Virginia Di Cicco

(NPG 2004-03-2)


Li abbiamo fatti incontrare. Un incontro straordinario, di quelli che non si dimenticano. Giovani e forti braccia straniere hanno stretto esili e vecchi corpi italiani. La Sicilia parla la stessa lingua dello Zaire. Il Molise parla il russo. La stessa luce negli occhi. Le stesse ferite. Alla fine l’estraneo sei tu, che non conosci quello che hanno vissuto e cerchi di immaginare l’inimmaginabile.
Filippo capisce Mam, giovane dello Zaire, e vedi che gli parla con amore e gli occhi si riempiono di lacrime a vederlo dormire tra i cespugli e non vuole lasciarlo andare. Non vuole. Filippo è emozionato e non si cura troppo neanche dei suoi figli, che lo hanno accompagnato. È Mam la sua preoccupazione e in Mam rivede se stesso quaranta anni fa.
Filippo partì nel 1959 per cercare fortuna in Germania e ancora ricorda l’ostilità diffusa e la difficoltà di una lingua così dura da imparare. Ricorda il freddo e i pregiudizi che gli si appiccicano addosso: “Italiani, tornatevene a casa”. Alla fine si trova una stanza piccola e sudicia da condividere con altri quattro. E una sera per il freddo decidono di accendere un piccolo fuoco e incendiano mezzo mondo rischiando seriamente la propria vita e quella di tutti gli inquilini dello stabile.
Quante notizie di questo genere sentiamo ancora oggi nei telegiornali.
Marcello invece da giovane era biondo proprio come Leonid, il bielorusso. E lo dice compiacendosi di essere stato bello e forte, biondo e con gli occhi azzurri, come questo giovane che ha tanto coraggio.
Nel 1957 a diciannove anni, Marcello partiva da un piccolo paese nel Molise verso l’America cominciò facendo il manovale e dormiva sulle panchine dei giardini. Lo dice e sorride e con lui sorride Leonid che dorme in quello stesso modo da mesi ormai. Poi Marcello frequentò le scuole serali, prese il diploma e cominciò a lavorare in una società di assicurazioni. Leonid ha già una laurea in ingegneria presa nel suo paese, laurea che pare in Italia non interessi nessuno. Leonid pulisce i vetri delle macchine e racconta a Marcello cosa sogna mentre pulisce. È un racconto che sentiamo tutti ma che probabilmente capisce davvero solo Marcello.
Giovanni invece era ancora più giovane e ricorda soprattutto il freddo dell’Inghilterra. Il freddo che, all’inizio, doveva combattere col niente perché niente aveva oltre gli abiti che indossava. E lo vedi che proprio non lo può sopportare che Florian dorma nel parco. Era appena finita la guerra e naturalmente gli Inglesi ci detestavano, racconta Marcello. Florian viene dal Kurdistan iracheno e naturalmente la guerra la porta ancora addosso. Racconta che dopo i morti di Nassirya, qualcuno gli ha perfino sputato addosso incrociandolo per strada.
È stato davvero incredibile vedere questi vecchi, che hanno tanto vissuto, guardare con tenerezza i giovani emigrati senza dimora e con lavori da fame. Li accarezzano come figli in pericolo e si indignano fino alle lacrime davanti alle loro condizioni. Scuotono la testa e alzano la voce contro quelli che non rispettano quanti hanno avuto il coraggio di abbandonare il loro mondo per andare a cercare cibo e casa, lavoro e libertà, in un paese straniero dove invece di essere accolti con calore si è disprezzati e derisi.
“Quando si lasciano le famiglie e i propri affetti per andare lontano ci si sente così soli e abbandonati che la prima cosa di cui hai realmente bisogno è il calore umano” sussurra Marcello e ancora stringe più forte quel suo figlio sfortunato.