Luigi Accattoli

(NPG 2001-03-30)


I giovani – oggi come sempre – pongono domande totali e vogliono essere felici qui e subito, ora e sempre. Si interrogano sul senso della vita e della morte, vorrebbero toccare l’aldilà. A differenza dei giovani di ogni altra epoca – e certo a differenza della generazione dei padri e delle madri – i ragazzi di oggi non sono disponibili a nessun rinvio e a nessuna subordinazione della loro domanda di vita e di felicità: non accettano di rimandarla all’età adulta e neanche intendono il senso di parole che rinviano a una vita futura.
Avverto questa loro domanda totale e immediata della felicità nel fatto massimo della Giornata Mondiale della Gioventù – così interpreto la gioia di vivere che traspariva dalle loro facce pulite e libere – e nell’esperienza minima del dialogo con i miei cinque figli: loro me lo dicono a tutte lettere che vogliono essere felici e liberi, subito e per sempre, e che considerano piena di privazioni la vita nostra, della generazione adulta.
Noi adulti dobbiamo tentare di rispondere con le parole e con la vita alle interrogazioni dei giovani senza censurare o mortificare la loro domanda di felicità. Avvertendo anzi in essa il timbro epocale dell’esigenza che sempre i credenti hanno fatto valere nel loro dialogo con Dio, da Giobbe che chiede conto della sua felicità rapinata a Tommaso Moro che affronta il martirio riaffermando il suo attaccamento alla vita.
La prima censura avviene abitualmente sul piano del linguaggio: ebbene io penso che sia giunto il tempo – per noi adulti e per la «madre» Chiesa che parla attraverso di noi – di usare, nel dialogo con i nostri ragazzi, la lingua dell’epoca. Essa ci aiuterà a non mortificare la loro immediatezza con risposte di scuola. Dovremmo rivolgerci a loro con la parola semplice del Vangelo, veicolata dalla lingua d’ogni giorno. E l’unica con cui sia possibile narrare il mistero ai giovani. Se usiamo la lingua dei teologi o quella della tradizione ecclesiastica, i nostri figli non solo non comprenderanno il mistero – che non può essere contenuto in menti umane – ma non capiranno neanche quello che diremo.
Parlare la lingua dell’epoca è impresa ardua – e non solo linguistica – che non riuscirà pienamente finché non sarà data la parola agli stessi giovani. E questo ancora non avviene. Ma qualcosa di preparatorio sta avvenendo. Un segno di futuro io lo vedo nella bella audacia con cui il Papa e i vescovi e tutti si sono dati all’incontro con le nuove generazioni, come vediamo nei movimenti e nelle associazioni, in tante parrocchie e nelle giornate mondiali della gioventù.
Nelle giornate della gioventù – l’abbiamo visto ultimamente a Roma – non manca quel comportamento «casinista» e «coatto» tipico dei ventenni maschi, che viene adottato anche dalle ragazze quando sono insieme: scambiano il giorno con la notte, dormono ammucchiati, non si lavano, tornano a segnarsi sulla pelle tatuaggi galeotti e si tingono i capelli fino a farsi strani, se non brutti, ai nostri stessi occhi. Noi genitori ci vergogniamo, se non riusciamo a chiudere in tempo le loro camere, quando entra qualcuno in casa nostra.
Con tale immagine nella mente, sempre restiamo intimoriti sentendo il prete all’altare che svolge le sue esortazioni sulla vita dei giovani. E abbiamo timore a riferirgli – poniamo – che qualcuno dei nostri ragazzi, invocando i suoi diritti di maggiorenne, se n’è andato a una vacanza con il sacco a pelo, senza dire esattamente dove e con chi. Ma ecco ci consola vedere che il Papa non ha paura della gioventù casinista e la convoca tranquillamente a vegliare e a bivaccare in un campus sì universitario, ma che è pur sempre un campo. E approfitta della loro mania di scambiare il giorno con la notte per averli ancora la mattina, pronti sul posto, per la messa di chiusura. Felici loro di quell’happening trasgressivo. Felice lui di averli sporchi e sbronzi di sonno alla sua messa! Insieme ci ricordano che il futuro è dei giovani e di chi non ha paura dei giovani.
Se non la paura, il timore dei giovani è oggi frequente tra gli adulti. Anche i ragazzi della Giornata mondiale della gioventù, vacanzieri e riflessivi sotto il sole d’agosto, davano consolazione e timore a chi li guardava. Esattamente come teme e gioisce un papà – o una mamma – vedendo i figli fare il segno della croce un minuto dopo aver rivendicato ogni libertà.
Ci sarà dunque ancora il nome cristiano nel cuore delle donne e degli uomini di domani, dice la voce della consolazione. Il timore invece sussurra: che cristiani saranno questi, che entrano così baldanzosi nel terzo millennio, portando sì la croce – se glielo chiede il Papa – e senza vergognarsi a sedere in cerchio in un prato con la Bibbia in mano, ma compiendo questi gesti nell’atteggiamento di chi vorrebbe sempre vivere in gita scolastica?
Timore e consolazione che i genitori d’oggi risentono tutte le volte che vedono la strana religione praticata dai loro ragazzi, che vanno volentieri a campiscuola e raduni, ma non sembrano volerne tirare le conseguenze vocazionali – cioè per la vita – che padri e madri se ne attenderebbero.
Consolazione che deve essere prevalsa sul timore nel cuore del Papa. Egli si fida dei giovani e si fida di Dio e parla con naturalezza a questi ragazzi – che a noi, persino a noi genitori, appaiono a volte come i nuovi barbari – del Dio di Gesù Cristo. Se davvero i ventenni del Duemila sono i nuovi barbari, Papa Wojtyla non mostra alcuna titubanza a «passare» ad essi.
E noi padri e madri? Noi non dobbiamo «passare», per noi è spontaneo stare dalla parte di questi barbari teneri e arruffati. In ciò ci aiutano il sangue e l’affetto, ma c’è un momento arduo anche per noi: perché noi, a differenza del Papa, non ci limitiamo a parlare ai nuovi barbari, ma ovviamente li dobbiamo anche ascoltare, e il loro linguaggio alle volte è duro. In esso – più che nel comportamento casinista che dicevo – si rivela la novità di cui sono portatori.
Viene il momento in cui restiamo senza parole e forse è giusto che sia così, perché ci sono obiezioni alle quali – oggi più che mai – si può rispondere solo con la vita. Che diremo quando ci sentiremo rinfacciare – dal nostro sangue – la vita che facciamo? Non diremo nulla di persuasivo, neanche se fossimo pedagogisti, o psicologi specializzati per gli «orientamenti vocazionali», se non potremo poggiare la nostra risposta sui fatti: se non potremo dire – anzi mostrare – che la scelta compiuta ci riempie di gratitudine.
Con i figli, si sa, non si può barare. Se ogni giorno malediciamo il numero dei figli, o la follia d’esserci sposati, non potremo in nessun modo vendere ai ragazzi la motivazione e la valutazione positiva, da libro stampato.
Ma c’è un ultimo capitolo, più difficile di tutti in questa avventura del dialogo tra le generazioni: si dice che i ragazzi oggi rifuggono dagli impegni. Non dico che sia vero. Dico che di questo siamo, più o meno, tutti convinti. E tale convinzione ci blocca, tanto che non osiamo neanche fare «proposte di vita».
Occorre resistere a questa tentazione. I ragazzi d’oggi non sono peggiori di quelli di ieri. Io dico che sono anzi migliori – ogni padre penso mi capirà – ma intanto voglio dire che il coraggio delle proposte lo dobbiamo prendere dal Vangelo, e non tirarlo dai sondaggi d’opinione sugli orientamenti giovanili.
I ragazzi d’oggi sono schietti, più spontaneamente alla pari tra loro, meno prevenuti nei confronti dell’estraneo, pronti a soccorrere gli svantaggiati: sono grandi risorse, tutte di segno cristiano, addirittura evangelico.
È vero che vogliono divertirsi, che sono sedotti dal denaro e dalle novità, che rifiutano ogni limitazione della loro libertà, che sono capaci di impegnarsi solo per un amore felice: ma come dargli torto? Non sono aspirazioni profonde, bisogni d’ogni creatura umana? Certo occorre bonificarlo, perché la semina evangelica dia il suo frutto, ma come campo in cui uscire a seminare, quello dei nostri ragazzi non è refrattario.
Sta a noi – e prima ancora al Signore che avvalora le nostre parole e le nostre azioni – mostrare che il migliore divertimento e la migliore gioia, anche dei corpi, si trovano e durano solo nell’autenticità e nella sobrietà, nel rispetto della natura e di noi stessi. Che il denaro e le novità sono beni, ma anche tentazioni da cui difendersi: e i ragazzi d’oggi questa lingua la intendono. Che la libertà senza limitazioni appartiene solo a Dio e noi verso di lui vorremmo camminare. Che l’amore più bello non è quello di un giorno, ma quello che lievita lungo tutta la vita e si apre a nuovi amori: che sa essere cioè unico, fedele e fecondo.
Concludo segnalando una possibile lettura evangelica della domanda di vita dei giovani, che qualche volta ci sconcerta e che – invece – sempre ci dovrebbe allietare. «Abbiamo bisogno della gioia di vivere che hanno i giovani. In essa si riflette qualcosa della gioia originaria che Dio ebbe creando l’uomo» (Giovanni Paolo II, Varcare la soglia della speranza, Mondadori 1994, pagina 140). Faccio mie – con ammirazione – queste parole di un uomo che non ha avuto figli nella carne e provo ad andare, appoggiandomi a esse, un passo più in là: passando dalla considerazione della gioia di vivere a quella della domanda di vita che le è sorella. Ritengo che cristianamente dovremmo esultare per la radicale, insaziabile voglia di felicità di cui sono portatori i nostri ragazzi e che tante volte li fa ribelli ai nostri precetti. Dovremmo esultare, sicuri che a tanta domanda di vita non possa dare risposta adeguata nessun altro che il Signore della vita.