(NPG 2002-07-53)



Riportiamo in sintesi i risultati dei lavori di gruppo che si sono svolti parallelamente alle relazioni presentate al Convegno. I quattro gruppi, oltre che aiutare i partecipanti a conoscersi e a scambiare le proprie esperienze, avevano il compito di puntualizzare alcuni elementi necessari per educare alla fede nei luoghi informali.

I lavori sono qui riportati in un testo unico articolato secondo i concetti chiave emersi.

La comunità cristiana

Ogni progetto di educazione alla fede, anche quello attuato con i giovani nei luoghi informali, deve nascere all’interno della comunità cristiana: segno della sua attenzione e del suo amore verso le nuove generazioni.
È la stessa che attraverso alcuni suoi esperti elabora itinerari di fede adatti ai destinatari, forma e sostiene, anche attraverso la preghiera, gli animatori inviati ad incontrare gli adolescenti e i giovani.
Perché non si crei uno scollamento tra la comunità stessa e chi opera, è opportuno che si mantenga un costante dialogo e confronto tra le due parti, usufruendo in particolare degli spazi adibiti alla pastorale giovanile.
Questa continua osmosi, oltre che favorire la mentalizzazione e la responsabilizzazione di tutti, sarà il presupposto perché gli animatori non incontrino i giovani al di fuori dei luoghi ecclesiali a proprio titolo, ma in rappresentanza della comunità cristiana. È in questo modo che quest’ultima dimostrerà la sua preoccupazione verso tutti i giovani e potrà prendere coscienza della sua missionarietà.
È opportuno che, al di là dell’interesse delle singole comunità ecclesiali, le diocesi o il centro di pastorale giovanile della CEI organizzino occasioni di incontro in cui si possano confrontare idee e progetti. Si fa richiesta anche all’associazione “Progetto Strada” di farsi promotrice in tal senso svolgendo anche un’azione ponte per mantenere i legami tra chi ha partecipato al convegno o vive esperienze in questo ambito.

L’intenzione

L’educazione alla fede nei luoghi informali non ha come motivazione quella di fare proseliti, di portare le persone in chiesa, ma di essere presenza dialogante, umile e gratuita là dove i giovani si incontrano. Ciò che muove la comunità cristiana in tale azione è la sua grande passione per Cristo e i giovani. L’animazione nei luoghi informali partendo dalla vita dei giovani porta il suo “di più” volendo raggiungere la proposta di Cristo.

La relazione

La relazione tra gli animatori e i giovani adulti che rappresentano la comunità cristiana è un valore in sé, che può suscitare esiti molteplici e vari.
Nella relazione educativa l’animatore porta inevitabilmente quello che crede e vive, e certamente sarà capace di comunicare quello che ha dentro.
Il dialogo offre l’opportunità per poter raccontare se stessi e la propria esperienza come offerta più significativa che si può fare e ricevere dall’altro.
È necessario sottolineare l’importanza di “stare” insieme ai giovani per elaborare significati e per creare relazioni significative inserite dentro la vita quotidiana dei giovani. Esserci, saper ascoltare, saper accogliere i giovani per come e dove sono, saper attendere i loro tempi e fare proposte per aiutare a crescere sono gli ingredienti essenziali di una relazione aperta.

La progettualità

In ogni ambito, ma specie in questo in cui ci si propone di educare alla fede nei luoghi informali, è indispensabile procedere per progetti per non avviare interventi improvvisati o guidati unicamente dalla buona volontà. È opportuno invece prepararsi e attrezzarsi, farsi aiutare da esperti. È importante procedere con serietà attraverso una riflessione previa, la definizione degli obiettivi in riferimento al contesto e alla situazione in cui si è chiamati ad intervenire prevedendo tempi, risorse, ruoli e le fasi del lavoro. Per un buon lavoro è anche necessario che il progetto non rappresenti un incontro occasionale, ma preveda un certo cammino e abbia una sua continuità.
Occorre una progettualità specifica ma collocata dentro un progetto organico e globale di pastorale giovanile, con una grande attenzione anche alle proposte del territorio e delle istituzioni civili.
La verifica dei progetti, non offrendo dei risultati quantificabili, si riferirà più alla qualità della relazione che dell’annuncio.

La formazione

La formazione degli animatori/operatori deve essere integrale e continua.
Una formazione a tutto campo che passi dalla propria esperienza di fede alle tecniche d’animazione. Una formazione permanente con verifiche periodiche per rimettere in discussione il lavoro fatto e la significatività del progetto.
Un’attenzione particolare deve essere data ad offrire la capacità di de-strutturarsi e di saper incontrare con flessibilità, adattamento, creatività e apertura. Bisogna anche lavorare molto sulle motivazioni dalle quali far derivare metodi, strumenti, ecc.
Gli atteggiamenti necessari ad un animatore nei luoghi informali sono: l’umiltà, una vita interiore, la capacità di relazionarsi, di ascoltare, di leggere il contesto in cui interviene cogliendone i suoi elementi positivi, di lavorare il rete…

Il territorio

Ancor più dell’azione pastorale sviluppata all’interno dei nostri ambienti, quella dei luoghi informali non può che essere coordinata in rete con le risorse che il territorio porta in sé.
Va cercata la collaborazione e il coinvolgimento di tutte le persone di riferimento che intercettano la vita dei giovani (barista, giornalaio, gestore del pub, ecc.). Occorre riscoprire il valore del laicato cristiano, responsabilizzando alla testimonianza i laici che vivono nei diversi ambienti diverse professioni, perché abbiano una attenzione particolare ai giovani.

Il coraggio

In questo momento storico occorre il coraggio della comunità cristiana di iniziare, di stare, di proporre… di non aver paura di chi è diverso da te.
È necessario il coraggio di partire con nuovi progetti senza troppe paure e senza pretendere di essere perfettamente pronti, altrimenti non si parte mai!

Nodi da approfondire

* Per una pastorale giovanile attenta a tutti, soprattutto ai più poveri, l’animazione di strada può diventare l’elemento tipico e unificante di questa tensione missionaria?
* Nell’animazione di strada resta come nodo problematico il rapporto tra presenza di compagnia e di vicinanza e annuncio esplicito.
* Chiarificare l’identikit dell’animatore dei gruppi informali rispetto a quello dei gruppi formali.
* Rapporto tra formale e informale: l’informalità deve tendere a collegarsi con il formale? Come? Perché?
* Queste esperienze particolari devono restare simboliche e a livello di segno, oppure devono puntare all’allargamento, al coinvolgimento?
* Fino a che punto è possibile educare alla fede in un gruppo informale? Non c’è il rischio di rendere lo stesso formale?
* Mancanza di adulti nei luoghi informali.
* Difficoltà di far capire il proprio intervento all’interno della comunità.