Pastorale giovanile e matrimonio: una introduzione

 

Andrea Bozzolo

(NPG 2001-02-64)


La rubrica che quest’articolo inaugura, vorrebbe accompagnare in un percorso di riflessione che riguarda uno degli ambiti più importanti e delicati della pastorale giovanile, ossia quello della pastorale dei fidanzati, o forse più globalmente quello della maturazione affettiva dei/delle giovani. Sull’urgenza di riflettere e confrontarsi su questo temo non c’è certo bisogno di insistere, perché le provocazioni quotidiane della pastorale continuamente risvegliano interrogativi, richiedono indicazioni, sollecitano un’attenzione premurosa e una vicinanza sapiente. D’altra parte pochi ambiti come questo rischiano di essere inflazionati da una certa retorica ripetitiva, in cui a termini altisonanti non sempre corrisponde una reale intelligenza del vissuto e un’effettiva capacità di illuminare le situazioni, offrendo criteri praticabili di discernimento. Il che, a lungo andare, genera nei giovani la percezione di avere a che fare con discorsi moralistici e con ideali inarrivabili, e negli educatori la tentazione di cedere ad un certo minimalismo della proposta, che si limita ad appelli generalissimi ad un amore di qualità, ma non si assume l’onere di chiamare i problemi per nome e di interpretarli con pazienza e sapienza alla luce del Vangelo.

Il percorso

Il percorso che ci proponiamo di seguire vuol cercare di evitare i rischi dell’astrattezza e del nominalismo, prendendo in considerazione i vari momenti che conducono alla tappa matrimoniale, con una particolare attenzione all’esperienza dell’innamoramento, alle potenzialità straordinarie del periodo del fidanzamento (nelle labili forme della sua attuale sussistenza) e al senso, oggi così frainteso, della celebrazione nuziale. L’intenzione con cui ci accostiamo a questi momenti della vita è duplice: l’illuminazione teologica del vissuto, che mette in luce la costante antropologica dell’esperienza di Dio mediata dall’amore tra un uomo e una donna, e l’interpretazione pastorale, che s’interessa della concreta situazione culturale in cui oggi quell’esperienza è vissuta, con l’intento di propiziarne la più felice attuazione. In questa prima puntata, peraltro, ci limitiamo ad offrire alcune prospettive generali, che ci introducono all’indirizzo di fondo della nostra riflessione e che motivano la necessità di restituire al tema matrimoniale una più ampia considerazione nella pastorale giovanile. La forma che intendiamo dare a questi contributi, ovviamente, non è quella dell’approfondimento sistematico delle questioni, che richiederebbe discorsi molto più diffusi e indagini più approfondite. D’altra parte, se oggi si avverte un’esigenza non più rimandabile nell’ambito dell’azione pastorale, questa riguarda la necessità di una certa rigorizzazione del linguaggio e del pensiero, che eviti i luoghi comuni e le mode correnti. Per questo, pur nei limiti imposti dal tipo di contributo, ci sforzeremo di perseguire una certa accuratezza teologica: con la consapevolezza che essa non comporta necessariamente un linguaggio indecifrabile e un pubblico di specialisti.

Affettività e matrimonio

Uno dei punti in cui si può riscontrare un certo cedimento della pastorale giovanile diffusa alle mode culturali del momento è la tendenza a trasformare quelli che una volta erano discorsi sul «matrimonio» e sul «fidanzamento» in una attenzione, fin troppo insistita, sul tema più generico della «affettività». Per un verso questa evoluzione può essere salutata positivamente, come segnale di una sensibilità più viva per le tappe del cammino personale e per i dinamismi affettivi dell’identità, ma d’altra parte non si può sottacere il rischio, tutt’altro che teorico, che una simile impostazione finisca per far recedere in secondo piano l’originario orientamento degli affetti alla «figura» di vita matrimoniale. Nella pastorale giovanile ordinaria, infatti, il tema del «matrimonio» rischia troppo frequentemente di restare confinato ai fatidici incontri prematrimoniali dell’ultimo momento, mentre per tutti gli anni dell’adolescenza e della giovinezza si è sentito parlare fino alla saturazione di «amicizia» e di «sessualità»: come se della sessualità umana si potesse dire qualcosa di serio e sensato, a prescindere dalla sua originaria destinazione alla comunione di vita e alla fecondità sponsale.
I motivi che stanno alla base di questa evoluzione sono numerosi e complessi, e sarà necessario in seguito tornare a prenderli più analiticamente in considerazione. Ciò che fin d’ora, però, va detto in premessa è che una sana antropologia evangelica non può che assumere come principio regolatore la convinzione che non è possibile dissociare l’intelligenza del «sentire» umano (le emozioni, i sentimenti, gli affetti) dall’esigenza di un serio e responsabile «volere» cristiano (gratuitamente date, perché gratuitamente avete ricevuto). E questo non solo in nome dell’istanza etica di una vita buona, ma prima ancora in nome del rispetto di ciò che un «affetto» è: un’energia vitale che non può stare senza darsi una forma adeguata e che solo in seguito alla decisione rivela pienamente il proprio volto. Detto in termini evangelici, questo rimanda alla contemplazione della «figura» storica di Gesù come unico luogo di intelligenza dei «sentimenti» paterni di Dio verso di noi, che proprio perché sono straordinariamente reali non possono che prendere carne nell’umanità del Signore. E così coerentemente S. Paolo, quando chiede al credente di avere in sé i «sentimenti» del Figlio, non si mette poi ad elencare le emozioni di Gesù – su cui pure molto traspare dal Vangelo – ma piuttosto parla della «forma» umana e della «condizione» di servo per cui egli si è obbedienzialmente deciso (Fil 2,5ss.).

L’energia del sentire e la forma del volere

Lo spunto che traspare da questo suggestivo accostamento paolino tra il «sentire» e il «volere», in Gesù e in noi, merita di essere seguito, perché mostra che la «verità» dei sentimenti non può in alcun modo essere verificata a prescindere dai comportamenti cui essi danno origine. E questo significa che il riferimento dell’energia affettiva ad una «forma» storica di vita costituisce un elemento decisivo per discernere il «senso» della risonanza interiore di cui il cuore umano è capace di fronte all’altro/a e per «motivare», in maniera non utopica, il delicato cammino verso il dono di sé. Di là dalle intenzioni, un’insistenza unilaterale sull’«affettività» considerata come tema a sé stante finisce per indurre un’idea di «maturità affettiva» come «equilibrio interiore dei sentimenti» e come «armonia con se stessi» che è assolutamente riduttiva. Ci sono molte «paci» interiori contro cui il Vangelo pronuncia riserve, mentre ci sono «dolori» (distacchi, riconciliazioni, consegne) attraverso cui «bisogna» passare: come la vita di ogni famiglia lascia vedere. Occorre, dunque, oggi più che mai recuperare un’idea più profonda di maturità affettiva, che consiste nella «donazione di sé», anche senza sensazioni di pace, e che si gioca nella «responsabilità» di fronte ad altri, e non solo nell’armonia con se stessi. Non basta «sentire» la piacevolezza o spiacevolezza delle cose. Meno ancora basta sentire il proprio piacere («mi sento bene con te»). Bisogna «decidere»: dei «propri» affetti di fronte ad «altri». E per fare questo bisogna fin dall’inizio lasciarsi illuminare da quella figura paradigmatica ed esemplare dell’affetto umano che è la vita matrimoniale.

Per gli adolescenti

Per rendere concreto il discorso, ci si può chiedere a livello di adolescenti se non sia forse giunto il momento di fare qualche incontro in meno sull’affettività e la sessualità e qualche attività in più di servizio gratuito e «affettuosa» attenzione agli ultimi. Oppure qualche «gioco di ruolo» in meno sugli equilibri e squilibri mondiali e qualche effettivo «esercizio» in più di carità verso il prossimo. Sono solo provocazioni, che non vogliono avere il tono apodittico dell’affermazione programmatica, ma piuttosto sollecitare un discernimento comune da parte degli educatori, per verificare come certi equilibri «affettivi» siano di fatto rispettati.
È piuttosto ricorrente, ad esempio, la constatazione che anche nell’azione pastorale della comunità cristiana, certe «esperienze» che si fanno fare agli adolescenti siano un po’ troppo sbilanciate sul versante dell’enfasi emotiva e un po’ troppo deboli sul piano riflessivo dell’assimilazione e rielaborazione personale. La cultura in cui viviamo usa le emozioni come strategia pubblicitaria per creare il consenso, e questo ha nei ragazzi degli effetti devastanti, perché il criterio della scelte diventa ciò che «piace». È importante, dunque, che le esperienze che si propongono nel gruppo giovani/giovanissimi di un oratorio/di una parrocchia abbiano il giusto dosaggio tra lo sperimentare e il riflettere, tra l’essersi entusiasmato, l’aver effettivamente capito e l’essersi deciso a fare. Questo equilibrio, che a livello sociale è oggi così precario, fa maturare affettivamente più di qualsiasi tipo di discorso e di incontro formativo.

Per i giovani

Pensando ai giovani più grandi, a fronte delle convinzioni sopra esposte appare con maggiore chiarezza quella che è oggi un elemento gravemente incongruo della nostra situazione pastorale, ossia l’assoluta sproporzione tra l’abbondanza dei discorsi formativi sull’affettività e l’incapacità di dar vita a forme simboliche di riconoscimento del cammino dei fidanzati, che è vissuto per lo più in forma assolutamente privatistica. La conseguenza è che, in assenza di una configurazione chiara e socialmente condivisa del cammino prematrimoniale – quella che una volta era la condizione dei fidanzati – diventa proporzionalmente più difficile per i singoli e per le coppie trovare gli elementi che differenziano e segnano i momenti di svolta del loro cammino. E così, all’interno di una gestione individualistica degli affetti, i tempi della relazione tendono a confondersi: i fidanzati vivono spesso ciò che competerebbe alla stabilità indiscutibile del legame coniugale, mentre non di rado i coniugati «sentono» ancora il loro legame come discutibile e ritrattabile. E tutto questo, ovviamente, in nome dell’«affettività», ma di un’affettività fatta solo di «sentire».
Senza cedere all’ingenuità del «bei tempi andati», dove pure c’erano molte incongruenze e molti silenzi sospetti, bisogna però riconoscere che il vero punto di forza che permetteva la maturazione di personalità affettivamente solide in passato era principalmente l’impatto effettivo del ragazzo, dell’adolescente e del giovane con una figura cristiana di vita familiare desiderabile, che rendeva appetibile e promettente un certo tirocinio affettivo e, anche in assenza di tante «catechesi» sull’affettività, ne propiziava di fatto l’attuazione. Il passato, ovviamente, non si può ripetere, ma è indubbiamente portatore di spunti interessanti anche per la pastorale del presente.
Da una prassi più attenta a riconoscere, direi anche a ritualizzare simbolicamente, i momenti di passaggio della storia affettiva di due giovani, possono venire solo benefici. Come dall’appiattimento verso un indiscriminato stare sempre e comunque insieme, in cui le differenze tra il maschile e il femminile, il prima e il dopo, sono attenuate, possono venire solo ostacoli per una più libera e profonda capacità di amare.