Carmine Di Sante

(NPG 01-03-33)



Mandato dal re Balak a maledire Israele, Balaam si vede costretto suo malgrado a benedirlo:

«Oracolo di Balaam, figlio di Beor,
e oracolo dell’uomo dall’occhio penetrante;
oracolo di chi ode le parole di Dio
e conosce la scienza dell’Altissimo,
di chi vede la visione dell’Onnipotente,
e cade ed è tolto il velo dei suoi occhi»
(Nm 24, 3-4).

Ci troviamo di fronte a un testo sorprendente dove un falso profeta come Balaam, mandato dal re a maledire Israele, dà la definizione più bella della profezia: come «visione della visione dell’Onnipotente» e come «scienza della scienza dell’Altissimo». Profeta è colui ai cui occhi cade il velo, per cui egli vede ciò che vede Dio e sa ciò che sa Dio. Il profeta è colui che vede la visione dell’Onnipotente e conosce la scienza dell’Altissimo.
Vedendo ciò che Dio vede e sapendo ciò che Dio sa, il profeta si introduce e introduce al futuro: perché ciò che egli vede e sa non ha luogo nel presente ma è smentito dal presente che, per questo, lo sottopone a critica. Ma anche se la critica è un aspetto importante della profezia, non è essa però a definirla. L’immagine del profeta come contestatore dell’ordine costituito è pertanto biblicamente insufficiente.
Ciò che, per il racconto biblico, definisce la profezia, non è la critica al presente, ma la Parola di Dio che parla attraverso le parole del profeta e che, per Ezechiele, è da «mangiare», secondo quanto gli viene ordinato:
«E tu, figlio dell’uomo, ascolta ciò che ti dico e non esser ribelle come questa genia di ribelli; apri la bocca e mangia ciò che io ti do» (Ez 2,8).
E subito prosegue raccontando cosa Dio gli offre:
«Io guardai, ed ecco, una mano tesa verso di me teneva un rotolo. Lo spiegò davanti a me, era scritto all’interno e all’esterno e vi erano scritti lamenti, guai e pianti. Mi disse: ‘Figlio dell’uomo, mangia ciò che hai davanti, mangia questo rotolo, poi va’ e parla alla casa d’Israele’. Io aprii la bocca ed egli mi fece mangiare quel rotolo, dicendomi: ‘Figlio dell’uomo, nutrisci il vento e riempi le viscere con questo rotolo che ti porgo’. Io lo mangiai e fu per la mia bocca dolce come il miele» (Ez 2, 9-3, 1-3).
L’essenza della profezia è la Parola che, mangiata e assimilata, dischiude un sapere così nuovo e altro rispetto ad ogni altro da non abitare il presente ma il futuro. Per questo le pagine profetiche risuonano di futuro, di ciò che non è oggi ma sarà domani. Ad esempio Gioele, vissuto probabilmente nel quinto secolo prima di Cristo, nel periodo postesilico, così descrive questo futuro rivestito di splendore e di abbondanza:

«Non temere, terra,
ma rallegrati e gioisci,
poiché cose grandi ha fatto il Signore.
Non temete, animali della campagna,
perché i pascoli del deserto
hanno germogliato,
perché gli alberi producono i frutti,
la vite e il fico danno il loro vigore.
Voi, figli di Sion, rallegratevi,
gioite nel Signore vostro Dio,
perché vi dà la pioggia in giusta misura,
per voi fa scendere l’acqua,
la pioggia d’autunno e di primavera,
come in passato.
Le aie si riempiranno
e i tini traboccheranno di mosto e d’olio…
Mangerete in abbondanza a sazietà,
e loderete il nome del Signore vostro Dio,
che in mezzo a voi ha fatto meraviglie.
Voi riconoscerete che io sono
in mezzo ad Israele,
e che sono io, il Signore vostro Dio,
e non ce ne sono altri:
mai più vergogna per il mio popolo»
(Gl 2, 21-27).

In questa pagina esemplare è possibile ritrovare il tratto caratteristico del futuro intravisto dai profeti che è la felicità: che non riguarda solo alcuni o Israele, ma tutta la terra («non temere terra, ma rallegrati e gioisci»); che non è solo spirituale ma anche materiale, fatta della sovrabbondanza dei prodotti della terra («Le aie si riempiranno di grano e i tini traboccheranno di mosto e di olio»); che non si consuma in se stessa ma si trascende e fiorisce nella lode («Mangerete in abbondanza a sazietà e loderete il nome del Signore vostro Dio»); che non si radica nella fortuna o nella buona sorte bensì nel riconoscimento della sovranità di Dio come l’unico Dio («Voi riconoscerete che io sono in mezzo a Israele e che sono io il Signore vostro Dio….»); che infine sarà definitiva perché non più contraddetta dalla colpa che la minaccia e la mette in forse («Mai più vergogna per il mio popolo»).
Le grandi utopie dell’Occidente gettano le loro radici in questo futuro biblico, e ancora oggi non sarebbe possibile lottare contro le molteplici figure del male che minacciano il genere umano e sfigurano milioni di essere umani senza la potenza di queste immagini capaci di convertire la razionalità e la tecnica in strumenti per instaurare un mondo più giusto e buono.
Alla potenza di queste immagini attingono non solo le grandi utopie ma anche le piccole utopie, quelle che ognuno custodisce nelle profondità del proprio io e che sono a fondamento delle stesse grandi utopie. Non è infatti vero che l’io pensa la sua felicità come il compimento dei suoi bisogni e desideri – di cui la fame è il più elementare e radicale – e che essa è sempre proiettata al futuro, in ciò che l’io ancora non ha ma spera di avere? E non è vero che il futuro, ciò che ancora non è ma sarà, è la forza che spinge l’io a crescere e ad andare avanti, come le onde del fiume la barca che vi si adagia? Se le risposte a queste domande sembrano scontate è perché noi abitiamo ancora il futuro dischiuso dalla profezia biblica.