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Il lato “semioscuro” dell’heavy: il “rock satanico”


Fabio Pasqualetti

(NPG 2003-08-67)



Nell’articolo “Dimmi che musica mangi e ti dirò chi sei...” (NPG 2003/3) suggerivo ad educatori e animatori “di andare oltre l’apparenza, per non pregiudicare il rapporto educativo semplicemente a causa di una fenomenologia comportamentale superficiale che probabilmente non è altro che un segnale in codice di ciò che il giovane sta vivendo e, a volte, soffrendo”. Sempre nello stesso articolo ho presentato due generi musicali dai gusti forti come la musica rap e l’heavy metal. Per ciascuno di essi ho fornito un sintetico quadro storico, facendo vedere come il rap sia un genere da inquadrare all’interno della cultura hip-hop: la sua linfa ispiratrice è la vita di strada, la parola la sua struttura portante e la danza il suo supporto ritmico; l’heavy metal, invece, ha come parole d’ordine l’esagerazione, l’energia e la fisicità, la sua linfa ispiratrice sono tutti i temi estremi come la morte, il sesso, la religione, i miti, l’occulto.

Perché dunque ritornare a parlare dell’heavy metal? Essenzialmente per due motivi: il primo perché in tutti gli incontri che ho avuto con educatori, animatori o genitori il tema dell’heavy metal – in particolare, del “rock satanico” – è fonte di preoccupazione; il secondo, perché sono convinto che i troppi pregiudizi al riguardo rischiano di compromettere ciò che deve starci più a cuore, il rapporto educativo: spesso, infatti, quanto vediamo non è il vero problema che il giovane vive, ma un suo modo di affrontarlo. Dal momento che per superare un pregiudizio è indispensabile disinnescarlo fornendo una visione più complessa e articolata del problema, ho pensato bene di affrontare in modo specifico il tema. Un fatto va, comunque, tenuto in evidenza: poiché l’heavy metal è un ombrello sotto il quale si radunano vari generi musicali come il death metal, il black metal, il trash metal ed anche il “rock satanico”, non basta che una band faccia musica metal perché, automaticamente, debba essere definita satanica.
Prima di procedere mi si conceda una premessa. Non so quando il lettore scorrerà queste righe; posso dirgli che io scrivo mentre in Iraq si concludono la prime settimane di guerra e, in questo contesto, sento… ridicolo, banale, sproporzionato il potenziale negativo e distruttivo che vari ambienti, scrittori e autori attribuiscono all’heavy metal: non posso infatti non confrontarlo con le responsabilità dei costruttori di armi, con gli orrori perpetrati da coloro che sostengono e esercitano dittature, con l’azione di capi di governo di potenze economiche che perpetrano politiche di ingiustizia, creando – di fatto – sacche di povertà necessarie a mantenere gli standard di vita di pochi privilegiati. Inoltre, guardando con un po’ di attenzione quello che fa parte della nostra situazione odierna e globale, come non pensare con disgusto e rabbia ai trafficanti di vite umane; a coloro che abusano dei minori; a coloro che sfruttano i bambini nel lavoro; alle grandi organizzazioni per lo spaccio della droga e della prostituzione; a coloro che alimentano visioni di vita egoiste e centrate solo sulla propria felicità con il pieno disinteresse di quello che accade nel mondo?
Non potendo affrontare queste enormi problematiche e sapendo che, comunque, nella nostra vita sono i problemi che ci toccano personalmente quelli che ci assillano, fornirò alcune indicazioni per cercare di chiarire questo lato “semioscuro” dell’heavy metal. Uso il termine semioscuro, perché nella realtà della nostra vita sono molto più le sfumature che le tinte definite e forti; perché dividere il mondo in bianco e nero o in buoni e cattivi non è mai servito a niente; perché, infine, sono certo – sulla base di esperienze personali confortate dallo studio e dalla ricerca – che per i giovani la musica è spesso un modo di raccontare la loro vita, e questa, a volte, è un inferno.

Riprendiamo allora il tema, richiamando alcuni concetti che aiutino a comprendere meglio il fenomeno che ci sta a cuore: mi riferirò prima all’heavy metal in generale per capire la radice e le caratteristiche di questo genere; e, quando opportuno, mi riferirò al “rock satanico”.

Il suono, i colori, le sensazioni e le immagini

Il titolo di questo paragrafo può dare l’impressione di non essere inerente al tema, ma non è così: lo si capirà più avanti. Ora, prima di procedere nella lettura, invito i lettori a fermarsi per compiere alcuni esercizi di contatto con il nostro mondo fantastico e sensoriale. Le mie domande serviranno da guida.
Incominciamo esplorando il rapporto tra i suoni e i colori. Quale colore suscita in voi il suono di un trapano? Lasciate che il suono penetri nelle vostre orecchie e un colore emergerà nella vostra mente. Ripetete ora lo stesso esperimento con altri eventi sonori: quale colore si associa al rombo di un tuono? … al boato di un’esplosione? … allo scroscio delle onde del mare in tempesta che si frangono sulle rocce? Mentre fate l’esercizio, annotate i colori su di un foglio.
Rileggendo quanto avete scritto, dovreste trovare una gamma di colori che vanno dal nero al rosso, con presenze di viola, di verde o bleu scuro e di eventuali marroni. In sintesi, una gamma di colori scuri. Se è così, provate ad analizzare i colori presenti sulle copertine dei CD della musica heavy metal.
Riprendiamo gli stessi esempi di prima, questa volta cercando di individuare con un nome le sensazioni che si provano all’udire i suoni indicati: potremmo provare energia, paura, gioia ecc… Fate risuonare dentro di voi il suono del trapano, il tuono, l’esplosione e, infine, lo scrosciare delle onde del mare in tempesta… lasciate agire i suoni per qualche istante. Come prima, scrivete il risultato su di un foglio. Molto probabilmente le sensazioni suscitate da questi suoni oscilleranno tra: forza, energia, tensione, paura, timore, potenza, immensità, purezza, angoscia, ecc… Avete ascoltato brani di heavy metal? Provate a fare il raffronto.
La terza fase di questo esercizio consiste nel riesporsi agli stessi suoni ma questa volta lasciando spazio alla fantasia e associando delle immagini ai suoni. Se l’esercizio fosse fatto in gruppo, constateremmo una decisa diversificazione nelle risposte perché le immagini sono molto legate alle nostre esperienze individuali, oltre che al comune bagaglio culturale.
Se ripensiamo ora il tutto in collegamento con il nostro tema, è facile rendersi conto che i suoni proposti erano forti, energici, potenti, catastrofici, oscuri ecc., proprio come forte, energico, potente, catastrofico e oscuro è il suono dell’heavy metal. Se visitiamo i siti che raccolgono l’universo metal (http:// heavymetal.universe.free.fr/english_links.htm; http://www.heavy-metal-mania. vze.com/ ), non dovrebbe costituire una sorpresa il constatare il predominio di colori come il nero, il rosso e il viola, mescolati ovviamente a tutta la gamma di tonalità che creano atmosfere dark.
Comprendiamo quindi che l’heavy metal ha a che fare con delle sensazioni primarie, dalle tinte forti ed esasperate: la voglia di esagerazione è la sua caratteristica fondamentale. L’estremizzare il suono, il look, la scena, la performance è dettato dalla necessità di affermare la propria identità in tutta la sua purezza e originalità; di fatto però si resta all’interno di una giungla di proposte che, per distinguersi le une dalle altre, continuano ad aumentare la posta in gioco.

Suono e potenza, il fascino dell’heavy metal

Un altro aspetto interessante da analizzare è il rapporto tra il suono e la sensazione di potenza che prova sia chi esercita il potere sia chi lo subisce. Anche se di questo abbiamo già parlato nell’articolo dal titolo Teofanie profane e suoni sacri, ovvero: il concerto rock (NPG, n. 8, novembre 2002), mi sembra tuttavia opportuno richiamare qui alcune riflessioni perché necessarie per comprendere l’heavy metal. Una Ferrari non può sfrecciarci davanti senza che si oda il rombo del suo motore; non esiste il passaggio radente di un caccia bombardiere senza il boato dei suoi reattori. Se ciò avvenisse penseremmo a delle simulazioni. (A questo proposito mi vengono in mente i commenti in diretta dei giornalisti presenti a Baghdad durante la prima ondata di bombardamenti e il loro modo di descrivere la potenza dell’intervento alleato: un inferno di fiamme, fumo ed esplosioni continue. E certamente tra gli oggetti più potenti e che incutono terrore sono le bombe.)
Ritorniamo per un momento ai nostri esercizi di fantasia e immaginiamo ora di trovarci nei panni dei nostri antenati, di fronte a manifestazioni come i tuoni, le eruzioni dei vulcani, l’assordante rumore delle onde del mare in tempesta o la furia del vento ancora più ipnotica e misteriosa. È facile pensare come questi suoni siano stati considerati segni dell’intervento della divinità. È Murray Schafer, nel suo libro Il paesaggio sonoro, che documenta lo stretto legame tra potenza del suono e dimensione sacra attribuita allo stesso suono, a tal punto da poter definire come “sacro” un suono straordinariamente potente.
Sulla base di questa annotazione, la prima cosa da evidenziare a proposito del metal è che si tratta di un’esperienza di potenza sonora: senza questo concetto chiaro e primario ogni altro discorso perde di consistenza. Un metal acustico non esiste. Il suo fascino è legato vitalmente alla potenza prodotta degli amplificatori e al muro di suono che essi sprigionano. Questa onda d’urto, a seconda del tipo di ascoltatore, produce due effetti diversi: rifiuto o immersione. Nel primo caso l’ascoltatore, generalmente un adulto, prova un senso di repulsione, misto a dolore fisico: il relativo giudizio tende normalmente a considerare tutto questo suono come rumore. Nel secondo caso l’ascoltatore, generalmente un giovane, viene affascinato da questa potenza d’urto e dall’energia che il metal genera: scosso da una scarica di adrenalina che percorre il suo corpo, si lascia assorbire ed ipnotizzare dal flusso energetico. Certo la potenza del suono da sola non dà ragione di tutto ciò che è l’heavy metal, ma non si può prescindere da essa per capire il suo impatto sui giovani.
Ci si potrebbe chiedere perché alcuni giovani siano predisposti ad amare questo tipo di musica, mentre altri sembrerebbero inclini a rifiutarla. La tentazione più comune è di identificare il primo gruppo con giovani difficili, segnati da esperienze negative, ragazzi di strada. In questo modo però si rischia di prendere un abbaglio, perché il metal ha un mercato che raccoglie attorno alla sua musica un pubblico molto diversificato e raggiunge anche fans al di sopra di ogni sospetto. Più ancora che personaggio identificabile con capelli lunghi, giubbotti di pelle, borchie e tatuaggi, il metallaro è un “eroe solitario”, che combatte i mostri che vede nella sua vita o attorno alla sua vita o sperimenta dentro la sua stessa vita. Spesso più che sesso, demonio o altro, l’heavy metal è brutalità fisica, scontro titanico tra forze e apocalissi misteriose, quotidiane e non. In questa dimensione titanica determinante è la potenza sonora, epicentro generatore dell’immaginario che ruota attorno al metal: senza la potenza del suono del metal non rimane niente. Provare per credere!
Ciò che potrebbe sorprendere è che tra i cultori di questo immaginario di forza fisica spesso troviamo ragazzi e ragazze apparentemente gracili dalle corporature esili, a riprova che il fascino della potenza non appartiene solo a cultori di palestre.

Quando la vita è un inferno…

È innegabile tuttavia che il metal, in particolare quello dedicato al satanico, ingloba immaginari preoccupanti. Le domande che si impongono sono le seguenti: come mai questi temi fanno presa? su quale terreno si innestano?
Gli aspetti dell’occulto, del pagano o del satanico, così come la violenza o la blasfemia dei testi, spesso sono in contrapposizione e in contestazione del Dio cristiano che permea la cultura occidentale. Non si perda però di vista che il tutto è sotto il segno di una forte ambiguità: non è facile distinguere fino a che punto l’heavy metal contenga in sé i germi della lotta contro la civiltà occidentale e il Dio che la rappresenta, e sia espressione di istituzioni che lottano contro la chiesa; oppure sia un’astuta azione commerciale, una moda, un vuoto esistenziale che viene in qualche modo riempito…
Malauguratamente bisogna riconoscere che l’occidente ha usato e abusato del nome di Dio. Anche in questa ultima guerra Dio non è rimasto indenne ed entrambi i contendenti hanno voluto schierarlo dalla propria parte. A tutto questo va aggiunto una diffusa ignoranza della storia occidentale: molti giovani ereditano – per svariate ragioni – gravi precomprensioni nei riguardi della chiesa e della religione cristiana, senza disporre della possibilità di verificare se ciò che pensano sia vero o falso. Aggiungiamo la dolorosa constatazione che anche coloro che dovrebbero rappresentare l’istituzione ecclesiale non sempre si sono fatti onore; in particolare l’ultima ondata di denuncie di pedofilia ha messo a dura prova il rapporto tra ciò che la chiesa esige dai suoi fedeli e ciò che praticano alcuni suoi ministri. Spesso infatti sono le esperienze poco felici di mediazione che allontanano i giovani dalla religione. A tutto questo va aggiunto che il rapporto di molti cristiani con Dio pare dettato da semplice opportunismo, per assicurarsi una carriera o un lavoro, per garantirsi una vita felice e risolvere i problemi…
In sintesi, abusi storici compiuti nel nome di Dio, una testimonianza cristiana spesso mediocre o, peggio, generatrice di persone infelici, una chiesa diffidente, una discreta ignoranza sulla religione cristiana… tutto questo allontana i giovani dalla proposta cristiana, senza però annullare o sminuire il desiderio di ricerca del sacro. È proprio a partire dall’interesse per il sacro che un giovane si può imbattere nella proposta del satanismo. Non c’è però una connessione diretta tra heavy metal, “rock satanico” e curiosità dell’occulto e del diabolico. Ci sono infatti sette sataniche composte da persone adulte (“al di sopra di ogni sospetto”) che prediligono la musica classica.
Diciamo che il “rock satanico” ha la capacità di galvanizzare alcuni giovani; ma – come vedremo – sono molte le ragioni che spingono i giovani ad avventurarsi per questi sentieri; non è poi trascurabile il fatto che dietro la produzione metal c’è un’industria che specula e gestisce il prodotto unicamente in funzione di un profitto economico, proprio perché l’occulto, il sacro, il magico, il paranormale oggi vendono.
Ciò che più impressiona è però il constatare che la durezza di questa musica è collegata con la durezza della vita di molti giovani. Il metal viene assunto come linguaggio per raccontare l’esperienza tragica di un mondo che appare senza senso, di un mondo che non offre nessuna speranza alle nuove generazioni. Il passo è tratto da La terra desolata dei teenagers, di Donna Gaines:

Varsavia, inverno 1994: sono passati cinque anni dall’espulsione dei comunisti dal governo. La NATO, dedicata anima e corpo all’ex-Repubblica Sovietica, ha voltato le spalle alla Polonia, lasciandola preda delle mire espansionistiche di nazionalisti psicotici come il russo Vladimir Zhirinovsky. La mafia russa ha preso il controllo di tutto: dalla droga ai casinò fino ai taxi. Orde di parassitici uomini d’affari tedeschi alla ricerca di capital venture riempiono le hall degli alberghi di prima classe di Varsavia. Il clima è tentatore, incute timore, ma sempre pieno di speranza. “In Polonia la musica rispecchia la vita. Ecco perché è così brutale e aggressiva”, spiega Woitek Nowak, il più vecchio di due fratelli che hanno fondato i Violent Dirge, un gruppo death metal di Varsavia. Chitarrista, venticinque anni, Wojtek spiega che i testi delle canzoni dei Dirge non sono ispirati da Satana o dal malvagio, ma dalla realtà sociale, fatta di alienazione, solitudine e dolore spirituale. “La musica esce dal cuore e dall’anima e ci sommerge” (Gaines, p. 287).

È come dire che la violenza del suono nasce dalla violenza e dalla durezza della vita dei giovani. Il testo prosegue rinforzando questa tesi:

Da sempre il death metal spinge la gioventù di tutto il mondo a lottare contro le menzogne, gli inganni e le promesse infrante della sua epoca. In un periodo storico che non li considera affatto, i ragazzi si confrontano quotidianamente con il terrore a casa, la brutalità in strada, la mancanza di speranza nella vita di tutti i giorni. I ragazzi hanno paura di non essere ammessi all’università e di dover sopravvivere facendo lavori di merda. L’affitto, l’assicurazione medica, le tasse universitarie sono insostenibili. I media non fanno altro che ripetere un’angosciante cantilena: solitudine, alcolismo, incesto, stupro, Aids, effetto serra. Repressione e censura vengono utilizzate dalla cristianissima destra come dalla sinistra politicamente corretta (Gaines, p. 288).
Quale suono dovrebbe uscire da questo paesaggio sociale comune a molte parti del mondo? Come comportarci di fronte a notizie come quella scritta da Jese Garçon sul giornale Liberation (riportata dal settimanale Internazionale n. 480 del 21/27 marzo 2003)?

(Marocco, Casablanca n.d.r. ) Tutto è cominciato il 14 febbraio con l’arresto di quattordici musicisti o appassionati di hard rock, di heavy e death metal. “Corruzione dei costumi, incitamento al vizio e atti che attentano alla religione mussulmana”, ha tuonato l’accusa presentando i “corpi del reato” sequestrati: magliette nere, un serpente di gesso, teschi finti e una chitarra. Le domande del giudice sono precipitate quasi subito nell’assurdo. “Perché indossate magliette nere? Perché nere con motivi rossi? Perché ne possedete cinque quando ne basterebbe una? Perché portate tanti anelli? Perché preferite l’inglese all’arabo? Perché accendete candele nella vostra camera? Frequentate un caffè che somiglia a una grotta?”.
La requisitoria del procuratore non ha tralasciato alcun particolare. Ai suoi occhi, la diffusione dei riti satanici è orchestrata dai servizi segreti israeliani per destabilizzare i paesi musulmani. E hard rock, libertà sessuale, omosessualità e magliette nere ne sono gli strumenti.

Ho voluto riportare quest’ultimo passo perché la reazione di molti ambienti cattolici non è dissimile da quella del giudice marocchino. I 14 giovani arrestati rischiano una condanna che va da un minimo di un mese al massimo di un anno di carcere. Nelle nostre città o nelle nostre parrocchie i giovani che ascoltano questo tipo di musica rischiano l’emarginazione, l’indifferenza, o un giudizio denigratorio, che comunque equivale ad una condanna. L’usuale modalità di procedere non è capire le cause generatrici, ma condannare semplicemente gli effetti perché ritenuti temibili o addirittura considerati elementi destabilizzanti della religione ufficiale.
È certo importante per gli educatori e per i genitori non sottovalutare le scelte musicali dei giovani. Essi devono vegliare sulle scelte dei giovani, sapendo però andare oltre l’apparenza e la messa in scena, così da evitare ulteriori discriminazioni e porre le premesse di un dialogo che porti alla costruzione di valori. Per fare questo c’è bisogno di un cambio di atteggiamento e, nello stesso tempo, di una corretta valutazione dei miti che circondano l’heavy metal e il “rock satanico”.

Il problema dei messaggi subliminali

Fra i miti che continuamente riappaiono quando si discute della pericolosità della musica heavy metal e, in particolare, del “rock satanico”, è la questione dei messaggi subliminali. L’idea di fondo è che in alcune produzioni rock vengano inseriti appositamente messaggi satanici allo scopo di indurre i malcapitati ascoltatori a diventare adepti di satana o a compiere azioni deplorevoli. Per affrontare in modo critico il problema, cerchiamo di valutare la consistenza scientifica della teoria dei messaggi subliminali.
La problematica inerente al tema della “persuasione subliminale” esplose all’attenzione del pubblico nel lontano 12 settembre del 1957 a New York, quando James M. Vicary diede relazione dei risultati di una ricerca. Il suo esperimento consisteva nell’inserire in un determinato programma della pubblicità invisibile con un breve messaggio e, quindi, nel verificare l’efficacia del messaggio nascosto. Per esempio frasi come Drink Coca-Cola (Bevi Coca-Cola) oppure Eat Popcorn (Mangia popcorn) venivano mandate ogni 5 secondi con frequenze inferiori al 3 millesimi di secondo durante la proiezione di un filmato dal titolo Picnic. I risultati annunciati da Vicary impressionarono moltissimo i suoi ascoltatori e la stampa presente: le vendite di popcorn sarebbero aumentate del 57%, mentre quelle delle bevande del 18,1%.
Questi risultati però sono tutt’altro che “scientifici”: Vicary non rilasciò mai una documentazione accurata del suo esperimento, né venne fatto uno studio indipendente per confermare con prove indipendenti l’attendibilità della tesi; inoltre, cinque anni dopo, nel 1962, lo stesso Vicary ammise che il suo era una costruzione a tavolino più che una ricerca vera e propria. Ma tutto questo non trovò alcuna attenzione: nell’opinione pubblica era ormai passata l’idea che con una tecnica appropriata è possibile manipolare le coscienze e la volontà degli ascoltatori. Da allora fiumi di inchiostro si sono sprecati su questo tema, a favore e contro; nonostante le ripetute smentite sull’efficacia dei messaggi subliminali provenienti dall’ambito scientifico, la “leggenda metropolitana” resiste. Pur senza la pretesa di chiudere il dibattito e di convincere i miei lettori, qui propongo un approccio più critico al problema.
Ho trovato interessante a questo proposito l’articolo Subliminal Perception di Philip M. Merikle del Dipartimento di Psicologia dell’Università di Waterloo (USA). Alla fine di una lunga analisi si arriva alla conclusione che non esistono prove evidenti della percezione subliminale, così come non ci sono a proposito della sua asserita efficacia, che le persone, cioè, compiano determinate azioni se sottoposte a messaggi subliminali invitanti ad agire in un certo modo. L’articolo è reperibile al seguente sito: http://www.arts.uwaterloo.ca/ ~pmerikle/papers/SubliminalPerception. html .
Altri due articoli interessanti sono disponibili nel sito del Committee for the Scientific Investigation of Claims of the Paranormal. Il primo riguarda proprio l’uso di “cassette subliminali” per raggiungere vari scopi: dal rilassamento all’acquisizione di abilità, ecc. Esiste, infatti, un mercato a quanto pare molto redditizio, che si basa proprio sulla diffusa convinzione dell’efficacia dei messaggi subliminali. Il secondo tratta proprio il tema che ci interessa e riporta il dibattito tenutosi durante il processo intentato al gruppo heavy metal “Judas Priest” accusato di aver indotto due giovani al suicidio.
Scorriamo il primo articolo dal titolo Subliminal Tapes: How to Get the Message Across è un testo pubblicato nel 1992 sulla rivista “Skeptical Inquirer” ma ancora valido e disponibile al sito: http://www.csicop.org/si/9204/subliminal-tapes.html. Gli autori sono Brady Phelps and Mary Exum del Dipartimento di psicologia della Utah State University, Logan, Utah (USA).
Dopo aver constatato che la diffusione della pseudoscienza è dovuta anche allo scarso impegno degli scienziati nel comunicare e divulgare i risultati delle loro ricerche, gli autori affrontano il problema delle cassette “subliminali”, proposte al pubblico come soluzione per molti problemi personali. In realtà – affermano gli autori – le ricerche condotte forniscono l’evidenza che queste registrazioni non svolgono niente di più che una funzione “placebo”.
Come funziona una registrazione subliminale? Su un lato del nastro viene registrato il messaggio; sul lato opposto una musica scelta opportunamente allo scopo di cullare l’ascoltatore, inducendolo, per esempio, a calmarsi e rilassarsi. Di fatto il soggetto avverte solamente la musica, ma l’efficacia rilassante della cassetta – a detta dei produttori – non è dovuta alla musica ma al messaggio subliminale. La tesi degli scienziati è, invece, molto diversa: afferma che è impossibile per lo stimolo debole (il messaggio subliminale) competere con quello forte (la musica) sia nell’attirare l’attenzione sia nel controllare un comportamento (Dixon 1971). Se l’ascoltatore si rilassa, questo effetto è dovuto alla musica proposta. L’articolo prosegue con ulteriori dimostrazioni, documentando il fatto che la convinzione della bontà e dell’efficacia dei messaggi subliminali va di pari passo con l’ignoranza di ciò che la scienza suggerisce.
Tutto questo si traduce in un pressante invito a non cedere a facili spiegazioni in tema di messaggi subliminali, e a non accogliere un modello comportamentale del tipo stimolo-risposta estremamente riduttivo e, comunque, inaccettabile, se applicato al comportamento umano; nello stesso tempo tocchiamo con mano che non sempre le spiegazioni logico-razionali hanno la meglio sulle convinzioni o sui pregiudizi diffusi nell’opinione pubblica.
Il secondo articolo è di Timothy E. Moore del Dipartimento di Psicologia del Glendon College, York University – Toronto, Ontario (USA). Pubblicato nel 1996 dalla rivista Skeptical Inquirer, è reperibile oggi nel sito: http://www.csi cop.org/si/9611/judas_priest.html. Il titolo è questo: Scientific Consensus and Expert Testimony: Lessons from the Judas Priest Trial; il sottotitolo precisa il contesto a cui si riferisce, evidenziando che la domanda attorno a cui ha ruotato il processo in questione è stata questa: un messaggio subliminale può indurre qualcuno a suicidarsi?
L’articolo esplora il problema della scienza “spazzatura” nel contesto specifico del processo contro i Judas Priest tenutosi a Reno Nevada nell’estate del 1990. Due teenagers James Vance e Ray Belknap avevano tentato di suicidarsi. Ray Belknap morì all’istante, mentre James Vance si ferì gravemente ma sopravvisse, e morì tre anno dopo per complicazioni dovute all’uso di droga. L’accusa sosteneva che i messaggi subliminali contenuti nella musica del rock heavy metal che James e Ray ascoltavano aveva contribuito al loro impulso suicida.
Secondo il redattore dell’articolo questo processo fu interessante per tre motivi: il primo, perché documenta un esempio classico di scienza spazzatura; il secondo, perché ha segnato il modo di condurre altri processi di questo tipo; il terzo, perché fornisce un ottimo forum per illustrare alcuni aspetti della percezione subliminale importanti, spesso incompresi.
Prima di procedere fornisco alcuni dati utili a capire le conclusioni a cui arriva l’articolo.
Judas Priest è una gruppo inglese di heavy metal, uno dei primi gruppi che diede vita a questo genere operando ciò che si potrebbe definire il passaggio dall’hard rock all’heavy metal. La sua popolarità ebbe il suo culmine a metà degli anni ’70. L’album sotto accusa Stained Class fu pubblicato nel 1978, mentre il tentativo di suicidio di James Vance e Ray Belknap avvenne nel 1985. Durante il processo venne sostenuto che una frase subliminale, contenuta nella canzone Better by You Better Than Me, fosse stata l’innesco dell’impulso suicida. La frase era “do it” (“fallo” nel senso di fare qualcosa). La frase non compariva sulla copertina e non era udibile, altrimenti sarebbe stata protetta dal First Amendament della legge americana concernente la libertà di parola. Questo fatto implicava due conseguenze. La prima conseguenza era quella che accusando la frase di essere subliminale indirettamente si accusavano i due ragazzi di essere tendenzialmente suicidi e che la frase aveva funzionato da detonatore dell’atto. La seconda conseguenza era quella che riconoscendo che i messaggi subliminali non possono essere evitati, risultano allora essere un’invasione della privacy e quindi non soggetti alla protezione del diritto di parola del First Amendament. Tutto questo discorso però presuppone che i messaggi subliminali posseggano tutta la potenza attribuitagli dall’accusa.
Il dibattito è complesso; dalla lettura del processo risulta comunque che il concentrarsi solo su di una causa (la frase subliminale “do it”) è rischioso. Infatti durante il processo emerse che i due ragazzi avevano avuto forti problemi di inserimento sociale: situazioni violente a casa; essi stessi violenti e aggressivi nelle relazioni con i loro compagni; socialmente alienati; avevano abbandonato la scuola per insuccesso ed erano disoccupati; infine, Ray Belknap aveva già tentato il suicidio. Tutto questo fa comprendere come non si possa isolare una causa allo scopo di trovare un capro espiatorio per una situazione complessa, che si è aggravata con il passare del tempo.
Nell’articolo quindi si sottopongono a verifica i quattro passaggi che devono essere dimostrati per poter inferire qualche nesso di causa tra un certo tipo di musica e il suicidio dei due ragazzi:
– nel disco c’è realmente un “messaggio” non udibile, ma tecnicamente identificabile;
– il messaggio vi è stato inserito in modo deliberato;
– il messaggio è subliminale;
– il messaggio ha contribuito al suicidio.
Il quarto punto fu subito rifiutato dal giudice. Quanto agli altri tre, il dibattito mise in luce i problemi e le contraddizioni del mito instaurato da Vicary e dai mass media. Il giudice accettò che la presenza fisica del messaggio fosse sinonimo di subliminale, ma poté dichiararlo tale solo dopo che – con strumenti adatti – il messaggio venne identificato, isolato e amplificato: nelle normali condizioni di ascolto infatti il suono veicolante il messaggio non era affatto riconoscibile. Il problema sta nella plausibilità che suoni non percepibili a livello di consapevolezza, lo diventino automaticamente a livello inconscio. Ci sono infatti molti altri stimoli che superano la nostra gamma di percezione: non per questo siamo continuamente vittime di questi stimoli. L’errore sta nell’equiparare la presenza fisica di un segnale con la sua efficacia a livello sensoriale e percettivo (subliminale, appunto).
Questi due articoli di impostazione scientifica confortano la nostra scelta di voler comprendere il problema razionalmente, piuttosto che affidarci ad impressioni, intuizioni o timori a volte ingiustificati. Questa scelta non ha poi alternative, se affrontiamo il problema da credenti e annunciatori della Parola di Dio. Come è possibile che un messaggio – frutto di manipolazione umana e, a livello cosciente, non percepibile – sia così potente, mentre la “Parola di Dio” – proclamata e percepita sensibilmente e coscientemente – si dimostra spesso così inefficace e incapace di influire sulle coscienze? In entrambi i casi non è mai il solo messaggio o la sola “parola” ad essere sufficiente per innescare azioni. Quest’ultime sono sempre frutto di una volontà, di una relazione che si stabilisce, a partire da un progetto personale e di un retroterra culturale ed esperienziale che costituiscono la storia stessa di un individuo.

La parola satana nell’Antico Testamento (AT) e nel Nuovo Testamento (NT)

Un altro aspetto che spesso crea disagio nelle discussioni sul “rock satanico” è la stessa parola satana. Il solo pronunciarla crea imbarazzo rivelando la poca conoscenza del soggetto in questione.
Propongo di seguito alcune indicazioni, come invito ad approfondire l’argomento piuttosto che per chiudere l’argomentazione.
Secondo il Dizionario Biblico di John L. McKenzie “il significato fondamentale di satan è quello di ‘accusatore’ in una corte penale; la maggior parte dei casi in cui appare nell’Antico Testamento, comunque, documentano un uso nel senso metaforico di ‘avversario’” (McKenzie p. 878). Nella letteratura apocrifa ebraica satana sembra invece acquisire una forma più definita. Per esempio: “L’opera di tentazione che in Gb (nel libro di Giobbe, n.r.) è un mettere alla prova è diventata un’opera di malizia, e i mali che satana ha il potere di infliggere sono causati dal suo odio per gli uomini” (McKenzie p. 879). L’AT offre poi una serie di concezioni che secondo McKenzie riecheggiano anche nel Nuovo Testamento.
In Matteo, Marco e Luca di preferenza emergono definizioni di satana inteso come: nemico, tentatore, maligno, accusatore, forza che può essere sconfitta solo da Gesù. All’interno della controversia con i giudei Gesù stesso viene accusato di essere posseduto da satana (Mc 3,22 usa il termine Beelzebul, espressione che significa “signore dell’abitazione celeste”). La polemica nasceva dal fatto che Gesù era considerato non solo un eretico ma un mago, con il quale l’ortodossia giudaica non poteva venire a patti. Pietro a sua volta viene apostrofato come satana nel momento in cui vuole opporsi all’idea che il figlio dell’uomo dovrà soffrire e poi morire (Mt 16,23; Mc 8,31-33; Lc 9,22). In Giovanni, invece, satana è detto Signore del mondo. Particolarmente suggestiva e fonte di immaginari è la descrizione nell’Apocalisse del grande drago rosso con sette teste, sette diademi e dieci corna, di fronte al quale l’uomo non può far nulla; è coadiuvato da demoni e da due bestie – emblema del potere politico o dello stato – e si fa adorare. La loro azione e la loro pretesa di essere adorate implicano lo scimmiottamento e la pretesa di sostituirsi a Dio. Infine, è interessante il riferimento, sempre nell’Apocalisse, alla setta eretica indicata come pseudo-giudei e chiamata la sinagoga di satana (Ap 2,9; 3,9), quasi ad indicare che nell’eresia c’è uno spazio di azione privilegiato di satana.
Quello che emerge dunque dalla lettura dell’AT e del NT è che la parola satana non ha un significato univoco e ha subito influssi dovuti alle contaminazioni culturali del popolo ebraico con altre popolazioni e culture. Anche la prima comunità cristiana l’ha usata facendo riferimento a più di una realtà all’interno di uno spettro che va dalla personificazione di satana fino alla sua simbolizzazione.

Un breve riferimento al dibattito teologico

La verità più importante da ricordare è che la realtà satanica rimane una realtà secondaria all’annuncio del Regno: satana non è un “dio” del male contrapposto al Dio del bene; è una creatura e quindi il suo agire non solo non è onnipotente, ma limitato dal piano di salvezza che Dio vuole per ogni uomo.
Secondo Carlo Rocchetta la pluralità delle posizioni su Il problema degli angeli e demoni può essere schematizzato in quattro posizioni:
– un orientamento affermativo tradizionale;
– un orientamento dubitativo;
– un orientamento negativo;
– un orientamento affermativo critico.
Nel primo orientamento si raccolgono i teologi cattolici di tradizione scolastica e neoscolastica. Per loro la questione degli angeli e dei demoni è scontata e comunque poco problematizzata.
Il secondo orientamento, emerso negli anni Sessanta, tende a vedere il problema di satana come una rappresentazione mitologica o comunque come qualcosa su cui la rivelazione non dà precise garanzie, cosicché c’è spazio per una libera discussione teologica.
La terza posizione risente del processo di demitizzazione iniziato da Bultmann. Per Haag il satana biblico non sarebbe altro che la personificazione letteraria del peccato. Per altri, poi, la questione dell’esistenza degli angeli e dei demoni – oltre ad essere insolubile – è teologicamente irrilevante.
La quarta posizione potrebbe essere riassunta con le parole di A. M. Kothgasser:

Molti problemi rimangono ancora aperti e bisogna avere il coraggio di accettare lealmente questa situazione. Molto lavoro spetta a biblisti e teologi. È necessaria una più stretta ed intensa collaborazione con le scienze umane […] Conviene essere molto cauti nel linguaggio. Converrà rinunciare agli slogan semplificanti la realtà, e inquadrare invece il tema di Satana e del suo influsso in una visione più vasta del mondo, dell’uomo e di Dio. Denoterebbe poca serietà, anzi immaturità, il rifiutare categoricamente tutto ciò che è ancora sconosciuto, non evidente. È più prudente non pretendere di farsi senz’altro giudici di tutto.

A quanto suggerisce il Kothgasser mi sia consentito aggiungere una convinzione, che si è andata definendo a mano a mano che procedevo nella lettura degli studi recenti sul tema degli angeli e dei demoni: i biblisti e i teologi non devono essere lasciati da soli a riflettere su questi temi, perché non si confrontano a sufficienza con la situazione culturale contemporanea e con i problemi del mondo. Mi è difficile accettare che si possa teorizzare sull’azione di satana nel mondo senza fare i conti con le grandi tragedie del secolo appena passato, con i problemi di ingiustizia, di male, di orrore perpetrati quasi quotidianamente sul nostro globo.
I trentadue conflitti in atto nel mondo più le malvagità che si consumano quotidianamente negli slam delle metropoli sono opera di satana o opera nostra? Cf il seguente sito http://www.warnews.it/

Il ritorno del sacro attraverso i mass media

Ritornando alla motivazione di questo articolo (aiutare genitori ed animatori ad orientarsi nei confronti del filone satanico della musica rock), dobbiamo riconoscere che in questi ultimi venti anni si è assistito ad un proliferare di produzioni di libri, film, siti internet, negozi dedicati all’esoterismo, alla magia nera, allo spiritismo, all’astrologia, all’angelologia. Questo ritorno massiccio del “sacro” non poteva non coinvolgere il mercato musicale, e probabilmente trova una sua spiegazione nei cambiamenti socio culturali avvenuti tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80.
Se da una parte è vero che le conoscenze scientifiche non hanno mai avuto una diffusione simile a quella attuale, è anche vero che queste conoscenze non riescono a tacitare le domande esistenziali che nascono da milioni di vite che – al di à di ogni apparenza – si caratterizzano per la loro condizione di grigiore, di sofferenza, di alienazione, ecc… Insomma, cosa me ne faccio della conoscenza del DNA se la mia vita va a rotoli? Cosa mi interessa sapere che esiste la possibilità di vita in altre galassie quando la mia esistenza è messa a repentaglio da interessi che compromettono la stessa vita su questo pianeta? Perché nella vita vincono sempre i forti, i violenti, i furbi e i disonesti? Perché c’è gente che ha tutto e io non ho niente? … le domande si possono moltiplicare senza fine, proprio perché le situazioni di ingiustizia e disparità dominano rispetto ai sogni di giustizia e di pari opportunità. Anche in questo nostro occidente abbiamo preso coscienza delle sacche di discriminazione sociale che la stessa società del benessere riesce a creare al suo interno. A questo dobbiamo aggiungere una progressiva crisi della famiglia, della scuola e delle stesse chiese istituzionali che già dagli anni Sessanta, di fronte ai rapidi cambiamenti sociali, hanno perso continuamente terreno e autorità morale, incapaci di dare adeguate risposte alle nuove generazioni. Sullo sfondo di questi scenari si impone una progressiva riduzione a mercato di quasi tutti gli aspetti della vita sociale.
È questo humus capitalista che ha spianato silenziosamente la strada ad una relazione con il sacro centrata sull’idea di acquisto, di diversificazione del gusto personale, della necessità di essere trend, di ottenere il massimo del beneficio psicologico, ecc. tipico del rapporto che si ha con un prodotto e il suo valore di acquisto. David Layon, nel suo libro Gesù a Disneyland. La religione nell’era postmoderna, ricorda “l’idea di Peter Berger secondo la quale il mondo religioso contemporaneo assomiglia a un supermercato, dove i clienti acquistano gli articoli che ritengono opportuni, (…) e Reginal Bibby può parlare di ‘religione come articolo di consumo’ disponibile ‘à la carte’” (David Layon p.110).
Preoccupa il fatto che le istituzioni religiose siano convinte che la soluzione del problema dell’evangelizzazione si riduca a ripensare i modi della comunicazione e del marketing (evangelizzazione), piuttosto che nel prendere atto del cambiamento radicale avvenuto a livello sociale.
All’interno di questo panorama di mercato, satana sta all’immaginario dell’uomo moderno come lo scaffale dei liquori sta al supermercato: è un prodotto forte ed eccitante. In fin dei conti, sulle sigarette come sulle bottiglie di alcolici c’è scritto che il prodotto “nuoce alla salute”, ma non viene messa in discussione la liceità della sua produzione e della sua distribuzione. Produttori e distributori con gesto di paternalistica fiducia affidano la totale responsabilità degli effetti del prodotto al consumatore che con un atto di libertà personale e soggettiva lo acquista. Così su molti CD di heavy metal o anche di semplice rock si trova la fatidica etichetta che avvisa di contenuti scabrosi. Una delle logiche conseguenze di questa mentalità di commercio è che nel libero mercato tutti si è adulti e responsabili e che di conseguenza è solo una questione di scelte personali.
All’interno di una realtà sociale caotica, pluralista e dinamica diventa sempre più difficile capire cosa è bene e cosa è male, cos’è giusto e cos’è sbagliato. Il pluralismo innalza la tensione tra costruzione della propria identità personale e i punti di riferimento. Non è un caso che dagli anni ’80 ritornino sulla scena i movimenti fondamentalisti. David Lyon cita Manuel Castells che considera i fondamentalismi come dei mezzi di costruzione “di identità di resistenza” di fronte alla globale dissoluzione di identità legittimanti. (…) “I fondamentalismi […] saranno la sfida più audace e intransigente alla dominazione unilaterale del capitalismo informatico e globale. Il loro potenziale accesso alle armi di sterminio di massa getta una gigantesca ombra sulle prospettive ottimistiche dell’era dell’informazione” (David Lyon p. 159).
Il satanismo nella sua struttura organizzativa è una setta fondamentalista che promette ai suoi adepti potere, successo e sicurezza in cambio della loro anima, procedura questa affine al modello capitalista che promette potere, successo e sicurezza con l’acquisto dei suoi prodotti. È inequivocabile che riducendo l’orizzonte della vita a una relazione commerciale, il rischio è che la gente si rivolga al “miglior” offerente e non a chi può dare un senso profondo alla vita. Non è difficile credere che a questo punto nel cuore di ogni lettore risuoni il monito evangelico: “Non si può servire Dio e mammona”.

Alcuni suggerimenti

L’argomento trattato merita certamente un approfondimento maggiore di quello che ho potuto compiere in quest’articolo. Mi auguro che le cose dette servano a far luce su alcuni aspetti e permettano un approccio al tema più sereno e allo stesso tempo più efficace. Concludo con alcuni suggerimenti concreti, nella speranza che possano aiutare a stabilire quell’irrinunciabile dialogo tra giovani ed adulti.
* Dimostrare un interesse a conoscere la loro musica: più volte ho insistito sull’importanza di stabilire un rapporto di fiducia; un modo per costruirlo è quello di iniziare ad avere qualcosa in comune su cui parlare.
* Farsi spiegare quali sono gli elementi di questa musica che li eccitano o li affascinano: in fin dei conti è il giovane l’esperto, il conoscitore della propria musica; lui/lei, meglio di ogni altro, potrà rendervi partecipe di come percepisce il suo sound.
* Chiedere se conoscono il significato dei testi e se li condividono: ho constatato spesso che è la musica che interessa i giovani consumatori di rock satanico, mentre i testi rimangono sovente incompresi.
* Individuare elementi di aggancio che possono essere contenuti nei testi: alcuni testi sono pieni di rabbia contro Dio, ma rivelano ignoranza e confusione di fronte alla vita e al male presente nel mondo (si veda il seguente sito http://www.geocities.com/disectinggod/ main.html).
Potrebbe essere interessante analizzare il contenuto di alcune canzoni per individuare cosa c’è dietro tanta violenza e rabbia.
* Aiutare a comprendere che un prodotto “sovversivo” è comunque il prodotto di un’industria che non si fa nessun scrupolo di produrre e proporre questo genere di musica pur di accaparrarsi una fetta di pubblico.
* Gli stessi musicisti spesso sono complici di questa messa in scena: conviene aiutare a vedere la natura narcisistica dei musicisti, ai quali interessa primariamente la loro immagine e il loro successo.
* L’estremizzazione crescente è dovuta alla legge di domanda e offerta del mercato. Se, come abbiamo detto, il metal è potenza, forza, durezza, fisicità, che di volta in volta può assumere aspetti negativi e deleteri, il bisogno di farsi strada all’interno di una vera e propria giungla di bands musicali porta gli artisti a costruire un suono e un’immagine sempre più estrema. Se si ascolta il sound dei primi Black Sabbath e lo si paragona ad un sound come quello dei Sepoltura o degli Salyer si noterà come i Black Sabbath, tutto sommato, avessero un sound molto moderato, persino un po’ patetico.
Il miglior antidoto di fronte a molte proposte banali, superficiali, e pericolose per la crescita dei giovani, è quello di offrire loro delle alternative forgiate sull’esperienza, ispirate a grandi ideali, sostenute dalla testimonianza personale.
Il come farlo non è semplice, e in questo senso urge un ripensamento della pastorale, della catechesi e della stessa ecclesiologia.
La comunità cristiana deve recuperare la dimensione di luogo dell’incontro e dell’accompagnamento dei giovani. In constante dialogo con la cultura, la comunità deve offrire gli strumenti per la crescita personale e comunitaria delle giovani generazioni. Quello che la comunità deve offrire, però, deve presentare la sana trasgressività evangelica troppo spesso annacquata da uno stile di vita cristiano borghese e comodo.
Oggi purtroppo, i primi problemi che i giovani devono affrontare nascono dentro la famiglia. Spesso i genitori tendono a proiettare sui propri figli i loro sogni e desideri, e così li sovraccaricano di aspettative, di attenzioni e di cose. Tutto è fatto per il bene dei figli, ma agendo così si toglie mordente alla vita, che è conquista.
Il benessere diffuso nella nostra società ha contribuito al rapido consumo delle cose e delle emozioni: il rischio è che il giovane muoia di noia e divenga facile preda di qualsiasi tentazione che gli prometta emozioni forti. Non è un caso che la percentuale di giovani che fanno uso di droga sia in aumento.
Fatte le debite proporzioni, i giovani che vengono attratti dal “rock satanico” sono pochi e meno ancora quelli che approfondiscono il tema. Molto più grande è invece la schiera di giovani che vivono esperienze di banalizzazione della propria vita. Paradossalmente il giovane che è curioso del lato oscuro del sacro potrebbe essere più aperto a Dio che non un giovane che ha posto se stesso e il suo piacere al centro della mondo.
Le difficoltà, che la famiglia, la scuola, la parrocchia e il centro giovanile incontrano nell’educare le nuove generazioni, più che scoraggiare devono spronare a tentare nuove strade. In questo lavoro gli adulti non devono abdicare al loro ruolo: è la loro incapacità ad assumersi le proprie responsabilità che genera nelle nuove generazioni la perdita di un punto di confronto e di riferimento.
Adesso che leggete questo articolo la guerra è “finita”, e ha lasciato nel cuore la convinzione che è il “suono” delle bombe che merita l’aggettivo “satanico”. Un domani poi potremmo ritrovarci a ringraziare l’heavy metal per non averci lasciati tranquilli e averci ricordato che la vita per molte persone è tragicamente violenta. Non ci sono suoni sufficientemente duri per rappresentare il dolore di milioni di persone.
Vi lascio con un testo dei Sepoltura tratto dal loro album Chaos A.D.

Forgive me father
Forgive me God
I know I’ve sinned
With no remorse
Apocalyptic visions
Went through my head
Hear today
Gone tomorrow

It’s all insane
I’m feeling sick
I’m feeling numb
The storm will come
In the name of God
I’m the chosen one

Terror raids the land
To ashes we’ll be sent
In the name of God
Live casts away

Martyrdom of myself
Armageddon comes
In the name of God
Not one more dead

Fire blasting, cutting edge
Children burn in flames
In the name of God
We’re going insane

Let us die
You don’t realize
This is the time
God’s sacrifice

Leaving behind
Lessons in hate
In the name of God
We are all dead
Burn!

Perdonami padre
Perdonami Dio
So di aver peccato
Senza alcun rimorso
Visioni apocalittiche
Hanno attraversato la mia testa
Le senti oggi
Se ne vanno domani

È tutto una follia
Mi sento male
Mi sento intorpidito
La tempesta verrà
Nel nome di Dio
Io sono il prescelto

Il terrore assale la terra
Saremo ridotti in cenere
Nel nome di Dio
Vite gettate via

Martirio di me stesso
Arriva la battaglia finale
Nel nome di Dio
Nessun altro morto

Esplosioni di fuoco, lame taglienti
Bambini che bruciano nel fuoco
In nome di Dio
Stiamo diventando folli

Lasciateci morire
Non vi rendete conto
Questo è il tempo
Del sacrificio di Dio

Lasciando indietro
Lezioni in odio
Nel nome di Dio
Noi siamo tutti morti
Brucia!


BIBLIOGRAFIA

* BERGER M. H., Metal, rock and jazz. Perception and the phenomenology of musical experience, Hanover (NH), Wesleyan University Press, 1999.
* ERTONCELLI R. (ed.), Sepoltura. Testi con traduzione a fronte, Prato, Giunti, 1998.
* CLIMATI C., Inchiesta sul rock satanico. Tutte le prove, Casale Monferrato (AL), Piemme, 1996.
* CUNNINGHAM C., La legione nera. Black metal e rock “satanico”, Termoli (CB), Strade Blu, 2001.
* GAINES D., La terra desolata dei teenagers. Roma, Arcanapop, 2001.
* GAROFALO R., Rockin’ out. Popular music in the USA, Boston, Allyn and Bacon, 1997.
* LAYON D., Gesù a Disneyland. La religione nell’era postmoderna, Roma, Editori Riuniti, 2002.
* MARRONCINI B., AMATO A., ROCCHETTA C., FIORI M., Angeli e demoni. Il dramma della storia tra il bene e il male, Bologna, EDB, 1991.
* McKENZIE J.L., Dizionario Biblico (ed. italiana a cura di Bruno Maggioni), Assisi, Cittadella, 1973.
* SCHAFER R. M., The soundscape. Our sonic environment and the tuning of the world, Rochester, Destinyh Book, 1994.
* SIGNORELLI L., L’estetica del metallaro. Là fuori ci sono solo mostri, Roma, Theoria, 1997.
* WALSER R., Running with the devil. Power, gender, and madness in heavy metal music, Hanover (NH), Wesleyan University Press, 1993.

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