Un pozzo per l’Africa

Inserito in NPG annata 2001.


Virginia Di Cicco

(NPG 2001-01-2)


Natale è sempre Natale: pensiero originale mentre mi stiracchio pigramente sul divano del mio salotto. Intorno alla tavola, tra pandoro e torrone, la mia gente gioca alla tombola e mio marito, che non riesce a segnare un numero, ride di cuore, bello come me lo ricordo. I cuccioli della famiglia, furbi e circospetti, fanno larghi giri intorno all’albero di Natale dove sono nascosti i loro regali. I giri sono larghi ma lo scopo è evidente: curiosare con i loro nasini arricciati. Le nonne sferruzzano e parlottano, un occhio alla maglia e uno ai nipotini. E io sul divano, padrona di casa sazia e soddisfatta, che supervisiono tutto intorno e ringrazio il cielo perché è senz’altro questo il miglior regalo di Natale possibile. Anche il Presepe quest’anno è davvero ben riuscito. Il Presepe è l’orgoglio di mio suocero, che per l’occasione riesce persino a trasformare i suoi nipotini in ubbidienti gnomi artigiani. Intanto sento profumo di tè ed Anna arriva con una tazza fumante nella quale so già che avrà messo una goccia di latte, senza neppure che io lo abbia detto, ma Antonio lo prendeva così. Ed io pure. Sorrido ancora perché ritrovare Anna è stato come bere dopo tanta sete. Già sete.
In Uganda del Nord c’è la guerra, ma nessuno ha mai sentito i telegiornali parlarne. Gli esperti la chiamano il Kossovo d’Africa; per la maggior parte di noi è soltanto un nome esotico, abbandonato tempo fa in qualche libro. Dietro questo nome esotico c’è una terra dove scorrono fiumi di sangue. Dietro questo nome esotico c’è un popolo, stipato in venti campi profughi, che non ha nulla: concetto difficile da comprendere per il ricco occidente. A pensarci bene però, quel popolo qualcosa la possiede: fame e soprattutto sete, una sete che prosciuga gli umori e fa uscire gli occhi dalle orbite. Riuscite ad immaginare, in questo meraviglioso e trionfante inizio di nuovo millennio, c’è ancora qualcuno che muore di sete?
Noi andiamo ad investigare lo spazio pieni di entusiasmo, cerchiamo di capire come sarebbe possibile vivere su nuovi mondi e ci lasciamo sedurre dalle valli della Luna e dai crateri di Marte, ma nel nostro mondo, quello in cui ogni mattino gli uomini ritornano a vivere, permettiamo che ancora sopravviva l’inferno.
L’AMREF è la Fondazione per la medicina e la ricerca in Africa. A conoscerla è straordinario: l’organizzazione è quasi completamente africana. Da oltre quaranta anni, il popolo d’Africa aiuta i popoli d’Africa. Personale specializzato cerca di costruire nel campo sanitario, e non solo, un cammino di prevenzione ed educazione. In Africa un bimbo su sei muore prima di avere cinque anni, il dieci per cento della popolazione ha l’AIDS, 500.000 donne l’anno muoiono ancora di parto e, dulcis in fundo, il cinquanta per cento delle donne ha subito mutilazioni genitali.
La verità è che noi sappiamo tutto questo. Probabilmente non nei dettagli, ma lo sappiamo e sapendolo non si vive neppure tanto male, alla fine.
Io stavo bene a Natale, poi dalla televisione ho sentito qualcosa, così per caso, e tutto ha assunto una sorta di retrogusto amaragnolo. Mi sono alzata dal divano e ho pensato di sfruttarlo finché era vivo questo retrogusto così simile a un vergognoso senso di colpa.
C’è un progetto dell’AMREF dal nome simpatico e terribile: POZZI SENZA FONDI.
Per costruire un pozzo e dare da bere acqua pulita ai nostri fratelli africani bastano tre milioni. È sufficiente chiamare a raccolta parenti e amici, ognuno a mettere un poco del suo, e se la cifra raccolta è inferiore sarà utilissima ugualmente.
Per qualunque informazione l’AMREF ITALIA ha sede a Piazza Martiri di Belfiore 4, 00195 Roma, tel. 06 320.22.22, oppure www.amref.it.
Ci sono cento pozzi e due acquedotti da costruire, cinquanta sorgenti da tutelare e duecento addetti alla manutenzione delle risorse idriche da formare.
Cosa aspettate?