Luis A. Gallo

(NPG 2004-09-36)


Facciamo oggetto della nostra gioiosa contemplazione un tratto del volto di Gesù Cristo che tocca molto da vicino chi, in un modo o nell’altro, s’impegna nell’azione di salvezza dispiegata dalla Chiesa: il suo è un volto di Pastore.

Dio Pastore nell’Antico Testamento

Negli scritti veterotestamentari la metafora del pastore adoperata per parlare di Dio risponde ad un’esperienza vissuta da Israele sin dagli inizi della sua storia. I suoi capostipiti, come si sa, furono dei pastori seminomadi che si aggiravano nella cosiddetta “mezzaluna fertile” spostandosi spesso con i loro greggi da una regione all’altra. Essi sapevano bene cosa significasse prendersi cura delle loro pecore, portarle al pascolo e alle acque a cui dissetarsi, difenderle dai pericoli. La loro vita errabonda aveva una delle sue principali ragioni nel bisogno di trovare pasti abbondanti con cui nutrirle.
Si capisce così come gli ebrei abbiano usato con naturalezza la similitudine del pastore per riferirsi al loro Dio, e in particolare per indicare il rapporto reciproco vissuto con Lui. Lo si può vedere in un’infinità di testi di ogni tipo: storici, profetici, sapienziali. Ne spigoliamo solo tre molto significativi, tra i tanti. Due sono salmodici, un terzo profetico.
Il Salmo 94, il grande invitatorio con cui si apriva la preghiera liturgica, esprime in modo molto denso la profonda convinzione del popolo della Bibbia circa la funzione svolta da JHWH nei suoi confronti. Ad un certo punto il salmista esclama: “Noi, tuo popolo e gregge del tuo pascolo, ti renderemo grazie per sempre; di età in età proclameremo la tua lode”. La certezza di essere guidato con amore e perfino con tenerezza come popolo dal suo Dio, traspare da molti altri testi simili (per esempio Sal 78,13; 79,2; 99,3; ecc.). Israele lo sa bene perché ne ha fatto l’esperienza: è Lui che lo ha strappato dalla schiavitù di Egitto e lo ha portato per mano in mezzo alle difficoltà, difendendolo da ogni pericolo. Il profeta Amos descrive con accenti di spiccata tenerezza tale intervento divino: “Quando Israele era giovinetto, io l’ho amato e dall’Egitto ho chiamato mio figlio […]. Ad Efraim io insegnavo a camminare tenendolo per mano […]. Io li traevo con legami di bontà, con vincoli d’amore; ero per loro come chi solleva un bimbo alla sua guancia; mi chinavo su di lui per dargli da mangiare” (Os 11,1-4). È un pastore che ha dei tratti perfino materni. Per tutto questo Israele sente il bisogno di proclamare la sua lode “di età in età”.
Nel Sal 22, conosciuto precisamente come “il Salmo del Pastore”, la prospettiva non è già collettiva, come nel precedente, bensì personale. È il pio israelita che esprime in esso la sua totale fiducia in Colui che veglia costantemente su di lui, difendendolo, guidandolo, nutrendolo. La sua preghiera raggiunge dei livelli poetici notevoli: “Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla; su pascoli erbosi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce. Mi rinfranca, mi guida per il giusto cammino, per amore del suo nome. Se dovessi camminare in una valle oscura, non temerei alcun male, perché tu sei con me. Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza. Davanti a me tu prepari una mensa sotto gli occhi dei miei nemici; cospargi di olio il mio capo. Il mio calice trabocca”. In poche battute disegna un’immagine meravigliosa del Dio Pastore che accompagna la sua esistenza in questo mondo.
Tra i tanti scritti profetici merita di esserne ricordato uno, di particolare incisività. È quello, appartenente al “libro della consolazione” del profeta Isaia, in cui la metafora fa riferimento ad un’esperienza non raramente vissuta dai pastori in Israele: “Ecco, il Signore Dio viene con potenza, con il braccio egli detiene il dominio. Ecco, egli ha con sé il premio e i suoi trofei lo precedono. Come un pastore egli fa pascolare il gregge e con il suo braccio lo raduna; porta gli agnellini sul seno e conduce pian piano le pecore madri” (Is 40,11). La scena a cui accenna il testo è molto più viva di quanto dicano a primo acchito le parole della sua traduzione. Descrive infatti un pastore pieno di sollecitudine e di tenerezza che, mentre va conducendo il suo gregge, si ritrova a dover fermarsi perché una pecora partorisce un agnellino. Con delicata finezza egli prende il neonato e lo colloca sul suo seno, mentre costringe tutto il gregge a muoversi con un passo più lento che permetta alla pecora madre di potersi rifare dalle fatiche del parto. L’immagine, piena di soavità e persino di dolcezza, esprime bene ciò che il Profeta vuole dire sull’atteggiamento di JHWH verso il suo popolo.

Gesù pastore

I vangeli attestano che la metafora del pastore fu usata anche da Gesù stesso.
Vi si trova, anzitutto, la parabola, da lui raccontata per giustificare il suo modo di comportarsi con i peccatori (Lc 15,1), di quel pastore che va in cerca della pecorella smarrita e, trovatala, la mette in spalla tutto contento, va a casa, chiama gli amici e i vicini dicendo: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora che era perduta” (Lc 15,2-6). Un pastore che poi, nella seconda parabola della serie, trova l’equivalente metaforico nella donna che ricerca con instancabile premura la moneta persa, e fa festa con le amiche e le vicine quando la ritrova (Lc 15,8-10) e, nella terza, nel padre premuroso che attende instancabilmente il figlio sbandato, e organizza anche lui una grande festa quando egli ritorna (Lc 15,12-24). Indubbiamente in tutte e tre le parabole è raffigurato Dio, quel Dio buono e sollecito che Gesù rende presente con il suo modo di comportarsi con i peccatori e gli esclusi.
Nel vangelo di Giovanni si ritrova poi il lungo discorso del buon pastore, pronunciato da Gesù dopo la guarigione del cieco dalla nascita e gli ulteriori sviluppi (Gv 10,1-18). La figura del pastore vero, di quello cioè che vive con coerenza la sua identità, è abbozzata facendo leva sul suo netto contrasto con il mercenario, colui “al quale le pecore non appartengono” e a cui “non gli importa delle pecore”. Il pastore vero si prende cura invece della sue pecore, le “chiama una per una”, “cammina innanzi a loro, e le pecore lo seguono, perché conoscono la sua voce”. Ma soprattutto egli, a differenza del mercenario, “offre la vita per le pecore”. Nel momento più alto del discorso, Gesù dichiara con solennità: “Io sono il buon pastore” (Gv 10,14); e con non minore solennità afferma: “Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (Gv 10,10), mettendo così in luce il senso ultimo della sua presenza nel mondo.
La metafora del pastore è utilizzata ancora altre volte da alcuni scritti del Nuovo Testamento per parlare di lui (Eb 13,20; 1Pt 2,25; 5.4; Ap 7,17), confermando così la lunga tradizione della fede ebraico-cristiana.

I tratti di Gesù pastore

Ripercorrendo i vangeli non è difficile individuare i principali tratti che formano l’identikit del pastore che è Gesù.
Anzitutto, egli dimostra di avere un cuore di pastore, ricolmo di una sola preoccupazione: “Che abbiano la vita in abbondanza” (Gv 10,10). È infatti tale preoccupazione quella che, come si è già avuto occasione di rilevare più di una volta, occupa il centro più intimo del suo essere fino a diventare il suo “tesoro”. È il fuoco che gli brucia nel petto e che lo spinge a parlare e ad agire in un determinato modo. Se, come egli stesso ebbe a dire, “l’uomo buono trae fuori il bene dal buon tesoro del suo cuore” (Lc 6,45), è indubbiamente dal suo cuore che egli traeva fuori la sua illimitata dedizione a Dio e agli uomini, e tra essi particolarmente ai più deboli e bisognosi.
Il suo cuore, lo si può dire con fondamento, era interamente modellato su quello del Dio Pastore che era già stato abbozzato nell’Antico Testamento, e che egli rivelò in pienezza nel corso della sua vicenda. Non era, quindi, un cuore duro e insensibile, ripiegato su se stesso, né un cuore guidato dalla “simmetria” di una giustizia che ama chi lo ama e aborrisce chi non lo ama, ma viceversa un cuore tenero ed estremamente sensibile, totalmente aperto verso gli altri, e segnato da quella “asimmetria” tipica dell’amore gratuito di alterità. Si potrebbe vederne un simbolo estremamente eloquente nel cuore trafitto, e perciò aperto e in qualche modo svuotato – “uno dei soldati gli colpì il fianco con la lancia e subito ne uscì sangue e acqua” (Gv 19,34) – che egli si trovò ad avere sulla croce. La solennità con cui l’evangelista lo enuncia – “Chi ha visto ne dà testimonianza e la sua testimonianza è vera e egli sa che dice il vero” (Gv 19,35) – sembra confermare l’importanza del simbolo.
Dal suo cuore di pastore sgorgano poi il suo sguardo, le sue reazioni, e soprattutto il suo agire di pastore.
Esistono indubbiamente molti tipi di sguardi umani. Ci sono sguardi di curiosità, di malignità, di avidità, di benevolenza, di comprensione, di simpatia… Ognuno di essi coglie nelle persone e nelle cose dei risvolti che gli altri non afferrano. I vangeli accennano più di una volta allo sguardo di Gesù (Mt 19,26; Mc 3,34; 10,23; Lc 19,5; Gv 1,42; ecc.). È uno sguardo molto caratteristico. Lo sguardo di un pastore precisamente. Prendiamo solo in considerazione, a modo di esempio, due testi evangelici che lo mettono in chiara luce.
Il primo è quello che accenna allo sguardo con cui egli guarda le folle: “Vedendo le folle ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite, come pecore senza pastore” (Mt 9,36). Si sa chi componeva queste folle: erano i poveri e semplici che andavano dietro a lui attendendo che Dio, tramite la sua azione, desse soluzione ai molti problemi che rendevano difficile e persino infelice la loro vita (Mt 8,1; 8,18; 9,8.19; 12,23; 13,12; ecc.). Gesù li guarda e “ne sente compassione”. Non è cieco o indifferente alla loro condizione. Fosse stato un aristocratico o uno stoico li avrebbe guardati o con un senso superiorità e perfino di disprezzo, o con distaccata indifferenza; invece, egli si lascia commuovere visceralmente dalla loro situazione. Li vede, appunto, “come pecore senza pastore”, alla mercé di lupi che minacciano la loro vita, e quindi bisognosi di accoglienza, comprensione e aiuto. E a tale visione corrisponde la sua fattiva reazione.
Il secondo testo è quello che rende noto un dettaglio del processo che lo portò alla condanna e alla morte: “Allora il Signore, voltatosi, guardò Pietro, e Pietro si ricordò delle parole che il Signore gli aveva detto: ‘Prima che il gallo canti, oggi mi rinnegherai tre volte’. E, uscito, pianse amaramente” (Lc 22,61-62). Si può intravedere l’intensità di quello sguardo, proveniente da uno che sta andando alla morte, rivolto a uno dei suoi più intimi amici che l’ha appena tradito: non è certamente uno sguardo di condanna, ma di amore comprensivo e accogliente. Gli effetti si vedono subito: Pietro, toccato nel più vivo, si scioglie in lacrime di pentimento.
Oltre a guardare con occhi di pastore, Gesù reagisce anche pastoralmente davanti alle persone e alle situazioni in cui esse si trovano. Emblematica è, da questo punto di vista, la sua maniera di comportarsi nel suo incontro con la vedova di Naim: “Quando fu vicino alla porta della città, ecco che veniva portato al sepolcro un morto, figlio unico di madre vedova; e molta gente della città era con lei. Vedendola, il Signore ne ebbe compassione e le disse: Non piangere!” (Lc 7,12-13). Questo suo modo di comportarsi è espresso dall’evangelista con lo stesso termine – “si sentì toccato nelle viscere” – con cui reagì alla vista delle folle. Anche qui allo sguardo segue il coinvolgimento intimo, intenso, che lo fa vibrare con lo stesso dolore della persona sofferente. E, quasi come un sospiro, gli esce dal petto l’invito: “Non piangere!”.
Ma il suo sguardo e la sua reazione pastorali non sono meramente emozionali, sboccano anzi in un’azione concreta ed efficace. Nel caso delle folle, egli risponde ai loro bisogni prima spartendo loro il pane della sua parola e poi moltiplicando per loro il pane materiale (Mc 5,34-43); in quello della vedova di Naim, accompagna l’invito rivolto alla madre di non piangere con la restituzione del figlio richiamato alla vita (Lc 7,14-15). Nella stessa linea si potrebbero vedere tanti altri suoi interventi rivolti a restituire salute ai malati e ai posseduti da spiriti cattivi, perdono ai peccatori, amicizia agli esclusi, dignità ai disprezzati…
Ma soprattutto la sua morte è veramente la morte di un pastore che, desideroso della vita e della felicità delle sue pecore, non esita a “dare la vita” per esse (Gv 10,11.15.17).