Un tempo per stare insieme

Inserito in NPG annata 1988.

 

Giancarlo Milanesi

(NPG 1988-10-04)


Analizziamo alcuni comportamenti collettivi giovanili tipici, che hanno la loro collocazione precipua nel tempo libero, o che per lo meno vi si riferiscono.
La cornice del tempo libero sembra rappresentare un punto di riferimento ad importanza crescente tra i giovani, anche in connessione con la perdita di rilevanza che sembrano accusare certi tempi «forti» che tradizionalmente rappresentavano il momento della formazione dell'identità. Ma il quadro non è privo di ambiguità.

UN TEMPO LIBERO DA LIBERARE

Tradizionalmente il tempo libero è stato definito in rapporto all'esistenza di tempi scanditi da attività economiche retribuite (cioè dal lavoro) o da attività segnate da vincoli prestabiliti (scuola, prestazioni domestiche, ecc.). Si tratta pertanto di un tempo definito in rapporto al tempo pieno, sia sotto il profilo della quantità sia sotto quello della qualità (cioè rispetto alla collocazione entro il tempo forte, ai tipi di attività da svolgervi, alle dimensioni psicologiche e sociali da svilupparvi). Ciò presuppone ovviamente una società governata da ritmi temporali regolari.
Per i giovani di questa generazione sembra vengano meno alcuni dei punti di riferimento stabili che definivano il tempo «pieno» e, di riflesso, anche il tempo libero. Spesso il lavoro stabile, regolare, continuo non c'è. Spesso la scuola non si presenta con esigenze precise di impegni, orari, prestazioni (specie al livello universitario). Spesso la famiglia non è più in grado (o non ha più il coraggio) di esigere precise prestazioni dai propri figli.
Ciò provoca un aumento artificioso del tempo libero e allo stesso tempo una crisi dei referenti che lo definiscono, che porta necessariamente ad una crisi di senso del tempo libero.
Il tempo libero così riformulato si presenta come un tempo destinato a riempire i vuoti creati dalle inadempienze delle agenzie di socializzazione. Ciò diventa particolarmente rilevante quando anche le forme di aggregazione giovanile dovessero andare in crisi, venendo meno come agenzie suppletive o complementari di socializzazione.
In questo contesto il tempo libero può diventare un tempo riempito dai tentativi di socializzazione dal basso, cioè di autosocializzazione individuale e collettiva, che però in genere restano separati dalle agenzie o dagli apparati capaci di assicurare un legame con il tempo totale. Tuttavia tali tentativi, se portati a buon termine, potrebbero capovolgere il rapporto tradizionale esistente tra tempi forti e tempo libero, facendo di quest'ultimo il tempo della ricerca dell'identità individuale e collettiva, della ricerca di solidarietà, della ricerca di un tessuto minimo di socialità vivibile nella società complessa... Si tratterebbe pertanto di un progetto di utilizzazione del tempo libero per l'autorealizzazione e non per una trasformazione del mondo esterno.
In realtà le ricerche a disposizione documentano in abbondanza la prevalenza tra i giovani di altri moduli di utilizzazione del tempo libero; esso si presenta come ipotecato da condizionamenti di vario genere che impediscono di farne un tempo «libero per», proprio perché non è ancora un tempo «liberato da».
In definitiva lo spazio di vita offerto dal crescente tempo libero non offre se non raramente le opportunità per una migliore qualità della vita.

IL RISCHIO DELL'ALIENAZIONE

Le indagini che hanno tentato di tipologizzare il tempo libero dei giovani ci offrono una variegata pluralità di modelli di utilizzo di esso, anche in rapporto alle diverse condizioni di vita dei giovani.
In una ricerca di F. Garelli si è distinto ad esempio tra tempo libero essenziale (tipico di chi ne ha poco e lo impiega in attività complementari e necessarie rispetto al tempo pieno), tempo libero compensativo (tipico di chi lo spende in attività generalmente ludiche, capaci di riprodurre la forza-lavoro), tempo libero esuberante/consumista (speso in attività consumistiche di tipo evasivo), tempo libero esuberante/finalizzato (caratterizzato da attività intense, equilibrate, mirate all'autorealizzazi6ne o al servizio sociale), tempo libero finalizzato (caratterizzato da precisa progettualità ed organizzato in modo efficiente).
In altre ricerche si è utilizzata la categoria della strutturazione, distinguendo tra giovani che hanno una rappresentazione integrata del tempo (tale cioè da legare passato, presente e futuro in un'unica sequenza significativa) e giovani che hanno una rappresentazione non integrata del tempo (tale da premiare solo il presentismo frammentario).
Ne deriverebbe nel secondo caso un'incapacità a vivere il tempo libero come una risorsa da utilizzare per la costruzione della propria identità, lasciando perciò via libera a tutte le ipoteche di tipo ideologico che gravano sul tempo libero e che vengono fatte valere da coloro che hanno il controllo sulle forme di organizzazione del tempo libero (ad es. attraverso i mass media, gli spettacoli, lo sport, ecc.).
Dall'insieme delle ricerche si deduce pertanto che per la maggior parte dei giovani si ha una fruizione del tempo libero fortemente condizionata dal modello consumista; il tempo libero è per eccellenza tempo di consumo; si consuma musica, cultura, sport, vestiti, mezzi di trasporto, sesso, religione ed altro ancora.
È attraverso il modello consumista che vengono facilitati gli esiti problematici del tempo libero; esso può diventare infatti, a seconda dei casi, strumento di conformizzazione alle mode culturali di ogni tipo, occasione e incentivo per l'innesco dell'aggressività e di altre forme di devianza, luogo dell'alienazione dove si «dimentica», si «evade» o si «nega» anche più di quanto sia necessario. Il quadro delineato non tralascia peraltro di evidenziare anche aspetti più positivi; già parlando delle diverse forme della partecipazione sociale dei giovani si è messa in evidenza la presenza di non poche esperienze di utilizzo socialmente e personalmente utile del tempo libero (si tenga presente il volontariato).
Ancora più il panorama diversificato delle forme di fruizione del tempo libero viene evidenziato dall'analisi delle forme di aggregazione giovanile. 

GRUPPI, MOVIMENTI, ASSOCIAZIONI

L'associazionismo giovanile va compreso all'interno del più vasto movimento aggregativo che coinvolge in Italia circa 7.5 milioni di persone (delle quali un buon 9% è impegnato in forme di volontariato attivo); queste cifre corrispondono a circa il 20% della popolazione totale (che per i giovani si eleva fino a circa il 30-35% della popolazione tra i 14 e i 25 anni). Si tratta di un fenomeno dalle proporzioni rilevanti, che per altro va valutato anche da un punto di vista qualitativo.
Una prima serie di considerazioni riguarda la tipologia delle aggregazioni. Recenti ricerche suggeriscono di suddividere le forme di associazionismo in tre grandi ripartizioni: l'associazionismo formativo/educativo, l'associazionismo dedito alla comunicazione sociale e quello del tempo libero e della diffusione culturale. È quest'ultimo che sembra includere la stragrande maggioranza dei giovani aggregati, soprattutto nel settore che riguarda la ricreazione e lo sport (che da solo comprenderebbe circa la metà di tutti i giovani associati); è questo anche il settore nel quale si registra l'espansione maggiore, soprattutto a livello di dilettantismo e di sport promozionale-educativo. La presenza dei giovani è rilevante, sempre nelle associazioni per il tempo libero e della diffusione culturale, anche nel campo del turismo sociale, dell'ecologia, dell'assistenza sociale, del lavoro associato (cooperazione).
Sotto il profilo qualitativo queste diverse forme di associazionismo raggruppate nel terzo tipo sopra descritto, se da un lato sono rilevanti sotto il profilo quantitativo, sollevano non pochi problemi sotto quello qualitativo. Gli osservatori infatti notano che si tratta di associazionismo che, salvo qualche lodevole eccezione, è povero di proposta formativa e di contenuti ideali; ciò è particolarmente chiaro nella forma più diffusa di associazionismo, quella sportivo-ricreativo-turistica.
In questo settore è prevalente una concezione ludica del tempo libero, che premia le tendenze all'evasione, alla compensazione, al consumismo.
Più impegnato sembra l'associazionismo che si interessa di comunicazione sociale, che tende consapevolmente a produrre e usare mass media ai fini dell'autorealizzazione culturale; è un associazionismo di élite che include un numero crescente di giovani attratti dall'informatica e dalle scienze della comunicazione.
Infine va detto che gli aspetti più interessanti sotto il profilo della socializzazione si trovano nell'associazionismo a scopi formativi/educativi. Esso include diverse forme di aggregazione in cui i giovani sono quasi sempre maggioritari.
C'è un associazionismo che ha scopi eminentemente «interni», e che cioè persegue l'elaborazione e la comunicazione di valori da ritenere come principi orientativi della condotta degli aggregati, e che perciò esige forte adesione ed esplicita affermazione dell'identità collettiva. Si annoverano qui le varie aggregazioni dell'associazionismo religioso, soprattutto cattolico (che mediamente include circa il 7-8% dei giovani tra i 14 e i 25 anni), l'associazionismo scoutistico (con circa 100.000 aderenti), i vari movimenti per la vita. Queste associazioni sembrano attraversare una fase di crescita verso una maggiore consapevolezza della complessità sociale, verso una più forte propensione a tradurre i valori «interni» in proposte «esterne» aventi forte impatto sociale, culturale e politico, verso un più esplicito impegno di formazione delle élites dirigenti ed animatrici.
Meno attenzione viene data solitamente alle forme di aggregazione educativo-interna che privilegia le esperienze «mistiche», che pure hanno tra i giovani una certa presa; si annoverano qui, pur con le dovute distinzioni, i gruppi come le sette religiose, i gruppi teosofici e parapsicologici, i gruppi carismatici, i gruppi autoterapeutici (ad es. i Dianetics).
È tra queste frange minoritarie che si trovano spesso i giovani più insoddisfatti delle proposte e dei messaggi della società e, per altro verso, più incapaci di fare i conti con la realtà, attraverso le faticose mediazioni quotidiane; il tipo di esperienza offerto da questi gruppi talvolta evidenzia, come in altri gruppi fortemente ideologizzati, il bisogno di «cortocircuitare» il rapporto tra bisogno e soluzione, in una sorta di massimalismo integrista che riserba delusioni e scacchi.
Infine restano da considerare le associazioni che perseguono fini educativi «esterni», cioè orientati esplicitamente all'operatività, soprattutto nel campo educativo-scolastico, quali la FUCI, il MEIC, CL e ACLI studenti, le varie associazioni studentesche e di insegnanti, in cui i giovani sono presenti in aliquote spesso rilevanti. Si tratta per lo più di forme di associazionismo riservato a giovani-adulti, che ormai hanno superato la fase formativa e tentano un inserimento nel sociale con scopi espliciti di animazione e di azione politico-culturale.

NUOVI ORIZZONTI DELL'ASSOCIAZIONISMO GIOVANILE

La panoramica appena accennata permette di accertare che l'associazionismo copre una pluralità di bisogni e di domande dei giovani (o più precisamente di una consistente minoranza di essi); l'ampia gamma di obiettivi perseguiti include sia bisogni espressivi sia bisogni operativo/strumentali; forse siamo già in una fase in cui i giovani non si aggregano più solo per «star bene insieme» (magari con fragile progettualità rivolta verso l'identità individuale e collettiva o verso la realtà circostante), ma anche per migliorare efficacemente la qualità di vita personale e per realizzare obiettivi esterni.
Nell'insieme l'associazionismo si presenta con caratteristiche che in qualche misura sono inedite rispetto alle forme di aggregazione degli anni '60 e '70.
- Sembra perdersi l'urgenza di realizzare obiettivi comuni che abbiano i caratteri dell'universalità, del lungo periodo, dell'obbligatorietà per tutti i membri. Altri obiettivi più immediati, riferibili ai bisogni dei soggetti specifici, si sovrappongono a quelli che «storicamente» hanno determinato l'esistenza del gruppo, modificando notevolmente il rapporto tra valori «perenni» e valori «attuali» del gruppo a favore dei secondi.
- L'esigenza di esprimere lealtà totale verso il gruppo attraverso forme esplicite di adesione e di identificazione lascia il posto ad un sentimento di appartenenza più allentato; il caso delle appartenenze plurime «a identificazione ridotta o parziale» è abbastanza comune -e non sembra minacciare una partecipazione intensa, proprio perché questo sembra essere l'unico modello compatibile con la condizione di frammentazione della società complessa e con la esigenza di esperienze diversificate e non totalizzanti.
- L'orizzonte temporale entro cui avviene l'esperienza associativa si restringe; l'adesione non è quasi mai considerata definitiva, né i progetti operativi si proiettano su tempi lunghi o indefiniti. Il presentismo incide fortemente su una «temporalizzazione» delle appartenenze e delle attività molto più precisa e limitata.
- I rapporti interni al gruppo, associazione o movimento, sembrano obbedire ad un modello di gestione sostanzialmente democratico (privo cioè di leadership carismatiche o ideologiche), in cui peraltro la responsabilità di programmazione ed elaborazione degli obiettivi è affidata a pochi leaders dotati di risorse personali piuttosto manageriali.
- Verso l'esterno gli atteggiamenti degli associati sono generalmente improntati ad una certa apertura che prevede scambi, collaborazioni e collegamenti anche con forme di aggregazioni «altre», più in vista dell'utilizzo delle risorse che esse offrono e del perseguimento di obiettivi comuni che dell'elaborazione dell'identità collettiva e de-gli indirizzi interni.
Sono questi i tratti che sembrano connotare un associazionismo che pare aver superato sia la fase della dipendenza politico-culturale degli anni '60 sia quella della contestazione degli anni '70, per avviarsi verso forme più produttive di partecipazione interna ed esterna; se è vero che il fenomeno non tocca che una parte dei giovani e ne soddisfa solo una parte dei bisogni, è anche indubitabile che nell'associazionismo si offrono ai giovani non pochi itinerari, più o meno stimolanti, verso l'identità e la maturità, che vanno adeguatamente valorizzati sotto il profilo educativo. 

CANI SCIOLTI E AGGREGATI OCCASIONALI

La gran parte dei giovani non è aggregata in associazioni, gruppi o movimenti, ma vive l'esperienza del piccolo gruppo informale che è fatto di amici, compagni o conoscenti, o sperimentano la noia, la solitudine e l'insignificanza dell'isolamento.
Il tempo libero di questa massa giovanile maggioritaria è generalmente vissuto in modo individuale o nelle pratiche occasionali che il piccolo gruppo è in grado di organizzare, non senza subire l'influsso delle grandi organizzazioni che controllano l'industria del tempo libero.
Il vissuto di questi giovani è conosciuto solo in parte.
Lo scenario su cui esso si svolge è prevalentemente quello della grande periferia urbana, già connotata problematicamente da una serie di indicatori negativi: degrado e disorganizzazione del tessuto sociale, assenza o insufficienza dei servizi sociali, mancanza di stimoli all'aggregazione, spinte continue verso l'emarginazione, presenza inquietante della cultura della devianza.
In questo quadro la ricerca del piccolo gruppo informale o la fuga nell'isolamento riveste spesso la funzione di difesa contro un ambiente che è percepito come estraneo se non ostile; il bisogno di comunicazione, con connotazioni diverse nei due casi, diventa bisogno urgente di soddisfare nei modi disponibili, siano essi la conversazione futile con gli amici del bar, il confronto verbale violento con i ragazzi di un'altra «compagnia» o la gestualità rituale del concerto rock.
Si tratta di una comunicazione «interna», nel senso che mira alla securizzazione dei comunicanti entro l'ambito dei rapporti controllabili e non ha come scopo quello di allargare la trama delle relazioni sociali. Il gruppo informale si manifesta così come segno inconfondibile dell'impotenza di molti giovani di fronte alla complessità sociale; non avendo i mezzi per attuare quella «riduzione» della complessità che significa comprensione e gestione, ci si rinchiude in pratiche di basso profilo (la banalità del quotidiano), che però sono controllabili direttamente dai giovani stessi.
Da quest'area composita, cani sciolti e aggregati occasionali, nasce la spinta verso comportamenti di massa che hanno la funzione di sostituire un'interazione intensa che non c'è, un'identità collettiva che è fragile, una gratificazione emotiva che è sperimentata raramente; di qui viene il popolo degli stadi, delle discoteche, delle manifestazioni pacifiste.
Ed è anche in quest'area che si sviluppa prioritariamente il disagio giovanile, somma impalpabile di insoddisfazioni, frustrazioni e sofferenze da cui può svilupparsi in soggetti particolarmente fragili o inquieti il «rischio» in tutte le sue sfaccettate ipotesi, compresa quella della devianza.
Sotto il profilo educativo è importante notare che molte ricerche attribuiscono a quest'area giovanile la mancanza di un sistema di significato personale (cioè di un'identità fatta di valori, attese, progetti) sufficientemente strutturato. In altre parole è tra questi giovani che si manifestano in modo più evidente ed allarmante i rischi della iposocializzazione, intesa come incapacità di auto-orientamento e di valutazione critica di fronte ai problemi della vita. Anche se non esclusivo di quest'area, il problema è qui più accentuato proprio dalla mancanza di solidi riferimenti associativi, da cui potrebbe venire una concreta proposta di valore.
Si impone dunque per essi un supplemento di educazione, in presenza di una socializzazione insufficiente.