Luis A.Gallo

(NPG 2001-03-35)



Un autentico rinnovamento nel modo di concepire la fede cristiana richiede il ricorso alle fonti bibliche, sempre emblematiche per ogni credente. Naturalmente la Bibbia non fornisce delle «lezioni» sulla fede, nel senso di spiegazioni concettuali su di essa. Non è il suo stile. Presenta piuttosto dei modelli di uomini e donne che sono vissuti da veri credenti. Approfondendo tali modelli si può arrivare a comprendere cosa essa intenda per fede.

I credenti prima di Gesù Cristo

L’Antico Testamento è pieno di figure di uomini e di donne che vissero un’intensa esperienza di fede. Li ricorda, quasi come in una esposizione di ritratti, la Lettera agli Ebrei (cap.11). In realtà, già l’intero popolo d’Israele, protagonista della storia della salvezza prima di Gesù Cristo, appare nella Bibbia come un popolo che cercò di mantenere tenacemente viva la fede nel suo Dio JHWH, anche in mezzo a non poche difficoltà. Gli scrittori del libro della Genesi incarnarono questo sforzo di secoli in un personaggio-chiave: Abramo, il capostipite del popolo, che più tardi S. Paolo chiamò appunto «il padre dei credenti» (Rom 4,11). Nella narrazione della sua emblematica vicenda si possono cogliere le componenti più rilevanti della sua fede e della fede di ogni credente biblico.
Anzitutto delinea la situazione in cui egli si trovava al momento in cui ebbe inizio la sua avventura di credente: era un uomo in preda alla morte. Il testo ci tiene a rilevare che sua moglie, Sara, era sterile (Gen 11,30; 16,1; 17,17), e che quindi egli era destinato a non avere discendenza, il che significava, nella mentalità del tempo, essere inevitabilmente condannato a scomparire (Gen 15,2-3; 17,17). Nella mentalità di un popolo che non era ancora arrivato a sapere della futura risurrezione, infatti, solo i figli assicuravano una certa sopravvivenza dopo la morte. Inoltre i testi permettono di capire che, essendo egli un seminomade che abitava con i suoi sotto le tende, e non possedendo terra propria, si trovava costantemente esposto al pericolo delle bande di briganti allora molto numerose, le quali potevano in qualunque momento piombare sul suo attendamento e ammazzare lui e i suoi, portandosi via quanto egli possedeva. La sua era, di conseguenza, una condizione di estrema insicurezza.
La narrazione biblica riferisce, in secondo luogo, che egli, trovandosi in quelle malsicure condizioni, ascoltò una Parola di Dio che gli ordinava di abbandonare la sua terra e la sua parentela e di andare verso un’altra terra (Gen 12,1), mentre gli faceva una promessa carica di futuro: figli numerosi come le stelle del cielo o i granelli della polvere della terra (Gen 15,5; 17,2-7; 18,18; 22,17), terra spaziosa e feconda (Gen 12,7; 13,14-15; 15,7;15,18-19), sicura protezione dai nemici (Gen 12,3; 15,1).
Il racconto include, in terzo luogo, la risposta di Abramo alla Parola ascoltata: egli, l’uomo senza futuro e destinato irrimediabilmente alla morte, si mise in cammino alla ricerca della realizzazione della promessa ricevuta (Gen 12, 4); lasciò cioè di guardare alla sua presente situazione di insicurezza e di non-futuro, ed iniziò la marcia verso il futuro di vita debordante promesso da Dio. Mettendosi così in cammino, dimostrò di essere profondamente convinto che, ciò che sotto ogni aspetto sembrava impossibile, poteva diventare possibile perché Dio aveva impegnato la sua Parola. In questo modo, come disse quasi venti secoli più tardi la Lettera agli Ebrei, egli vinse la morte e trovò la vita (Eb 11,8-12.17-19).
Si potrebbe analizzare l’esperienza di fede di numerosi altri personaggi dell’Antico Testamento, e vi si troverebbero gli stessi tratti fondamentali reperiti nella fede di Abramo. Mosè, Giosuè, Debora, Giuditta, Davide, i profeti sono altrettanti modelli di ciò che significa credere in un Dio che si rivela parlando, promettendo, ingiungendo.

I credenti in Gesù Cristo

Nel Nuovo Testamento viene delineata con tratti forse ancora più netti l’esperienza di fede di figure di grande rilievo. Tra esse spiccano naturalmente quelle di Maria, la madre di Gesù (Lc 1,26-38), di cui Elisabetta tesse un grande elogio dicendo: «Beata tu che hai creduto» (Lc 1, 45), e dello stesso Gesù, proclamato come «l’iniziatore e il consumatore della nostra fede» (Eb 12,2). In forma più esplicita si trova tratteggiata la fede delle prime comunità cristiane.
Anche gli uomini e le donne di queste prime comunità si trovavano nella condizione di dover affrontare, come Abramo e come ogni essere umano, le mille forme di presenza della morte che popolano la loro esistenza personale e sociale. Anch’essi, come il Patriarca biblico ma in maniera ancora più rilevante, ricevettero ad un certo punto della loro vita una promessa di vita debordante. Se ne sentono gli echi, per esempio, nel discorso che Pietro e gli altri discepoli rivolgono il giorno della Pentecoste a coloro che accorrono attratti dai segni della venuta dello Spirito: «Dio ha risuscitato Gesù di Nazaret sciogliendolo dalle angosce della morte, perché non era possibile che questa lo tenesse in suo potere [..]. Per voi e per i vostri figli è la promessa» (At 2,22.24.39); oppure in quello di Paolo ai giudei di Antiochia di Pisidia: «Vi annunciamo la buona notizia che la Promessa fatta da Dio ai padri l’ha compiuta in noi, i figli, risuscitando Gesù» (At 13,32).
Era questo, infatti, il gioioso annuncio che i primi discepoli andavano ripetendo, in forme diverse, a tutti coloro che li ascoltavano. Lo attesta il libro degli Atti: «Gli apostoli rendevano testimonianza della risurrezione del Signore Gesù con grande forza» (4,33). Con tale testimonianza dicevano, in forma equivalente, che Dio aveva già cominciato a realizzare, nella persona di Gesù di Nazaret, la speranza più radicale che si annida nel cuore di ogni essere umano: il superamento totale e definitivo della morte. E inoltre che questa prima realizzazione costituiva una garanzia del superamento della morte per l’intera umanità.
Restava così tratteggiato, in poche e stringate parole, il nucleo centrale, la sostanza viva della Parola proclamata. Come si può vedere, non si tratta di un enunciato dottrinale e astratto, bensì di una promessa di vita sovrabbondante per tutti ed ognuno.
I testi permettono di capire che la risposta di quegli uomini e donne all’annuncio non consisteva principalmente nel cercare di capirne il significato (cosa che peraltro si sforzavano anche di fare), ma piuttosto nell’impegnarsi a realizzare ciò che esso proponeva e prometteva. Infatti, appena Pietro finì di parlare, dice il testo, reagirono chiedendo agli apostoli: «Fratelli, cosa dobbiamo fare?» (At 2,37). E l’intero libro degli Atti descrive ciò che fecero gli apostoli stessi in risposta concreta all’annuncio che facevano agli altri: guarirono lo storpio del Tempio (At 3,1-10), curarono molti ammalati (At 5,15-19), risuscitarono una donna morta (At 9,36-41), liberarono un’alienata sfruttata dai suoi padroni (At 16,16-19), ecc.
Inoltre, la risposta alla Parola ascoltata si concretizzava, da parte dei primi credenti, nello sforzo di vivere in chiave di risurrezione, organizzandosi cioè in una comunità nella quale il criterio con cui si rapportavano tra di loro non era quello dell’egoismo accaparratore, ma quello dell’amore che condivide (At 4,32-35). Davano così una risposta vivificante al bisogno di superare «la morte per asfissia» che si produce in ogni essere umano quando non si condivide e rimane chiuso in se stesso, e di superare «la morte per privazione» che si genera nelle persone quando non condividono ciò che hanno, considerandolo come esclusivamente loro.
Si potrebbe esprimere, quindi, l’essenziale dell’esperienza di fede dei credenti del Nuovo Testamento dicendo che, per essi, credere nella risurrezione avvenuta in Gesù di Nazaret consisteva concretamente nel fare la risurrezione dei morti. Poiché erano fermamente convinti che la morte era già stata vinta da Dio in lui, s’impegnavano con entusiasmo ad eliminarla ovunque essa si manifestava tra gli uomini: nei loro corpi, nelle loro psiche, nei loro rapporti, nelle loro stesse istituzioni.