Miti, riti e happenigs

Inserito in NPG annata 1988.

 

Giancarlo Milanesi

(NPG 1988-10-10)

 

Un tratto caratteristico della cultura (o subcultura) giovanile è rappresentato certamente da alcuni comportamenti di massa che rivestono un'importanza sociale particolarmente rilevante sul piano reale e simbolico. In prima approssimazione tali comportamenti includono fenomeni come i concerti rock e il tifo sportivo, il consumo di abbigliamento e il turismo estivo; insieme e oltre a ciò, altri fatti forse meno appariscenti, come la banalizzazione del linguaggio parlato e di quello scritto (o graffito), ripropongono il problema del linguaggio giovanile, delle sue trasformazioni, della sua funzione sociale.
Data l'ampiezza di questi temi non è possibile analizzarne in questo contesto che aspetti particolari, rinviando alla letteratura specializzata per ulteriori approfondimenti.

LA MUSICA ROCK (E NON)

Attorno al consumo di musica si celebrano non pochi riti della condizione giovanile e si alimentano miti più o meno effimeri.
I «luoghi» in cui si svolgono i riti sono conosciuti: i negozi specializzati, le discoteche, gli stadi e i palazzetti, le spiagge. I miti si identificano con le «stars» che il business dei mass media è in grado di produrre e proporre attraverso dischi e cassette e l'organizzazione di mega-concerti spettacolari.
Senza dubbio la musica, specialmente quella leggera, assorbe una larga quota del consumo giovanile, come confermano tutti i dati di ricerca concernenti l'impiego del denaro e l'utilizzazione del tempo libero.
Essa è anche la forma più popolare di divertimento, e per molti adolescenti è anche l'attività a cui si dedica più tempo dopo la scuola.

Alcune linee di interpretazione

La spiegazione socio-culturale del fenomeno musica tra i giovani si muove su linee diverse.
Pressoché unanime è il riconoscimento che la musica offre ai giovani uno strumento facile ed efficace di omogeneizzazione e di identificazione collettiva, che travalica le differenze di classe, estrazione sociale, scolarizzazione, appartenenze politiche e culturali. In certi contesti la musica non solo offre un'occasione per uscire dalla frammentazione del vissuto quotidiano ristabilendo identità collettive (sia pure effimere), ma dà il senso e l'orgoglio dell'essere generazione, collocando i giovani in una condizione di distinzione/diversità rispetto agli adulti.
La sensazione dell'appartenenza all'universo giovanile (anche al di là delle invitabili differenze di gusto rispetto ai diversi stili di musica) è palpabile nelle manifestazioni di massa, come i concerti rock, che rafforzano l'identità collettiva mediante la presenza di stars che hanno un forte potere di suscitare imitazione (o almeno identificazione).
In altre parole si può affermare che per certi versi la musica offre un'occasione di socializzazione orizzontale (e non verticale, come nel caso della famiglia o della scuola) e che dà la percezione dell'autonomia culturale. Il passo di qui alla socializzazione di massa è breve, data la prevalenza di atteggiamenti sostanzialmente passivi e la scarsa interazione in profondità con i prodotti offerti dall'industria dei mass media.
Alcuni osservatori hanno sottolineato il fatto che l'utilizzazione della musica come strumento di autodefinizione subculturale condiziona molte altre attività e condotte dei giovani, come ad esempio la scelta delle amicizie, dell'abbigliamento, delle modalità di utilizzo del restante tempo libero; infine la musica offre la possibilità di «fermare» illusoriamente il tempo, idealizzando la condizione giovanile come condizione di vita permanente (e permanentemente felice), mentre è inevitabilmente un periodo transitorio cui seguirà un'esperienza di vita non caratterizzata sostanzialmente dalla musica.
Altre connotazioni sembrano meno condivise dagli osservatori.
Un'interpretazione subculturale vede nella musica rock l'espressione simbolica delle frustrazioni e dell'alienazione degli strati giovanili più deprivati (e quindi anche uno strumento di temporanea evasione e compensazione); un'altra lettura del fenomeno invece attribuisce alle scelte musicali e al consumo di «certa» musica (anche rock) la funzione di esprimere simbolicamente il raggiungimento di alti liveli sociali (quindi nel contesto degli status symbols). Probabilmente le due interpretazioni sono vere se applicate a diversi stili musicali e a diversi contesti sociali (proletariato e ceto medio).
È stato anche indicato un risvolto più esplicitamente socio-culturale, e in qualche caso politico, nel consumo di musica rock da parte dei giovani. Tale musica rappresenterebbe una «rottura» non conformistica nei riguardi della cultura prevalente; attraverso la musica rock i giovani esprimerebbero il rifiuto dell'etica della produttività, affermando il primato dell'aspetto ludico della vita, e più precisamente solleciterebbero una interpretazionedel tempo libero come tempo sganciato dalla complementarietà o subordinazione al tempo del lavoro, cioè come tempo della gioia, della serenità e dello scatenamento pulsionale e non come tempo della riproduzione della forza-lavoro.
Queste interpretazioni vanno forse riportate a contesti storici precisi (vedi il significato rivoluzionario attribuito alla musica rock dal movimento hippy) e a strati giovanili particolari (la distinzione tra giovani lavoratori e non si impone). Al di là di ciò si può ritenere che la portata alternativa della musica rock va verificata di volta in volta nel vissuto giovanile, proprio perché la dimensione consumista che accompagna questo tipo di esperienza tende ad attutire le valenze ideologiche che la musica astrattamente potrebbe avere per i giovani.

Differenziazione di comportamento

Al di là del dibattito sul significato generale del consumo di musica sono rilevanti le osservazioni riguardanti le differenze di comportamento esistenti tra diverse componenti della condizione giovanile.
Sembra ad esempio accertata la differenza del vissuto maschile rispetto a quello femminile (soprattutto a livello di consumo della musica in privato). I maschi accentuerebbero maggiormente le funzioni di consumo (e in qualche caso di alternativa socio-culturale), mentre le femmine vedrebbero nella musica un'occasione di eccitazione emotivo-sentimentale da interpretarsi sia come sostitutivo di un'attività erotico-sessuale (inibita o impossibile), sia come veicolo di protesta contro gli standard sessuali vigenti (che negano alla donna la possibilità di esternare pubblicamente le proprie fantasie e tensioni).
Una differenza analoga viene segnalata tra giovani di diversa età. Gli adolescenti (e le adolescenti in particolare) sono molto più sensibili all'influsso esercitato dalle figure carismatiche che popolano la musica rock, attivando in modo molto più accentuato che presso i giovani più maturi processi di mimetismo che denotano il bisogno di sicurezza, affermazione, distinzione, spesso negato dagli ambiti normali di socializzazione.
Non meno rilevante è la differenza segnalata tra studenti e lavoratori.
I primi considerano in genere la musica come un «accompagnamento» delle attività che stanno svolgendo; essa non è un «contenuto» specifico del vissuto, ma un «contenitore» o una dimensione che può connotare altre attività e scelte. Con questo non si intende negare che proprio perché la condizione studentesca è condizione per natura sua transitoria, la musica assuma presso questi giovani un valore ideologico più accentuato nel senso del conferimento dello status, dell'espressione della diversità polemica, della canalizzazione della protesta.
Per i giovani lavoratori la musica sembra avere soprattutto il carattere di «contenuto» dell'esperienza e non di contenitore o accompagnatore di altre esperienze significative; il lavoratore, a differenza dello studente, non può consumare musica (almeno in generale) mentre lavora, ma «dopo» e «contro» il lavoro, in funzione alternativa e compensatoria. Di qui il carattere sostanzialmente mercificato dell'esperienza musicale del giovane lavoratore, che non a caso è il frequentatore più assiduo della discoteca o del mega-concerto.
Queste concrete distinzioni suggeriscono in definitiva che il consumo della musica, specialmente quella rock, non è solo funzione del prodotto offerto dal business dei mass media o delle preferenze individuali, ma anche delle diverse componenti culturali della società che si esprimono attraverso i processi di socializzazione. Il background familiare e scolastico, come pure l'influsso esercitato dalle frequentazioni dei pari, hanno la capacità di discriminare tra le modalità di scelta e di consumo della musica.
Certe ricerche recenti, ad esempio, distinguono tra il «buon ascoltatore», l'ascoltatore «per passatempo» e l'ascoltatore «consumatore».
Il primo sarebbe capace di scegliere musica di buona qualità, gustandola con forte partecipazione emotivo-sentimentale-estetica; questo tipo di giovane ha alle spalle una socializzazione che dà molto rilievo alla cultura come bene desiderabile perché capace di conferire status se introiettata selettivamente.
L'ascoltatore «per passatempo» sarebbe un consumatore di musica onnivoro e scarsamente selettivo, che sente musica per evasione o per accompagnare altre attività, piuttosto superficialmente e seguendo le mode effimere; la sua socializzazione registra forti carenze nei riguardi della desiderabilità dei beni culturali.
Infine l'ascoltatore come «consumatore di cultura» sarebbe il soggetto che oscilla tra il cedimento alla cultura di massa e l'esercizio della critica selettiva; un giovane cioè che intende la musica come strumento di status symbol e come fattore di conferimento dell'identità giovanile e di appartenenza di classe.
La musica cioè è accettata come un codice tipicamente giovanile, che fornisce stimoli e sensazioni interessanti, ma che può anche scadere a strumento di omologazione culturale.
Questi giovani hanno ricevuto una scarsa socializzazione alla cultura in famiglia, ma hanno «recuperato» nell'ambito scolastico e nel gruppo dei pari, subendo una spinta conformizzante nei riguardi del consumo di musica.
In definitiva si può ritenere che il fenomeno musica rappresenta un referente centrale del vissuto di molti giovani, anche se il significato specifico che esso assume in ciascuno è molto variabile, al di là delle funzioni comuni che la musica sembra esercitare sull'identità collettiva e sul bisogno di inclusione/securizzazione. 

BLA-BLA E GRAFFITI

I materiali su cui si può condurre l'analisi dei molti linguaggi usati dai giovani sono molto diversificati: la conversazione quotidiana, il graffito murale, i diari personali, la produzione poetica o figurativa, gli slogan delle manifestazioni, i gerghi di gruppo, gli stereotipi della subcultura sportiva ed altri ancora.
Si tratta per lo più di documenti verbali o scritti che presentano una pluralità di moduli sintattici, logici e retorici, dei quali una recente pubblicistica si è interessata. Inoltre da questi materiali è possibile trarre alcune indicazioni interessanti sulle forme concrete attraverso cui il linguaggio si specifica in rapporto ai diversi destinatari del discorso. La nostra analisi si soffermerà soprattutto su questi ultimi aspetti del fenomeno, tentando di identificare le funzioni che il linguaggio può assumere nel complesso vissuto dei giovani.

Aspetti del linguaggio giovanile

Naturalmente qui si sottolineano gli aspetti più problematici del linguaggio giovanile, tralasciando ciò che non sembra costituire problema; in ciò vi è indubbiamente una certa dose, per altro insuperabile, di soggettività.
Un primo fenomeno è senza dubbio quello di una certa banalizzazione del linguaggio giovanile. Diversi osservatori hanno notato, specialmente in certi contesti in cui la differenziazione dei giovani dagli adulti è sentita come una necessità rilevante, uno scadimento dei contenuti del discorso scritto e parlato, insieme ad una crescente propensione all'uso del turpiloquio. Le modalità principali di questa convergente omologazione verso il basso del linguaggio sono l'uso crescente di allusioni sessuali e coprolaliche, che hanno come destinatari principali persone e istituzioni che in qualche modo assumono la funzione di capri espiatori: la politica, la chiesa, la scuola, oppure la donna, l'omosessuale, l'ebreo. Su questo «oggetti» si scarica la battuta, la storiella, l'invettiva, con pesantezza e con spietatezza.
Accanto alla banalizzazione si nota spesso l'uso dell'ironia e del riso, che investe indiscriminatamente tutti gli aspetti del vissuto quotidiano proprio e altrui; è in questo contesto che si manifesta una straordinaria utilizzazione delle diverse forme retoriche che assicurano efficacia al discorso: metaplasmi (alterazioni delle parole o di parte di esse), metatassi (alterazioni della struttura del messaggio), metasememi (alterazione dei significati del messaggio), metalogismi (alterazione del senso logico del messaggio).
Infine nel linguaggio giovanile si nota spesso la presenza di una diffusa violenza. Essa non è solo riferibile alla forma dei discorsi, ma soprattutto ai contenuti che riflettono una notevole frequentazione (almeno a livello linguistico) di una cultura negativistica se non proprio nihilista. La violenza del linguaggio è particolarmente verificabile nell'ambito della politica, dello sport, della subcultura di quartiere o di classe sociale; se ne vedono le espressioni più crude anche nelle manifestazioni di maschilismo brutale che caratterizza il graffito murale in ogni parte del paese.
Non è facile elaborare un'interpretazione unitaria di questi fenomeni diversificati, anche se alcuni elementi di analisi e di giudizio sono ricorrenti nelle diverse fenomenologie.
Quale interpretazione?
Ancora una volta il linguaggio diverso (osceno, banale, ironico o violento) è considerato come un mezzo di socializzazione di cui gli adolescenti si servono per capirsi e riconoscersi tra di loro, mediante un codice esclusivo. Ma forse questa lettura dei fatti non tiene abbastanza presente il fatto che un'analoga banalizzazione del linguaggio è in atto anche nel mondo adulto, che non è da meno in fatto di turpiloquio, ironia e violenza di linguaggio.
Più interessante e articolata è la teoria secondo cui tali forme del linguaggio adolescenziale e giovanile hanno una funzione specificamente socializzante nell'ambito delle trasformazioni delle forme del discorso. In altre parole il turpiloquio, l'ironia e la violenza verbale hanno da un lato la funzione di «rompere» con il passato ed inibire le strutture linguistiche arcaiche (dell'infanzia e della fanciullezza), per permettere dall'altro il ricentramento del soggetto attorno a forme nuove di discorso e così aprire la via a nuove identità. In questa prospettiva, tipicamente piagetiana, le rotture violente del tessuto comunicativo hanno il potere di liberare l'adolescente dai tabù micro e macrosociali, e aprire ad un processo indefinito di progresso verso nuovi equilibri.
La «rottura» e la «sorpresa» che l'adolescente e il giovane sperimentano nell'uso di forme del linguaggio provocatorie e demistificatorie, hanno la capacità di associare il soggetto a nuove identità e aprirlo verso l'età adulta.
Altri studiosi sottolineano invece la funzione catartica del linguaggio provocatorio e anticulturale; la violenza verbale diventa sostituto innocuo del-l'aggressività profonda e latente che non trova adeguate canalizzazioni; l'insistenza spregiudicata su temi sessuali diventa meccanismo di difesa (compensazione? reazione eccessiva? fuga?) contro l'impossibilità di vivere una sessualità normale; l'ironia diventa arma accettabile di una giusta critica nei riguardi di una società incomprensibile e impenetrabile.
Forse la ricerca su questi temi deve ancora essere approfondita in diverse direzioni prima di approdare ad una comprensione soddisfacente dei fenomeni analizzati; ma già fin d'ora è possibile avvertire che il linguaggio dei giovani si sta specificando come discorso a sé, e che prelude per molti versi alla formazione di diverse forme gergali capaci di esprimere e sostenere una o più subculture giovanili. Il caso è abbastanza evidente all'interno della sub-cultura della tossicodipendenza; lo si può avvertire, sebbene con rilevanza molto più transitoria nel caso del fenomeno «paninaro»; lo si intuisce per altri versi anche nella esperienza religiosa di certi gruppi tendenti alla separatezza ideologica, come nel caso delle sètte.
Basta questo per sottolineare la centralità del problema rispetto al tema generale del linguaggio giovanile, perché se è vero che si tratta, nell'esemplificazione, di fatti piuttosto marginali, è anche indubbio che essi hanno una certa influenza sul linguaggio della massa giovanile. 

I RITI E I MITI DELLO SPORT

Il fenomeno del tifo sportivo, anche nei suoi risvolti non violenti, rappresenta un laboratorio sociale privilegiato per la comprensione di certi comportamenti di massa dei giovani. Il tifo infatti presenta alti livelli di ritualità, per molti versi analoghi a quelli che si riscontrano nel consumo di massa della musica rock. La partecipazione ad un evento sportivo rappresenta per gli spettatori una specie di liturgia scandita da slogan, canti, invocazioni, scongiuri e gestualità corporea collettiva di grande significato simbolico; e allo stesso tempo è celebrazione di miti individuali e collettivi molto interiorizzati dai giovani (il successo materializzato nel campione, il senso dell'appartenenza proiettato sulla squadra del cuore, l'efficientismo idealizzato nella ricerca spasmodica della vittoria, ecc.).
Lo stadio diventa un tempio, separato dal resto della vita quotidiana, dove periodicamente il tifoso può rivestire un'identità diversa, svestendosi di quella di tutti i giorni. È in questa separatezza che il tifoso sperimenta collettivamente alcune delle condotte più ambivalenti e rischiose.
Infatti alcuni sport di squadra (il calcio, il basket, l'hockey su ghiaccio, il rugby) ed anche alcuni individuali (la boxe, ad es.) esprimono nella loro logica intrinseca un comportamento aggressivo altamente ritualizzato, e perciò controllato, a cui lo spettatore è invitato a partecipare. Si tratta di una participazione ovviamente meno diretta rispetto all'evento sportivo stesso, ma non per questo meno intensa. Il tifoso è infatti chiamato a giocare la sua parte nello spettacolo che istituzionalizza, sia pure a certe condizioni, una logica di battaglia e di contrapposizione, e che la esprime attraverso atteggiamenti potenzialmente pericolosi: l'arrogante sicurezza di fronte all'avversario, il bisogno assoluto del risultato, lo sbandieramento della propria identità come contrapposta a quella altrui. Il tifoso è dunque stimolato a manifestare un'aggressività simbolica e controllata, e lo fa attraverso i suoi slogan, le sue bandiere, le sciarpe agitate in certo modo, gli striscioni, ma anche attraverso lo sberleffo rivolto alla parte avversa, l'ironia, la provocazione verbale.
La spettacolarizzazione dell'aggressività collettiva viene offerta come opportunità espressiva a giovani che spesso non hanno altri palchi per recitare questa parte ambigua e pericolosa, o perché sono dei marginali e deprivati, la cui aggressività non può essere facilmente canalizzata entro finalità socialmente accettabili.
D'altra parte va notato che si tratta di una partecipazione illusoria, nel senso che non ha da offrire un coinvolgimento serio attorno a scopi rilevanti per l'effettiva acquisizione dell'identità del giovane.
Se tutto questo può giocare un ruolo transitorio e sostitutivo rispetto ai bisogni di identità (ed è tutto ciò che lo sport può offrire a questo riguardo quando è solo tifo: sfogo pericoloso dell'aggressività senza efficace proposta per il progetto di vita), si devono avvertire i rischi che il quadro presenta.
Il passaggio verso la prevaricazione trasgressiva è molto facile, sotto la pressione di fattori esterni ed interni all'evento sportivo.
Dall'esterno preme una società che per molti aspetti si fa sempre più violenta nella vita privata e pubblica senza offrire alternative valide per la canalizzazione dell'aggressività; premono i mass media che tendono a loro volta a idealizzare, distorcendola, l'immagine della violenza, incoraggiandola in modo piú o meno diretto (nei film, nella TV, nei fumetti); preme una cultura di tipo narcisista che spinge verso un'interpretazione ingenuamente spettacolare dell'esistenza (iper-partecipazione ai processi sociali e agli avvenimenti senza capirli e senza saperli gestire).
Ma anche dall'interno dell'evento sportivo si creano spinte pericolose. Certi sport (non solo il calcio) sono oggetto di una progressiva e irreversibile mercificazione; lo sport è merce prodotta e consumata allo stesso tempo, che è in grado di sollecitare interessi economici sempre più estesi e che perciò tende a trasformare ciò che voleva essere un mix di spettacolo e di evento «a risultato», in una macchina per far soldi, che tanto più è efficace quanto più riesce a coinvolgere pubblico e opinione pubblica, facendoli diventare attori inconsapevoli dello spettacolo e delle sue regole implacabili.
La «recita» può esasperarsi fino a oltrepassare le barriere della norma; l'aggressività da rituale si trasforma in violenza effettiva, deborda dall'ambito degli stadi e si riversa sul tessuto sociale, nel territorio; si sovrappone e interagisce producendo una miscela detonante con la criminalità e la violenza ivi presenti e sfugge così al controllo degli animatori (e sfruttatori) dello spettacolo.
Il quadro così delineato può apparire unilaterale; in realtà rispecchia una situazione particolare che non tocca se non certi ambiti dello sport agonistico ed esasperato nella sua componente spettacolare/economica. Questo risvolto è significativo ai fini educativi. La strada da battere per arginare la violenza negli stadi non passa solo o prioritariamente attraverso la repressione o le forme larvate di prevenzione (controllo all'entrata degli stadi e misure di polizia all'interno), ma è quella dello sport educativo o meglio di una più compiuta educazione sportiva, che include sia un esercizio reale dell'attività sportiva (e non solo lo sport «visto» o «sentito») che una sua chiara finalizzazione verso obiettivi di formazione, di socializzazione, di intelligente uso del tempo libero.
D'altra parte le radici sociali della violenza sportiva (ma anche più semplicemente dell'alienazione da sport) non possono essere eliminate solo con misure educative; nei limiti realistici della società complessa è forse possibile pensare a interventi di tipo politico e culturale che mirino a sminuire i rischi di una pericolosa canalizzazione dell'aggressività; una coraggiosa politica della gioventù, della cultura, del tempo libero, della scuola, della famiglia ed una più capillare diffusione dei servizi sociali è forse l'antidoto più sicuro per l'anticipazione del disagio del rischio e della devianza che facilitano lo sbocco violento dell'aggressività sportiva.

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