Gioia Quattrini

(NPG 2001-02-4)


In Chiapas la libertà è merce, neanche troppo pregiata, sul mercato della globalizzazione.Servi della gleba dalla schiena spezzata, gli indios sanno poco o niente di audacie economiche da mercato globale, da neoliberismo rampante, da piani di strutturalizzazione. A saperne molto o almeno quanto basta sono i loro «padroni», feudatari del terzo millennio che cercano di nascondere dietro parole di nuovo conio, ma dal significato antico, il loro ingordo desiderio di denaro e potere. Famelici e senza regola, divorano diritti civili e dignità umana, non vedono se non la loro ambizione, non sentono se non le loro ragioni.Qualcuno a volte trova la forza di reagire, ed allora gli squadroni paramilitari al soldo dei feudatari occupano i villaggi, mettono in fuga gli uomini e come rappresaglia isolano nelle case le donne e i bambini. Poi con calma, impedendo a chiunque di accedere in quel villaggio, senza alcun testimone, uccidono due o tre persone per volta fino alla completa eliminazione dei prigionieri. Non possedere niente, neppure la propria dignità. Lo racconta in un sussurro Monsignor Ruiz, il vescovo del Chiapas, e guarda lontano. Un minuto soltanto e poi ricomincia la lotta. L’occidente opulento e pigro, che ha costretto ed abbandonato alla miseria i tre quarti del mondo, non soltanto è lontano da un qualsiasi vago senso di colpa, ma si considera perfino il principale creditore dei paesi poveri del Sud. È come derubare un uomo, e quando questi resta senza un soldo nelle tasche allora prestargli lo stesso denaro che gli hai sottratto un attimo prima. L’Occidente ha offeso e rapinato quei paesi, ha costruito il benessere di pochi sul sudore e le lacrime di molti per essere poi pronto a prestare il denaro utile a rimediare a quell’offesa e a quella rapina. L’Occidente presta denaro e in cambio si riserva la facoltà di influenzare la destinazione di quel denaro ad opere che ancora una volta vadano a proprio vantaggio. Nel 1996 la Banca Mondiale ha approvato un prestito di 60 milioni di dollari nel settore trasporti del Camerun per aprire strade nella Foresta Vergine Tropicale senza neanche porsi un interrogativo circa l’impatto ambientale e sociale di una simile iniziativa. Nel 1997 il debito totale dei paesi poveri era di 2.317 miliardi di dollari. L’inganno è tutto in questa parola: «poveri», continua il Vescovo in trincea con l’orgoglio nella voce di chi difende quelli che ama. I paesi del Sud non sono mai stati aridi e tristi, piuttosto terre ricche di risorse e diversità culturali, metalli preziosi, foreste, petrolio. Negli altipiani del Lesotho non c’è acqua, anche gli occhi dei bambini sono secchi. Negli altipiani del Lesotho l’acqua c’è, eccome, ma è usata per alimentare i poli industriali del Sudafrica piuttosto che spegnere la sete dei bimbi. La campagna per la cancellazione del debito è un tassello importante di un disegno più complesso che molte organizzazioni non governative hanno individuato per cercare di contrastare la globalizzazione priva di regole e per riformulare le priorità. Insieme hanno tessuto una rete: la rete di Lilliput che si fonda sul semplice principio che usarono i lillipuziani per immobilizzare il gigante Gulliver, cioè imbrigliarlo in uno strettissimo reticolo di fili.Le minime fessure di questa rete sono i punti deboli del sistema ed è lì che dobbiamo infiltrarci per scardinarlo. Senza bisogno di atti eroici, soltanto con i nostri gesti quotidiani, comprare un prodotto piuttosto che un altro, possiamo cambiare la strada di questo mostro avido e spietato che si muove calpestando tre quarti di mondo. Piccoli uomini di Lilliput, cominciate subito con uno dei gesti quotidiani oramai tra i più comuni: collegatevi ad Internet: www.retelilliput.it.