Mario Pollo

(NPG 2001-07-5) 


Il verbo «perdonare» deriva direttamente dal latino «per-donare» in cui la particella intensiva «per» indica il compimento. Il suo significato etimologico è quindi «donare completamente».
Ma che cosa viene donato completamente con il perdonare?
La vendetta.
Infatti perdonare nella sua radice linguistica più profonda significa «donare completamente la vendetta».
Per comprendere la natura particolare di questo dono è necessario risalire all’evoluzione storica del rapporto tra vendetta e giustizia.
Nel periodo arcaico della civilizzazione umana la vendetta era considerata giustizia in quanto consentiva di ristabilire quell’equilibrio sociale che il gesto criminale aveva rotto, e garantiva perciò la stabilità del gruppo sociale.
Tuttavia l’esercizio della vendetta, che era sempre esercitato dai familiari della vittime, alla lunga non garantiva l’equilibrio e la stabilità sociale, perché introduceva nella società delle catene di odio tra le famiglie delle vittime e quelle dei colpevoli che sovente innescavano delle faide senza fine.
Per questo motivo nell’evoluzione sociale ad un certo punto l’esercizio della vendetta fu evocato a sé dalla comunità e sottratto alle vittime e ai loro familiari.
La vendetta esercitata dalla comunità rappresentò un’importante passo nell’evoluzione storica della giustizia, ma non quello definitivo.
Il perdonare rappresenta la tappa finale di questo cammino storico della giustizia in cui la vendetta viene donata e progressivamente trasformata da atto di ira distruttrice in atto d’amore.
Questa trasformazione per non divenire un’utopia irrealizzata e irrealizzabile o, peggio, un perdonismo che non rende giustizia alle vittime, ma anzi che le umilia, richiede la creazione di un ambiente sociale in cui possa manifestarsi come vera giustizia.
Questo ambiente è quello di una giustizia che stimola e aiuta il colpevole ad assumere la responsabilità del proprio gesto pentendosi e offrendo alla società la propria espiazione come forma di ristabilimento dell’equilibrio sociale turbato.
Oltre a questo alla vittima, o ai suoi familiari, deve essere offerta una condivisione solidale del dolore che le consenta di elaborarlo e di scoprire che esso può trasformarsi in vita solo attraverso un gesto d’amore: il perdono.
Senza la presenza di questo ambiente sociale tessuto dalla giustizia con i fili dell’assunzione di responsabilità, del pentimento, dell’espiazione e della richiesta di perdono da parte del colpevole, e con i fili dell’elaborazione della sofferenza e del lutto nella gratuità di un gesto d’amore da parte della vittima, reso autentico dalla condivisone solidale della comunità, il perdono non può essere considerato un atto di giustizia.
Non può esserlo, perché il perdono dato senza assunzione di responsabilità, pentimento, o perlomeno espiazione, da parte del colpevole, senza la condivisione del dolore della vittima da parte della comunità e l’elaborazione del dolore o della perdita da parte della vittima, o dei suoi familiari, rischia di non essere vero, perché non reale, e di lasciare profonde tracce di rancore e di odio nella comunità e nel cuore delle vittime.
Ora è vero che Gesù ci ha chiesto di perdonare agli altri come il padre celeste ci perdona, tuttavia ha lasciato a noi la ricerca delle vie attraverso cui il perdono può manifestarsi nella sua piena autenticità e divenire un atto supremo di giustizia.
Educare i giovani al perdono non significa abilitarli a dire con troppa facilità: «ti perdono»; senza la fatica di costruire intorno a questo gesto le condizioni perché esso possa essere vissuto dalla comunità come l’ingresso in un livello più alto di giustizia e da chi perdona come un gesto d’amore liberatorio e non come un gesto di conformismo sociale o, peggio, di indifferenza verso il colpevole.
È solo a queste condizioni che il colpevole può iniziare il cammino verso la riconquista di quella umanità da cui il gesto efferato lo ha separato.
Perdonare non è un gesto facile, sempre liberatorio, perché esso è un gesto autentico solo se è il risultato di un cammino faticoso e doloroso di costruzione di una realtà umana più evoluta, illuminata dal segno dell’amore di Gesù che rende possibile il cammino verso la salvezza della comunità, a cui contribuiscono le vittime e i colpevoli.