Virginia Di Cicco

(NPG 2004-08-2)


Quando la mia nipotina Mary, di sei anni, che vive negli Stati Uniti si ammala – cosa che ai bimbi sembra accadere piuttosto spesso – ha a sua disposizione quasi cinquemila dollari annui per le sue cure.
Quando la sua coetanea color cioccolato che vive in Etiopia si ammala può contare su ben tre dollari all’anno per curarsi.
Gli Stati Uniti hanno 972 infermieri e 554 medici ogni 100.000 persone e uno di questi, dovesse servire, si preoccuperà con amore e delicatezza di Mary.
In Etiopia soltanto 23 infermieri e 4 medici sempre per 100.000 persone. Speriamo che uno di questi possa arrivare fino alla piccola amichetta di Mary per aiutarla. Magari in barca, scivolando lungo il fiume e avendo a disposizione certo non un ospedale con macchinari e farmaci idonei, ma nel migliore dei casi ambulatori approssimativi dove spesso la medicina occidentale si mescola ai filtri d’amore e agli amuleti.
Probabilmente è per questo che, in base ai dati dell’OMS, Mary può tranquillamente progettare la sua vita pensando di arrivare più o meno intorno agli 85 anni, ma purtroppo ci arriverà sola: la sua amichetta la abbandonerà lungo la strada intorno ai 36 anni. Non male, direi.
E così ecco documentata la famosa “scoperta dell’acqua calda”: anche la sanità è un business. E che business. Sentite qui: otto anni fa i paesi membri dell’Organizzazione Mondiale del Commercio firmano un documento in base al quale chi crea un nuovo farmaco ha il diritto di brevettarlo impedendo ad altri di copiarlo per venti anni. La vergogna di questo accordo è stata subito sotto gli occhi di tutti: le multinazionali conservavano il monopolio per venti anni!
Allora gli stessi paesi finsero di voler rimediare e nel 2001 firmarono una dichiarazione che permetteva a ciascuna nazione che si trovasse davanti ad un problema di salute pubblica, di produrre copie più economiche di un farmaco essenziale, anche senza permesso del titolare del brevetto.
Sembrerebbe una soluzione, ma vi spiego perché lo è solo apparentemente: quasi nessun paese povero si permette di farlo, spaventato di cadere in ritorsioni economiche e commerciali con i paesi detentori del brevetto.
In verità la paura delle case farmaceutiche è nascosto in questo dato: l’Africa intera consuma soltanto l’uno per cento dei prodotti venduti, mentre l’America il quarantadue per cento. Dunque una domanda terribile si insinua e rovina il sonno delle case farmaceutiche: che cosa succederebbe se questa moda dei farmaci generici cominciasse a diffondersi anche nei paesi ricchi, e se questi decidessero di acquistarne in quanto egualmente efficaci ed inoltre in grado di far risparmiare l’ottanta per cento?
E se tutto questo non fosse ancora sufficiente, sentite anche questa: il novanta per cento della spesa annuale per la ricerca è destinato a problemi che interessano il dieci per cento della popolazione: obesità, l’impotenza e la calvizie. Certo lungi da me l’idea di sottovalutare o minimizzare i disagi dovuti alla perdita dei capelli, ma vale la pena di precisare che esistono paesi in cui la lebbra è ancora un problema. Cercheremo di spiegarlo all’amichetta etiope di Mary, che prima di pensare alla sua malaria, ha dovuto concentrarsi sul modo più veloce per coltivare capelli sulla testa pelata di qualche ricco occidentale. Come dire: questioni di priorità.