Le politiche per i giovani in Itali. Un quadro d'insieme

Inserito in NPG annata 1988.

 

Roberto Maurizio

(NPG 1988-07-34)


Anni di piombo, tossicodipendenza, violenza, solitudine, frammentarietà, identità, vita quotidiana, consumismo, opposizione culturale...
Queste e tante altre parole chissà quante volte abbiamo usato per parlare dei giovani.

ESSERE GIOVANI OGGI

Parlare dei giovani. Senza esagerazioni questo sembra essere diventato uno sport nazionale: tutti sono commissari tecnici in grado di fare la miglior nazionale. Tutti cioè sembrano capaci di analizzare, capire, proporre.
Eppure è vero che analizzando la bibliografia degli ultimi dieci anni i vari esperti (psicologi, sociologi, ecc.) - cercando di trovare lo slogan nuovo - hanno definito i giovani in modi anche contrastanti.
Pensiamo ad esempio a chi ne parla come «senza padri né maestri», o «non lontano dai padri», a chi dice che «sono la generazione della vita quotidiana» e a chi attribuisce loro «un progetto sommerso», a chi li relega in un ruolo marginale, in quanto costituiscono «un'eccedenza di opportunità» e a chi li considera «al centro» delle trasformazioni socioculturali nella società complessa.
Essere giovani oggi è senz'altro bello, visto la molteplicità di occasioni e strumenti che li rendono attivi. Ma essere giovani oggi è anche molto difficile. Sarebbe sufficiente ricordare che il 60% dei disoccupati sono sotto i 25 anni e che più del 75% ha meno di 29 anni, o che il tasso di abbandono scolastico nel biennio delle superiori è circa del 30%. Questa è la normalità, vi sono poi le situazioni acute di devianza, con i circa 250.000 tossicodipendenti, i carcerati, i suicidi, ecc.
L'altra faccia della medaglia presenta i molti giovani che hanno sviluppato in questi ultimi anni esperienze collettive di democrazia e di solidarietà. Il movimento degli studenti medi, le esperienze diffuse sul terreno del lavoro e della disoccupazione, le iniziative sul terreno degli spazi, gli interventi verso chi vive una maggiore emarginazione e solitudine. Sono segni che prefigurano un modo diverso di essere giovani, e che dicono dell'esistenza di un nuovo protagonismo.
Molti concordano nel considerare che, nonostante gli elementi di differenziazione tra i giovani, nella condizione giovanile si agitano interessi, domande, bisogni non riconducibili, talvolta conflittuali, rispetto a quelli di altre sezioni della società.
Gli interessi dei giovani non sono solo in conflitto con quelli di altre sezioni della società: essi sono di natura diversa, pongono domande che cercano risposte nel cambiamento sociale più che nella società data.

DALL'ESSERE GIOVANI ALLE POLITICHE PER I GIOVANI

Interventi su, per e con i giovani, sono sempre stati fatti sia dallo Stato, nelle sue varie articolazioni (centrali e locali), sia dal mondo del privato, speculativo o sociale che sia.
È da un po' di tempo che se ne parla con insistenza e che si focalizza l'attenzione sugli interventi dell'Ente locale.
Il venir meno dell'associazionismo tradizionale o storico, che non aggrega più masse ingenti di giovani, ma ancor più l'assenza di spazi, luoghi, occasioni per incontrarsi, stare insieme, divertirsi, sono alla base di molte iniziative pubbliche.
Alla ricerca di risposte ad un bisogno di opportunità aggregative spontanee e meno, si affianca la ricerca di risposte alle forme più acute di disagio e, di recente, l'attenzione alla prevenzione.
Di fondo resta comunque il problema delle condizioni basilari di vita: casa, lavoro, formazione.
C'è oltremodo un altro aspetto da considerare: in molte ricerche sui giovani il dato della scarsa fiducia nelle istituzioni o, in altri termini, la distanza dal «palazzo», appare un elemento costante.
Tutto ciò costituisce l'insieme degli ingredienti di un piatto che sta diventando via via sempre più sostanzioso.
Verso la fine degli anni '70 si affaccia al panorama dei «giovani» un'ipotesi, definita Progetto giovani, che appare subito estremamente interessante.
Supera infatti i limiti degli interventi pubblici verso i giovani: frammentazione, episodicità, estemporaneità, effimero.[1]
Al loro posto subentra l'idea di attivare progetti speciali caratterizzati da diversi elementi: l'azione a tutto campo, cioè l'intervento sui diversi aspetti della vita giovanile, il coinvolgimento diretto dell'Ente locale in tutti i suoi apparati, il coinvolgimento ampio e articolato delle realtà di base, la continuità d'interventi.
Ipotesi nata come risposta alle varie fratture esistenti tra i giovani e le istituzioni: isolamento, mancanza di fiducia, ecc. Il tutto si è mosso alla ricerca di nuove modalità di integrazione, di nuove forme di identificazione sociale, di nuove forme di partecipazione giovanile, di recupero di credibilità delle istituzioni.
Le esperienze di Torino e Bologna in particolare, alle quali si sono più tardi affiancati altri progetti, pur in presenza di molti limiti hanno dimostrato che la strada percorsa non era un vicolo cieco. Potevano cioè portare molto lontano.
Individuano un campo di intervento, ma soprattutto un modo di operare dell'Ente locale che rompe non solo con la latitanza precedente, ma evita le secche del confronto ideologico, e affida all'istituzione un ruolo non puramente repressivo o assistenziale.
Da allora molta acqua è passata sotto i ponti.
I Progetti giovani sono cresciuti sia numericamente sia in termini qualitativi: politici, culturali e operativi.
Parlarne oggi vuol dire collegarli ad un quadro più complessivo di politiche istituzionali nazionali e locali verso i giovani; vuol dire cioè affrontare il problema nelle sue molteplici interconnessioni e risvolti.
All'iniziativa dei Comuni, e in parte di alcune USL, fa seguito l'impegno dell'ANCI, che «battendo il chiodo finché è caldo» concentra energie e impegno in uno sforzo notevole: diffondere tra gli amministratori e le amministrazioni la cultura della progettualità, dell'attenzione, dell'impegno.
E allora seminari e convegni [2] si ripetono e ovunque si cerca di evidenziare come il Progetto giovani costituisca uno dei modi possibili per una collettività e per un Ente locale di impegnarsi verso i giovani.
E infine arriva il 1985. L'anno internazionale proclamato dall'ONU costringe un po' tutti a inventarsi qualcosa da fare.
In Italia, per fortuna, si sprecano meno soldi che in altre occasioni, e qualcosa si ottiene di positivo.
Penso in particolare al lavoro svolto da due commissioni nazionali appositamente costituite che sviluppano in modo significativo il compito loro assegnato, tanto da essere completamente recepite dal Comitato che nella relazione conclusiva elenca iniziative avviate e si pronuncia per un percorso da fare per definire nel nostro paese precise responsabilità politiche verso i giovani.
Il Comitato si esprime a favore di iniziative tese a favorire il potenziamento delle capacità di autorappresentanza giovanile nei confronti delle istituzioni, supportando l'associazionismo esistente.
Dall'altra parte vi è la proposta di dar vita all'interno delle istituzioni di responsabilità che portino il punto di vista giovanile dentro le politiche generali dell'amministrazione.
I forum o Consulte, in parte già sperimentati all'interno dei Progetti giovani, specifici Assessorati a livello locale e un dipartimento per le politiche giovanili a livello nazionale, appaiono le proposte non solo più nuove ma anche più di rottura.
Proposte che fanno discutere, ma che hanno il pregio di porre il problema reale della partecipazione e delle responsabilità politiche.[3]
L'altra commissione focalizza l'attenzione soprattutto sulle problematiche personali e sociali dei giovani, sul disagio e sulla devianza.
Vengono individuati percorsi di ricerca e studio che portano a risultati incoraggianti:
- la costituzione del coordinamento nazionale delle associazioni giovanili per la prevenzione del disagio;[4]
- l'avvio di una riflessione seria sul ruolo degli enti locali nella prevenzione del disagio.
Da tutto ciò scaturiscono progetti ed esperienze concrete che fungono da laboratori di sperimentazione della capacità di attuare una strategia dell'attenzione e delle connessioni.
A fianco di questo si collocano ricerche e studi che analizzano in profondità sia le problematiche specifiche dell'adolescenza [5] (dando luogo anche ad ipotesi di progettualità mirata verso gli adolescenti), sia le iniziative degli Enti locali verso i giovani.[6]
Il panorama che ne emerge è molto più ricco di quanto a prima vista possa apparire.
Oltre la trentina di Progetti giovani già consolidati, molte altre città tentano di attivarsi verso i giovani in maniera intelligente. Certo il quadro che ne viene fuori è ancora caratterizzato da luci ed ombre. Grandi intuizioni e molte difficoltà concrete nel rendere adeguate le strutture amministrative alle ipotesi di partenza, nel mettere in piedi iniziative professionalmente valide, e effettivamente interessanti per i giovani, nel costruire rapporti con le realtà di base. Ciò nonostante appare elevato il grado di innovazione che tutto questo movimento, e le esperienze dei Progetti in particolare, si portano dietro. Innovazione politica, culturale, amministrativa. 

GLI SCENARI FUTURI

Gli scenari possibili sono molti. Tutto può succedere. Anche che tutto questo che si è mosso sia in realtà un gran polverone.
È auspicabile che così non avvenga e riteniamo possibili invece scenari positivi, tali da portare ad uno sviluppo mirato delle politiche istituzionali a livello locale in collegamento con politiche più ampie.
Certo è che per raggiungere questo obiettivo occorre agire con criterio e con capacità.
È da favorire una nuova cultura all'interno dell'associazionismo storico, che deve rendersi conto di quanto può dare alla collettività, sia concependosi come un punto «osservatorio» della condizione giovanile, sia come una delle risorse della collettività da mettere in campo. La cultura dell'integrazione tra associazioni e tra queste e gli enti pubblici non è ancora un dato di fatto. Spesso prevale ancora la logica dell'isolamento o della richiesta di supporto, ma senza il concepirsi inseriti in un progetto più ampio.
È da favorire una nuova cultura tra gli amministratori, le amministrazioni, i funzionari, gli operatori sociali, che privilegi la programmazione e la verifica, il confronto e la ricerca, il dialogo e l'integrazione. Quello a cui si pensa non è un quadro statalizzato di iniziative per i giovani, ma un Ente locale capace di rinnovarsi, di strutturarsi con l'elasticità necessaria per affrontare tematiche nuove, di sviluppare processi più che attivare servizi.
È complessivamente da favorire una cultura di azione corretta verso il contesto territoriale.
Non è possibile infatti pensare al contesto solo come al luogo dove si svolgono attività, si realizzano servizi o iniziative.
Iniziative di questo tipo vanno valutate nella loro capacità di agire sul contesto affinché esso riacquisti dignità, competenza e capacità.
Dignità significa riconsiderare come risorsa positiva ciò che spesso viene considerato come causa di disagio o fatiche; competenza significa acquisizione di strumenti idonei per capire e rompere l'isolamento e l'indifferenza; capacità significa mettere in atto percorsi formativi finalizzati a comprendere il proprio ruolo e le possibilità di azione.
Nessun dubbio?
Certamente dubbi ve ne sono e anche forti. Però quello che si può ad essi contrapporre non è la sicurezza di chi ha in tasca la soluzione, ad esempio un bel Progetto giovani, quanto la consapevolezza che in un sistema così complesso come è il nostro non è possibile agire semplificando. Sarebbe cioè una mistificazione ridurre tutti i problemi dei giovani alla droga o alla disoccupazione.
Una questione complessa come la questione giovanile oggi richiede strategie adeguate non azioni semplici. Il problema non è cioè aprire un centro giovanile in più o in meno, quanto capire quali percorsi disegna ciascun giovane in città, quali sono i suoi punti-rete naturali, come è possibile supportarli e rinforzarli. In questa ottica il Centro giovanile può avere un senso, altrimenti rischia di essere la solita cattedrale nel deserto.
Agire strategicamente comporta una lettura attenta di ciò che esiste, di ciò di cui si ha bisogno. Al di là dello strumento specifico che si può utilizzare, crediamo che assuma un significato rilevante la capacità di leggere in modo ricorrente la realtà, valutare i processi evolutivi e non le fotografie di un momento.
Un'altra questione aperta va considerata. Le politiche per i giovani, come del resto qualsiasi azione istituzionale, creano «domande», a partire da un insieme di servizi e opportunità messi a disposizione, più che rispondere a «domande».
Questo aspetto va considerato a fondo, in quanto vi è il rischio di concepire la politica per i giovani come un modo per avvicinare a sé fasce di persone naturalmente distanti. Però la logica dovrebbe essere alquanto differente: non generare domande perché si hanno già delle offerte da mettere a disposizione, ma generare processi di autori-sposta, di auto-organizzazione alle domande.
Una logica non assistenziale quindi, ma promozionale, in cui l'elemento centrale diventa la capacità di protagonismo reale dei soggetti a cui è diretta.
Problemi aperti ve ne sono: ad esempio è ancora da chiarire quanto il problema giovanile esiste in sé, giustificando specifiche politiche, e quanto invece i connotati della condizione giovanile si stemperino o si dissolvano nel mondo adulto.[7] In questo caso varrebbe la pena di chiedersi se non sia più opportuno attivarsi nella direzione di un progetto uomo, cioè di una rimessa in discussione generale delle politiche
locali e nazionali, di come vengono gestite le città, ecc.
Resta da chiarire se nell'ottica della diffusione delle politiche sia preferibile puntare sull'ipotesi Progetto giovani, inteso come intervento a tutto campo, o se è più opportuno, come qualcuno ha ipotizzato, governare la frammentarietà, cioè governo di microprogetti settoriali.[8]
È del tutto aperto invece la questione di quali punti di riferimento teorici avere; se considerare le politiche per i giovani anche dal punto di vista della loro potenzialità formativa e, in tal caso, in quale quadro di interconnessione con la politica formativa tradizionale, cioè quella dell'istituzione scuola.
Resta aperto il nodo legislativo. Tutto ciò che si è sinteticamente descritto si è mosso in un quadro caratterizzato dalla clamorosa assenza di riferimenti legislativi, di linee di indirizzo nazionali e regionali.
Per ora solo alcune Regioni, seppur in ritardo, hanno colto l'importanza delle esperienze di politiche locali per i giovani: Veneto, Lombardia, Emilia, Toscana.[9] Per il resto molto tace.
Crediamo che questo sia uno degli aspetti centrali. O si riesce a fornire, necessariamente a livello regionale, indirizzi, riferimenti, consulenza, o si andrà avanti solo laddove esiste una buona volontà e una notevole sensibilità. Elementi questi presenti potenzialmente ovunque, che vanno promossi e valorizzati. Ecco perché occorre agire sul livello nazionale e sul livello regionale. Questo sia nei confronti degli Enti pubblici sia nei confronti delle realtà associate di base.


NOTE

1) Un testo che analizza e documenta questa fase è G. Damiano, Progetti giovani: Enti locali e nuove generazioni, F. Angeli, Milano 1984, p. 121.
2) Tra i tanti segnalo: Consulta giovanile di Torino, Giovani ed Enti locali: quale rapporto?, EGA, Torino 1985, p. 76; ANCI, Dalle esperienze degli Enti locali le idee di una politica nazionale per i giovani, Anci, Vicenza 1985, p. 102; F. Montanari - F. Frabboni, Politiche giovanili, Enti locali e sistemi informativi, Nuova Italia, Firenze 1987, p. 283 (contiene gli atti di un convegno del 1985).
3) Ampio risalto ai lavori del Comitato italiano per l'anno della gioventù è stato dato da diverse riviste. I testi integrali dei documenti si possono trovare nel n. 3 del 1986 di «Autonomie locali e servizi sociali», quadrimestrale a schede edito dal Mulino.
4) Si possono, a questo proposito, vedere gli Atti del seminario, Ruolo dell'associazionismo nella prevenzione del disagio, Ministero dell'Interno, Roma 1986, p. 92, che ha dato vita al Coordinamento nazionale.
5) II Ministero dell'Interno - Direzione generale servizi civili - ha attivato nel corso del 1986-87 un gruppo di ricerche, di cui brevi sintesi sono contenute nel numero 3/86 di «Autonomie locali e servizi sociali», e un gruppo di lavoro che ha elaborato un'ipotesi di progettualità specifica per la fascia adolescenziale. La proposta è contenuta nel volume AA.VV., Progetto adolescenti. Orientamenti e proposte metodologiche, Ministero dell'Interno, Roma 1986, p. 208.
6) Tra i vari studi e ricerche è opportuno citare i seguenti: D. Nicoli - C. Martino (a cura di), Giovani in dissolvenza. Libro bianco sulla condizione giovanile, F. Angeli, Milano 1986, p. 240, del quale segnalo la seconda parte sulle politiche dei Comuni; ANCI, I Comuni e i giovani. Indagine sulle politiche giovanili nei Comuni italiani, Anci-rivista, aprile 1986, n. 4 monografico, p. 68, una ricerca su 111 Comuni e sulle loro iniziative per i giovani; R. Maurizio (a cura di) - Centro documentazione ricerche del Gruppo Abele, Progetti giovani in Italia - indagine su 28 progetti, 1986-87. Schede monografiche e rapporti di sintesi. Le schede 86 e 87 sono state pubblicate su ASPE nel corso del 1987, mentre il rapporto di sintesi della ricerca '86 è stato pubblicato integralmente nel n. 2/87 della rivista «Autonomie locali e servizi sociali». Il rapporto di sintesi della ricerca '87/88 è in fase di elaborazione.
7) Vedi il volume di D. Nicoli, op. cit.
8) A questo proposito si può leggere l'articolo di C. Ranci introduttivo al numero speciale «Giovani e politiche sociali», Prospettive sociali sanitarie, dicembre 1986, n. 22, p. 36.
9) Al momento attuale vi è una sola legge regionale organica sulle politiche giovanili, quella del Veneto, di recentissima approvazione (10 marzo '88), «Iniziative e coordinamento delle attività a favore dei giovani».
Per quanto riguarda le altre Regioni esistono normative settoriali e tra l'altro non tutte le Regioni hanno deliberato e legiferato in materia.