Fabio Pasqualetti

(NPG 2002-08-54)


Cara lettrice e caro lettore, avrete certo notato che gli articoli riguardanti il tema Musica e Giovani, pur non essendo apparsi con ritmo regolare, sono rimasti però fedeli al percorso annunciato nel primo articolo pubblicato nel dicembre 2001. Per coloro che non avessero potuto leggere gli interventi precedenti, ricordiamo le tappe del cammino percorso:
1. un’introduzione di carattere generale al tema Musica e giovani, dove si evidenzia la complessità di questo universo esperienziale;
2. un sguardo storico sulla musica rock dagli anni ’50 ad oggi, con un’attenzione particolare al rapporto tra musica, cultura e società;
3. l’approfondimento di due generi musicali (hip-hop e heavy metal) per indicare come la passione per un determinato genere musicale coinvolga visioni della vita e legami con la propria situazione esistenziale: la musica infatti per molti giovani è il linguaggio espressivo per eccellenza, è spazio di sperimentazione per la costruzione della propria identità;
4. nell’ultimo articolo è stato tratteggiato il complesso e ambiguo mondo dello star system approfondendo il rapporto dialettico esistente tra il bisogno dei giovani di celebrare i loro miti e riti e la logica capitalista del consumo che, a conoscenza di questi bisogni, ne organizza scientificamente il mercato.
In questo contributo vogliamo esplorare l’evento concerto, ampliando insieme una riflessione già accennata negli articoli precedenti relativa al fenomeno, in atto già da tempo, della de-sacralizzazione del sacro e della sacralizzazione del profano.
Dagli anni Sessanta si è assistito, in particolare in Occidente, a un declino delle istituzioni religiose.
Questo declino è stato imputato a molte cause, tra le quali si ricorda il crescente soggettivismo, la rivendicazione cioè dell’autonomia di ciascun individuo, fortemente enfatizzata dalla cultura attuale.
Parallelamente i media svolgono un ruolo determinante all’interno della cultura; per un vasto pubblico sono diventati vere agenzie non solo di informazione ma anche di formazione, punti di riferimento a cui attingere una risposta alle nuove domande di religiosità.
Secondo J. Martín-Barbero, studioso latinoamericano, i media hanno in qualche modo eliminato la distanza tra sacro e profano; in particolare la televisione ha introdotto il sacro nel regno del profano e ha ridotto a profano ciò che un tempo era sacro.
Fa notare, per esempio, come la pubblicità abbia reso magico (enchanted) anche il più semplice lavoro quotidiano come il lavare o il pulire, attività che vengono trasformate in racconti poetici e, in un certo modo, elevati ad una dimensione trascendente; allo stesso modo una bottiglia di Coca-Cola diventa una sorgente magica di energia, bellezza e saggezza, sorgente di vita e giovinezza. [1]
La musica, come abbiamo visto negli articoli precedenti, è per i giovani un modo di raccontare se stessi e di presentarsi al mondo. Nei suoi messaggi – a volte cifrati – ci sono esperienze, delusioni, speranze, angosce, amori, illusioni, insomma la loro storia e la loro persona. Per questo il concerto rock va visto come un momento esperienziale forte.
Poiché ricalca i tratti dell’esperienza del sacro, può essere considerato come una teofania profana: i personaggi della cultura popolare sono eretti a idoli, che hanno non la potenza divina di promettere l’eternità (prospettiva lontana), ma quella di far vivere una notte di sogno, un momento magico, una rottura con il grigiore della vita, un momento di esaltazione collettiva. In queste forme di religiosità – che agli occhi dell’osservatore adulto appaiono preconfezionate – si esprime innegabilmente il desiderio di dare un senso profondo alla propria vita.
Prima di addentrarci nel vivo dell’argomento vorrei offrire alcuni spunti di riflessione sul significato dell’espressione “rumore consacrato”.

Rumore consacrato e silenzio profano [2]

Murray Schafer, musicista e studioso di comunicazione, nel libro Il paesaggio sonoro, riprende la teoria già proposta da Lévi-Strauss in Mythologiques, nella quale viene stabilito un parallelismo tra il rumore e il sacro, tra il silenzio e il profano. Dopo aver premesso che per interpretare questa teoria non bisogna lasciarsi condizionare troppo dalla nostra cultura e dal nostro contesto storico, Schafer ci rimanda con la mente alla situazione primordiale di un mondo pervaso principalmente dal silenzio, dove un “suono” dotato di forte intensità – come poteva essere un tuono, il boato di un’eruzione vulcanica o il fragore di una cascata, ecc. – veniva immediatamente associato ad una manifestazione divina e quindi sacra. In questo senso si comprende il senso dell’accostamento dei due termini rumore e sacro.
Schafer, nella sua dettagliata analisi, fa notare come nel paesaggio rurale dell’antichità – per millenni – sia il “silenzio profano” a prevalere, perturbato esclusivamente dalle perturbazioni naturali e dalle grandi celebrazioni della guerra e della religione (“rumori sacri”).
Nel paesaggio sonoro dell’era industriale, invece, è l’uomo che introduce nuove sonorità e stabilisce nuovi rapporti tra determinati ambienti e i relativi suoni.
Il movimento futurista interpreta molto bene questo cambiamento avvenuto a livello sonoro e culturale. È il musicista e pittore futurista Luigi Russolo a proporre la tesi che la musica deve essere fatta non di suoni armonici ma di rumori, i rumori della vita quotidiana miscelati assieme disordinatamente, come in un’improvvisazione (L’arte dei rumori, 1913).
“Russolo inventò vari strumenti: nel 1913 l’intonarumori, apparecchio che simula ululati, rombi, stropiccii, gorgoglii, sibili e ronzii, nel 1922 il rumorarmonio, il mezzo necessario ad amplificare gli effetti musicali creati dall’intonarumori.
Tutti questi strumenti vennero più volte utilizzati in spettacoli dal vivo, seguiti puntualmente da reazioni violente del pubblico, secondo il clima tipico delle serate futuriste”. [3]
Schafer sottolinea quindi come in ogni epoca un certo genere di rumori, da lui chiamato rumore consacrato, non soltanto non compare mai in nessuno degli elenchi dei suoni vietati, di volta in volta redatti dalle diverse comunità, ma è espressamente richiesto e invocato come elemento di rottura deliberata all’interno di una tranquilla e monotona routine. [4]
Questo rumore consacrato è sempre controllato da un qualche potere lungo la storia dell’umanità. Mentre il rumore di fenomeni naturali come il tuono o il terremoto sono vissuti come espressione del potere divino, i rumori prodotti dalle campane e dall’organo sono sotto il controllo del potere ecclesiale; in seguito, sono i vari rumori creati dall’industria (dalla sirena alle macchine di ogni tipo) che assumono le caratteristiche del rumore consacrato; oggi sono i rumori del mondo dei media e dello spettacolo a essere considerati “sacri”. L’aspetto da non perdere di vista è l’associazione naturale che noi umani facciamo tra rumore e potere. Ciò porta Schafer a concludere che “per avere il possesso del rumore consacrato non conta tanto essere chi produce il rumore più intenso, quanto piuttosto avere l’autorizzazione a produrlo senza incorrere in nessuna censura”. [5]
Tra le riflessioni di Schafer – qui espresse in estrema sintesi – due sono importanti per capire il ruolo del concerto rock nell’esperienza giovanile: quella della necessità della comunità di invocare deliberatamente il rumore consacrato per rompere la routine della vita, e il rapporto tra rumore consacrato e potere.
Per quanto riguarda il rapporto rumore consacrato/potere nel caso del concerto rock è sufficiente ricordare come la sua organizzazione richieda una notevole disponibilità di capitali ed esiga un attento lavoro di marketing economico e culturale.
Come dice R. Middleton, rifacendosi a Bourdieu:
“l’organizzazione sociale del ‘gusto’ in una società è una funzione del ‘campo di forza’ globale attraverso cui le relazioni di potere della società si esprimono nella pratica culturale. Il gusto è ‘uno degli elementi più vitali nelle lotte che si svolgono nel campo della classe dominante e nel campo della produzione culturale” (Bourdieu 1980, p. 225). Quindi il ‘capitale culturale’ e il capitale economico sono inestricabilmente legati”. [6]
Il legame tra produzione culturale e potere economico è già stato affrontato nel precedente articolo sullo star system. Ora possiamo soffermarci sugli aspetti comunicativi, celebrativi e rituali del concerto rock.

Teofanie profane

Mi permetto di fare un accostamento che può sembrare irriverente ma che aiuta a capire alcune dinamiche della ritualità umana.
Il confronto è tra la descrizione della teofania in Es 19,17-19 e lo scenario di un concerto rock: la “somiglianza” tra le due situazioni non può non destare una certa sorpresa e giustificare insieme il titolo scelto per l’articolo: “Teofanie profane” e “suoni sacri”, ovvero: il concerto rock.
Essi si fermarono ai piedi del monte.
Il Sinai era tutto fumante, poiché su di esso era sceso il Signore come un fuoco.
Il fumo saliva come quello di una fornace, e tutto il monte era scosso come da un terremoto.
Il suono della tromba diventava sempre più forte.
Quando Mosè gli parlava, Dio rispondeva con il tuono.
Essi si fermarono ai piedi del palco.
Il palco era tutto fumante, poiché su di esso era sceso l’idolo della folla come una stella.
Il fumo e le luci sembravano una fornace e tutto lo stadio era scosso da una forte vibrazione.
Il suono degli amplificatori diventava sempre più forte.
Quando la folla osannava, l’idolo rispondeva con voce tonante.
Se a questo punto volessimo sintetizzare in un’idea l’evento rock, potremmo definire lo stadio o il palazzetto dello sport come quell’area liminale nella quale si entra in contatto con il “profano consacrato”. Il palco è il luogo della teofania, della manifestazione divina. La scelta della notte e le tecnologie del suono e della luce provvedono a strutturare l’immaginario dei fans e a trasportarlo dentro un mondo fantastico, surreale. Gli schermi giganti posti a lato del palco stabiliscono un senso di vicinanza anche per chi è più distante, così che tutti abbiano una visione ravvicinata della divinità; allo stesso tempo l’inserimento di elementi grafici e le coreografie rinforzano l’atmosfera magica. Insistendo sul confronto che ci siamo proposti di analizzare, appare evidente che la musica e la canzone sono l’essenza stessa dell’incontro tra il pubblico e la divinità. Quest’ultima, attesa per mesi e ora accolta tra urla, grida, fischi, lacrime e applausi, riversa un flusso energetico sulla folla e la galvanizza. La sua divinità dipende dal grado di partecipazione che riesce a stabilire con la folla dei fedeli, che contraccambiano con un crescente boato di approvazione e partecipazione fino a raggiungere l’estasi nei brani finali, normalmente i più conosciuti, i più amati e per questo cantati all’unisono. L’assenza di questo duplice flusso energetico tra il palco e la folla annullerebbe l’evento, trasformandolo in un fiasco (cosa che a volte capita).

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ASPETTI COMUNICATIVO-RITUALI DEL CONCERTO ROCK

Mi permetto di continuare in questo confronto (forzato?) allo scopo di far cogliere alcuni aspetti spesso dimenticati nelle nostre progettazioni pastorali e catechistiche.

L’attesa

Le date dei concerti sono attese di anno in anno soprattutto all’uscita di nuove produzioni da parte degli artisti e dei gruppi musicali. Il concerto è una promessa che va mantenuta, che consacra la bontà di una band o di un cantante.
Per i fans i rinvii o la cancellazione dei tours sono come una maledizione e comportano per la band una caduta di credibilità.
Ancora prima che le date ufficiali appaiano sui bollettini ufficiali i fans più accaniti già le conoscono, perché il tam tam di internet, cellulari e fanzine [7] anticipa la comunicazione formale. I fans si preparano con mesi di anticipo.
L’acquisto dei biglietti spesso è frutto di vere rinunce, l’importante è non perdere l’occasione. Il concerto rock assume così i tratti di un esodo dalla vita di routine verso una “terra promessa”. Il “faraone” contro cui lottare possono essere i genitori ai quali strappare il permesso di andare nel deserto per celebrare l’offerta alla propria divinità. Nei giorni che precedono il concerto si parla del viaggio con in propri compagni. Si fantastica, si ascolta e si riascolta l’ultimo CD del gruppo o cantante che sia. Si assimilano le parole che dovranno essere cantate tutte, una dietro l’altra, come delle giaculatorie che escono senza esitazione dalla bocca dei fedeli. Si discute su ogni dettaglio anche sul vestito più appropriato da indossare per l’occasione. [8] Ecco come un fan di Vasco descrive l’abito che la gente indossa al concerto:
Ci sono quelli che si sono vestiti come lui (Vasco), con i jeans strappati! Avevano anche la giacca di pelle, che a luglio è un abbigliamento molto improbabile. Penso che siano stati i più caratteristici! Poi il fatto di mettersi la bandana in testa, sui polsi, più di una, oltre tutto, vestiti completamente in nero, con quei stivali, secondo me sono loro che più di tutti rappresentano i fans di Vasco, in assoluto. Non erano tantissimi, però abbastanza, insomma.
Diciamo che la maggior parte del pubblico era vestita da estate, per cui le magliette senza maniche e pantaloni corti: un abbigliamento molto libero. [9]

Il pellegrinaggio

Ed ecco il giorno si avvicina. Per molti sarà un lungo viaggio, a volte si attraversa l’intera penisola pur di raggiungere il luogo della celebrazione rock, il proprio “Sinai”.
Ci si avvicina al luogo “santo” a piccoli gruppi, guidati da “maestri” che si dilettano con lunghi racconti sulle qualità dell’artista e sulle esperienze vissute precedentemente e stupiscono i nuovi accoliti con la sapienza di un guru. Questo brano tratto dal libro C’era un volta il metal illustra bene quanto intendo dire:
“E i Kiss?” chiede un ragazzetto con la maschera pronta fra le mani. “Grandiosi” continua Walter. “Gene ha tenuto banco, Paul avrebbe retto a cantare per un’altra giornata di fila. Hanno fatto tutti i pezzi del repertorio”. “E gli Iron?” incalza un altro. “Forti, fortissimi – continua Walter infervorandosi – quel basso di Steve Harris batteva il tempo come un orologio impazzito.
Ci scandiva dentro i battiti del sangue, ce li accelerava e ce li diminuiva”.
Walter si sentiva tanto Cristo predicatore, ero sicuro, Lui e gli apostoli. Ognuno ha i suoi peccati inconfessabili. Adesso, pensavo io, si mette a camminare sull’acqua.
Adesso… basta un attimo… [10]
La fatica delle lunghe ore di attesa davanti ai cancelli dello stadio o del palazzetto svanisce nel momento in cui si aprono i cancelli.
Scoppia un urlo e si corre per conquistare le posizioni più vicine al palco; sembra un’onda di piena che avanza e si frange contro la barriera che separa il palco dal pubblico. In poco tempo lo stadio si riempie.
Inizia ora la “veglia”, solitamente affidata a qualche gruppo “spalla”, in attesa della “funzione” vera e propria. In questo modo nuovi artisti si stanno facendo le ossa nella speranza un giorno di essere a loro volta gli “attesi”. Tutti attendono il miracolo!

La celebrazione

Finalmente le luci si abbassano. Nell’aria si può respirare il crescere della tensione.
Il silenzio cala sull’arena pronta a esplodere in un boato appena la silhouette dell’artista o del gruppo emerge dal nulla.
Ed ecco, suoni e luci esplodono; la folla eleva un urlo di giubilo e di esaltazione e le migliaia di “fedeli” sembrano una sola gigantesca presenza. A sua volta la voce del leader sovrasta questa onda d’urto con la potenza di un turbine.
È subito magia.
Il concerto è iniziato, ma i fans non sono lì solo per ascoltare.
Riporto alcune risposte date alla domanda inserita in una ricerca: Che cosa facevate durante il concerto di Jovanotti?
1. Di tutto.
2. Ballavamo, saltavamo, e ci si spingeva verso il palco. Tutti vogliono toccare Jovanotti.
3. Saltavamo come matti e urlavamo, quando Jovanotti si avvicinava si spingevano tutti verso il palco, incredibile.
4. All’inizio molti rimanevano fermi ad ascoltare, poi quando sono iniziate le canzoni più vecchie e ritmiche: esempio una tribù che balla, il pubblico ha iniziato a ballare.
5. Erano scatenatissimi.
6. Si saltava, si cantava.
7. Beh… prima hanno fatto al “Ola” …un po’ di volte … 7/8 volte e poi durante il concerto si cantava, si saltava.
8. Bah! Più che altro gioia, soddisfazione di assistere al concerto e… e una cosa che trasmette proprio Jovanotti, proprio il senso della vita, dell’energia vitale proprio!
9. C’era entusiasmo, allegria. [11]
Partecipazione, entusiasmo, gioia, esaltazione sono gli elementi che accompagnano tutta la manifestazione. In queste “celebrazioni” si tenta di purificare il grigiore della vita come testimonia questo altro racconto di un concerto metal.
“Sfrenati, tormentati, scossi da un torpore di un secolo, sfoghiamo insofferenze e scontentezze.
Siamo finalmente liberi, inferociti, uniti in sarabanda senza requie.
Ci inseguiamo e ci scontriamo, torniamo su e andiamo giù.
Ci siamo e non ci siamo, ci troviamo un attimo per perderci ancora”. [12]
Il concerto procede secondo scaletta, seguendo la strategia di non lasciare cadere mai la tensione e quindi dosando brani conosciuti con brani meno conosciuti, il tutto in un crescendo che raggiunge l’apoteosi nel gran finale.
Gli organizzatori sanno che l’inizio e la fine sono i due momenti più importanti, sono i momenti magici che rimarranno impressi nel cuore. Non a caso le canzoni in assoluto più amate si riservano per la fine (un po’ come il vino migliore a Cana!).
La folla sembra non avere limiti di sazietà e vorrebbe che questo momento magico non finisse mai.
L’incantesimo finisce. Le luci si riaccendono e presentano le strutture dello stadio, provocando un brusco ritorno alla realtà. Il pieno di carica però è stato fatto.
Ora è il tempo del ritorno.

Il ritorno

Stanchi ed esausti, i giovani escono dallo stadio a gruppetti, commentando, cantando, saltando, salutando fratelli e sorelle che forse non rivedranno mai più; o forse sì al prossimo concerto. Le poche forze rimaste devono bastare per il viaggio di ritorno.
Alcuni dovranno affrontare molte ore di treno o autobus, ma la fatica ancora non si sente perché la gioia riempie quelle piccole vite che, il giorno dopo, si ritroveranno nel grigiore del quotidiano.
Nei giorni seguenti sarà un continuo “far memoria” con gli amici. Per poi iniziare la preparazione al prossimo evento.

Alcune considerazioni

Ciò che abbiamo descritto assomiglia più ad un insieme di impressioni che ad una fotografia del concerto. Il concerto infatti è un evento molto complesso e articolato.
La proposta musicale raccoglie tipi diversi di pubblico; all’interno dello stesso pubblico si trova una diversificazione notevole di atteggiamenti e di comportamenti; le motivazioni poi per la partecipazione al concerto coprono una gamma di esigenze personali non facilmente sintetizzabili in pochi concetti.
Possiamo tuttavia identificare alcune costanti che sembrano emergere dal nostro approccio.
Il concerto risponde all’attesa di qualcosa di speciale, è un evento unico; a questo evento ci si prepara; a questo evento – soprattutto – si partecipa.
La partecipazione assume nei suoi tratti fenomenologici l’aspetto di una liturgia.
Le divinità invocate sono certamente effimere, ma hanno il potere di restituire la magia all’esistenza.
Le urla, le braccia tese, le lacrime, la gioia, il ballo, i cori, la danza nel buio degli accendini accesi, gli applausi, l’ondeggiare della folla testimoniano con forza la dimensione emozionale di questo evento.
Ciò che si vive è vero, non è una simulazione.
È evidente che nessun giovane ammetterebbe che il suo andare ad un concerto è un pellegrinaggio, un approssimarsi a vivere l’esperienza di una “teofania” (per quanto laica essa sia). D’altra parte questo parallelismo non può essere ridotto ad una forzatura, proprio perché mette in rilievo i forti tratti del coinvolgimento emozionale che è tipico delle esperienze mistico-religiose e ci impone una domanda che non può non lasciarci a disagio: come appaiono agli occhi di molti giovani le nostre liturgie?
Con questo non si vuole affermare che il concerto rock debba essere un modello per la liturgia; si constata soltanto che alcuni degli elementi che rendono il concerto rock così importante per i giovani meritano da parte nostra una maggiore attenzione: non possono essere trascurati.

Funzione rituale della cultura mediatica

Cerchiamo ora di cogliere il perché di tutto ciò.
Come mai nella nostra società, tecnologicamente avanzata e razionalmente evoluta, abbiamo bisogno di manifestazioni, per un certo aspetto, tribali, che richiamano antichi rituali, creduti persi nella notte dei tempi?
Per comprendere fenomeni come il concerto rock (ma anche eventi sportivi eccezionali come le Olimpiadi o anche quelli settimanali come le partite di calcio, lo shopping nei centri commerciali e molte altre manifestazioni collettive che costellano la nostra vita) si deve approfondire l’analisi del tipo di comunicazione che avviene in questi eventi.
James W. Carey [13] nel suo libro Communication as Culture denuncia anzitutto il fatto che molti studi sulla comunicazione dipendano ancora da un concetto di comunicazione intesa come trasmissione o trasporto di informazione, quasi che la preoccupazione fondamentale sia di trasmettere un messaggio a distanza con lo scopo di controllo.
Afferma quindi che è necessario entrare in una diversa prospettiva – da lui definita rituale – che “concepisce la comunicazione come un processo attraverso il quale la cultura è creata, modificata e trasformata. (…) Una visione rituale della comunicazione è diretta non all’estensione del messaggio nello spazio, ma al mantenimento della società nel tempo (…), non all’atto di impartire informazione o di influenzare, ma alla creazione, rappresentazione e celebrazione di credenze condivise anche se illusorie”. [14]
È la forza del rito e del mito – come afferma Michael Real – che può invertire il processo di separazione e riduzione dell’esistenza ad una serie di cause fisiche ed effetti, attuato dal razionalismo, dalla scienza e dall’esasperato individualismo presenti nella nostra società occidentale. Il mito riguarda il perché dell’esistenza e il perché di un individuo, di un’azione o di un evento. Nel rito la persona si sente in unità con il mito e con il suo significato. [15]
Nella nostra cultura mediatica sono la pubblicità, le star, le soap-operas, i blockbuster hollywoodiani, i centri commerciali, il concetto stesso di “villaggio globale” che risvegliano ed esprimono in riti il senso del dramma e dell’unicità degli eventi. Il concerto rock è solo uno dei momenti forti di questa operazione.
Il pericolo in agguato in questo processo di mediatizzazione rituale è quello di una progressiva separazione dei momenti di ritualità dall’autenticità della vita quotidiana. Mentre nel passato le feste popolari e quelle religiose illuminavano e accompagnavano la vita di ogni giorno, nella nostra “società dello spettacolo” si tende progressivamente ad avere forti esperienze ma in contrapposizione o in rottura con il grigiore quotidiano. Inoltre la spettacolarizzazione esasperata è imposta dalla logica del mercato che gioca al rialzo per attrarre la gente, da una parte sempre più disincantata, dall’altra sempre più assetata di qualcosa eccezionale.
Possiamo analizzare la funzione del concerto rock alla luce della prospettiva rituale, usando lo schema delle funzioni rituali della cultura mediatica di Real. [16]

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In questo schema troviamo confermati vari elementi evidenziati dall’analisi condotta fin qui. Anche il concerto rock è un’esperienza collettiva capace di unificare simbolicamente attraverso il genere musicale e il gruppo; e l’immaginario che lo accompagna coinvolge sia lo stile personale di vestire sia l’insieme degli atteggiamenti durante il concerto.
La fusione emotiva scaturisce soprattutto dal vivere l’evento; e la musica è una forza divina capace di accendere gli animi dei presenti.
Seguendo ancora lo schema, risulta chiara anche la funzione di modello assunta dal concerto: è infatti una proposta che va al di là della stessa musica. Chi è presente non condivide soltanto delle note, ma dei sogni, delle aspirazioni, delle delusioni, ecc. che durante questo evento vengono celebrate e ritualizzate. Nel concerto si realizza una forte connessione tra storie personali e di gruppo, si verifica una sublimazione della vita ordinaria, risposta al desiderio dello straordinario. Proprio per questa ragione entrare nel concerto equivale ad attraversare la soglia liminale del profano per varcare quella del “sacro”.
Certamente non un sacro assoluto. I giovani sono sufficientemente disincantati per sapere che i loro sono idoli di una serata, di una stagione, che poi lasceranno il posto ad altri. Ciò che importa è la funzione che svolgono. Grazie a loro infatti i giovani possono sperimentare ruoli, identità, modi di rapportarsi con gli altri e con la realtà. Infine, attraverso queste esperienze si consolidano legami che celebrano valori importanti come l’amicizia, la gioia, lo stare assieme. Consciamente o inconsciamente anche questa esperienza – tutto sommato piccola – partecipa al grande rito della cultura che è quello di creare, mantenere, modificare e trasformare la realtà.
Concludendo, voglio ribadire che il focalizzare l’attenzione su una componente del vissuto giovanile come la musica e, in particolare, il concerto, non deve far perdere di vista l’orizzonte più ampio dell’esperienza giovanile. È solo mettendo tutti i tasselli assieme che si può comprendere il comportamento di un giovane o dei giovani. Come sottolinea anche Middleton:
“Le canzoni popolari, non meno di altre pratiche culturali (noi potremmo ricordare le manifestazione come il concerto rock), (…) producono ‘orientamenti verso la realtà’, anche se questi sono legati a idee e convenzioni generati socialmente. (…) D’altro canto, la musica – per usare la formulazione di Wittgenstein – è un ‘gioco linguistico’ (uno dei tanti), governato dalle particolarità delle sue stesse regole di costruzione. La questione, quindi, non è tanto di ‘adeguatezza a’ una realtà preesistente – questo è sempre un argomento circolare che generalmente domina in periodi di relativa stabilità egemonica – quanto di ‘adeguatezza come’ parte della realtà, che produce una conoscenza utile e pratiche efficaci”. [17]

Alcune provocazioni

Tra quanto si è detto fin qui quali possono essere i punti utili per l’educatore e l’animatore. Anzitutto un dato appare certo: i giovani hanno bisogno di riempire di senso la loro esistenza. Di qui la domanda: quali sogni o visioni sappiamo offrire ai nostri giovani? E quindi: quali sono i nostri sogni o le nostre visioni? Perché è molto difficile proporre ad altri sogni e visioni quando non se ne hanno di propri. Né serve molto prendere a prestito gli uni e le altre dai manuali di pastorale o di catechesi.
Supponendo poi che abbiamo realmente dei miti e dei riti da celebrare insieme, il cosa non può scindersi dal come. Nasce allora un’altra domanda: i nostri riti sono simbolicamente ed emotivamente coinvolgenti a tal punto da divenire significativi per i nostri giovani? È evidente che non si tratta semplicemente di riprodurre lo schema concerto, come a volte capita di vedere in alcune manifestazioni giovanili ecclesiali, ma di andare oltre, in profondità.


NOTE

[1] Cf Martín-Barbero J., Mass media as a site of risacralization of contemporary cultures, in Hoover M.S. – K. Lundby (eds.), Rethinking media, religion, and culture, Thousand Oaks, Sage, 1997, p. 111.
[2] Prendo a prestito questo titolo da un paragrafo del libro di Schafer R. M., Il paesaggio sonoro, Lucca, Ricordi, 1985, p. 79.
[3] La musica futurista, http://chimera.roma1.infn.it/GIORGIO/futurismo/musica.html, 19.05.02, 1-2.
La posizione di Schafer è molto dura nei confronti di Russolo a tal punto da definire i suoi esperimenti “un punto nodale nella storia della percezione acustica, un capovolgimento dei ruoli tra figura e sfondo, con l’immondizia al posto della bellezza (…). Proprio questo progressivo venir meno di una distinzione tra musica e rumori dell’ambiente potrebbe in ultima analisi rivelarsi la caratteristica principale della musica di tutto il XX secolo”: Schafer, Il paesaggio sonoro, p. 159-160.
[4] Cf Schafer, Il paesaggio sonoro, p. 79.
[5] Schafer, Il paesaggio sonoro, p. 112.
[6] Middleton R., Studiare la popular music, Milano, Feltrinelli Universale Economica, 2001, p. 336.
[7] Sono detti così i periodici (magazine) dei fans.
[8] Suggeriamo di visitare questo sito http://www.soc.unitn.it/dsrs/sanguanini_pub.htm di Bruno Sanguanini dove si può scaricare anche un interessante ricerca dal titolo Fans del rock. Passioni, pratiche, rituali, mitografie, Trento, 2001.
[9] Sanguanini B., Fans del rock. Passioni, pratiche, rituali, mitografie, Trento, 2001, p. 44.
[10] Wolf P., C’era una volta il metal, Roma, Le Streghe, 2001, p. 90.
[11] Sanguanini, Fans del rock, p. 87.
[12] Wolf, C’era una volta il metal, p. 92.
[13] James W. Carey è uno studioso di comunicazione dell’Università Urbana Champain nell’Illinois. I suoi studi sottolineano l’importanza del legame fra cultura e comunicazione.
[14] Carey W. J., Communication as culture, essay on media and society, Boston, Unwin Hyman, 1988, p. 43.
[15] Cf Real R. M., Exploring media culture, a guide, Thousand Oaks (CA), Sage, 1996, p. 46.
[16] Prendiamo a prestito da Real lo schema che propone per spiegare le funzioni rituali della cultura mediatica. Real, Exploring media culture, p. 47.
[17] Middleton, Studiare la popular music, p. 344.