Domenico Sigalini

(NPG 2001-05-5) 


La figura dell’animatore di pastorale giovanile è ormai «mitica». Sono i giovani che hanno tirato su in questi anni gruppi vivaci di adolescenti, di giovani, di giovani adulti con tanta passione, pazienza e creatività. Ne ho fatto tante volte i ritratti: dall’eskimo e jeans della preistoria, al giacca e gel della storia, al piercing e tattoo del post-moderno; ne ho descritto la vita: una vita da cani, ma sempre molto bella e appassionante; ne ho aiutato la progettazione nella vita di gruppo: un animatore o progetta o si incarta. Li abbiamo visti alla GMG, pieni di entusiasmo, sorpresi di ottenere dai loro giovani ancora esperienze così belle, dopo tutte le frustrazioni dell’anno e tutte le tergiversazioni da «partecipo non partecipo». Per questi animatori ogni diocesi ha un suo fiore all’occhiello: un corso per animatori. Un corso vivace, s’intende, non fatto con lezioni pizzose, ma con grande coinvolgimento dei soggetti, con Bibbia card e playstation sull’ecclesiologia, con esercizi dei quadrati e del dodecaedro, con analisi dei sentimenti e degli atteggiamenti, con test e dialoghi, dando fondo a tutto il Vopel nei suoi otto volumi.
Ma c’è oggi qualcosa di nuovo per i nostri animatori? Penso proprio di sì. Intanto si è allargata l’esperienza di contatto con i giovani. I giovani che si incontrano non sono solo quelli dei gruppi e delle associazioni, ma sono anche quelli delle piazze e dei pub, della strada e del muretto, della festa e dell’incontro straordinario, dello spazio di aggregazione (leggi: oratorio o centro giovanile) e dello sport, del giorno e della notte. Se si è allargata l’esperienza di contatto deve moltiplicarsi anche la figura dell’animatore. Tutti d’accordo: si va in cerca di una nuova generazione di animatori che non sognano immediatamente di «finire» in un gruppo, ma che devono star vivi su tutto il territorio, se vogliono intercettare i giovani e offrire loro ragioni di vita: si tratta allora di genitori, di professori, di professionisti (baristi, musicisti, cantautori, gestori di discoteca, giornalai), di religiosi e religiose, di presbiteri che vogliono riprendere a dialogare coi giovani, di assessori alle politiche giovanili, di datori di lavoro, di responsabili di associazioni professionali, di allenatori sportivi, di proprietari di palestre, di personale scolastico non docente, di operatori nel settore non profit, di conduttori di consultori… Solo che il corso per animatori è ancora fermo a preparare giovani per l’animazione di gruppo.

Si impone urgente un cambiamento

Chi sono le persone che invitiamo al corso per animatori? non più solo gli animatori di gruppo, ma tutte quelle figure adulte o giovani di cui sopra. Direi che oggi dobbiamo fare corsi per gente che si vuol appassionare dei giovani là dove essi vivono, lavorano, impiegano il loro tempo in una professionalità dignitosa, e attraverso questa offrire il proprio contributo alla crescita di un cristiano e di un cittadino. Ci sono molte persone, molti adulti che nel loro mestiere hanno a che fare con i giovani: questi devono diventare i nuovi destinatari dei nostri corsi per animatori. Non prefiguriamo tutto e solo in vista di una attività nel gruppo e per di più all’interno della parrocchia. Questa decisione allarga la pastorale giovanile al territorio, la obbliga a dialogare con tutti, a progettare assieme.
Mi par di sentire una obiezione immediata: allora abbandoniamo i gruppi, non facciamo più formazione spirituale, non facciamo più catechesi? È chiaro che la comunità cristiana ha un suo punto di vista e un suo dono da offrire, che è la bellezza della esperienza che fa di Gesù, come salvezza e pienezza di vita, ma il modo di aiutare oggi i giovani a crescere nella fede prevede vari approcci diversificati e in rete, tenuti da gente che sviluppa la propria vocazione particolare entro un progetto grande. Educare alla fede è educare alla vita di fede, e la vita dei giovani di oggi è distribuita su vari fronti, tutti interdipendenti e tutti bisognosi di gente generosa che sa investire su di loro. Uno degli strumenti sarà poi anche il gruppo attorno a un tavolo, ma non è l’unico e non è sempre il primo approccio per la maggioranza dei giovani.
Per noi oggi è urgente allargare il fronte della gente che si appassiona ai giovani e che può offrire loro ragioni di vita. Entro questo fronte nasceranno e saranno preparate persone che guideranno itinerari di fede.