Rapporto sui giovani 1987

Inserito in NPG annata 1988.

 

Luigi Bobba - Dario Nicoli

(NPG 1988-09-18)

 

ALCUNI DATI DI SINTESI

L'Italia è un paese che invecchia. Gli anni 80 e una parte degli anni 90 saranno ancora caratterizzati da un peso rilevante delle giovani generazioni. Ma dal 1994 in poi la situazione muterà radicalmente.
Nel censimento del 1981, su una popolazione di circa 56 milioni di abitanti, i giovani (da 15 ai 29 anni) in Italia sono 12.651.290 e rappresentano il 22,3% della popolazione, ma già nel 1994 gli adolescenti (15-18 anni) che oggi sono 4.724.634 diminuiranno del 30%.
La minor consistenza del segmento giovanile è dovuta non solo al calo demografico ma anche alla crescita della vita media delle persone. Questi due fattori mutano il volto e l'anima della nostra società: accanto alla minor visibilità del fenomeno giovanile l'invecchiamento della società ed il calo delle nascite indicano una minor apertura sul futuro.

Un'istruzione non troppo elevata

Anche se gli effetti del calo demografico non si sono ancora prodotti nell'ambito della scuola secondaria superiore dove la popolazione studentesca continua ad aumentare (2.658.000 nell'87 con aumenti costanti di 50.000 unità negli ultimi 5 anni), non è affatto vero che sia aumentato il livello di istruzione generale dei giovani.
Il Censis ha valutato che su una leva di 943.000 giovani usciti dal sistema formativo: 106.000 non hanno concluso l'obbligo, 167.000 non hanno più proseguito gli studi e oltre 161.000 hanno abbandonato la scuola secondaria superiore dopo il biennio.
Ciò significa che su 100 iscritti alla prima media circa 88 raggiungono la licenza, di questi 35 il diploma, mentre solo circa 3-4 arrivano alla laurea.
Nella scuola di massa dunque si riproducono antiche disuguaglianze e più del 12% dei ragazzi non completa l'obbligo.
Il tasso di passaggio dalla scuola secondaria all'Università è drasticamente diminuito, dall'87,7% del 1970 al 63,1% del 1985. Inoltre nonostante l'aumento di laureati nell'86 (75.810 unità contro le 72.148 dell'85) il rapporto tra il numero di chi si iscrive all'Università e quello di chi, dopo 5 anni, giunge a laurearsi si mantiene piuttosto basso. Nel periodo 81-86 è arrivato. a laurearsi solo il 30,8% di coloro che si sono immatricolati dall'anno accademico 76/77 all'anno 81/82.

Una schiera di senza lavoro

Al di là del titolo di studio l'unica certezza per i giovani è che fuori dalle mura scolastiche incontreranno non poche difficoltà ad inserirsi nel mercato del lavoro.
Nel 1987 la disoccupazione è continuata ad aumentare. Confrontando gli ultimi dati disponibili relativi alla prima rilevazione ISTAT sulle forze di lavoro nel gennaio '88 rispetto al gennaio '87, si può rilevare che le persone in cerca di occupazione sono risultate 2.945.000 (142.000 unità in più rispetto all'anno precedente) raggiungendo il tasso del 12,4% contro 1'11,9% del-I ' 87 .
Sul totale dei disoccupati 2.077.000 sono giovani tra i 14 ed i 29 anni, il 70,5%.
Nella ricerca di un'occupazione le donne rispetto agli uomini continuano ad essere maggiormente penalizzate: il tasso di disoccupazione femminile sfiora il 20% ed è più che doppio di quello maschile (8,5%).
Particolarmente grave è la situazione nel Mezzogiorno dove il tasso di disoccupazione ha raggiunto il 20,6%
(aumentando di quasi 5 punti) mentre al Nord è rimasto stabile attestandosi sull'8%; al Centro l'incremento è stato dello 0,5% ed il tasso di disoccupazione risulta del 10%.
Vengono pertanto riconfermate le tendenze della disoccupazione emerse negli ultimi anni. La sua incidenza varia soprattutto rispetto all'età, il sesso e le aree geografiche, confermandosi come fenomeno di carattere giovanile, femminile e meridionale.
L'emergenza più grande riguarda proprio il Sud: le previsioni di una divaricazione crescente tra Nord e Sud si stanno puntualmente verificando: nel 1990 su 10 giovani non occupati, 9 risiederanno nel Mezzogiorno. È stato calcolato che per una ragazza, senza diploma o laurea, residente in Calabria, il rischio di disoccupazione è 15 volte superiore ad un suo coetaneo maschio, laureato e residente in Lombardia.
Essere disoccupati non significa però «morire di fame». La condizione giovanile, pur vivendo la difficoltà d'inserimento nel mercato del lavoro, non è un universo caratterizzato da una comune e generalizzata condizione di disagio. Le condizioni di disagio e difficoltà riguardano alcuni sottogruppi dell'universo giovanile e vanno circoscritte éd affrontate nel loro concreto manifestarsi.

I minori oltre le sbarre

A partire dal 1984 vi è stata una diminuzione significativa delle presenze dei minori negli Istituti di pena, dopo una progressiva tendenza contraria negli anni '80-83 (331.658 nell'83; 313.345 nell'84, 264.423 nell'85).
Negli ultimi anni si registra anche una progressiva riduzione del periodo di permanenza in Istituto del minore: la durata media delle detenzioni si assesta tra 1'83 e 1'85 su una media di 17-18 giorni per la custodia preventiva mentre risulta essere maggiormente in flessione il tasso relativo alle «Prigioni-scuola», agli Istituti di semilibertà ed ai Riformatori giudiziari.
Le Regioni che registrano le percentuali maggiori di detenzioni minorili sono la Campania (23%), la Puglia (13,4%) e la Sicilia (14,8%); indici relativamente elevati si riscontrano anche al Nord come in Piemonte (11,6%) ed in Lombardia (11,1%).
Dal punto di vista della composizione per sesso della popolazione minorile detenuta emerge una netta prevalenza negli ultimi anni, della presenza maschile.
Tra i minori detenuti solo il 5,7% è iscritto ad una scuola superiore, il 22,3% ha abbandonato la scuola dopo la licenza media; il 29% ha frequentato la scuola media senza terminarla; il 23% ha interrotto gli studi dopo il raggiungimento della licenza elementare; il 15,9% non ha neppure la licenza elementare ed il 3,7% è analfabeta.
Accanto ai percorsi scolastici frammentati ed incompleti vi è nei minori detenuti un incontro precario e difficile con il lavoro: solo il 45% risulta essere occupato prima della detenzione, il 17,7% risultava disoccupato ed il 23,8% inoccupato.
Il «recidivismo» totale nel 1983, comprendente sia i minori entrati in Istituto negli anni precedenti sia quelli entrati come incensurati e rientrati altre volte nel corso dell'anno, è stato del 35,4%; nell'84 del 27,1%; nell'85 del 30,6%.
Il dato «recidivismo» va correlato ad una considerazione della natura delle imputazioni a carico del minore, da cui emerge la problematica di una situazione già rilevata nel 1983 dal Ministero di Grazia e Giustizia per cui il 55% delle imputazioni riguarda il semplice furto, la cui rilevanza sociale e penale non appare oggi giustificare l'arresto e la detenzione in carcere.
La presenza di minori stranieri in Istituto si presenta in aumento negli ultimi anni. La loro condizione di marginalità sociale è attestata dai bassi tassi di scolarità: nel 1985 il 20,3% era privo di titolo di studio; il 48,0% era analfabeta con una percentuale particolarmente elevata per le ragazze (68,5%).

Il pianeta tossicodipendenza

Nel 1987 sono morte per droga in Italia 516 persone con un aumento del 77% rispetto all'86. Questa cifra rappresenta la punta di un iceberg molto più vasto: c'è chi stima le morti indirette a causa della droga (per epatite virale, embolie gassose, malattie infettie) attorno alle 9.000 persone ogni anno.
I giovani che si iniettano eroina sono almeno 200.000, i consumatori abituali di cocaina circa 15.000. Rispetto all'uso di droghe leggere (marijhuana ed hascish) è realizzata una stima quantitativa di circa 2 milioni di persone coinvolte.
Nel 1986 sono stati sequestrati 331 Kg. di eroina (276 nell'85), 127 Kg. di cocaina (104 nel 1985), 16 tonnellate didroghe leggere (1 tonnellata e mezzo nell'85): secondo le statistiche americane i quantitativi sequestrati rappresentano solo la quindicesima parte di quelli introdotti sul mercato.
Alla luce di questi dati si può desumere che in Italia l'eroina frutta ai trafficanti qualcosa come 8.000 miliardi di lire l'anno, la cocaina 2.800 miliardi, le droghe leggere producono 17 miliardi di utili: un giro complessivo di affari che supera i 27 mila miliardi l'anno. Una cifra enorme utilizzata dalla criminalità per operazioni illegali di vario genere, tra cui la più clamorosa è l'intreccio tra il mercato della droga e il mercato delle armi: un vero e proprio traffico di morte.
La tossicodipendenza porta ad un fenomeno di criminalità indotta: il 90% degli scippi (25.000 nel '78 e 48.000 nell'85) è opera di tossicodipendenti, così come per i borseggi e le piccole rapine (7.500 nel 1978 balzate a 24.000 nell'85).

NEI TERRITORI DEL GRUPPO: ASSOCIAZIONISMO ED AGGREGAZIONI GIOVANILI

La diffusione di forme di azione e di mobilitazione collettiva è stata certamente il fattore principale che ha risvegliato - negli anni 70 - l'interesse di tanti ricercatori per la condizione giovanile. Un interesse che è andato gradatamente diminuendo in relazione al ridursi, quando non all'estinguersi, delle forme di mobilitazione collettiva.
Ciò rivela un approccio ideologico alla condizione giovanile; approccio che oggi non conosce più seguaci, forse più per estinzione del filone di ricerca, che per l'emergere di un paradigma alternativo.
D'altra parte, l'assenza, la scarsa rilevanza, o l'episodicità delle forme di mobilitazione collettiva si accompagna, per converso, ad un estendersi delle forme associative, delle aggregazioni spontanee, dei gruppi informali.
Questo mutamento non può essere letto solo come lo spostamento ciclico del pendolo nell'interesse dei soggetti, per cui ad un periodo storico con forte prevalenza del «pubblico» seguirebbe una stagione tutta segnata dal «privato».
Questa nebulosa dell'associazionismo e delle aggregazioni giovanili contiene in sé qualcosa in più di un ritorno del «micro», delle piccole dimensioni, delle relazioni affettive. Forse attraverso i tempi, le forme, i significati dell'associarsi dei giovani si possono rintracciare alcuni parametri, seppur ambivalenti, per decifrare i segnali provenienti dai territori giovanili.

Un arcipelago inesplorato

Purtroppo la nebulosa dell'associazionismo giovanile rimane ancora abbastanza oscura; non esistono mappe aggiornate ed adeguate, e spesso quando si riesce a definire i contorni del fenomeno questo è già mutato.
Anche la stessa consistenza quantitativa del fenomeno non è chiaramente accertata: i giovani aggregati sarebbero intorno al 30-40% dell'universo giovanile.
Tra i giovani aggregati prevalgono le associazioni sportive e ricreative: i tifosi sono il 14,9% e i praticanti uno sport variano dal 10,6 (1979, Milanesi) al 45,7% (1983, Iard).
Seguono i gruppi religiosi anche se il loro peso risulta alquanto differenziato: il 36,5% in Milanesi; il 27,8% nello Iard; 1'8% nelle ricerche Eurisko. Sempre secondo l'Eurisko i giovani sono maggiormente presenti nei gruppi di volontariato (12,4% contro i 11,7% degli adulti) e sovrarappresentati tra gli aderenti alle diverse associazioni (33,8% contro 26,2% di adulti).
Di tutti i giovani aggregati a qualche associazione, più della metà aderiscono a gruppi sportivi e ricreativi e circa 1/3 a gruppi giovanili.
Ma le associazioni strutturate, a cui fanno riferimento queste ricerche, non sono che una piccolissima parte dei gruppi giovanili.
C'è un sommerso dell'aggregazione giovanile che esprime un «bisogno antropologico di aggregazione, una ricerca del proprio io» attraverso il «noi» di qualche gruppo.
Questo bisogno diventa ancor più forte in una società alquanto differenziata, dove le appartenenze tradizionali non sono più così certe ed esplode la solitudine metropolitana. I processi associativi poi si ampliano e moltiplicano anche in relazione ad un mutamento strutturale. La riduzione del tempo dilavoro e la flessibilità della prestazione lavorativa, rappresentano almeno potenzialmente una possibilità di dedicare parte del tempo della propria vita alle relazioni interpersonali e ad attività di tempo libero attorno alle quali nascono una parte consistente delle aggregazioni giovanili. Non è un caso che, a differenza di un tempo, i gruppi amicali siano costituiti da almeno 6 persone e che la frequenza degli incontri, per questi gruppi, sia molto alta: il 50% si vede ogni giorno e il 30% due volte alla settimana.
Questa vita comune avviene anche senza la condivisione di grandi ideali.
Ciò che lega questi gruppi, che hanno come luogo di ritrovo prevalentemente la strada, è un bisogno di difesa dalla società adulta, un desiderio di farsi riconoscere di fronte ad identità, ruoli, già in parte prefissati ed incasellati.
Il gruppo di pari - pur non vivendosi come contrapposto agli adulti - rimane spesso ignoto a costoro; va ad occupare una zona intermedia tra la famiglia ed altri ambiti istituzionali, dove spesso si forgiano molti dei comportamenti giovanili.

Un difficile equilibrio

Il moltiplicarsi delle forme di aggregazione si accompagna paradossalmente al frantumarsi delle appartenenze. I profili dell'associazionismo giovanile diventano più incerti perché l'adesione al gruppo non è quasi mai stabile e duratura.
Le scelte si fanno più fluide; sono sempre revocabili e quasi configurano una specie di «turismo esperienziale» che rende fragile la vita di molti gruppi.
Si allarga così il divario - specie per i gruppi e le associazioni piú formalizzate - tra le domande esigenti dell'organizzazione e le risposte insufficienti dell'aderente.
Questo «pendolarismo» delle appartenenze è riscontrabile sia nei gruppi informali, specialmente di adolescenti, che nelle associazioni più strutturate. Per i primi si evidenziano tre modelli:
- i gruppi protettivi e autocentrati dove contano prevalentemente le relazioni affettive;
- i gruppi centrati sul «fare», dove il legame passa attraverso l'attività che si realizza insieme;
- i gruppi volti alla formazione di una identità personale.
Affettività, attività, identità sono le tre forze motrici che mantengono in vita molte forme associative adolescenziali dotate di un minimo di struttura. Più in generale l'adesione alle associazioni maggiormente organizzate e con una presenza diffusa su gran parte del territorio nazionale, appare caratterizzata da ragioni affettive, ideali ed operative.
L'adesione a molti gruppi religiosi e sportivi è spesso incentrata su una ricerca di stare bene insieme, sul vivere l'esperienza di un gruppo come l'appartenenza ad un villaggio, ad una comunità dove si può trovare risposta al proprio bisogno di socialità. Ideali, scelte religiose, passione per lo sport o altro sono tutti filtrati dalla dimensione soggettiva, sono cioè passati al vaglio per stabilire la loro idoneità a rispondere ai bisogni della propria soggettività. Un atteggiamento «strumentale», dove la soggettività diventa filtro dei comportamenti, delle scelte e dell'adesione a determinati valori.
La permanenza per «risposte operative» caratterizza invece quelle associazioni che rappresentano il tessuto tradizionale e anche più recente dell'associazionismo nel nostro Paese.
Queste associazioni, che sono quelle più istituzionalizzate (spesso i movimenti giovanili sono una parte dell'associazione-madre) di fronte al divario crescente tra bisogni dell'organizzazione e risposte dell'aderente hanno dovuto ridefinire le forme associative. Una ridefinizione che è avvenuta all'insegna della «deistituzionalizzazione», senza che questo abbia comportato un fare «tabula rasa» delle regole associative e delle norme organizzative.
Questo processo ha preso forme diverse:
- dell'aggregazione a «costellazione», come per esempio la Fgci che si organizza per leghe;
- del movimento sociale, come per Gioventù Aclista e la Lega Ambiente, dove la solidarietà tra gli aderenti è volta ad azioni di pressione e conflitto su questioni di valenza sociale (difesa ambiente, lavoro, ecc.);
- dell'aggregazione carismatica, come per CL, dove il rapporto tra gli aderenti è mediato non da strutture o regole formali, ma da figure carismatiche ai diversi livelli dell'organizzazione.

Aggregarsi, perché?

Questo rimescolamento delle forme, dei modi, dei tempi e delle motivazioni dell'aggregazione non poteva non trasformarne anche il significato, la valenza personale e sociale.
Innanzitutto è abbastanza evidente che molti dei gruppi giovanili svolgono più una funzione «terapeutica» che ideologica normativa.
«L'aggregazione assume un valore in sé quasi a prescindere da ciò che essa fa. Qualsiasi obiettivo può aiutare a mantenere un'unità di intenti, ma esso non si sostituisce mai all'aggregazione in quanto tale. È importante ciò che si fa, ma soprattutto è importante farlo insieme ad altri. In altri termini sembrerebbe che il rapporto fra mezzi e fini si sia invertito; i fini dichiarati fungono da opportunità per stare insieme, servono da fattori aggreganti: le aggregazioni come «mezzo», perdono sempre più spazio rispetto all'aggregazione come «fine».
Per altro verso le ricerche concordano nel rilevare che l'associazionismo svolge una funzione preventiva nei confronti della marginalità sociale. Esistono forme di gruppo che assumono una identità in negativo (le bande giovanili) e il loro rirovarsi è la modalità per esprimere comportamenti devianti; ma ciò non oscura il fatto che i giovani esprimono un'attenzione più evidente ai valori sociali, relazioni, pubblici rispetto ai «cani sciolti» che hanno un universo di riferimento più centrato su valori individualistici e strumentali.
Infine vale la pena sottolineare che le nuove forme di aggregazione hanno come minimo comune denominatore non tanto la condizione degli aderenti ma le loro convinzioni. Ciò induce a pensare che il silenzio dei giovani non sia da leggere come disinteresse, riflusso o appiattimento sul privato, ma come forma di difesa per non lasciarsi fagocitare, omologare, colonizzare dalle logiche strumentali del mercato.
Le aggregazioni giovanili vanno assumendo dunque un'importanza più generale nella socializzazione giovanile e forse rappresentano un luogo di difesa dall'invadenza del mercato, una reazione alla colonizzazione del quotidiano, un tentativo di rigenerare risorse e valori di solidarietà. 

USCIRE DAL DISAGIO

Questa rilettura dell'incerta traiettoria giovanile obbliga ad un ripensamento della categoria del «disagio», così tanto utilizzata -nella più recente pubblicistica sui giovani. Una rilettura finalizzata a rimuovere una visione «patologizzante» della realtà giovanile spesso descritta come un universo caratterizzato da una comune e generalizzata condizione di disagio.
Tale accentuazione ha avuto certo il merito di evidenziare che le condizioni di difficoltà di alcuni sottogruppi risiedevano in una crescente marginalità dell'intero universo giovanile. Ma questa sottolineatura ha finito spesso per confermare questa marginalità, relegando i giovani nelle «riserve indiane» della società.
Un approccio globale evidenzia invece il valore paradigmatico degli atteggiamenti e comportamenti giovanili, quali segni di uno stile antropologico dell'uomo contemporaneo.
Tuttavia non si possono rimuovere o sottacere le condizioni di difficoltà di alcuni sottogruppi dell'universo giovanile.
Condizioni di disagio e di difficoltà che vanno però circoscritte ed affrontate nel loro concreto manifestarsi, e non interpretate come fattori di un disagio globale e generalizzato. Solo così sarà possibile evitare di patologizzare la giovinezza ed affrontare, con intenti di prevenzione e reinserimento, tutte quelle situazioni dove si manifesta un disagio reale di fronte alla vita e alla società.

Le marginalità si sommano

Più del 71% dei minori internati in istituti di pena non ha raggiunto l'obbligo scolastico; il 73% delle ragazze presenti negli stessi istituti è di origine straniera; il 90% degli scippi è opera di tossicodipendenti.
Questi pochi dati dicono che la condizione di marginalità sociale o di devianza non è riconducibile a semplici comportamenti individuali o di gruppo, bensì all'interazione tra più contesti e soggetti. Insomma le marginalità si sommano: l'insuccesso scolastico, il degrado delle periferie urbane, la disgregazione delle famiglie sono all'origine di molte difficoltà ad inserirsi nel mercato del lavoro e di molti atti di devianza. Si verifica cioè un «accumulo a spirale», dove l'impatto del giovane con l'istituzione carceraria agisce spesso in quanto conferma esplicita di un'immagine deviante di sé. Il problema dunque è come interrompere questo «accumulo a spirale», come spezzare il circuito chiuso della marginalità, come ristabilire una comunicazione significativa con soggetti che si sentono totalmente ai bordi della vita sociale.
È fin troppo evidente che tanto più si istituzionalizzano gli interventi per tossici, drop-out, handicappati e minori reclusi in carcere, tanto più si conferma, anche se involontariamente, la loro diversità.
150.000 giovani che si iniettano eroina, più di 7.000 minori entrati in istituti di pena, più di 300.000 giovani con un handicap fisico o mentale non possono essere considerati come cittadini di serie B di interventi puramente assistenziali.
La strada che si sta sperimentando, pur tra mille ostacoli, è di promuovere interventi integrati, progettuali e globali.
Integrati perché i servizi e le azioni di supporto volti al reinserimento non possono essere settorializzati. Le difficoltà di fronte alla vita e al lavoro, in una prospettiva di realizzazione personale, riguardano sia il ragazzo tossicodipendente che l'handicappato che il drop-out. La formazione professionale per un inserimento al lavoro è un esempio di un possibile intervento integrato che sia centrato sul lavoro come riscatto dall'emarginazione.
Gli interventi poi devono essere progettuali, superando la logica del «caso per caso», ma affrontando in un determinato territorio e in una determinata comunità le cause che danno origine a condizioni di emarginazione e a comportamenti devianti.
Infine questi interventi sono caratterizzati da un approccio globale: è la persona quella che conta, non il fatto di essere handicappato o tossicodipendente.
Per sfuggire al rischio di «patologizzare» queste condizioni, non c'è altra strada che restituire alla convivenza sociale delle persone che hanno bisogno prima di tutto di sentirsi accolte, valorizzate e accettate: non utenti di un servizio in grado solo di ricevere, ma persone libere e capaci di donare.

La tentazione istituzionale

La prospettiva fin qui delineata di interventi integrati, progettuali e globali può avanzare solo in forza di una pre-condizione: una strategia integrata tra soggetti marginali, operatori ed istituzioni.
Troppo spesso infatti si è convinti che le condizioni di marginalità possono essere superate con una crescita dell'offerta di servizi e dunque con un aumento delle risorse materiali. Ciò rappresenta solo la premessa per pensare ragionevolmente di non andare incontro ad un fallimento; una premessa che chiede però un mutamento nel costume sociale: una crescita cioè dei livelli di coscienza etica nei confronti di chi è svantaggiato o in difficoltà.
Questa crescita, è bene dirlo con chiarezza, non può avvenire per via meramente istituzionale. Riguarda in primo luogo le persone, la società civile, i gruppi e le reti di relazioni interpersonali. Nessun intervento di qualsiasi ente locale potrà mai sopperire alla carenza di comunicazione nei mondi vitali. La prospettiva totalizzante di certi interventi rivolti ai giovani in generale o gruppi marginali non può che portare ad un solo esito: trattare come malati da curare e non come persone da accogliere, con cui ristabilire un contatto, un dialogo, una prospettiva di vita.
Di fronte a giovani che faticano a costituirsi un universo di valori e un progetto di vita non è sufficiente qualche servizio in più, magari informatizzato. È qui invece che può risiedere la specificità e l'originalità di interventi di associazioni e di movimenti, che non debbano fare supplenza alle istituzioni, ma cogliere quelle domande nascoste per creare una comunicazione vitale tra i soggetti e le istituzioni .