Maurice Blondel:

il teatro del desiderio

Michael Paul Gallagher

 blondel

In molte stazioni della metropolitana il viaggiatore è accolto da una voce registrata che avverte di «fare attenzione al dislivello». Potrebbe essere l'approccio alla filosofia di Blondel, il quale ci invita a prendere coscienza di un perenne senso di insoddisfazione di fronte al fatto che le nostre migliori aspirazioni non si realizzano mai in pieno nelle nostre azioni. Il problema che si ripresenta continuamente è la nostra inadeguatezza a quelle che la Cleopatra di Shakespeare chiama «le nostre brame immortali». Riconoscendo il divario, possiamo cominciare a prendere coscienza del nostro bisogno di Dio.

La vita umana ha o non ha un senso? E l'uomo ha un destino? Io agisco, ma senza neanche sapere che cos'è l'azione, senza aver desiderato di vivere, senza conoscere esattamente chi sono [...]. Sarei dunque condannato alla vita, condannato alla morte, condannato all'eternità! Ma come, e con quale diritto, se non l'ho né saputo né voluto? (A, p. 3).

Una tesi ardita

Con queste angosciose domande Blondel apriva la sua tesi di dottorato del 1893 e inaugurava un nuovo tipo di filosofia. Invece di rifugiarsi nel consueto stile da erudito, il giovane pensatore francese osò evocare il dramma intimo della coscienza. Il coraggio di scegliere questa impostazione gli veniva dalla sua fede religiosa e dalla sua vita spirituale. Dodici anni prima era arrivato a Parigi per coltivare la filo soffia, sperando di condividere la sua visione cristiana con gli altri studenti. In realtà aveva urtato contro un solido muro di disinteresse e perfino disprezzo per la questione stessa di Dio. Si era trovato di fronte, come Pascal prima di lui, a un mondo intellettuale incapace di misurarsi con le questioni autentiche perché in preda alle «negazioni del razionalismo» (LA, p. 134). Decise allora di diventare un Giovanni Battista filosofico che preparava la via alla rivelazione. Invitare le persone a riflettere sulla possibilità di Dio in quanto realtà celata nel loro stesso agire diventò la passione della sua vita. Newman e Blondel rappresentano entrambi un importante cambiamento della riflessione sulla fede, un allontanamento dal ragionare sulla verità in se stessa per andare a scoprire, grazie all'esercizio della nostra libertà, una verità più viva. Mentre Newman mette l'accento sul «reale» in quanto opposto al «nozionale», Blondel esplora l'azione umana quale chiave dello svolgersi dell'esistenza. Parlare di conflitti esistenziali in una tesi accademica era rischioso, ma ancor più audace era l'allargamento del discorso compiuto da Blondel nel presentare la fede cristiana come fonte di guarigione. Riflettendo su chi siamo e cosa facciamo, Blondel ci vede andare incontro a una scelta fondamentale: restare prigionieri dell'autosufficienza o incamminarci verso la fede religiosa.
In questa zona della nostra libertà possiamo scoprire, secondo Blondel, che Dio è già attivo come l'artefice di tutto il nostro cercare. Prima, però, dobbiamo avvertire il 'dislivello' (la contraddizione dei nostri desideri) al quale si è accennato: da un lato «facciamo tutto il possibile, quasi dipendessimo solo da noi stessi»; dall'altro dobbiamo riconoscere che «tutto ciò che facciamo [.. .] è radicalmente insufficiente» (A, p. 354). Ci imbattiamo così in un'incurabile incompiutezza del nostro desiderio, che «è fedele alla sua ambizione infinita solo nella misura in cui riconosce la sua infinita impotenza» (A, pp. 345-346). Ci scontriamo col fatto fondamentale che quello che è indispensabile per una vita piena appare inaccessibile — almeno finché contiamo solo su noi stessi. Così la possibilità di Dio entra in scena come «assolutamente impossibile e assolutamente necessaria» (A, p. 357). Ciò che comincia come un doloroso dislivello può aprire la strada alla fede in quanto perfetto complemento della condizione umana, se e quando il 'soprannaturale' incontra il grido della nostra natura umana.

Un esodo purificatore

Riconoscere la propria fondamentale incapacità di realizzazione implica un cambiamento di prospettiva. Per chi vive in superficie, significa cessare di essere uno spettatore dei propri atti e prendere coscienza del penoso divario tra speranze e risultati. Non molti, però, sono «interessati a qualcosa che manca» (A, p. 333), perché non sono consapevoli del «dramma più profondo della vita interiore» (A, p. 330). Blondel chiama «metodo dell'immanenza» il fare attenzione a queste contraddizioni e giungere a riconoscere le nostre esigenze più intime (cfr. LA, p. 157) e dichiara esplicitamente necessaria una purificazione per arrivare a una «vita di azione» integrata. Per permettere a Dio di occupare il primo posto nell'esistenza individuale, certe preferenze personali devono essere messe da parte: da quello che non uccidiamo dentro di noi rischiamo di essere uccisi, perché gli impulsi egoistici possono soffocare le nostre aspirazioni autentiche (cfr. A, p. 345).
Anche se Blondel non cita l'evangelico «Non potete fare niente senza di me», a suo parere una vera conversione ha luogo quando ammettiamo che, lasciati alle nostre sole risorse, siamo incapaci di realizzare le nostre speranze. Blondel ci mette di fronte al paradosso della condizione umana perché l'ammissione della nostra impotenza diventi il piedistallo con cui raggiungere una libertà più grande. Possiamo allora passare da un agire privo di punti di riferimento a un momento di decisione, ma non senza lacrime, come usavano ammonire i vecchi libri sull'apprendimento del linguaggio. In una cultura diventata spiritualmente accomodante, mettere l'accento sulla «mortificazione» può diventare un salutare promemoria di quello che Newman ha chiamato «il lato più buio della religione». Siamo di fronte a due strade. Si può trincerarsi nell'autosufficienza, «non avventurarsi fuori da se stessi» (A, p. 340), oppure aprirsi a un cambiamento che implica «una morte che trapassa nella vita» o un «morire che dobbiamo vivere» (A, pp. 346, 349). In termini biblici, Blondel è vicino all'essenziale trasformazione paolina dallo sforzo personale alla fiducia (Fil 3,9).

Destarsi alla malattia

Alcune delle parole chiave di Blondel oggi non sono più di moda: sacrificio, dovere, distacco, rinuncia, sofferenza. Il suo campo di riflessione è ciò che, come Newman, chiama «disposizione» – la zona in cui diventiamo pronti per Dio, un cambiamento che raramente può aver luogo senza turbare il nostro esser soddisfatti di noi stessi. Ci occorre un sano e «incurabile disagio» nei confronti del mondo che ci faccia prendere coscienza che non siamo mai ciò che veramente vorremmo essere (A, pp. 350-351). Solo se guardiamo in faccia questa «suprema malattia umana», possiamo «riuscire a formulare la domanda giusta» (LA, p. 154).
Chi ha bisogno di questo brusco risveglio? Tutti, ma specialmente le persone che Kierkegaard chiamerebbe «estetiche» e Lonergan «alla deriva». Usando un linguaggio singolarmente forte, Blondel sostiene che il sofisticato evitare i problemi è uno «sputare sulla vita» sacrificando tutto all'egoismo (A, p. 33). Più di un secolo fa mise in guardia dalle trappole di quella che oggi chiamiamo la cultura del 'sentirsi bene': «Se facciamo solo quello che ci piace o che crediamo che ci convenga» (A, p. 347), è probabile che ci stiamo sottraendo a una chiamata più profonda. Blondel, insomma, ci esorta a essere meno ingenui riguardo al terreno su cui dobbiamo combattere.
Una volta poste le basi della filosofia dell'insufficienza come percorso verso la libertà interiore, subentra un tono più gentile: «Quanto poco è richiesto per trovare l'accesso alla vita!» (A, p. 354). Il più piccolo atto di generosità può aprire la porta al divino. Blondel esprime poeticamente questo moto di auto-trascendenza: «Uno slancio del cuore è forse sufficiente [...] ad avvolgere l'infinito» (A, p. 356). In altre parole, quando ci accorgiamo di essere imperfetti e insufficienti, e però capaci di donarci, ci affacciamo alla soglia del senso religioso. C'è lì un'altra Parola che ci parla, un possibile, differente Amore che prova a raggiungerci curando la nostra incompiutezza? Dio «può donarsi solo quando Gli è stato fatto posto» (p. 356).

Alleati di Dio

Man mano che il suo scritto L'azione si sviluppa, l'analisi di Blondel diventa più esplicitamente religiosa. La qualità del nostro desiderio affiora in primo piano: riflettendo sulle nostre aspirazioni più profonde, le riconosciamo quali doni divini. In effetti, «il grande sforzo del cuore è credere all'amore di Dio». E in questo crocevia di desiderio inappagato e dono che la filosofia si apre alla rivelazione, che veniamo a conoscere il nostro bisogno di un salvatore che sarà «l'atto dei nostri atti, il pregare del nostro pregare» (A, pp. 366-367). Qui fa il suo ingresso l'azione di Dio e riceviamo quello che mai potremmo raggiungere con le nostre forze. Qui la nostra azione diventa «coestensiva a quella di Dio» (LA, p. 200).
Concentrandosi sull'azione umana, Blondel prende le distanze da qualunque filosofia che trascuri l'esistenza umana nel suo complesso dipanarsi. Per lui, la fede diventa realtà solo attraverso il vivere pratico. «È tramite il canale dell'azione che la verità rivelata entra in profondità nel pensiero» (A, p. 368). Il suo consiglio ai non credenti è «fare il passo decisivo dell'azione», perché la fede non si raggiunge con uno sforzo del pensiero, ma con la generosità concreta. E dal momento che in questo dare se stessi c'è Dio all'opera, «accediamo a un mondo nuovo nel quale nessuna speculazione filosofica» potrebbe accompagnarci (A, p. 371).
La direzione in cui il ragionamento di Blondel si sviluppa deve aver scioccato i suoi esaminatori, abituati com'erano a un discorrere più accademico. Per mezzo di fede e amore, secondo Blondel, ci rendiamo partecipi della vita divina, diventando per grazia quello che Dio è per natura. I campi umani della scelta e dell'impegno diventano il nostro «modo di pensare e di pregare», in cui il lento processo del tramutare i nostri desideri «genera Dio» dentro di noi. Il movimento della nostra libertà ci invita ad «allearci» con Dio e alla luce di ciò la fede può essere «chiamata l'esperienza divina dentro di noi» (A, pp. 378-379).

Lotta, consolazione, fruttuosità

Una delle accuse più frequenti alla fede religiosa è che non faccia la differenza in ambito terreno. Se fosse vero, dice Blondel, sarebbe grave. Se il credente non vivesse un processo di erosione dell'io e di servizio agli altri, allora la sua fede non sarebbe autentica. Con i nostri stili di vita e le nostre concrete opzioni noi rendiamo vera la fede e facciamo risplendere la sua verità; una verità che non è mai afferrata dalla mente da sola, ma dalla mente in armonia con certe disposizioni del cuore e decisioni della volontà.
Ancora una volta torniamo a un tema ricorrente di questo volume: quel riconoscere Dio che chiamiamo fede non equivale affatto a esser convinti dell'esistenza di una Causa Prima dell'universo. La fede è una risposta relazionale a una Parola di Amore e una simile risposta è sempre qualcosa di più di una questione puramente intellettuale, essendo contraddistinta da un procedere verso l'ignoto: «Dovunque ci fermiamo, Dio non c'è; dovunque procediamo, Dio c'è, [ma] sempre oltre» (A, p. 325). E un'avventura dell'intera persona nei mutevoli contesti dell'esistenza e, se è fede autentica, si tradurrà in pratiche che si oppongono alla cultura predominante e la sfidano. Come ha detto Gesù, i suoi seguaci si riconosceranno dall'amore.
D'altra parte, sottolineando troppo la conflittualità e la diversità della fede rischiamo di trascurare la sua capacità di consolazione e appagamento. Per usare le parole di Blondel, nella nostra autosufficienza «volevamo far tutto da noi», ma una volta imboccata la strada cristiana, Dio comincia ad agire in noi guidandoci a una «sintesi perfetta» (A, p. 388). L'unione si afferma a partire dalla tensione. Ciò che Dio vuole da noi coincide, sorprendentemente, con ciò a cui aspiriamo più profondamente. Diventiamo così partecipi della libertà di Dio e perfino del suo amore. Può capitare a un credente di avere la grazia di una simile comunione, e quando questa consolazione arriva, egli sa senza bisogno di spiegazioni che qui sta la vera musica dell'esistenza, e a quel punto prova, come dice una delle parabole del Vangelo, la gioia di trovare il tesoro nascosto nel campo della vita.

Conoscere attraverso l'amore

Per il suo tempo, Blondel ha una posizione sorprendentemente e profeticamente positiva riguardo ai non credenti. Si prende gioco di quelli che evitano la questione religiosa, ma ha un'idea generosa del «regno invisibile della grazia» (LA, p. 195), all'opera anche in chi non è ancora in grado di arrivare alla fede. In questo è un precursore di Rahner e, in effetti, della maggior parte dell'attuale teologia. Per usare le parole di Blondel, le «anime di buona volontà» possono diventare ugualmente «in un modo invisibile e nel profondo del cuore, comproprietarie di ciò che non sono coscienti di possedere» (LA, p. 193). Questo perché la «segreta convocazione di Dio» è presente nelle loro scelte e azioni (LA, p. 141). La rivelazione viene a cercarci «per così dire sul nostro stesso terreno e ci insegue nelle nostre piazzeforti interiori» (LA, p. 155). La strategia di Blondel, come già visto, è stimolare la speranza della fede per mezzo della rilettura del teatro del desiderio e dell'azione. Egli confida che le persone possano un giorno riconoscere il dramma intimo della loro esistenza perché nel loro autoimposto isolamento perdura l'aspirazione a qualcosa, o Qualcuno, di ulteriore.
Nel giorno di Pentecoste del 1961 Dag Hammarskjöld, allora segretario generale delle Nazioni Unite, scrive nel suo diario spirituale (poi pubblicato come Markings, cioè Tracce):

A un certo punto ho risposto Sì a Qualcuno - o Qualcosa - e da quel momento sono stato sicuro che l'esistenza ha un senso e che perciò la mia vita aveva, nel consegnarsi, una meta.

Maurice Blondel avrebbe apprezzato questa frase. Non per niente l'ultima pagina della sua tesi parla di un'esperienza spirituale che non può essere dimostrata dalla ragione: «Di fronte a questo sì senza no, e qui soltanto, tutto si decide in assoluto» (A, p. 446). Entrambi gli autori rinviano a una zona di apertura e di scelta dove si modella la qualità di una vita.
Blondel può essere considerato una miscela di Pascal, Kierkegaard e Meister Eckhart. Con Pascal ha in comune l'allergia alla vita superficiale e ai ragionamenti senza profondità: rifiutarsi di scegliere è comunque una scelta, e per giunta irresponsabile. Come in Kierkegaard, il suo tono è urgente perché alta è la posta in gioco: l'impossibilità di diventare davvero noi stessi valendoci solo delle nostre forze. E come Meister Eckhart (che non nomina mai), Blondel mira a svelare l'intima unità che, in quanto persone, ci è dato di raggiungere: « [Chiediamo a Dio di] aiutarci a passare da una vita che è divisa a una vita che è una» (Eckhart).
Molto più tardi, quando aveva circa 85 anni, Blondel trovò una bella immagine con cui esprimere il nocciolo del suo pensiero. Gli venne in mente che a Roma la cupola del Pantheon non ha una chiave di volta che tenga insieme la sua struttura; al suo posto, un'apertura che guarda al cielo permette alla luce di penetrare all'interno. In modo analogo, il nostro cammino spirituale è come un edificio dalla sommità incompleta, in cui un varco lascia risplendere la luce divina.
In questo modo l'incompiutezza diventa positiva perché ci mette e rimette in contatto con il linguaggio della fede. La presa di coscienza del nostro essere insoddisfatti del finito è la bussola che ci orienta all'infinito. Al di là della fragilità e del vuoto, ci attende una possibilità del tutto diversa. Alla base dei nostri desideri e dei nostri atti coscienti, che oscillano inevitabilmente tra egoismo e abnegazione, Blondel ci guida a riconoscere un desiderio più grande, nascosto in noi perché lì collocato da Dio, in cui Dio ci è presente. La filosofia può al massimo accompagnarci fino a quella soglia della fede, indicandoci un'aspirazione più profonda e una più profonda possibilità. Varcare la soglia è scoprire una verità viva, una libertà viva e una diversa fonte di gioia.
Nelle parole finali della sua opera principale, Blondel oltrepassa volutamente la filosofia per parlare del sì della sua fede cristiana, una certezza che «non può essere comunicata perché nasce unicamente dall'intimo dell'azione perfettamente personale» (A, p. 446). Egli aveva analizzato le contraddizioni dell'agire senza uno scopo, riconosciuto l'implicita ricerca di un significato al di là del visibile, affrontato il costo dell'essere fedeli a una simile dinamica, approdando infine a una condizione di semplicità. Ciò gli permette di dare un nome al Dono che premia il percorso in mancanza del quale il Dono stesso non può essere riconosciuto: «Non sappiamo niente se non amiamo» (A, p. 406). Al termine di un lungo cammino di riflessione, incontriamo una sorpresa paradossale: il Dono che scopriamo alla fine ha guidato il nostro cercare fin dal principio.

 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI ALLE OPERE DI MAURICE BLONDEL

A = Action (1893): Essay on a Critique of Life and a Science of Practice, Notre Dame (IN) 1984 [trad. it. L'azione. Saggio di una critica della vita e di una scienza della prassi, Cinisello Balsamo (MI) 1993].

LA = Letter on Apologetics and History of Dogma, London 1964 [trad. it. Lettera sull'apologetica, Brescia 1990 e Storia e Dogma, Brescia 1992].

(Da MAPPE DELLA FEDE, Vita & Pensiero 2011, pp. 35-43)