otto anni dopo a Toulouse, danno per acquisito l’impegno degli stati a promuovere l’educazione ai media, e aggiornano l’intervento dei media educators raccomandando quattro direttrici di marcia (cf C. Bazalgette, E. Bevort, J. Savino, New Directions. Media Education worldwide, Unesco, Paris 1992):
– Una prima direzione di impegno comporta l’ampliamento dello studio dei media alle dimensioni della pubblicità e della musica popolare, molto vicine alle realtà dei giovani, in aggiunta ai temi classici dell’analisi dei testi filmici e televisivi, che già caratterizzano la ME.
– Una seconda direzione mette in gioco l’approccio con cui si devono guardare i media. Si passa da un atteggiamento moraleggiante e critico ad una concezione di più ampio respiro in cui i recettori, attraverso la loro partecipazione attiva, contribuiscono a dare significato e valore ai contenuti dei media.
– La terza direzione riguarda il rapporto con i professionisti dei media, non più visti come diabolici manipolatori delle coscienze, ma come specialisti interessati a migliorare la qualità delle loro produzioni e a demistificarne i lati più oscuri.
– Da ultimo viene messo a fuoco il problema della democratizzazione della comunicazione di massa, al quale la ME si fa sempre più sensibile. Il rapporto tra media, educazione e coscienza civile è ormai evidente. Leonel Jospin, allora Ministro dell’educazione del Paese ospitante, esprimeva questa tesi a conclusione della Conferenza: “Non bisogna aspettarsi dai media né un miracolo né un disastro. Bisognerebbe semplicemente ricordarsi che non c’è democrazia senza partecipazione, non c’è cittadinanza attiva senza formazione, informazione, cultura, consapevolezza critica. Se vogliamo che i media servano la vita democraticamente, allora dobbiamo partire da un approccio democratico e pedagogico. Dobbiamo chiarire quale sia il ruolo che i media svolgono nel cuore della democrazia. E per fare ciò la scuola è indispensabile” (cf L. Jospin, New directions in Media Education, in “Media Development” 1991, n. 1, p.7)

Mi sembra che una linea comune si stia sviluppando nella consapevolezza dei media educators di tutto il mondo. Molti di essi si sono incontrati nei congressi internazionali che si sono svolti negli ultimi quindici anni. Li enumero qui semplicemente mentre un mio studente, che sta conducendo la ricerca dottorale, mostrerà il “filo rosso” che disegna una linea di coerenza e progettualità per la Media education di domani:
– Meeting of Research and Media Education, Lausanne, Switzerland, 1988;
– New Directions on Media education, Toulouse, France, 1990;
– The Pedagogies of Representation, La Coruña, Spain, 1995;
– Les jeunes et les médias, domain, Paris, France, 1997;
– Multimedia e Educação em um Mundo Globalizado, São Paulo, 1998;
– Children, Youth and the Media beyond the Millenium, Toronto, 2000.

Come ho già ricordato, sono stato presente in questi congressi e sono felice di aver partecipato alla costruzione dell’educazione di domani. Essa non potrà ignorare i tre obiettivi della Media education:
– alfabetizzazione: i media sono una nuova lingua e cultura che i ragazzi e i giovani devono apprendere durante gli anni della loro scolarizzazione. L’alfabetizzazione deve riguardare tutti i media che si sono affermati nel secolo XX: cinema, radio, televisione, stampa, new media, Internet. Per essere pienamente cittadini del XXI i giovani devono saper “leggere e scrivere” con i media;
empowerment: ma non si tratta solo di essere informati, si deve maturare una competenza mediatica in cui è centrale il problema dei valori e dell’etica, oltre alla consapevolezza critica;
– cittadinanza: di fronte al “potere” dei media il cittadino deve poter contrapporre il “contropotere” della cultura critica e della partecipazione democratica.

Anche l’attuale papa Giovanni Paolo II si è espresso più volte a favore della Media education. Nel messaggio per la giornata mondiale delle comunicazioni sociali del 1992, si è espresso con un’immagine suggestiva: “I media sono il biglietto di ingresso di ogni uomo e di ogni donna alla moderna piazza di mercato dove si esprimono pubblicamente i pensieri, dove si scambiano le idee, vengono fatte circolare le notizie e ricevute le informazioni d’ogni genere” (24 gennaio 1992).
La Media education deve condurre i giovani d’oggi all’acquisto di questo “biglietto di ingresso”. È nostro compito operare perché i giovani di tutti i Paesi possano ottenere il “biglietto di ingresso” che li farà a pieno titolo cittadini del mondo.