Giovani di Vangelo /2 

Gioia Quattrini

(NPG 2001-03-49) 


E dunque, fino ad allora? Tutto quello fatto fino ad allora? La condotta irreprensibile, il sacrificio che vince sulla tentazione – a quale costo poi? La tentazione è un alito. Non è una spinta. Il suo tocco quasi non si sente, è seta che illanguidisce senza rumore. Si cade e la sensazione invece è di volare.
Ma lui niente, soltanto obbedire, facendosi forza. Qualcuno direbbe: ma l’amore? Filippo non era mai stato neppure sfiorato da questo interrogativo. Non pensava fosse questione d’amore, piuttosto di sfuggire la pena.
Ma l’amore? Si ama un padre severo o si temono le percosse, il gesto nell’aria che cade sulla guancia. Ma che importa il motivo? Importa che il figlio obbedisca.
Filippo era fiero dello stupore che suscitava negli altri. Filippo così giovane e già tanto abile a custodire i comandamenti. Custodire le leggi, inviolabili e giuste, come suo padre aveva fatto e gli aveva insegnato a fare, e il padre di suo padre ancora prima. Il rispetto degli amici, pochi i nemici ad invidiare.
Obbediente Filippo. Obbediente e rispettoso. Ma la consapevolezza nel cuore, quella no! La sua era una cosa di testa senza calore, fatta con perizia senza slancio. E dunque, non era bene comunque? Non era così che doveva essere? Aveva sempre pensato che così fosse, ma un giorno aveva cominciato a sentire una sorta di fessura aprirsi nel muro forte della sua convinzione, in quel tutto ragionato ed era stato forse alla morte dei suoi genitori. Come se il dolore avesse affinato i sensi, avesse reso i nervi più sensibili, lo avesse trasformato in apparecchio pronto alla ricezione. Aveva cominciato ad interrogarsi e la vita eterna si era improvvisamente imposta con tutto il suo mistero, liquido aspro che non si riesce a stringere nei confini di un pensiero; con quel suo ammiccare lontano, ad un cielo che è oltre da lei. A riempire quella fessura aveva soffiato il vento di Cristo e quelle sue parole tanto intense che smuovevano dal di dentro, rimettendo tutto in discussione. Che frastuono alcune frasi nella sua mente, che spinta ad incontrare e a vedere quegli occhi da vicino e sentire quelle parole da vicino.
Certo quando il cuore si faceva sentire vero è che gridasse forte. Lui stesso aveva passato la notte all’addiaccio per aspettare il Maestro e senza esitare si era gettato ai suoi piedi e lo aveva interrogato subito: «Maestro buono che cosa devo fare per avere la vita eterna?». Filippo la voleva e molto, ma chi mai avrebbe potuto dirgli cosa fosse di preciso la vita eterna e dove passasse la strada che portava a lei? Il Cristo solo avrebbe potuto rispondergli. E la sua risposta era giunta leggera ed appuntita: «Una cosa ti fa ritardare; va’, vendi quante cose hai e da’ ai poveri, e avrai un deposito in cielo, e vieni qui e seguimi».
Così tutto quello fatto fino ad allora non era niente o comunque non era sufficiente. L’obbedienza così faticosa e il rispetto di ogni rito nei pur minimi particolari si rivelavano infine soltanto dei dettagli.
Filippo aveva creduto con attaccamento e mai un dubbio aveva osato profanare quella convinzione, portata tra i suoi come un’insegna, ma improvvisamente credere era divenuto solo un presupposto fondamentale ma non bastevole. Credere non era seguire. Seguire era molto di più.
Gli sembrava impossibile quasi folle. Aveva sognato regole precise, una dopo l’altra, rispettate queste, la vita eterna come risultato preciso di un teorema senza incognite. E invece la terribile sensazione di avere sempre rispettato le leggi di un dio del quale non aveva mai realmente conosciuto la via. Ed ora che il Cristo con il dito gli indicava quale fosse, Filippo non la comprendeva.
La chiamata di quell’uomo che tanto aveva inseguito non era per lui, non era per le sue misure. Aveva pensato di portare con sé l’immagine del suo Dio in ogni cosa che facesse, ed invece aveva portato con sé un dio a sua immagine o meglio ancora a sua misura. E quando aveva pensato nel tempio di proclamare le ragioni del Signore, in verità aveva soltanto cercato di vendere la sua verità, quella costruita con le dimensioni del suo valore.
Una cosa ti fa ritardare; Filippo così puntuale, pieno di una fede così efficiente. Quale ritardo mai, quale mancanza? Per la sua giovane età aveva fatto sin troppo e con piena maturità. E se lui poteva venire accusato di essere in ritardo, gli altri allora?
Va’, vendi quante cose hai e da’ ai poveri, e avrai un deposito nei cieli. Era come voler credere in un Dio che è disposto ad accompagnarci solo alle sue condizioni e in caso contrario non esiterebbe a lasciarci da soli e ad avviarsi per la sua strada.
E vieni qui e seguimi. Farsi guidare. A Filippo non era mai accaduto. Era stato servito e onorato – quello sì – da molti, ma guidato mai. E i suoi legami alla terra, alle cose, ai suoi schiavi, a ciò che il padre gli aveva lasciato e che lui, onorando quello, dove amministrare e far fruttare? Tutto lasciato a chi? E per andare dove?
Per il mondo, senza una casa dove tornare, un letto dove poggiare il capo quando si è stanchi, senza una famiglia che si preoccupi di onorarti e darti calore. Per il mondo senza mai la certezza di un pasto, con le labbra consumate dalla sete e le membra indurite dal freddo. In verità il cielo promesso era fresco di mattino e bellissimo nei suoi colori... ma i frutti della terra, turgidi e succosi, che allettamento per l’uomo! Certo il Signore non escludeva nessuno dal suo invito, ma perché strappare una persona dalle radici del suo cuore: la sua terra, la sua casa, la sua gente; quello che ha costruito con il sudore immaginando domani gli occhi dei suoi figli a guardare e gioire?
Forse Cristo aveva tentato di dirgli che il cuore degli uomini finisce per fare radici nei posti sbagliati. Che il sentimento della vita ha il sapore delle cose autentiche e il respiro della libertà, e che gli uomini incatenano i loro cuori alla terra piuttosto che lasciarli liberi di andare per i cieli senza catene che gli impediscano il volo.
Mentre simili pensieri si rincorrevano nella confusione della sua mente, Filippo si allontanava dopo aver volto le spalle a Cristo. Egli pensava a se stesso come ad un disegno imperfetto, che non aveva speranza di riuscita perché privo dei talenti necessari per quell’altezza. La vita di cui andava fiero fino ad un attimo prima sembrava ora l’abbozzo mal riuscito di quello che avrebbe dovuto essere. Un’approssimazione troppo grossolana per ingannare qualcuno, perfino se stesso ora che aveva capito. Per dirla con una di quelle espressioni dure ma esatte delle Scritture: lui era di certo uno dei non eletti, mediocre e destinato a non lasciare nessuna traccia intorno. La sua figura aveva appena sfiorato gli occhi di Cristo senza lasciare nessuna impressione, né Cristo tra qualche momento avrebbe più ricordato di aver gettato una manciata di secondi a un giovane di nessuna pretesa che gli si era gettato ai piedi e poi gli aveva voltato le spalle con gli occhi alla terra. Semplicemente inadeguato.
Se Filippo avesse fatto tacere per un attimo i suoi pensieri avrebbe sentito lo sguardo di Gesù accarezzarlo con amore. Gesù riconosceva il suo disegno perfetto ma ancora incompiuto come sempre sono le sue creature all’inizio. Cristo con l’occhio veggente intuiva la grandezza del sacrificio che potenzialmente avrebbe potuto compiersi e che aveva bisogno soltanto di tempo. Filippo avrebbe riflettuto ancora e ancora su quanto era accaduto e su quello che aveva sentito con le sue orecchie e che proprio a lui era stato detto. Ma l’amore si era ormai insinuato nella fessura e spingeva e avrebbe spinto fino a scardinare. Se Filippo avesse potuto guardarsi con gli occhi del suo Signore si sarebbe visto bello come non mai.