Cesare Bissoli

(NPG 1987-03-24)


Mi avete chiesto di riflettere sulla iniziazione dei giovani alla fede, evidenziando quanto si dice nel progetto «ufficiale» della chiesa italiana, il quale - come dirò più avanti - è essenzialmente un progetto di catechesi. Lo faccio volentieri lasciandomi anche aiutare dai numerosi stimoli raccolti nel Seminario della CEI sulla «revisione» dei catechesi, tenuto a Roma dal 7 al 9 gennaio.
Sono necessarie alcune premesse. Provo per un attimo a collocarmi da un punto di vista strettamente catechistico.
Pur con tutti i limiti, bisogna riconoscere che in questi anni l'unica area pastorale che si è mossa incontro ai giovani è quella catechistica. L'area liturgica, dopo i primi bagliori, si è bloccata. L'area della diaconia o servizio solo ora comincia a svilupparsi. In fondo, in Italia, è la catechisi ad aver prodotto, a livello ufficiale, le indicazioni migliori per l'educazione alla fede delle nuove generazioni.

LA VERIFICA: RIFARE CATECHISMI O PROGETTARE L'INIZIAZIONE ALLA FEDE?

Ora se mi colloco in quest'area e prendo in considerazione il termine iniziazione nel suo significato più ampio, relativo dunque alla formazione globale della persona, debbo sottolineare che la preoccupazione che esso lascia intravvedere non è direttamente presa in considerazione nel progetto ufficiale.
Non esiste nella chiesa italiana un discorso specifico di iniziazione dei giovani alla fede. Esiste una proposta catechistica dalle molte valenze e implicanze, in quanto può essere tradotta in forme di iniziazione molto diverse, che vanno da itinerari totalizzanti a itinerari puramente conoscitivi. Del resto non esiste uno sviluppo specifico di catechesi (evangelizzazione) per la fascia dei giovani. L'unica variabile di cui si è tenuto conto è l'età. Si è fatto un catechismo per l'età giovanile, ma non si è pensato ad un cammino globale verso la fede.
Certo i catechismi e i vari «documenti» parlano spesso di iniziazione e di itinerari. Ma fanno riferimento quasi unicamente alla dimensione liturgica, ai sacramenti della iniziazione. Tanto è vero che se ne parla solo nei catechismi dei fanciulli e dei preadolescenti, in preparazione all'eucarestia e cresima.
Anche nella pratica pastorale, nella chiesa italiana l'impegno per la iniziazione sacramentale è prioritario, in grado di avvalersi di innumerevoli e spesso validi catechisti. Ma al punto che la chiesa sembra esaurire in essa le sue energie e dimenticarsi dei giovani.
Al Seminario di verifica si è parlato ovviamente anche del catechismo dei giovani (CdG). Vi accenno perché la sua valutazione è controversa. Esso è un testo chiaramente di parte (e non senza efficacia). Affronta con coraggio il problema del rapporto tra fede e cultura. Giustifica la fede dal punto di vista culturale (prima parte), ne presenta una sintesi dogmatica (seconda parte), trae le conclusioni a livello di prassi di vita (terza parte). È assente, però, ogni cenno di itinerario. Vi è solo lo sforzo finale di una ridizione simbolica (il «credo» dei giovani).
La «verifica» ha notato una diffusa difficoltà alla recezione del testo tra i giovani, ma prima ancora tra i catechisti. Fa problema il linguaggio (è la critica principale), ma anche la mancata attenzione ad un qualsiasi itinerario che non sia quello di livello veritativo. C'è anche da dire che, proprio per il suo linguaggio, il CdG riceve anche diversi elogi. Alcuni valutano molto positivamente il taglio culturale. Visto da questo punto di vista, il CdG sembra lasciare una eredità preziosa nella direzione della corretta trasmissione dei contenuti.
Ma non è il testo a costituire il vero problema. Quel che la «verifica» ha evidenziato, al di là del testo o dei suoi sostituti contenutistici, è la estraneità dei giovani al progetto catechistico come tale. I giovani che vengono raggiunti con tale processo sono molto pochi. E poi molti di quelli che arrivano ad una maturità di fede, lo devono al far parte di movimenti e associazioni che al loro interno percorrono un «itinerario» di iniziazione. In forme, non è il caso di ribadirlo, molto diversificate.
Ma non si chiude qui il discorso sulle possibilità che la chiesa italiana ha maturato rispetto al vostro tema: vie di fede per i giovani. Il bilancio ecclesiale sarebbe visto in modo troppo negativo e, quantomeno, eccessivamente povero. 

LA «PROSPETTIVA DI FONDO» DEL PROGETTO CATECHISTICO ITALIANO

Qui occorre recuperare la «prospettiva di fondo».
La chiesa italiana, in effetti, ha elaborato un concetto di catechesi più ampio e ricco della realizzazione ottenuta nei catechismi. Di conseguenza, dopo aver colto - come ho appena fatto - i limiti di invecchiamento della proposta, è doveroso e utile andare oltre i catechismi e riflettere di nuovo sull'eredità che deriva dalla prospettiva di fondo secondo cui si è mossa la catechesi italiana, fin dai tempi del Rinnovamento della catechesi (RdC) e, come dirò, ancora prima. Se si ha il coraggio di confrontarsi con questo patrimonio ecclesiale, se ne trarrà anche oggi un grande arricchimento.

Un poco di storia del progetto catechistico

La chiesa italiana ha manifestato in questa prospettiva di fondo una grande potenzialità. La stessa che si ritrova anche oggi tra mano e alla quale dovrebbe richiamarsi con coraggio.
È necessario guadagnare per un momento una angolatura storica di lettura e rinfrescare la nostra memoria.
Punto di partenza riconosciuto è l'Ipotesi del catechismo per l'Italia del 1967.
Alla base dell'Ipotesi sta l'esigenza, da tutti avvertita, di una nuova catechesi, che sia una vera «traduzione» del Concilio o, per lo meno, una mediazione dei suoi grandi temi all'interno della chiesa italiana.
In che cosa consiste questa Ipotesi?
Prima del Concilio, secondo una tradizione che parte dall'inizio del secolo, per noi italiani il diventare o restare cristiani si realizzava con processi forti di socializzazione, più o meno educativa, entro cui aveva parte essenziale l'apprendimento del catechismo di Pio X. Per i giovani tale catechismo, in certi casi, veniva addolcito o adattato da opportune mediazioni, come quella rappresentata dall'Azione Cattolica giovanile e da altri centri di produzione catechistica (ad es., i Salesiani, i Lasalliani...).
Ora nel 1966, appena finito il Concilio, il Card. P. Ciriaci, nella sua qualità di Prefetto della Congregazione e del Concilio (o per il Clero) invita la neonata CEI a rifare un catechismo nazionale unitario che sostituisse quello di Pio X. Era lo stesso Concilio a richiederlo con la sua ventata rinnovatrice della fede, sia a livello di fides quae (i contenuti) che di fides qua (lo stile di vita). Basti pensare al fatto che al primo posto viene a trovarsi la storia della salvezza e non più la sistemazione tomistica per gerarchia di verità.
A guardare oggi a quei momenti è facile riconoscere che la mentalità che stava sotto la richiesta del Card. Ciriaci era vecchia, quasi tentare di mettere del vino nuovo in otri vecchi. Si pensava che bastasse un catechismo nuovo a fare dei nuovi cristiani.
In fondo si supponeva che fossero ancora vivi i processi tradizionali di socializzazione, i quali invece stavano ormai andando in crisi. Ma chi si rendeva conto allora in Italia di tale processo di cambio, se non alcuni esperti, come Sabino Acquaviva nel suo libro l'Eclisse del sacro? Chi parlava allora, a metà degli anni '60, di iniziazione, di catecumenato, di pastorale giovanile in Italia? Ricordo, fra l'altro, che questi sono gli anni in cui nasce la stessa rivista Note di pastorale giovanile, che fin dagli inizi si rende conto del problema e lavora per affrontarlo.

La scelta profetica del progetto catechistico italiano

Pur con queste ambiguità, si era affacciata una primaverile concezione di ecclesialità conciliare. Un tempo carico di promesse.
La chiesa italiana lo vive con coraggio, facendo una scelta clamorosa, di valore profetico, tanto da far dire oggi che nel prossimo futuro, «servatis servandis», la «revisione» della catechesi dovrebbe corrispondere più alle affermazioni dell'Ipotesi del 1967, che non ai vent'anni di catechesi e di catechismi che ne sono seguiti.
Con un lampo di Spirito Santo la CEI,alla domanda di fare un nuovo catechismo nazionale, risponde con una «prospettiva» che fu poi realizzata. In primo piano non un catechismo, ma una concezione rinnovata di catechesi, anzi di comunità. Solo entro una rinnovata catechesi e dentro una nuova comunità ecclesiale aveva senso (un senso dunque relativo) un nuovo catechismo.
Il vero punto di novità catechistica è il «principio dell'incarnazione», assunto come prospettiva di base nel Rinnovamento della catechesi o Documento di base del 1970. Il nucleo essenziale di tale principio è che la parola di Dio, fonte di ogni evangelizzazione e catechesi, realizza la sua efficacia «incarnandosi», diventando parola per l'uditore nella sua specifica situazione.
Questa scelta viene a orientare verso un catechismo sí unico, ma pensato articolato come itinerario delle diverse età, una via della fede anche per i giovani.
Se l'attuazione storica di questi vent'anni è stata inadeguata sia come testo che come pastorale dei giovani, non si può disconoscere la bontà dell'intuizione di un cammino specifico della fede anche per i giovani.
Questo orientamento, fra l'altro, entrò a far parte, per sollecitazione della chiesa italiana, nello stesso Direttorio catechistico generale.
In ogni caso la prospettiva di fondo contiene in sé una grande ricchezza di motivi catechistici che, per quanto non bene utilizzati nella prassi, esistono e meritano di essere conosciuti. Sono patrimonio vivo della chiesa italiana anche oggi. Solo che a volte lo si dimentica.
Oggi, superata una certa miopia storica, al seguito di determinati eventi sociali ed ecclesiali che hanno toccato profondamente la situazione italiana, si fa sempre più forte il bisogno di ripensare ecclesialmente il rapporto - se non con i giovani (come dirò più avanti, sono preferiti gli adulti) - con la globalità del paese, partendo dalla consapevolezza che è necessaria una «prima» evangelizzazione più che una catechesi in senso classico.
Per questo motivo, mi permetto di dire una parola sui motivi di fondo del progetto catechistico tuttora, come dicevo, validi e sugli avvenimenti di cambio che sono sopravvenuti. 

I MOTIVI DI FONDO DEL PROGETTO CATECHISTICO ITALIANO

I motivi degni di attenzione del progetto catechistico italiano sono radunati al meglio nel RdC o Documento base del 1970. Li si ritrova ulteriormente sistematizzati (più però come istanza di catechesi nel futuro che come verifica del recente passato) nell'Itinerario per la vita cristiana. Linee e contenuti del progetto catechistico italiano, 1984.
Raccolgo questi motivi nei seguenti nuclei. Un primo motivo è la centralità della Parola di Dio e il suo primato rispetto a verità teologicamente elaborate in sistema. La fonte della fede è la Scrittura. Essa è il «libro della fede» (DB, 108).
Il secondo motivo è il cristocentrismo. Le grandi affermazioni del cristianesimo, prima che verità, sono avvenimenti che trovano il loro apice nell'evento Gesú. Nel principio del cristocentrismo le verità della fede trovano la loro sorgente di vitalità e la loro gerarchizzazione.
Il terzo nucleo portante del progetto catechistico è l'obiettivo pensato come integrazione tra fede e vita e come acquisizione di una «mentalità di fede». La catechesi non si propone, allora, di ridire in modo preciso il deposito della fede, ma un dire in modo corretto e significativo la fede. Di qui il noto slogan, elaborato proprio in questo contesto, della fedeltà a Dio e all'uomo. Tutto questo è l'introduzione in ambito catechistico di quel che oggi diciamo il principio ermeneutico o di significatività, in base al quale la catechesi delle verità deve coniugarsi intrinsecamente con le verità della catechesi.
Un quarto motivo è il concetto di «catechismo della vita cristiana». Esso riassume bene quest'ottica esistenziale ed insieme prospetta, sia pur timidamente, il concetto di itinerario come cammino organico per le diverse età, secondo una dinamica di traditio e redditio, di partecipazione attiva tale da evocare la prospettiva catecumenale fattasi nel frattempo avanti con l'Ordo di iniziazione cristiana degli adulti. È anche vero che quest'ultimo aspetto dell'itinerario è più pensato che realizzato. Per lo meno per quantoriguarda la fascia giovanile.
Un quinto ulteriore tratto essenziale riguarda la concezione di cammino catechistico organico, permanente, comprensivo di tutte le età della vita. Siamo ad una sorta di utopia di catecumenato universale, globale ed indistinto, accessibile a tutte le categorie, per le quali sembrano valere solo le differenziazioni per età e non quelle non meno importanti di tipo culturale, realizzato attraverso i cinque «catechismi». L'idea utopistica alla base è che chi nella giovinezza si accosta alla fede avrebbe dovuto già aver interiorizzato i fondamentali della catechesi dei fanciulli, poi quelli della prima adolescenza. Per confluire, dopo l'accostamento al catechismo dei giovani, nella catechesi degli adulti.
Un ultimo tratto rilevante è il radicamento nella comunità ecclesiale. Essa viene considerata il vero soggetto della catechesi attraverso la ministerialità dei singoli catechisti.
Viene in mente il famoso paragrafo 200, splendido nella sua intuizione: «Prima sono i catechisti, poi i catechismi; anzi prima ancora sono le comunità ecclesiali». Intuizione splendida, sempre valida in un processo di evangelizzazione che sia cristiano.
Ma di quale chiesa si tratta o a quale ecclesialità si fa riferimento? E, come conseguenza, quale concezione di rapporto al mondo, alla cultura, alla storia viene ipotizzata?
Probabilmente non aver definito questi aspetti è l'anello mancante della catena. Quella del Documento base, in cui il soggetto parlante è la chiesa stessa, è una ecclesiologia che corrisponde a quella della Gaudium et spes. Dunque una ecclesiologia primaverile, serena, felice, più sul versante della risurrezione che della croce. In fondo si ritiene che alla chiesa basti presentarsi secondo il concilio e i suoi scritti per attirare quasi irresistibilmente i cristiani tiepidi ad una autenticità di vita.
I catechismi respirano questa concezione ingenuamente ecumenica, eccessivamente intraecclesiale, poco aperta alle sfide del mondo (si pensi al catechismo degli adulti!). Dove poi il confronto con la cultura moderna avviene (si pensi al catechismo dei giovani), procede in termini di esorcismo o di dialettica, vera ma forse troppo tagliente e robusta per la capacità dei destinatari.
A ben guardare, non pare che gli avvenimenti successi in Italia dal '68 all'80, tempo della gestazione e produzione dei cinque catechismi, portino ad un qualche vento di novità, rispondente ai nuovi problemi. Si ripete, e bene, il concilio piùttosto che reinterpretarlo. Occorrevano scossoni di grazia di altri avvenimenti. 

VERSO UN AGGIORNAMENTO ALLA LUCE DI CIÒ CHE à SUCCESSO IN ITALIA

Oggi il progetto catechistico in Italia, o la via con cui ufficialmente la chiesa sostiene la fede degli italiani, si trova di fronte ad un ripensamento, senza tradire l'eredità del progetto e le sue intuizioni veramente profetiche.
La chiesa vuole rileggere e aggiornare i catechismi alla luce di ciò che è avvenuto, sia nella vita sociale che in quella ecclesiale.
Nel fare questo non parte da zero. Numerosi avvenimenti e documenti, anche magisteriali, hanno preso atto della nuova situazione e individuato nuovi percorsi. Si parla perciò, ufficialmente, di un aggiornamento dello stesso Documento di base per mostrare nuove vie di fede oltre gli impianti attuali.
Mi sembra utile fare un cenno a tali avvenimenti e ai vari documenti che ad essi si rifanno. Li offro in una analisi sintetica, cercando di rilevarne il nucleo che interessa il nostro tema.
Bisogna anzitutto fare riferimento al Piano pastorale della chiesa italiana, che va da Evangelizzazione e sacramenti, documento del 1972 che ha avuto una chiara influenza sul progetto catechistico italiano, fino al piano Comunione e comunità degli anni '80, passando attraverso il discorso della ministerialità nelle diverse forme.
Rileggendolo dal nostro punto di vista, il Piano pastorale ha da una parte evidenziato il primato della Parola e la sua funzione essenziale nella evangelizzazione, dall'altra offre una visione globale di pastorale entro cui la Parola trova posto e può realizzare la sua efficacia. Si prospetta la triplice via pastorale: la via della Parola, la via della celebrazione, la via della carità. Solo l'insieme delle tre vie costituisce la pastorale nella sua verità.
Altro avvenimento decisivo è il convegno ecclesiale Evangelizzazione e promozione umana del 1976. Il clima che si respira è quello della Evangelii Nuntiandi (1974) di Paolo VI. un clima che si diffonde nella chiesa italiana e che trova la sua espressione più matura nel documento Chiesa italiana e prospettive del paese (1981). Con questo documento la chiesa italiana si apre oltre il circuito di chiesa confrontandosi sull'uomo e richiamandosi insistentemente alla qualità etica della fede.

Le scelte al Convegno di Loreto

Un altro importante avvenimento è il Convegno di Loreto del 1985, dove fra l'altro sono presenti molti giovani, anche se l'assemblea non ne tematizza in modo «centrale» i bisogni e il profilo. Il convegno mette in risalto la complessità della società e del vivere oggi in Italia. Da una parte la chiesa sente il bisogno di operare un discernimento di valori dentro la società, dall'altra pone al centro il valore della riconciliazione fra le persone. Accetta quindi il farsi della fede nel pluralismo.
Il convegno evita sia atteggiamenti di isolamento culturale dei credenti, sia processi di identificazione ecclesiale di tipo forte e risentito verso la società. In fondo rifiuta la via della differenziazione dialettica, come invece certi movimenti emergenti andavano e vanno dicendo.
Anche a Loreto rimane centrale una affermazione: non si diventa cristiani in questo paese senza attenzione alle evidenze etiche, in particolare alla cura degli ultimi, secondo l'icona del buon samaritano.
Drammaticamente, lo stesso convegno di Loreto, che rinverdisce da adulti l'infanzia conciliare, è anche il momento in cui si introduce un elemento che pare creare conflittualità. È il concetto di «identità cristiana» introdotto da Giovanni Paolo II, secondo il quale occorre con più cura attendere a che «lo sforzo di appropriazione di altrui (non cristiani) valori, non significhi espropriazione della propria realtà».
Qui si innesta il duplice stimolo: il paese non è cristiano, ma terra di missione in cui necessita un processo di autoidentificazione attraverso un processo veritativo più marcato. Attraverso un sapere della fede più chiaro e più certo. Ciò esige un cammino in cui - si noti il capovolgimento la verità della catechesi si coniughi con la catechesi delle verità.
Se i prodromi di questa esigenza li si riscontra già nella Catechesi tradendae (1979), la sua emergenza significativa la si ha nel Catechismo della chiesa universale del Sinodo del 1985. La stessa esigenza trova, in certo modo, un modello attuativo nella catechesi del Papa al mercoledí. Altro luogo di risonanza sono le conferenze del Card. Ratzinger (a Parigi e Lione nel 1983) e il suo Rapporto sulla fede.
È la spinta che sta a monte ed inquieta la revisione dei catechismi in Italia.
Ma ulteriormente, il constatato livello di emergenza missionaria, porta a un modo di intendere il diventare ed essere cristiani in prospettiva di «prima evangelizzazione». Si sente il bisogno di processi esperienziali intensi che, nel loro insieme, costituiscano il cammino di fede come «iniziazione cristiana». Entrambe le esigenze hanno oggi un loro richiamo autorevole nell'ultimo documento pastorale Comunione e comunità missionaria (1986).
Gli avvenimenti non si chiudono qui.
Dobbiamo ancora assimilare l'incontro di Assisi (1987), formidabile nella sua concezione umanistica e religiosa: una religione che ha la vocazione e si verifica nel servizio all'uomo, ai suoi supremi bisogni, primo fra tutti quello della pace. Al di là del servizio alla pace, l'incontro di Assisi sembra aver aiutato a superare lo stesso irrigidimento delle religioni nella loro autosufficienza. Questa non sembra più un tratto costitutivo delle religioni, neppure quella cattolica (pur ovviamente mantenendo la sua verità peculiare in ordine alla salvezza da conseguire).

PROGETTARE CAMMINI DI INIZIAZIONE

Cosa vuol dire avere fede dopo Assisi? In termini più generali, come si può essere e, prima ancora, diventare cristiani dopo il concilio e dopo questa serie di avvenimenti ecclesiali e sociali che abbiamo velocemente scorso?
La catechesi italiana è chiamata, sulla base della sua eredità, a pagare il prezzo della sua generosità, a lasciarsi investire non da una brezza, ma dall'uragano dello Spirito (cosi è la Pentecoste!) a cui si espose per la prima volta vent'anni fa. In altri termini, se il progetto catechistico intende essere un cammino di fede degli italiani, deve allargarsi, perdere la sua pretesa di fare da solo, integrandosi con un servizio della fede di tipo evangelizzante, missionario, dai nuovi contorni. D'altra parte, volendo mantenere la concezione più restrittiva di catechesi, alcuni dicono che questa deve accettare di esistere in termini più ristretti e precisi. La catechesi sarebbe il servizio di approfondimento della fede dei già cristiani in cammino verso l'età adulta. In questa prospettiva il sapere della fede si fa più marcato e il catechismo può essere definito, come appare nei più recenti documenti della CEI, come «libro della fede della chiesa, che propone un insegnamento sistematico integrale della dottrina cristiana, attento alle esigenze di conoscenza e di vita dei destinatari e promuove una catechesi che conduce gradualmente ad una personalità cristiana più matura» (da La revisione dei catechismi della CEI, 11 novembre 1986).
In ogni caso, una visione più organica e completa urge e si va delineando oggi nella chiesa italiana. Non si vuole rinnegare l'intuizione catechistica di partenza. Si sente, però, il bisogno di assumere l'arricchimento suggerito dagli avvenimenti e documenti posteriori al Documento di base. Sono gli avvenimenti stessi a esigere questo arricchimento. Il diventare cristiani in Italia oggi, si chiami o meno catechesi, richiede qualificazioni ben definite che nei suoi tratti maggiori possono essere cosí delineate.
Si rende necessaria una vera e propria evangelizzazione, come se fosse la prima volta, secondo l'elementare cristiano nella verità e nella prassi.
Si prospetta un cammino catecumenale o di iniziazione, pensato come un vero e proprio itinerario alla fede calibrato, assimilato, scrutinato secondo la dinamica della traditio-redditio.
Al centro della iniziazione viene posta la Parola di Dio nella sua globalità e dunque come insieme di annuncio, celebrazione sacramentale, impegno di vita.
L'obiettivo è la formazione di una identità cristiana secondo un contesto culturale di società complessa, non automaticamente negativa, entro cui procedere secondo discernimento e riconciliazione (tanto più nell'inedito ed esplosivo orizzonte segnato dall'incontro di Assisi). Si richiede la missionarietà propria di un contesto postcristiano e non ingenuamente e felicemente pagano.
Si evidenzia una caratterizzazione marcatamente etica intorno ai valori essenziali di cura dell'uomo di fronte al suo futuro carico di novità sbalorditive, ma anche di oscure inquietudini sull'uso da farne, ed in ogni caso attento fin da oggi a problemi sostanziali come quelli della pace, dello sviluppo, della solidarietà, della cura dei poveri e degli ultimi. 

LA SCELTA DEGLI ADULTI E LA SCELTA DEI GIOVANI

In questa progettualità dobbiamo annotare una scelta oggi assai rimarcata della chiesa italiana: la scelta degli adulti nella catechesi e nei catechismi. Si pensa agli adulti in quanto essi sono capaci di «coscienza adulta». L'unico tipo di cristiano ammissibile in questa società sembra essere un adulto di ispirazione bonhoefferiana.
Questo orientamento agli adulti non può essere inteso come una preferenza che trascuri altre fasce, dai fanciulli ai giovani, anche se è presente in certe interpretazioni del progetto. Essa, piùttosto, evidenzia la finalità centrale di ogni evangelizzazione e catechesi: la coscienza adulta. Cosa che indubbiamente vale, oltre che per gli adulti, per tutti, in particolare per la fascia giovanile.
Come conclusione di questa veloce sintesi mi permetto due osservazioni, utili per chiunque voglia affrontare in termini pastorali il problema della iniziazione cristiana dei giovani.
sempre più importante affrontare la ricerca di nuove vie per la fede dei giovani dal punto di vista della globalità del processo di iniziazione. Questa scelta è in piena consonanza con il progetto catechistico italiano, fin dai suoi primi passi. Bisogna riconoscere che questa attenzione viene spesso disattesa. Non può esserlo più oggi se si guarda alla nuova situazione sociale e culturale in cui i giovani sono immersi. Ci si attende progetti e realizzazioni in chiave di iniziazione cristiana globale.
C'è bisogno inoltre che i vari progetti di iniziazione e di pastorale giovanile si confrontino seriamente con il cammino percorso dalla chiesa in Italia, e condensato nel suo progetto catechistico e nel suo attuale rinnovamento. In tale progetto ci sono germi che troppo spesso sono stati trascurati e che alcuni oggi vorrebbero forse dimenticare.
Se non si riguadagna il senso storico della catechesi in Italia, sin dai tempi dell'Ipotesi e del Documento di base, i passi in avanti facilmente diventano incerti. Questo è il momento in cui riscoprire quel patrimonio.