Diego Coletti

(NPG 2002-07-21)



Non intendo qui offrire indicazioni risolutive o l’elenco analitico dei problemi che si possono incontrare nell’educare alla fede nei luoghi informali, ma semplicemente qualche criterio di verifica e di valutazione in riferimento a tale esperienza.

Articolerò il tema in tre momenti.
Il primo riguarda una riflessione generale sull’educare alla fede. Il secondo mette in evidenza il principio dialogico. Il terzo, infine, prende in considerazione i luoghi dell’incontro tra formali e informali. Ogni parte sarà verificata con il paradigma evangelico, ricercando nella parola del vangelo la verità di ciò che è stato detto.

Educare alla fede: due parole da bonificare

Parlando di “educare alla fede” sento la necessità di chiarificare i due termini presi in considerazione. Occorre una bonifica di queste due idee.

Fede: insieme di contenuti e processo dell’affidarsi

Cosa accade nell’esperienza del credere? Che cosa avviene in una persona quando si trova dentro quella “situazione” che si dovrebbe poter chiamare fede? La principale constatazione è che essa si determina dentro un campo relazionale. Nella fede cristiana il processo del credere si determina sempre all’interno di una relazione interpersonale e il centro dei contenuti della stessa è ugualmente una relazione. Non si crede in un principio, non si crede in una serie di idee, non si crede in una legge, non si crede in una astrazione. Si crede nella relazione nuova che si instaura con una persona che dice di se stessa di essere Dio.
In altri termini il processo della fede non parte se l’oggetto di questa fede è un oggetto inanimato, se c’è l’incontro con una persona. Se parto dall’educare alla fede non precisando bene dove voglio arrivare, in effetti posso anche imboccare strade assolutamente sterili. Se il contenuto della fede fosse per esempio l’esistenza di Dio o la dimostrazione di qualche suo attributo, l’educazione alla fede prenderebbe una piega non cristiana. Viaggiando in autostrada sotto quei cartelli dove c’è scritto “Dio c’è”, una volta ho visto la scritta provocatoria: “Quale?”. Interessante. La formula breve per la fede cristiana, quella nella quale c’è la sintesi della fede cristiana non è: “Dio esiste, e castiga i cattivi e premia i buoni”; la formula breve per la fede cristiana è: “Tu mi ami gratis”. Questa è la buona notizia. Tu, in modo assolutamente incondizionato senza porre alcuna condizione, ti prendi cura di me.
Di fronte a questo modo di vedere la fede partono le domande: chi me lo assicura? chi me lo dice? chi sei Tu? come me lo dimostri?
Il contenuto della fede cristiana è questo. Noi ci troviamo, rispetto a qualche decennio fa, in una condizione nella quale esiste ancora un inquinamento abbastanza diffuso nel senso che dicevo, ma anche e soprattutto una totale estraneità al discorso della fede nel senso accennato. Esiste una cultura religiosa fatta di scetticismo, relativismo, agnosticismo.
Ciò, secondo me, determina una condizione favorevole per chi vuole educare alla fede. Gli ostacoli più grossi alla fede non vengono dal vuoto o dall’ignoranza ma dalle “vaccinazioni”! Chi è stato vaccinato con un virus religioso, che però non provoca la “malattia” della fede, quando viene a contatto con l’autentica proposta di fede, non ne viene contagiato. Paradossalmente, è meglio la condizione del giovane che viene da una mentalità nel quale l’elemento religioso è estraneo o comunque guardato con molto sospetto, perché si trova nella condizione migliore per poter sperimentare l’impatto nuovo e sconvolgente con la fede: non ha fatto il vaccino anti-fede!
Lo schema proposto qui, tra l’altro, è testimoniato chiaramente nella tradizione evangelica: Gesù ha trovato molta più resistenza alla sua proposta tra i Farisei che tra le prostitute e i pubblicani; e certamente i primi erano più “religiosi” e anche più vaccinati contro la nuova alleanza. Quindi conviene non presupporre nulla.
Questo è un discorso già a favore dei luoghi informali, che ci deve far considerare questa situazione non come catastrofica, non come ultima spiaggia, ma un elemento provvidenziale e stimolante per il nostro impegno di evangelizzazione.

Educare: l’amico dello sposo

Un discorso di bonifica, parallelo e analogo, va fatto anche sul termine educare. Educare non vuol dire imporre, non vuol dire semplicemente far compiere un percorso di apprendistato, di addestramento. Se è vero quello che abbiamo detto sulla fede, educare vorrà dire anzitutto propiziare un incontro.
Questa semplice affermazione deve poi agire da criterio determinante e discriminante sul resto. Mi piace citare il passo di Giovanni 3,22-30, dove il Battista è provocato sul tema della concorrenza. I suoi discepoli preoccupati si accorgono che tutta la gente sta andando dove c’è un altro che battezza che si chiama Gesù. Allora si rivolgono a Giovanni Battista e gli dicono pressappoco così: “Qui le cose vanno male… quello a cui tu hai dato testimonianza battezza dall’altra parte del Giordano e tutti vanno da lui”. Giovanni non si scompone e dice ai suoi discepoli: “Io ve l’avevo detto”. Ma non si ferma soltanto a questo. Dice loro anche: “Sapete chi sono io? Io non sono il Messia. Come vi ho detto tante volte, io sono l’amico dello sposo”.
Credo che in questa cifra dell’amico dello sposo ci sia molto da riflettere per un educatore cristiano, per uno che deve rendersi conto che il rapporto educativo è sempre triangolare, e in questo triangolo il vertice rappresentato dall’educatore è destinato a rendersi progressivamente inutile. Deve mantenere fin dall’inizio una posizione subordinata e orientata all’incontro, all’incontro del giovane con Cristo. Come abbiamo detto, educare alla fede è aiutare l’altro ad entrare in una relazione interpersonale.
“Amico dello sposo” vuol dire che la relazione dell’educatore alla fede deve essere fortissima con lo Sposo e che il suo interesse fondamentale deve essere quello di diminuire per far crescere Lui (Gv 3,30). È stabilire una relazione che non sia epidermica o effimera, ma in grado di provocare un costante cambiamento, un rinnovamento interiore.

Il paradigma evangelico

Tutto ciò può essere verificato nel paradigma evangelico.
Per Gesù il primato costante è stata la vita: egli si è preso cura della vita e ha parlato alla vita della gente. Nell’incontro con la samaritana la sua preoccupazione è quella di stabilire con questa donna, attraversando una serie di pregiudizi pesanti, una relazione nuova: “Se tu conoscessi il dono di Dio”. Tutto l’episodio gira intorno a questa preoccupazione di Gesù. È lui che prende l’iniziativa. È lui che inizia il discorso. È lui che pone delle domande, invita a riflettere, provoca, suscita curiosità. Insomma stabilisce una relazione che entra in rapporto con la vita concreta di questa donna, con i suoi pregiudizi razziali e religiosi, con la sua vita affettiva, con il suo mestiere di casalinga che va a fare la spesa tutte le mattine. E la stabilisce nel luogo più informale di tutti: intorno a un pozzo, non nell’ufficio del parroco o nell’aula del catechismo.
Nella presentazione dell’esperienza Gambini scrive che siamo “chiamati a fare un duplice sforzo di mediazione tra i valori cristiani e quelli presenti, più o meno esplicitamente, nel gruppo: da una parte tentando una rilettura e un’attualizzazione del dato di fede in base allo stile di vita degli adolescenti, riconoscendo i germi e le domande già presenti; e dall’altra interpretando lo stesso in base ai dati evangelici per evidenziare il possibile cammino da proporre al gruppo. Il primo movimento serve ad abituare il linguaggio del Vangelo al linguaggio e ai codici del gruppo perché si possa realizzare uno spazio di comprensione tra gli animatori e gli adolescenti, mentre nel secondo i primi dovranno cogliere i passi da farsi verso una crescita umana e cristiana”. Se non c’è questo percorso dalla vita alla fede, dalla fede alla vita, la costruzione della relazione del rapporto vivo con il Signore è impossibile. Bisogna portare questo discorso fino alla sua incandescenza (questa è la cosa difficile) facendo pian piano apparire, in modo sempre più chiaro, che qualcuno si sta prendendo cura della tua vita senza giudicarla, senza condannarla, senza strumentalizzarla a qualche fine estrinseco, diverso da quello semplicemente di metterla nelle condizioni di essere dissetata. La vita amata gratis è il luogo della fede cristiana.
Nell’annunciazione l’angelo definisce Maria con un nome particolare, che noi traduciamo “piena di grazia”, ma che letteralmente vuol dire “amata gratis”. Al di là del luogo d’incontro, se non si attraversa questo territorio non può scattare ciò che chiamiamo propriamente fede cristiana. Per giungere a ciò occorre che si passi attraverso l’esperienza di essere gratuitamente amati, di essere gratuitamente salvati.
Solo in un secondo momento si potrà passare dalla accoglienza della fede che salva al compito, sempre sostenuto dalla grazia, di annunciare la fede. In altri termini si può arrivare a concepire la propria vita non solo come salvata, ma anche come una convincente testimonianza di salvezza.

Il principio dialogico: al di là del metodo

Dicevamo che per educare alla fede, in qualsiasi luogo, formale e informale, occorre saper stabilire una relazione. Parlare comunque di relazione è un termine ancora troppo generico. Tanti possono essere i modi di relazionarsi: di tendenza, di supremazia, di interesse, ecc. La domanda è allora: quale “qualità di relazione” permette di educare alla fede?

Dialogo: non solo metodo

Ci fermiamo a riflettere sul principio del dialogo, che è qualcosa di più di un semplice metodo. Non si tratta solo di uno strumento per far passare qualche contenuto nella mente dell’interlocutore. Nella pedagogia dell’insegnante a scuola, per esempio, si può lodevolmente pensare che sia più fruttuoso “fare meno cattedra” e cercare di dialogare di più con gli alunni in modo che imparino più rapidamente e con meno fatica alcuni concetti. In questo caso il dialogo è semplicemente un metodo.
Nel nostro caso, invece, se abbiamo seguito il discorso dell’educazione alla fede, è in gioco molto di più di un metodo. Solamente nel dialogo è possibile educare alla fede. Non è “meglio”, come se fosse una questione di tattica, ma si tratta di qualcosa di essenziale. Se si richiedono solo dei comportamenti, anche di apprendimento, e comunque di conformazione alle indicazioni del luogo, il discorso di educazione alla fede è già compromesso in partenza.
Il principio dialogico presuppone un atteggiamento di fondo che richiede un processo interiore, abbastanza complesso e delicato, da parte di chi propone il dialogo.
Non mi soffermo sul principio di non-invadenza, aggiungo piuttosto un principio importante, il non-ricatto, che è l’attitudine di chi si preoccupa di stabilire una relazione nella quale appaia la gratuità: “Non sono qui perché in qualche modo la cosa interessa me, ma solo perché mi interessi tu”. Affinché la relazione sia incondizionata, occorre purificare il proprio atteggiamento radicalmente, perché non emerga il sospetto e si determini una relazione in qualche misura commerciale nella quale io ti do perché poi tu ti senta in dovere di restituirmi.
Occorre dunque attenzione non soltanto a purificare il proprio atteggiamento personale per essere veramente liberi nell’instaurare un rapporto educativo, ma anche a far sì che questa incondizionatezza sia comunicata in un linguaggio non ambiguo. E questa, tante volte, è la cosa più difficile.
Perché il dialogo poi sia tale occorre accettare di essere due soggetti entrambi attivi. Il soggetto che ho di fronte nella relazione educativa è un soggetto che ha qualcosa da dire, da offrire, da mettere in gioco, che va accolto, altrimenti non c’è una relazione interpersonale, ma un doppio monologo fatto da due persone non in relazione.
È diffusa invece, purtroppo, l’idea che il dialogo è più vero se io porgo semplicemente vaghe e possibilmente immotivate opinioni personali, perché tutto il resto farebbe uscire dal dialogo e diventerebbe indebita imposizione di una certezza. Portando all’eccesso questo atteggiamento ci troviamo di fronte alla morte delle relazioni vere tra le persone. Certamente ci può essere anche l’eccesso opposto: il dialogo lo si soffoca anche non ascoltando l’altro e continuando a dire sempre di più ad alta voce l’unica verità che sarebbe quella che si conosce già. Ma si ha l’impressione che oggi, soprattutto nelle nuove generazioni, il rischio più diffuso sia invece quello di preoccuparsi di salvare il dialogo con l’attitudine alla sospensione del giudizio. È quella che si chiama la “terzietà”, che vuol dire la scelta di mettersi di fronte ad una contrapposizione, ad un confronto tra opinioni appassionate, sempre e soltanto in “terza posizione”, quasi si fosse sempre e solo arbitri neutrali. Questa rischia di diventare la modalità prevalente nella quale si instaura il dialogo, di neutralità di fronte alle diverse posizioni, considerate tutte insindacabili.
Un vero dialogo deve essere condotto certo con molta disponibilità ad accogliere, a capire, a rispettare la posizione dell’altro e ad aiutarlo ad esprimerne i motivi e le giustificazioni, ma deve essere fatto nella convinzione che può indurre un cambiamento di mentalità e di convinzioni, nella forma della persuasione, nella forma dell’offerta di itinerari di riflessione, di argomentazioni. Deve essere sempre vigile la preoccupazione di avere qualcosa di vero, di buono e di bello da comunicare.

Stanare il selvatico: il dialogo vero non è spontaneo per nessuno

Di fronte a questa proposta di dialogo, bisogna riconoscere che occorre “stanare il selvatico”. Se questo vale per tutti, per tutte le età, si verifica però in modo molto vero, molto particolare per gli adolescenti e i giovani che spesso sono arroccati dietro un muro di diffidenze e portano con sé qualche ferita abbastanza profonda, contraria alla disponibilità ad entrare nel dialogo. Una delle situazioni tipiche del periodo dell’adolescenza, anche dell’adolescenza prolungata, è appunto quella determinata dalla fatica, dal compito che il soggetto svolge, di prendere le distanze da quella specie di ectoplasma dei genitori, degli adulti che era il bambino. Già di per sé le condizioni del dialogo vanno in crisi quando poi è stato contrabbandato per dialogo quello che era soltanto una sottile tecnica di persuasione occulta, operata attraverso una forma di strapotere genitoriale o un ricatto affettivo.
È decisivo ricondurre la persona umana in crescita ad una condizione di sufficiente libertà e consapevolezza che l’abiliti ad una relazione nuova e “disarmata” con il mondo adulto. In questo senso il vecchio principio socratico del partire sempre dalle domande (attualizzato da Baden Powell nell’ormai classico “ask the boy”) è di primaria importanza.
In questo senso il dialogo vero è “attivante”, cioè compromettente. Esso chiama a sostenere un rischio e una partecipazione vera e attiva, e induce sempre un cambiamento che va considerato non come un pericolo, ma come un’opportunità.

Il paradigma evangelico

Basti evocare qui la frequenza sorprendente con la quale Gesù, nell’insieme della tradizione evangelica, è ricordato come uno che pone delle domande. Proviamo a rileggere da questo punto di vista un Vangelo da capo e fondo. Un solo esempio: nel vangelo di Marco, il più breve dei quattro, Gesù pone ben 61 domande!
Inoltre: Gesù spesso risponde alle domande che gli sono rivolte in modo da suscitare altre domande, in modo da incuriosire e interpellare. Questo è uno dei motivi per cui spesso decide di parlare in parabole.

Forma e non forma dei luoghi dell’incontro

In questo terzo momento l’inevitabile schematicità del discorso è dovuta alla mia scarsa competenza in merito, ma insieme alla consapevolezza del fatto che qualche precisazione in merito ai luoghi non formali sia opportuna anche da parte di un profano.
Noterei anzitutto che il luogo informale è quello che viene connotato da un massimo di spontaneità e un minimo di eteronomia. Come tale è il luogo adatto per allentare le tensioni accumulate nelle “forme” di altri luoghi: prima di tutti la scuola e la famiglia. In questo modo si abbassa il profilo delle appartenenze, ci si accontenta di un’identità più generica, adattabile ad appartenenze diverse e mutevoli, e insieme facilmente aggregante. Queste semplici osservazioni suggeriscono da un lato l’attenzione a queste precise caratteristiche che è doverosa da parte di chi vuol fare anche di questi luoghi un’occasione di crescita; e dall’altro lato invitano a considerare questi luoghi come necessariamente di passaggio, provvisori e fragili. Da tenere dunque sempre come momenti di passaggio: essi verranno abbandonati non appena spunta la possibilità di aggregazioni più significative e più stabili. Il luogo informale non va quindi considerato come sufficiente a se stesso, ma va tenuto sempre in riferimento agli altri ambiti di vita del soggetto.
Un secondo tema potrebbe essere circa la possibilità di valorizzare proprio questi “luoghi” per un cammino di evangelizzazione, e secondo quali criteri e metodi.
Qui mi accontento di segnalare un problema: quali criteri possono aiutarci a calcolare bene l’efficacia di questo rapporto informale e lentamente progressivo, non direttivo e non propositivo, anche in relazione alla quantità delle forze e delle risorse impegnate nell’impresa?
E infine: quale può essere l’influsso positivo di questo servizio educativo sulla capacità di accoglienza e di missionarietà dei giovani cristiani, affinché non si chiudano nel luoghi “formali” dell’appartenenza cristiana forte (gruppo parrocchiale, associazione, movimento…) come in circoli alternativi al mondo e alla vita, asfittici e privi di slancio vitale?

Il paradigma evangelico

Gesù, nell’esercizio del suo ministero di annunciatore della buona notizia del Regno di Dio, non si chiude in alcun luogo istituzionale e formale. Alla samaritana dirà senza mezzi termini: “Né su questo monte, né a Gerusalemme….”. Come a dire: chi vive nello Spirito e nella verità deve essere capace di incontrare Dio e di parlare bene con e di Lui in ogni situazione. Il luogo dell’incontro con Gesù non è necessariamente la sinagoga o il tempio. Lo si trova salendo sul monte, attraversando i campi di grano, nelle case private, lungo i sentieri e le strade.
Molti degli incontri con Gesù sono fortuiti e casuali: da essi scaturisce sempre qualcosa di molto più fecondo, significativo e importante di quanto i soggetti coinvolti potessero immaginarsi e attendersi.
Perché tutti gli operatori di questo tipo di evangelizzazione possano rivivere l’esperienza felice di questa fecondità, premio sovrabbondante rispetto ad ogni fatica e ad ogni apparente sconfitta.