Per una rilettura nel contesto della pastorale giovanile

Giuseppe De Virgilio

(NPG 2003-09-54)



– La riscoperta della dimensione festiva costituisce uno dei maggiori segni indicatori della capacità di memoria e di celebrazione dell’esistenza umana e del suo mistero nella storia di un popolo. Partecipare ad una festa significa rievocare insieme il suo messaggio ideale e impegnarsi a realizzarlo. Il fare festa diventa per una comunità un atto unificante, capace di coniugare simbolicamente nei segni posti, il passato, il presente e il futuro. Festeggiare “insieme” aiuta a ritrovare i fondamenti ultimi della partecipazione comune alle vicende della storia, e spinge a riscoprire le ragioni dell’unità e del progresso di una comunità. Soprattutto nelle prime fasi dell’esistenza umana la dimensione festiva si pone come una elaborazione progettuale ed espressiva dell’essere giovani e dell’ingresso nel mondo adulto.

– Il senso della festa e il desiderio della sua celebrazione accompagnano l’esistenza di ogni persona. Si tratta dell’esaltazione delle potenzialità e delle risorse (tradizionali e sapienziali, psicologiche, sociologiche e spirituali) insite nella dinamica della vita quotidiana che spinge ciascuno ad uscire dal rituale (routine) comportamento lavorativo (l’uomo come protagonista del prodotto di lavoro) per esaltare spiritualmente il senso di appartenenza alla comunità e aprirsi in maniera nuova all’esperienza del sacro (l’uomo come interprete del mistero donato). “La festa costituisce comunque un momento particolarmente privilegiato anche in senso religioso: chiamando l’uomo ad uscire da se stesso e dal proprio quadro ordinario di esistenza, lo apre in maniera nuova all’esperienza del sacro, del divino, della fede. In questo senso, la festa fa parte delle ricchezze più preziose della nostra umanità” (AA. VV., Riscoperta della festa, Roma 1991, 27).
– La categoria biblica della festa concerne diversi ambiti di riflessione che hanno conseguenze sulla vita sociale e sull’orientamento pastorale delle comunità cristiane e soprattutto del mondo giovanile. A nessuno sfugge la valenza liturgico-sacramentale della celebrazione festiva e l’urgenza di un rinnovamento di prospettiva, di fronte all’attuale stato di crisi del momento festivo, avvertito e registrato nel nostro contesto ecclesiale. La Nota pastorale CEI, Il giorno del Signore (Roma 1984), sottolineando l’importanza della riflessione pastorale sul tema festivo, rileva: “Si apre a proposito uno dei più importanti impegni per un rinnovamento pastorale che deve saper cogliere gli aspetti positivi del nuovo modo di vivere la domenica per valorizzarli e per consentire che i cristiani possano sempre celebrare degnamente il giorno del Signore ed esserne chiari testimoni” (n. 19). Questa riflessione è stata ampiamente ripresa nella lettera apostolica Dies Domini (Roma 1998) di Giovanni Paolo II, con una particolare attenzione alla centralità dell’Eucaristia domenicale e al valore religioso e sociale della dimensione festiva e del riposo lavorativo.
– La presente proposta mira ad approfondire gli aspetti principali della categoria biblica della festa, contenuta nella grande tradizione ebraica e riletta nella successiva esperienza cristiana, per riflettere sul valore esistenziale dell’esperienza festiva nel contesto ecclesiale contemporaneo, con una particolare attenzione al mondo giovanile. Il percorso è di tipo genetico: dal significato storico e teologico delle feste ebraiche all’applicazione pastorale del messaggio biblico. Dopo aver presentato brevemente gli aspetti semantici e letterari della categoria “festa” nella Bibbia, seguiremo la pedagogia dell’itinerario liturgico secondo alcune tappe della tradizione celebrativa del calendario ebraico e cristiano. Alla luce dei contenuti emersi intorno alla concezione della festa e soprattutto della relazione Dio/popolo, indichiamo alcune riflessioni e prospettive utili per l’applicazione nella pastorale giovanile.

La festa: etimologia e caratteristiche

I termini ebraici con i quali viene designato il concetto di festa nell’Antico Testamento sono principalmente due: khāg (52 ricorrenze) e mōēd (29 ricorrenze). Khāg (dalla radice hgg che significa “danzare in cerchio”) indica solitamente la celebrazione rituale delle feste ebraiche di pellegrinaggio, in particolare la festa dei Tabernacoli. Mōēd (dalla radice j’d che significa “fissare, determinare”) determina il tempo stabilito per l’atto cultico e la riunione celebrativa (talora designa anche il luogo della celebrazione). Khāg e mōēd sono tradotti in greco (LXX) con un unico termine comprensivo: heortē, il cui significato originario è quello di “servizio liturgico”, adempimento pubblico (riguardante la vita della polis) a carattere cultuale in favore della divinità da celebrare, con un chiaro riferimento alla finalità religiosa della festa. Il termine latino festus (dies), da cui derivano direttamente le denominazioni odierne, non possiede una etimologia certa.
– La complessità dei concetti e delle caratterizzazioni rinchiuse nel tema della festa rende difficile poter identificare e contestualizzare una precisa configurazione del termine e pertanto richiede un più vasto orizzonte di comprensione del concetto di festa in sé e nelle varie e diverse tradizioni e culture. Universalmente il “fare festa” richiama sempre un momento positivo dell’esistenza, sia in favore di persone che di eventi religiosi. Si possono individuare quattro caratteri prevalenti nella strutturazione della festa:
* il carattere periodico della celebrazione, inserita nella tradizione di un popolo e cristallizzata nel proprio calendario;
* il carattere collettivo come fatto sociale dell’intero gruppo umano che sperimenta il proprio senso di appartenenza e condivide un ethos comune;
* il carattere sacrale che si formalizza in un rito (cerimoniale) speciale e intensamente partecipato, posto al centro dell’intero momento festivo;
* il carattere ludico che si integra nella peculiarità del motivo celebrato attraverso la condivisione del cibo (banchetto) o della danza/musica (gioco). Nondimeno la caratteristica più marcata della “festa” consiste nella bipolarità profano-sacro, nella inter-relazione tra esperienza cultica ed esperienza ludica, che è stato oggetto di numerosi studi ed interpretazioni.
– Un breve accenno va fatto alla riflessione intorno al sistema religioso della tradizione antica, che permette di capire il senso dell’azione festiva. Le ricerche riguardanti lo studio delle religioni hanno fornito un’ampia trattazione sul tema della festa e sui molteplici significati. La scienza della religione ha analizzato i contesti tradizionali delle celebrazioni e dei costumi degli antichi popoli, secondo la distinzione socio-religiosa proposta da M. Eliade, tra le religioni cosmico-mistiche (naturali) e le religioni monoteistico-profetiche (rivelate).
Le religioni cosmico-mistiche, a cui fanno riferimento per numerosi aspetti la tradizione greca e romana a noi più vicine, si caratterizzano per la comune matrice politeista, interpretano le divinità in chiave panteistica e il destino in forma impersonale. Le feste presso queste religioni consistono generalmente in riti collegati con eventi della natura e modulati in un ciclo cosmico che esalta le leggi dell’universo e celebra le potenzialità ancestrali del mondo e dell’uomo (sole, luna, stagioni, acqua, terra, fecondità, fuoco, maternità, salute, culto del corpo, ecc.) per scongiurare ogni possibile catastrofe, carestia o sterilità (paura della morte). Le religioni monoteistico-profetiche identificano l’assoluto come un essere personale al di sopra dei sentimenti e delle esperienze umane, distinto e diverso dal cosmo, che ha dato origine all’universo e si è autocomunicato mirabilmente agli uomini, nella storia, per mezzo di profeti (mediatori).
– La tipologia delle celebrazioni festive derivanti da questa seconda classificazione, a cui appartiene la tradizione ebraico-cristiana, si richiama ai grandi eventi della creazione e della rivelazione, attraverso una linearità temporale che definisce concretamente una concatenazione di eventi positivi, una “storia di salvezza e di felicità per l’uomo”, al di là delle leggi della natura e del cosmo. I momenti festivi, pur essendo originariamente legati ai cicli naturali, hanno come caratteristica comune l’esaltazione della divinità personale, rivelatasi propizia negli avvenimenti della “storia della salvezza” e la valenza del conseguente peculiare messaggio teologico ed etico. In conseguenza di ciò, la nostra riflessione intorno alla categoria biblica della festa deve tenere conto di come la dimensione storica e culturale dell’atto festivo, presente nella storia del popolo ebraico, si coniuga con la sua esperienza del Dio trascendente che si rivela gradualmente fino al culminare nella missione salvifica di Gesù di Nazaret. La dimensione festiva è quindi strettamente collegata a questa dinamica evolutiva, che rivela da una parte il mistero di Dio che compie meraviglie e dall’altra l’espressione della fede e della gioia della comunità eletta.

La festa nella tradizione ebraica

– La peculiarità della tradizione ebraica circa le feste e il tempo è notoriamente espressa nel saggio sul sabato di A. J. Heschel: “L’ebraismo è una religione del tempo che mira alla santificazione del tempo (...) L’ebraismo ci insegna a sentirci legati alla santità del tempo, ad essere legati ad eventi sacri, a consacrare i santuari che emergono dal grandioso corso dell’anno” (A. J. Heschel, Il sabato. Il suo significato per l’uomo moderno, Milano 1972, 14-15). La differenza rispetto ad altri sistemi religiosi sta proprio nella qualità della relazione tra Dio e l’uomo: “... L’uomo si rivolge a Dio non solamente per lodarlo, per chiedergli aiuto, ma in realtà per sapere esattamente come deve comportarsi per lavorare, per andare avanti nella vita di tutti i giorni e in quella che è più in là della vita di tutti i giorni, per andare avanti insieme; si tratta perciò di un rapporto di collaborazione tra Dio e l’uomo, e l’uomo e Dio”.
In tale contesto di santificazione del tempo e di collaborazione con Dio si comprende il senso della festa ebraica e la dimensione sacrale della sua celebrazione. Il momento festivo celebra la “progettualità dell’esistenza dei credenti”. Sul filo del tempo si svolge la vita del credente in collaborazione con Dio, sia negli avvenimenti storici e naturali (le feste ebraiche si muovono sul ritmo della natura) che nella memoria di eventi rivelati dalla provvidenza celeste.
– Il tempo festivo è posto tra due estremi: l’inizio dei giorni (bereshit hayamim) che si articola di settimana in settimana, e il termine dei giorni (aharit hayamim), che conduce alla fine dei tempi. In questo alveo si inseriscono gli avvenimenti naturali, le settimane lavorative e le stagioni: la primavera che termina con la raccolta dell’orzo; l’estate che culmina nella mietitura del grano e l’autunno con la raccolta dell’uva. Sono questi i tre tempi fissi, saldamente stabiliti nella tradizione, che, anche se vissuti con accentuazioni diverse nelle differenti epoche, hanno dato origine ai principali itinerari peregrinanti verso Gerusalemme (shalosh regalim). Nei calendari religiosi di Israele le feste annuali vengono tramandate in quattro liste bibliche: Es 23,14-17; 34,18-23; Dt 16,1-16; Lv 23. Si legge in Dt 16,16: “Tre volte all’anno ogni tuo maschio si presenterà davanti al Signore tuo Dio, nel luogo che Egli avrà scelto: nella festa degli azzimi, nella festa delle settimane e nella festa delle capanne”. Per comprendere meglio la ricchezza simbolica della nostra categoria, è opportuno tratteggiare sinteticamente i contenuti dei principali momenti festivi ebraici.

La festa di Pesah

Pesah (Pasqua) o festa della liberazione dalla schiavitù cade nel periodo primaverile (hag haviv) quando inizia la maturazione dei prodotti agricoli. Fin dalle sue prime origini appare come una festa autonoma, non riconducibile alle tradizionali feste di pellegrinaggio, ma legata ai cicli della natura e all’identità nomadica degli ebrei, a motivo di alcune caratteristiche: accentuazione rituale sul modello nomadico e pastorizio, assenza di santuario, di sacerdoti e di rituali estesi; simbologie del deserto e cibi di fortuna (erbe, abbigliamento da viaggio, pane non lievitato-azzime, tempo notturno).
La celebrazione rituale (Es 12,1-28) avviene mediante la consumazione del pane azzimo, dopo aver ripulito la dimora da ogni altro cibo lievitato (bediqat hametz) e la manducazione di un agnello arrostito per intero. Nella cena c’è l’usanza di preparare un piatto con tre azzime, un osso di agnello (simbolo del braccio teso di Dio che ha salvato il popolo), un uovo duro (simbolo dell’eternità della vita), erbe amare (simbolo delle sofferenze dell’Egitto) e un impasto di frutta secca (simbolo della calce delle costruzioni), insieme a coppe di vino. I commensali mangiano in piedi e in tenuta da viaggio. Gli stipiti delle porte vengono bagnati con il sangue della vittima sacrificata. Si tratta di una festa annuale, celebrata nella prima luna di primavera quando i pastori partivano per la transumanza verso i nuovi pascoli, impetrando protezione verso la divinità contro ogni pericolo per la strada (il demone Mashit, cf Es 12,23), attraverso il rito del sangue. Nondimeno ciò che conferisce maggiore significato alla Pesah è il suo memoriale storico: l’evento della prima liberazione dalla schiavitù egiziana a cui viene associata la teologia dell’esodo e il dono della Torāh. Nel secondo giorno si fa l’offerta dell’omer di orzo e si comincia a contare altri 49 giorni per arrivare alla seconda festa: Shavu’ot, sette settimane da Pesah (Lv 23,15-21).

La festa di Shavu’ot

Oltre alla designazione con il termine Shavu’ot (settimana), questa festa è anche chiamata come “festa della mietitura” (Es 23,16) o “delle primizie” dei cereali (Dt 18,4; Lv 19,24; 23,9-11.15-17; hag habikkurim) e veniva celebrata nel cinquantesimo giorno dalla Pesah. Rimane oscura l’origine di tale festività, che doveva essere prevalentemente agricola, non legata a motivazioni storiche particolari. Essa ricorre il 6-7 di Sivan (maggio-giugno) e nel giudaismo ricevette come motivazione storica l’evento della Rivelazione della Torāh, consegnata a Mosè sul monte Sinai (Es 24;34). In questo senso va interpretata l’usanza di offrire le primizie del raccolto al tempio di Gerusalemme.

La festa di Sukkot e altre solennità

– Il sukkot (capanna) è il simbolo che tematizza quest’ultima festa di pellegrinaggio presso gli Ebrei. Denominata latinamente “festa dei tabernacoli” (capanna = tabernaculum; Es 23,16; 34,22) essa viene celebrata alla fine e all’inizio dell’anno (settimo mese: Tishri, settembre-ottobre) per un’intera settimana, prendendo cibo sotto le capanne. La ricorrenza era legata da una parte alla conclusione dei raccolti di prodotti agricoli (chag hahasif), come omaggio di gratitudine e di riconoscenza per l’abbondanza delle risorse, e dall’altra alla richiesta della stagione piovosa per la nuova semina. Anticamente la gente portava cesti di primizie, accompagnando la processione con canti e recitazioni di preghiere (Dt 26,1-11). I riti di significato agricolo si riassumevano nella raccolta di rami di alberi e nell’intreccio di fronde (lulav) formato di quattro piante (cedro, palma, mirto e salice). Il rituale liturgico prevedeva che il lulav fosse agitato durante la preghiera pubblica in direzione dei punti cardinali in segno di auspicio e di supplica. Si tratta di una festa per eccellenza, che tende ad eliminare le differenze tra i singoli e ad unire l’intera comunità nella gioia e nell’esultanza. Durante il servizio del tempio, oltre alle offerte rituali previste, venivano eseguiti sacrifici al Signore in favore di tutti i popoli della terra per esprimere il sentimento universale di fratellanza spirituale (Zac 14,16). Con ogni probabilità la simbologia delle capanne richiamava il ricordo della permanenza nel deserto durante gli anni di cammino del popolo. Collegata infine con il Sukkot è la festa di Scìhemini ‘atzeret e Simchat Torāh, che conclude il ciclo delle ricorrenze di Tishri e la lettura del rotolo della Torāh.
– Oltre alle tre feste di pellegrinaggio sono da segnalare tra le solennità ebraiche il capodanno (rosh hashana) e il giorno del perdono (yom kippur). La prima solennità commemora la creazione del mondo (primo giorno del mese di Tishri) e in essa la personalità spirituale del patriarca Abramo. Tale festa è caratterizzata dall’uso del suono del corno (shofar, da cui la denominazione: giorno del suono – yom teru’a) e dalla lettura dei testi che alludono al giudizio finale di Jahwe (giorno del giudizio – yom hadin). La seconda solennità, yom kippur (giorno del perdono) cade nel decimo giorno di Tishri e celebra la misericordia di Dio e la sua giustizia. Nell’arco di dieci giorni, dalla solennità della creazione a quella dell’espiazione, il popolo pone dei “segni di conversione”, si pente dei peccati e delle ingiustizie commesse e domanda a Jahwe, con preghiere e digiuni, l’espiazione di tutte le colpe commesse (rito dei due capri, espiatorio ed emissario in Lv 16).
– Il calendario festivo degli ebrei annovera ancora la festa di Purim, che si celebrava il 13-14 Adar (marzo, per ricordare la sorte (pur) degli ebrei, esiliati in Persia (Ester), e quella di Hanukka che si celebrava il 25 di Kislev (dicembre), in cui veniva ricordato l’eroico sacrificio della resistenza maccabaica nei confronti del politeismo ellenistico e di Antioco Epifane IV (1-2 Maccabei).

Lo shabbat

– Mentre le feste descritte cadono annualmente, lo shabbat rappresenta la celebrazione festiva per eccellenza, che ricorre settimanalmente. Tutti i giorni della settimana presso gli ebrei sono vissuti in attesa del “settimo giorno”, la tappa che accompagna la festività esistenziale del popolo. Scrive Heschel: “Due sono gli aspetti del sabato, come due sono gli aspetti del mondo. Il sabato ha significato per l’uomo ed ha significato per Dio. Esso è in rapporto con entrambi in quanto è un segno del patto stretto fra di loro (...) Il sabato è santo per grazia di Dio, ma ha ancora bisogno di tutta la santità che l’uomo è in grado di conferirgli” (A. J. Heschel, Il sabato, 82-83). Generalmente ci si riferisce al sabato come ad un giorno non lavorativo, non produttivo nel contesto del binomio lavoro-riposo, ferialità-festività, mentre esso rappresenta molto di più: il sabato è giorno di delizia (Is 58,13), di riposo, di pace, di tranquillità e di compimento (Gn 2,2).
– La sua celebrazione incominciava da casa, alla vigilia, per preparare la tavola (cibi, utensili, ecc.). La simbologia rituale ricalca la descrizione della creazione cosmica: si accendono le luci pronunciando una benedizione, i familiari nel frattempo indossano i panni della festa per recarsi nella sinagoga, dove alcuni eletti (sette) proclamano brani della Torāh e salmi, con offerte per i poveri. Alla preghiera mattutina, segue il pranzo domestico. Al tramonto del sole si chiude la celebrazione con il rito della havdalah (separazione).
– Il giorno sabbatico rappresenta la sintesi dell’intero “credo israelitico”, poiché riassume gli eventi principali della storia ebraica e della sua tradizione cultuale, attraverso le seguenti connessioni:
* il sabato è in connessione con la creazione cosmica (Gn 1,1-2,4a), giorno santificato e benedetto (Sal 92);
* il sabato è in connessione con l’alleanza sinaitica (Es 20,8-10; 24,15-18; 29,42-46; 39,32.43; 40,17.33-34; Lv 9,22-24), in quanto rappresenta la comunione tra Jahwe e il popolo itinerante;
* il sabato è in connessione con la figura del deserto (Es 16, 20-25), in modo particolare con la manna;
* il sabato è in rapporto al dono della terra (‘rs, Dt 5,15; 6,10s.; 15,1-18);
* il sabato è in connessione con la legge di Jahwe e la salvezza eterna (Lv 19,3.30; 26,2), oggetto della riflessione profetica (Is 1,13; 56,1-9; 58,13; Am 8,5; Gr 17,21-22), in vista della pienezza escatologica (Zac 14,7).
– La ricchezza simbolica ed espressiva delle feste contenute nel calendario ebraico rivela l’importanza della dimensione festiva nella tradizione biblica. La festa nelle sue articolazioni liturgiche e storiche è memoria delle gesta di Dio nella creazione e nella storia del popolo eletto. L’intera comunità ebraica, celebrando la festa, vive l’incontro con Dio come un momento privilegiato di grazia e di benedizione. I giovani e gli anziani, adulti e bambini, uomini e donne, ebrei e stranieri ospiti condividono la lode a Jahwe, ricordano le sue opere e invocano la sua protezione per il futuro.

La festa nella tradizione cristiana

– La ricchezza tematica ed esperienziale della dimensione festiva è accolta nella comunità ecclesiale e variamente rielaborata negli scritti del Nuovo Testamento. Dalle testimonianze evangeliche e dalla prassi liturgica delle prime comunità cristiane si evince la continuità con la tradizione festiva del mondo ebraico ed insieme un graduale processo di trasformazione del significato della festa, a partire dall’evento pasquale della morte-risurrezione di Gesù Cristo. In generale si può affermare che l’impianto religioso e la struttura cronologica delle feste cristiane segue il percorso della tradizione ebraica, reinterpretata in chiave cristologica.
– Gli indizi che si ricavano dalle testimonianze bibliche mostrano come Gesù stesso ha osservato le feste ebraiche del suo tempo, dandone, con le sua persona e la sua opera, un significato pieno e definitivo. Gesù frequenta i luoghi di culto degli ebrei, per la preghiera sabbatica (Mc 1,21; 3,2; 6,2pp; Gv 5.9; 6,59; Lc 4,16-21; 13,10), la festa delle capanne (Gv 7,37ss.; 8,12; Mt 21,1-10pp.), la festa della Dedicazione (Gv 10,22-38). Particolarmente due sono i contesti festivi legati alla missione di Gesù: il dibattito intorno al giorno di sabato, occasione di rivelazione e motivo di contrasto con i farisei (Mc 2,23-28; Mt 12,1-8; Lc 6,1-5; Gv 5,16; 9,16) e soprattutto la celebrazione pasquale ebraica, nel cui contesto si colloca la “cena del Signore” che anticipa e riassume l’evento del mistero pasquale (Mt 26,2.17ss; Gv 13,1; 19,36; 1Cor 5,7s.).
– Tutta la ricchezza del simbolismo pasquale, nella cui memoria ebraica si evoca la liberazione di Israele dalla schiavitù, la salvezza del popolo a somiglianza di Isacco e la nuova creazione messianica, è portata a compimento nel sacrificio cruento di Gesù sulla croce. Si ha così la pasqua del Figlio unigenito, che inaugura il “nuovo tempio” e la “nuova festa”. Questa nuova pasqua si compie mediante il “pane moltiplicato” che sarà la sua carne offerta in sacrificio della “nuova ed eterna alleanza” (Gv 6,51). È la pasqua del nuovo agnello, in cui Gesù prende il posto della vittima pasquale e compie il proprio esodo, da questo mondo al regno del Padre (Gv 13,1).
– La centralità del sacrificio eucaristico è ben evidenziata nei racconti evangelici, come culmine di tutta la missione salvifica del Cristo. La nuova Pasqua, che i cristiani celebrano ogni domenica, ricordando la risurrezione di Cristo come il “giorno primo” della settimana, il Dies Domini (Ap 1,10), unisce tutti i credenti alla comunione con Dio e li pone in attesa della sua venuta. Oltre alla pasqua domenicale, la festa cristiana è costituita dalla celebrazione annuale della Pasqua, nella quale si rivive, nella fede in Cristo, la “liberazione dal peccato e dalla morte” e si condivide la gioia della vita eterna e la speranza della parusia gloriosa del Risorto.
– La prassi della prima comunità cristiana segue lo stile pastorale di Gesù stesso: Paolo e i suoi collaboratori frequentano i luoghi di culto giudaici (At 13,14; 17,2), partecipano alla preghiera (At 16,13) e celebrano la Pasqua (At 20,6). In tutto il Nuovo Testamento, le feste ebraiche vengono reinterpretate in chiave cristologica ed assumono una strutturazione ecclesiale e liturgica, in discontinuità con la tradizione degli ebrei. La chiesa svolge il compito dell’annuncio cristiano e le sue celebrazioni vanno contestualizzate nell’orizzonte dell’evento pasquale per eccellenza, compiuto una volta per sempre (Rom 6,10; 1Pt 3,18; Eb 7,27; 9,12.28; 10,10) come memoriale della nuova ed eterna alleanza (1Cor 11,26), in attesa della parusia (1Cor 16,22; Ap 22,17.20). Dunque la pasqua di Gesù, memoria e compimento, diviene il prototipo di ogni festa cristiana.
– Nondimeno, al pari delle feste ebraiche, anche le feste cristiane rimangono soggette al ritmo del tempo e della terra, pur collegandosi ai fatti principali dell’esistenza di Cristo. Senza voler entrare nei problemi storici della formulazione liturgica dei primi secoli della cristianesimo (anno liturgico, rituali sacramentali, calendari, ecc.), resta fondamentale il fatto che l’oggetto di ciascuna festività cristiana, fin dall’inizio, permane l’evento cristologico. Ugualmente le feste cristiane sono annuali (Pasqua, Natale, Pentecoste; feste mariane; feste dei martiri e dei santi) o ebdomadarie (domenica), collettive, pubbliche e implicano un tempo di riposo e un contesto festivo.
– Possiamo sintetizzare i significati della categoria biblica della festa secondo la tradizione cristiana, segnalando le seguenti peculiarità:
* la festa cristiana segue una concezione lineare del tempo secondo un progresso storico “a spirale”, che si proietta verso il compimento del “progetto salvifico”, dalla creazione alla parusia;
* la festa è celebrazione della presenza di Dio nel tempo e nella dinamica vitale della creazione, in virtù del mistero della incarnazione di Cristo;
* la centralità della Pasqua cristiana è il memoriale sacramentale inteso come il punto di sintesi fra l’evento del passato, l’attualità del presente e la speranza del compimento finale;
* la categoria biblica della festa esalta la centralità cristologica, chiave di lettura dell’intero calendario festivo cristiano;
* il sacramento rende ciascuna festa cristiana un “evento” per la salvezza, non una semplice commemorazione (scrive E. Costa: “la festa cristiana non è una pausa, bensì un’emergenza”). Il tempo festivo è caratterizzato dalla radicale novità della festa cristiana, che interseca la linea temporale della storia umana e della vita dei credenti, segnati dall’evento della morte e risurrezione di Gesù Cristo. È Lui il protagonista della festa cristiana, il punto focale su cui poggia la speranza della festa senza fine.

La categoria della festa e le sue istanze nel contesto della pastorale giovanile

Dopo aver passato in rassegna gli aspetti biblici legati alla categoria della festa e al calendario ebraico-cristiano, occorre tentare di tradurre alcune istanze nel contesto del cammino ecclesiale odierno, focalizzando l’attenzione al mondo giovanile e ai suoi condizionamenti. Celebrare e vivere la festa è un atto di vita, assunto in pienezza soprattutto dai giovani, e per questa ragione la dimensione festiva è una componente decisiva della pastorale giovanile. Formuliamo cinque prospettive che aiutano a comporre il ricco e variegato contenuto della festa biblica con alcune istanze del mondo giovanile.

Festa: celebrazione della vita

Un primo aspetto da rilevare è dato dai condizionamenti che si possono rilevare e che spesso limitano la comprensione e la realizzazione della festa cristiana. Essi sono legati a fattori di diversa natura e a influenze di tipo storico-liturgico ereditate nel tempo. Dunque non è difficile cogliere l’aspetto problematico della celebrazione festiva in relazione alla proposta giovanile. Un ulteriore condizionamento che emerge dall’esperienza ecclesiale è dato nel rapporto tra l’interiorità della festa cristiana e l’esteriorità dei festeggiamenti, senza i quali sembra difficile che una festività meriti il suo nome. La dimensione festiva è partecipazione comunitaria all’opera di Dio creatore, atto di contemplazione e di comunione nei riguardi di “colui che dona la vita”. In questo senso, la valorizzazione della festa deve essere aperta al mondo giovanile, come momento in cui si fa l’esperienza dell’esistenza umana come dono e della sua irripetibile preziosità. Il recupero della festività cristiana non va ricercato nelle forme esteriori, bensì nella consapevolezza del valore del tempo e della vita, in vista di un progetto di felicità e di salvezza.

Festa: tempo “nuovo” di libertà

L’atto della festa è atto di libertà e di comunione, contro ogni forma di schiavitù e di divisione; è scommessa sulla positività della vita e sul futuro del singolo e della comunità. Occorre pertanto evidenziare, nel contesto della inculturazione della fede, questa fondamentale dimensione della festa cristiana: la festa è tempo nuovo di libertà, atto di fiducia profonda verso la storia umana guidata dalla provvidenza di Dio che chiede la responsabilità di ciascuno. In questa prospettiva il coinvolgimento del mondo giovanile deve essere orientato alla riflessione sul tempo celebrato, come memoria sapienziale del passato, responsabilità del presente ed attesa verso il futuro. Al ritmo dei circuiti lavorativi e produttivi, occorre avere il coraggio di proporre il tempo festivo settimanale e annuale come “momento privilegiato” di riposo per celebrare Dio nella libertà e nella pace. Sempre di più si avverte nel mondo giovanile l’esigenza di liberare la festa dalle preoccupazioni e da una mentalità consumistica e strumentalizzata. I giovani rifuggono contesti festivi formali che non sentono propri, incapaci di esprimere libertà e stupore per il mistero di Dio rivelato. La categoria biblica della festa può essere riscoperta soprattutto da parte del mondo giovanile attraverso la teologia dell’esodo, cammino di libertà e di rinnovamento.

Festa: esperienza di comunione

La festa ha per sua natura un carattere collettivo, che coinvolge la famiglia, il gruppo sociale, il villaggio, l’identità regionale o nazionale. Nel corso dell’analisi biblica è stato sottolineato l’aspetto comunitario delle feste ebraiche e cristiane, dove tutti sono chiamati a partecipare all’azione festiva e a condividere l’esperienza rituale, orante e ludica. In alcune feste ebraiche, la comunione fraterna e l’appello al riconoscimento reciproco è favorito dai riti di riconciliazione e di propiziazione (esempio: la celebrazione dell’anno giubilare in Lv 25). La comunione si esprime in forme di sostegno reciproco di solidarietà sociale. In modo particolare la riscoperta della festa deve coinvolgere il mondo giovanile in un ripensamento della relazione interpersonale, ispirata ad uno stile di comunione e di crescita della fraternità. Lo stile della convocazione, dell’animazione e della compartecipazione dei giovani deve poter esprimere la circolarità comunionale dell’intera assemblea. In questo modo la celebrazione festiva diventa occasione di allargamento dei confini, di unificazione delle diverse componenti di un gruppo sociale, motivo di riconciliazione e di accoglienza reciproca. Il bisogno di comunione e di dialogo così diffuso tra i giovani trova risposta nella valorizzazione della dimensione festiva della vita. Nei momenti gioiosi, quando il popolo canta e racconta le meraviglie di Dio nella storia, si consolida l’identità comunitaria e si rafforza la comunione interpersonale. La festa ha dunque una funzione unificante, pedagogica, in quanto supera le differenze della ferialità e crea nuovi ponti di comunicazione e di condivisione.

Festa: memoria della salvezza

La riflessione teologica che emerge dalla categoria della festa mette al centro Dio e la sua opera salvifica nella storia. È sempre Jahwe, il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe (Es 3,13ss.) e tutto ciò che egli ha compiuto in favore del suo popolo, l’oggetto e la causa delle feste in Israele. Il popolo fa memoria della rivelazione divina nelle tappe del suo cammino e nei suoi interventi salvifici. Parimenti nel Nuovo Testamento, il fulcro del racconto è costituito dal sacrificio di Gesù e dai segni che egli ha compiuto in favore di coloro che credono. Ne deriva che la festa diventa “memoriale” (zikkaron) della continua irruzione di Dio nella storia, anamnesi dell’azione libera del Salvatore, sorpresa e non più ritmo obbligato, esistenza condivisa e non più esteriorità cosmica. Dal racconto dell’esodo a quello della pasqua di Gesù, la dimensione festiva è celebrazione di salvezza, memoria festosa i cui effetti permangono nell’oggi. Così la riunione festiva diventa esperienza di salvezza che impegna il popolo e il singolo in una risposta concreta a Dio. Se questo non accade, allora la festa potrebbe trasformarsi in formalismo, in sterile ritualismo, condannato dai profeti e da Gesù (Is 1,13ss.; Gv 2,13-25). Il racconto della salvezza, sul modello della grande preghiera di Maria nel Magnificat (Lc 1,46-55), qualifica la dimensione della festa nella prospettiva dell’annuncio universale della salvezza a tutti gli uomini.

Festa: sguardo di speranza

La festa cristiana è esperienza contemplativa di un mistero. Essa annuncia un avvenimento accaduto una volta per sempre, che ha valore di eternità. Come in un moto pendolare, celebrare la festa significa proiettarsi dal presente al futuro e condividere la speranza in ciò che dovrà accadere alla fine. In tal modo non sono più le stagioni a regolare i tempi della festa, ma Dio stesso che agisce liberamente nella storia umana. Si rompe così la ciclicità stagionale ed astronomica della celebrazione ebraica, che viene assunta e trasformata nella pasqua del “Cristo totale”, colui che era, che è e che viene (Ap 1,4). E poiché la storia avanza realmente verso il Regno, ogni festa è nuova, anche se si ripete nel tempo e diventa un itinerario di speranza verso il compimento. In questa prospettiva la categoria della festa è strettamente associata alla dimensione escatologica del tempo cristiano, e mentre realizza ciò che festeggia, la comunità prosegue il suo cammino verso il definitivo incontro con Dio. In modo speciale la dimensione della speranza interpella il mondo giovanile e le sue attese, spingendo i credenti a vivere la festa in un contesto operoso di paziente attesa.

Conclusione

– La comunità cristiana è chiamata a riscoprire e riproporre la ricchezza dei significati della festa nella Bibbia. Nella proposta educativa rivolta ai giovani si deve tendere a “promuovere una matura mentalità di fede, cioè ad educare i credenti all’adorazione, al rendimento di grazie... alla familiarità con i segni che indicano la presenza di Dio e in vario modo lo comunicano” (CEI, Il Rinnovamento della catechesi, Roma 1970, n. 44.). Il compito di una iniziazione mistagogica deve procedere in una doppia direzione: educare al senso e alla passione della festa (dimensione teologico-antropologica); e curare lo stile e la celebrazione del fare festa (dimensione liturgico-sacramentale).
– La formulazione di una adeguata catechesi liturgica dovrà primariamente assumere il compito ermeneutico di saper tradurre e proporre la festa cristiana, per ciascun singolo credente, soprattutto evidenziando la peculiarità dello stile ecclesiale e dei relativi fondamenti cristologici (si pensi alla religiosità popolare e alla sua incidenza sociale). L’esperienza festiva, come ogni esperienza di fede, si realizza nell’annuncio della Parola, nella testimonianza della carità e nella preghiera. Sono queste le tre dimensioni che devono caratterizzare la cura e lo stile del momento festivo, soprattutto rivolto alla sensibilità del mondo giovanile. In tal modo, all’interno di un cammino di fede, attraverso una necessaria predisposizione sapientemente mediata, potranno essere approfonditi anche gli elementi singoli della festa e delle sue connessioni con la tradizione del popolo cristiano: il luogo, gli oggetti, i mediatori, i segni, i simboli, i gesti, i testi, le parole.
– Vivere la festa come “il giorno del Signore”, significa incontrare e accogliere “il Signore dei giorni” (Eusebio di Alessandria). Nel contesto della società e della cultura contemporanea, mentre si tende a ridurre il giorno festivo ad un appendice della vita produttiva, il singolo credente sperimenta la priorità di Dio nel “ricordo di santificare le feste” e la celebra come “festa gioiosa e grata della propria vita”. Talora la festa cristiana rischia di essere compressa dai ritmi del lavoro e del riposo della vita civile, ma soprattutto dalla sostituzione ambigua e graduale di significati esteriori a quelli interiori.
– L’azione pastorale rivolta particolarmente ai giovani e ai loro educatori non potrà esimersi dal compito di annunciare che l’essere in Cristo significa essere nel mistero della “festa senza fine”. La festa così intesa diventa un favorevole momento di evangelizzazione e di comunione, necessario per le nostre comunità giovanili e per il loro futuro. “È necessario tornare a “far festa”. È festa e letizia, volontà di stare insieme, gioia di parlarsi e di prolungare l’incontro, è convivialità, è condivisione, è riposo, è anche sano divertimento. Tutto ciò è autentico quando si radica nella gioia cristiana; nessuna festa è vera, se non si esprime nella letizia che viene dalla comunione con Dio, che edifica e sorregge la comunità ecclesiale, che è segno di speranza da dare al mondo” (CEI, Il giorno del Signore, 22).