Virginia Di Cicco

(NPG 2001-09-II cop) 


Queste righe da poco sono dedicate al ragazzo dell’ascensore, timido e un po’ goffo, che aspettava la ragazza dai capelli rossi e ogni volta un tuffo al cuore e quel mattino non fece in tempo a salutarla.
Alla collega della stanza accanto, un po’ triste, con gli occhi grandi e scuri, e tutti a cercare di divertirla e che proprio in quel momento rideva e così di certo la ricorda chi non ha più occhi per vederla.
A chi, un attimo prima di iniziare, guardava sulla scrivania la foto dei propri figli e sorrideva di tenerezza, come sono cresciuti in fretta, ma il frastuono lo ha distratto.
A chi si stava avvicinando alla finestra e già i polmoni allargati a cercare più che l’aria l’idea di essa, con il rischio di affogare in quella massa d’azzurro così in alto, e che meraviglia da quassù.
A chi aveva la cornetta in mano perché aveva dimenticato di dire, ma il rumore gli ha smorzato le parole.
A quel tizio che correva per le scale, le maniche della giacca troppo lunghe, bello rosso in viso, col fiatone, sempre in ritardo, questa volta però non me la cavo.
A chi, la metro sempre piena mi conviene aspettare la prossima, fece troppo tardi; a chi arrivò stranamente in anticipo quel giorno.
A chi si sentiva un po’ spossato, vado non vado, e si regalò un giorno di far niente; a chi, se rimando quell’incontro poi chissà quando, e andò ugualmente, magari torno prima.
Il «punto zero» è il punto dove il vertice ha coinciso con la base, e le torri che disegnavano il cielo, con le dita presuntuose e la faccia tosta, si sono coricate su se stesse, nascondendo gelose, nel loro grembo contorto, i propri abitanti.
Il «punto zero» non è il vuoto, un inganno vorrebbe convincerci ma non è così. Una struttura invisibile di parole e gesti e sorrisi rimasti sospesi a cercare il loro incastro nel vuoto, a cercare mani e occhi e orecchi per riunirsi.
Il respiro mozzato e l’attesa vana, la risata in gola e le parole perse nel filo del telefono sono lì a mantenere il loro segreto e ammiccano decise. Una sorta di seme che germoglia nascosto agli sguardi dei più e che spostando le macerie viene alla luce, una sorta di ragnatela sgualcita che piano piano si distende a trovare una forma. L’amore che sopravvive, contro cui niente può, né follia né strani martiri.
Queste righe da nulla sono dedicate a chi non ha mai smesso di correre e sempre a spingere gli altri per le scale fino a restare troppo indietro.
A chi con i pensieri in fiamme ha aperto un vetro e scelto di volare per strappare una strada, angeli approssimativi, così senza ali.
A chi ha pregato senza preghiere ma con i baci nelle mani e avrebbe abbracciato se avesse avuto lì i suoi da abbracciare e invece di gridare ha sussurrato, e con quei sussurri ha fatto forza, un addio così come chi non cerca il paradiso ma il cespuglio di rose nel giardino della sua casa.